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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

2 Maggio 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]
 

Lezioni d’amore

Elegy
Isabel Coixet, 2008
Fotografia Jean-Claude Larrieu
Penélope Cruz, Ben Kingsley, Dennis Hopper, Patricia Clarkson, Peter Sarsgaard, Deborah Harry, Chelah Horsdal, Sonja Bennett, Shaker Palaja.

Il professor David Kepesh (Kingsley) tiene all’università lezioni affascinanti, parla di letteratura, di arte, si muove con disinvoltura tra Roland Barthes e Philip Roth. È nell’età matura e non smette di essere lascivo. Con un cinismo di comodo, supportato dai colloqui amicali con l’ amico poeta George O’Hearn (Hopper) vincitore del Pulitzer, fa collezione di donne. Ha lasciato la moglie con “sincerità”, abbandonandola con un figlio che ora non lo vede, quando lo vede, di buon occhio; ha conservato per anni l’agenda erotica aperta per gli appuntamenti più o meno fissi con Carolyn (Clarkson), matura anche lei ormai, con la quale è andato svolgendo il tema del più franco e consapevole interesse sessuale. Tra una discussione e l’altra, a tavolino con George o in televisione, su argomenti come la nascita dell’edonismo americano, quasi senza accorgersene, David incappa nella studentessa Consuela (Cruz). La becca in pieno master e la porta a letto. Si va avanti così per un bel pezzo, aspettando invano che il segno erotico divenga più nitido. I due sembrano frenati da una sorta di confusa perplessità. Tanto frenati che perfino la bravura dei protagonisti rischia di venir soffocata dal continuo “Stop and Go” delle sequenze erotiche, addolcite e tagliate dalla teoria delle ellissi che denunciano la propria natura spiccatamente letteraria. L’amore spregiudicato si ferma sulla soglia dell’elegia, invaso man mano dalla malinconia che diviene anche tristezza e poi dramma quando la ragazza scopre di avere un cancro proprio nel seno. Dovrà farsi operare. Per un’istanza di eternità mielata, Consuela chiede a David di fotografarla – lui ha in casa una “camera oscura” – prima che la bellezza venga recisa. Se il film finisse qui, magari sarebbe un po’ corto ma eviterebbe di spiattellare i risvolti “amari” di un rapporto non tanto “im-possibile” quanto piuttosto bugiardo, di un amore inconfessato e alla fine irrecuperabile, che non trova più, come nella prima parte, neanche l’appoggio letterario della narrazione fuori campo. Quando David sarà un “uomo finito”, il lavoro della Coixet si sarà fatto inutile da un bel pezzo, il romanzo breve di Roth, L’animale morente, da cui il film ha preso l’avvio, avrà lasciato sola la regista spagnola, sul set vuoto di poesia, bloccato nel fiacco tentativo di una tessitura metaforica che, passando per la Berlinale 2008, non ha trovato la strada di casa. Peccato, giacché in due precedenti prove (La mia vita senza di me e La vita segreta delle parole) Isabel Coixet aveva promesso ben altro seguito.
 

Riunione di famiglia – Festen: Il lato comico

En Mand kommer hjem
Thomas Vinterberg, 2008
Fotografia Anthony Dod Mantle
Oliver Møller Knauer, Thomas Bo Larsen, Ronja Mannov Olesen, Helene Reingaard Neumann, Morten Grunwald, Karen-Lise Mynster, Ulla Henningsen, Brigitte Christensen, Shanti Roney, Paw Henriksen, Salvatore Mastruzzo, Klaus Pagh, Said Milanpouri.

«Le famiglie perfette non esistono», dice Vinterberg. E neppure il cinema “perfetto”.  Il regista danese, fondatore con Lars von Trier del movimento Dogma 95, percorre strade di un altro mondo rispetto alla “perfezione” standardizzata dallo star system (non è una parolaccia) hollywoodiano e quindi rispetto alle procedure narrative spettacolari che quel firmamento produce. Ciò non vuol dire, come qualcuno ha pure scritto, che le leggi del famoso Dogma consistano in una messa in scena  «priva di qualsiasi artificio». Oltre che impossibile teoricamente (il cinema non si trova in natura), tale condizione non si riscontra comunque nei testi concreti, quali Festen – Festa in famiglia (1998), Le forze del destino (2003), Dear Wendy (2005). E neppure in quest’ultima riunione, per la quale parlare di commedia è un esplicito vezzo culturale. La famiglia è ancora presa di mira, con un sarcasmo atroce e scoperto, trasparente non tanto per le situazioni e le battute quanto per il gioco dichiarato dei ruoli e dei personaggi, sempre sul filo di un’oscillazione programmatica tra “esposizione” brechtiana e “vissuto” recitativo (vita sul set) che rende il film difficilmente riconoscibile allo specchio del cinema di genere. Certe “disfunzioni” familiari di cui tratta Vinterberg, pur stravolgenti il senso comune, possono essere tuttavia utili chiavi di lettura del contesto contemporaneo. E non è detto che anche nelle più “pazze” e disturbate persone non sia rintracciabile il sentiero stretto che porti a quel sentimento grossolanamente chiamato amore. Al giovane Sebastian (Møller Knauer) ne capitano di tutti i colori. Si porta dietro fin da bambino lo shock del suicidio del padre («sotto un treno», gli ha sempre raccontato la madre sporgendosi dal letto frequentato da compagnia femminile) e perciò balbetta di continuo. Mentre fervono i preparativi per l’accoglienza al famoso cantante lirico Karl Kristian Schmidt (Larsen) che ritorna nella piccola città natia dove si celebrano i 750 anni dalla fondazione, Sebastian rivede Maria (Mannov Olesen), la ragazza di cui è stato innamorato. Peccato che stia per sposare Claudia (Reingaard Neumann) e che lei non sia contenta neanche un po’ della nuova fiammata del fidanzato. Il ragazzo, cuoco in un équipe culinaria più che pittoresca, è sempre più confuso. Nella baraonda generale, finisce per essere travolto dall’emozione e per piangere sulla spalla di Karl, il quale, tanto bizzarro, si rivela affettuoso e comprensivo, quasi che Sebastian gli risvegliasse l’istinto paterno. Non stiamo a raccontare tutto. Sebastian dovrà sopportarne. Per caso, nella stanza di Karl capita anche Maria. Balbuziente sì, ma forse il meno “pazzo” della scombinata compagnia, il giovane cuoco saprà recuperare la ricetta del vivere in pace, con Maria in un giardinetto dove possano giocare i loro bimbi. Potrebbe finire in dramma, si risolve invece in Traviata, con Karl nella parte di Germont che canta al figlio Alfredo i versi di Francesco Maria Piave: «Ah il tuo vecchio genitor tu non sai quanto soffrì…». Artificio forse, ma certo un modo non “naturale” e nemmeno “perfetto” di raccontare il malessere dei nostri giorni. (Passato al Festival Internazionale del Film di Roma 2008 nella sezione “L’altro cinema – Extra”).

State of play

State of play
Kevin MacDonald, 2009
Fotografia Rodrigo Prieto
Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Jason Bateman, Jeff Daniels, Michael Berresse, Harry Lennix, Josh Mostel, Michael Weston.

Quanti sono i giornalisti che “alzano il culo” e vanno sul campo per un’inchiesta “pericolosa”? E quanti sono i cittadini che possono vivere sicuri della buona fede dei servizi segreti del proprio paese? O che sanno con chiarezza a chi vanno i vantaggi delle guerre sostenute e controllate dalla Difesa? Domande non nuove, stereotipe addirittura. Ma è spesso nel consueto che si annida un senso in più, qualche volta decisivo per comprendere le cose, lo stato in cui sono, i ruoli nel gioco degli eventi, il peso dei parametri di giudizio a cui riferirsi dai diversi punti di vista. Questo nella realtà. Il problema si complica ancor più quando siamo nella finzione. L’influenza del cinema e delle comunicazioni di massa non è tanto nei contenuti intesi nella loro forma quanto piuttosto intesi nella loro sostanza. E d’altra parte, la trasmissione dei modelli di comportamento avviene sul piano “inferiore” dell’espressione, intesa nelle sue ricorrenze più frequenti, apparentemente meno incisive, meno dominanti. Insomma, quasi mai il messaggio del film, il più importante, il più informativo, il più ricco di senso, è rintracciabile al primo livello interpretativo. Lo scozzese MacDonald, mentre in superficie, anche sotto specie espressiva, carica il film di connotazioni “documentarie” facendoci partecipi di “cronache” di vita vissuta – vita di giornalisti, di politici, di killer (il primo omicidio lo vediamo proprio all’avvio e ne vediamo pure in faccia l’autore) – apre via via nella narrazione spiragli tematici al di là dei “fatti”. Progressivamente siamo coinvolti in un complesso intrigo di giornalismo, politica, affari, amicizia, amore. E man mano, le diverse chiavi del thriller si sovrappongono, si fondono, si sostituiscono l’un l’altra, portandoci non più soltanto a seguire gli eventi per intuirne la soluzione ma soprattutto a riflettere sulla qualità dei personaggi, qualità “umana”, culturale. Russell Crowe, sempre più specializzato in ruoli di complessa definizione (Nessuna verità, American gangster), è nei panni del reporter Cal McCaffrey, del Washington Globe. Deve rispondere alla direttrice Cameron Lynne (Helen Mirren), per la quale «i bravi giornalisti non hanno amici ma solo fonti». Cal un amico lo ha e ne conosce bene anche la moglie Anne (Robin Wright Penn). Però da qualche tempo, essendo successe delle cose non chiare, Stephen Collins (Ben Affleck) si è un po’ allontanato da Cal. L’occasione in cui il giornalista ritrova l’amico è alquanto imbarazzante. Stephen è un politico con “le mani in pasta”, chiamato a controllare possibili deviazioni affaristiche (milioni di dollari in ballo) relative ai rapporti della Difesa con il mondo delle società paramilitari private – l’orizzonte si allarga fino all’Afghanistan. Nel bel mezzo dei lavori arriva la notizia che la più stretta collaboratrice di Collins è stata assassinata. Non ci vuole molto a scoprire che la donna era divenuta l’amante del suo capo. Qui è il nodo in cui il senso della vicenda si allarga e si offre a letture che possono andare al di là degli stereotipi d’osservanza. E ciò proprio perché è lo stesso gioco degli stereotipi a farsi quasi personaggio, interprete delle ragioni intrinseche al sistema massmediologico. Per rafforzare un certo aspetto conflittuale interno alla tematica, The Washington Globe è colto in un momento di crisi delle vendite e di passaggio dal vecchio giornalismo d’inchiesta al giornalismo elettronico, praticato dai blogger in Internet; e dunque la direttrice spinge il reporter più esperto a lavorare insieme alla giovane Della Frye (Rachel McDadams), più portata all’uso del computer. Occorre una drastica riduzione della vicenda in forma di gossip: il politico, l’amante segreta, l’omicidio, la probabile interruzione di una brillante carriera. Il “privato”, la sostanza umana dei fatti e dei personaggi devono passare in sottordine, triturati nello stereotipo. Ed è a questo livello che si coglie meglio la bravura del regista nell’articolare i contrasti tra istanze generali, politiche, e relative, individuali. Tensioni verso la “verità” e verso il successo vanno a confluire in un incrocio culturale intriso di storia. Il problema della falsa opposizione “articolo/indagine” si spiega per forza di cose nel suo continuo e “infinito” risolversi ai successivi e intrecciati gradi del vivere che ciascuno sperimenta quotidianamente – non solo da giornalista o da scrittore, ma da “narratore” della propria vita, indagata e rivissuta ad ogni momento seguendo l’istanza della coscienza. Il bello è che il film non perde la sua quota di suspence, pur mantenendo un sobrio equilibrio tra sfumature “gialle” e momenti di azione. Per ovvie ragioni non possiamo entrare nei particolari, ma diciamo che MacDonald è riuscito non solo a condensare in 125 minuti le sei ore della miniserie televisiva Bbc da cui viene il soggetto, ma ha trasformato il teleracconto in un film. A pari merito, l’importante lavoro degli attori e la cura scenografica degli ambienti (Mark  Friedberg), fotografati da Rodrigo Prieto ciascuno con ottica specificamente dedicata.


Letto 1950 volte.


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Bart