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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

9 Maggio 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. √ą autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Dani√®le Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccich√®, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori pu√≤ vantare la stima di Franco Fortini.]
 

Just Friends – Solo amici

Just Friends
Roger Kumble, 2008
Ryan  Reynolds, Amy  Smart, Anna  Faris, Chris  Klein, Chris  Marquette, Giacomo  Beltrami, Fred  Ewanuick, Amy  Matysio, Julie  Hagerty, Wendy  Anderson, Barry  Flatman, Devyn  Burant, Jaden  Ryan.

Una trovata e molte smorfie. Nel New Jersey c’√® un ragazzo¬†ciccione simpatico, innamorato perdutamente di Jamie (Smart). Chris (Reynolds) non pu√≤ avere speranza, lo capiscono tutti tranne lui. La ragazza, per√≤,¬†accetta la formula ambigua “solo amici”. √ą nella regola, usano farlo anche le¬†altre ragazze per rispondere, un po’ per gentilezza e un po’ per opportunismo, a richieste che non gradiscono. Chris viene praticamente espulso dal gruppo. Va via e, misteriosamente, riappare dopo dieci anni. Nessuno lo riconosce, magro normale e “bello” com’√®. Si porta dietro una certa Samantha, aspirante cantante svampita. Gli tocca farlo perch√© il suo boss solo cos√¨ pu√≤¬†vedere in lui un grande futuro da produttore musicale. Ma ci vorr√† poco perch√© i vecchi amici, dopo un primo momento di smarrimento, riconoscano Chris e lo riaccolgano tra di loro. La pi√Ļ entusiasta √® Jamie, ancora libera e disponibile. Sulla carta, un’idea passabile. I ciccioni esistono e hanno diritto all’amore, tanto pi√Ļ se sono di buon carattere. Tuttavia, la trasformazione presenta qualche difficolt√†, sembra cogliere di sopresa lo stesso Reynolds (Matrimonio impossibile, Un segreto tra di noi, Certamente, forse), il quale,¬†dopo una prima scarica di smorfie, resta come prigioniero di una maschera che non riesce a sentire sua. E cos√¨, attenuatosi man mano lo sbigottimento, la recita si fa “ipotetica”, del tipo: io ero lo sceriffo e tu eri l’indiano. Avrebbe potuto essere pi√Ļ divertente.

Terra Madre

Terra Madre
Ermanno Olmi, 2009
Fotografia Giulio Ciarambino, Giacomo Gatti, Gaia Russo Frattasi, Alessandra Gori, Stefano Slocovich, Renato Giuliano, Giampaolo Bigoli, Paolo Giacomini, Luca Cerri, Massimiliano Pantucci, Fabio Rocchi, Fabio Olmi.
Documentario. Voce narrante Omero Antonutti.

Terra Madre, il¬†meeting mondiale delle genti contadine che si svolge ogni due anni a Torino, √® il punto di riferimento. Il documentario di Olmi mette di quel raduno¬†in rilievo la portata filosofica e politica, l’importanza per le nuove generazioni che vedano, come gi√† in parte fanno, nella coltivazione ragionata e amorevole la salvezza del mondo. Tra la natura e i contadini s’√® intromesso con troppa arroganza il profitto, trasformando il problema cibo in una catastrofe immanente, ormai osservabile all’orizzonte non lontano. Olmi, con la sua consolidata sapienza di cinema artigianale, guarda ai materiali del Forum torinese con passione specifica, accostando alle informazioni le immagini/racconto che vengono dall’osservazione attenta e poetica della “slow-vita” dell’uomo contemporaneo laddove richiami alla mente l’esperienza della storia anche antica. Nobile la citazione dal quarto libro delle¬†Georgiche di Virgilio in apertura del book di presentazione del lavoro, con¬†il poeta latino¬†che ricorda il vecchio nel suo povero campicello: piantando radi fili di erbaggi e all’intorno bianchi gigli e verbene e gracile papavero, pareggiava col suo spirito le ricchezze dei re; e tornando a casa a tarda notte ricopriva il suo desco di cibi prelibati [Hic rarum tamen in dumis olus albaque circum / lilia verbenasque premens vescumque papaver / regum aequabat opes animis; seraque revertens / nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis.] Poesia dell’anno 29 a.C. Poesia attualissima. Il latino serve. La magia di Olmi √® nel trattare le immagini della natura e della vita campestre facendole sembrare c√≤lte all’improvviso mentre invece ogni inquadratura √® frutto di scelte rigorosissime e va a formare non un semplice album fotografico – sia pure molto bello – ma un discorso folgorante, che lascia senza altre parole, convincente com’√® esso stesso, prima e al di l√† degli interessanti interventi di quanti – 7.000 persone da 153 nazioni del mondo, contadini e pescatori –¬† hanno partecipato e partecipano a Terra Madre;¬†e concretamente propongono, senza sprecare nulla, la produzione sostenibile di cibo oggi. Il documentario si chiude, dopo una lunga straordinaria sequenza muta il cui ritmo interno riconcilia col tempo dell’umanit√†, con il “miracolo” di un nonno e della piccola di pochi mesi nell’orto a cogliere e guardare frutti con meraviglia. Il film non √® per√≤ “solo” poesia, √® anche una serie di storie vere che, dalla Norvegia all’India fino al nostro Veneto, vanno a formare la¬†sfida delle comunit√† del cibo per un ambiente armonico nel rispetto delle tradizioni. – Passato a Berlino 2009, nella sezione Berlinale Special.

Riunione di famiglia – Festen: Il lato comico

En Mand kommer hjem
Thomas Vinterberg, 2008
Fotografia Anthony Dod Mantle
Oliver M√łller Knauer, Thomas Bo Larsen, Ronja Mannov Olesen, Helene Reingaard Neumann, Morten Grunwald, Karen-Lise Mynster, Ulla Henningsen, Brigitte Christensen, Shanti Roney, Paw Henriksen, Salvatore Mastruzzo, Klaus Pagh, Said Milanpouri.

¬ęLe famiglie perfette non esistono¬Ľ, dice Vinterberg. E neppure il cinema “perfetto”.¬† Il regista danese, fondatore con Lars von Trier del movimento Dogma 95, percorre strade di un altro mondo rispetto alla “perfezione” standardizzata dallo star system (non √® una parolaccia)¬†hollywoodiano e quindi rispetto alle procedure narrative spettacolari che quel firmamento produce. Ci√≤ non vuol dire, come qualcuno ha pure scritto, che le leggi del famoso Dogma consistano in una messa in scena¬†¬†¬ępriva di qualsiasi artificio¬Ľ. Oltre che¬†impossibile teoricamente (il cinema non si trova in natura), tale condizione non si riscontra¬†comunque nei testi concreti, quali Festen – Festa in famiglia (1998), Le forze del destino (2003), Dear Wendy (2005). E neppure in quest’ultima riunione,¬†per la quale parlare di commedia √® un esplicito vezzo culturale. La famiglia √® ancora presa di mira, con un sarcasmo atroce e scoperto, trasparente non tanto per le situazioni e le battute quanto per il gioco dichiarato dei ruoli e dei personaggi, sempre sul filo di un’oscillazione programmatica tra “esposizione” brechtiana e “vissuto” recitativo (vita sul set) che rende il film difficilmente riconoscibile allo specchio del cinema di genere. Certe “disfunzioni” familiari di cui tratta Vinterberg, pur stravolgenti il senso comune, possono essere tuttavia utili chiavi di lettura del contesto contemporaneo. E non √® detto che anche nelle pi√Ļ “pazze” e disturbate persone non sia rintracciabile il sentiero stretto che porti a quel sentimento grossolanamente chiamato amore. Al giovane Sebastian (M√łller Knauer) ne capitano di tutti i colori. Si porta dietro fin da bambino lo shock del suicidio del padre (¬ęsotto un treno¬Ľ, gli ha sempre raccontato la madre sporgendosi dal letto frequentato da compagnia femminile) e perci√≤ balbetta di continuo. Mentre fervono i preparativi per l’accoglienza al famoso cantante lirico¬†Karl Kristian Schmidt (Larsen) che ritorna nella piccola citt√† natia dove si celebrano i 750 anni dalla fondazione, Sebastian rivede Maria (Mannov Olesen), la ragazza di cui √® stato innamorato. Peccato che stia per sposare Claudia (Reingaard Neumann) e che lei non¬†sia contenta neanche un po’ della nuova fiammata del fidanzato. Il ragazzo, cuoco in un √©quipe culinaria pi√Ļ che pittoresca,¬†√® sempre pi√Ļ confuso. Nella baraonda generale, finisce per essere travolto dall’emozione e per piangere sulla spalla di Karl, il quale, tanto bizzarro, si rivela affettuoso e comprensivo,¬†quasi che¬†Sebastian gli risvegliasse¬†l’istinto paterno. Non stiamo a raccontare tutto. Sebastian dovr√† sopportarne. Per caso, nella stanza di Karl capita anche Maria. Balbuziente s√¨, ma forse il meno “pazzo” della scombinata compagnia, il giovane cuoco sapr√† recuperare la ricetta del vivere in pace, con Maria in un giardinetto dove possano giocare i loro bimbi. Potrebbe finire in dramma, si risolve invece in Traviata, con Karl nella parte di Germont che¬†canta al figlio Alfredo¬†i versi di Francesco Maria Piave: ¬ęAh il tuo vecchio genitor tu non sai quanto soffr√¨…¬Ľ. Artificio forse, ma certo un modo non “naturale” e nemmeno “perfetto”¬†di raccontare il malessere dei nostri giorni. (Passato al Festival Internazionale del Film di Roma 2008 nella sezione “L’altro cinema – Extra”).

State of play

State of play
Kevin MacDonald, 2009
Fotografia Rodrigo Prieto
Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Jason Bateman, Jeff Daniels, Michael Berresse, Harry Lennix, Josh Mostel, Michael Weston.

Quanti sono i giornalisti che “alzano il culo” e vanno sul campo per un’inchiesta “pericolosa”? E quanti sono i cittadini che possono vivere sicuri della buona fede dei servizi segreti del proprio paese? O che sanno con chiarezza a chi vanno i vantaggi delle guerre sostenute e controllate dalla Difesa? Domande non nuove, stereotipe addirittura. Ma √® spesso nel consueto che si annida un senso in pi√Ļ, qualche volta decisivo per comprendere le cose, lo stato in cui sono, i ruoli nel gioco degli eventi, il peso dei parametri di giudizio a cui riferirsi dai diversi punti di vista. Questo nella realt√†. Il problema si complica ancor pi√Ļ quando siamo nella finzione. L’influenza del cinema e delle comunicazioni di massa non √® tanto nei contenuti intesi nella loro forma quanto piuttosto intesi nella loro sostanza. E d’altra parte, la trasmissione dei modelli di comportamento avviene sul piano “inferiore” dell’espressione,¬†intesa nelle sue ricorrenze pi√Ļ frequenti, apparentemente meno incisive, meno dominanti. Insomma, quasi mai il messaggio del film, il pi√Ļ importante, il pi√Ļ informativo, il pi√Ļ ricco di senso, √® rintracciabile al primo livello interpretativo. Lo scozzese MacDonald, mentre in superficie, anche sotto specie espressiva, carica il film di connotazioni “documentarie” facendoci partecipi di “cronache” di vita vissuta – vita di giornalisti, di politici, di killer (il primo omicidio lo vediamo proprio all’avvio e ne vediamo pure in faccia l’autore) – apre via via nella narrazione spiragli tematici al di l√† dei “fatti”. Progressivamente siamo coinvolti in un complesso intrigo di giornalismo, politica, affari, amicizia, amore. E man mano, le diverse chiavi del thriller si sovrappongono, si fondono, si sostituiscono l’un l’altra, portandoci non pi√Ļ soltanto a seguire gli eventi per intuirne la soluzione ma soprattutto a riflettere sulla qualit√† dei personaggi, qualit√† “umana”, culturale. Russell Crowe, sempre pi√Ļ specializzato in ruoli di complessa definizione (Nessuna verit√†, American gangster), √® nei panni del reporter Cal McCaffrey, del Washington Globe. Deve rispondere alla direttrice Cameron Lynne (Helen Mirren), per la quale ¬ęi bravi giornalisti non hanno amici ma solo fonti¬Ľ. Cal un amico lo ha e ne¬†conosce bene anche la moglie Anne (Robin Wright Penn). Per√≤ da qualche tempo, essendo successe delle cose non chiare, Stephen Collins (Ben Affleck) si √® un po’ allontanato da Cal. L’occasione in cui il giornalista ritrova l’amico √® alquanto imbarazzante. Stephen √® un politico con “le mani in pasta”, chiamato a controllare possibili deviazioni affaristiche (milioni di dollari in ballo) relative ai rapporti della Difesa con il mondo delle societ√† paramilitari private – l’orizzonte si allarga fino all’Afghanistan. Nel bel mezzo dei lavori arriva la notizia che la pi√Ļ stretta collaboratrice di Collins √® stata assassinata. Non ci vuole molto a scoprire che la donna era divenuta l’amante del suo capo. Qui √® il nodo in cui il senso della vicenda si allarga e si offre a letture che possono andare al di l√† degli stereotipi d’osservanza. E ci√≤ proprio perch√© √® lo stesso gioco degli stereotipi¬†a farsi¬†quasi personaggio, interprete delle ragioni intrinseche al sistema massmediologico. Per rafforzare un certo aspetto conflittuale interno alla tematica,¬†The Washington Globe √® colto in un momento di crisi delle vendite e di passaggio dal vecchio giornalismo d’inchiesta al giornalismo elettronico, praticato dai blogger in Internet; e dunque la direttrice spinge il reporter pi√Ļ esperto a lavorare insieme alla giovane Della Frye (Rachel McDadams), pi√Ļ portata all’uso del computer. Occorre una drastica riduzione della vicenda in forma di gossip: il politico, l’amante segreta, l’omicidio, la probabile interruzione di una brillante carriera. Il “privato”, la sostanza umana dei fatti e dei personaggi devono passare in sottordine, triturati nello stereotipo. Ed √® a questo livello che si coglie meglio la bravura del regista nell’articolare i contrasti tra istanze generali, politiche, e relative, individuali. Tensioni verso la “verit√†” e verso il successo vanno a confluire in un incrocio culturale intriso di storia. Il problema della falsa opposizione “articolo/indagine”¬†si spiega per forza di cose¬†nel suo continuo e “infinito” risolversi ai successivi e intrecciati gradi del vivere che ciascuno sperimenta quotidianamente –¬†non solo da giornalista o da scrittore, ma da “narratore” della propria vita, indagata e rivissuta ad ogni momento seguendo l’istanza della coscienza.¬†Il bello √® che il film non perde la sua quota di suspence, pur mantenendo un sobrio equilibrio tra sfumature “gialle” e momenti di azione. Per ovvie ragioni non possiamo entrare nei particolari, ma diciamo che MacDonald √® riuscito non solo a condensare in 125 minuti le sei ore della miniserie televisiva Bbc da cui viene il soggetto, ma ha trasformato il teleracconto in un film. A pari merito, l’importante lavoro degli attori e la cura scenografica degli ambienti (Mark¬† Friedberg), fotografati da Rodrigo Prieto ciascuno con ottica specificamente dedicata.


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Bart