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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

16 Maggio 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Angeli e demoni

Angels & Demons
Ron Howard, 2009
Fotografia Salvatore Totino
Tom Hanks, Ewan McGregor, Ayelet Zurer, Stellan Skarsgard, Pierfrancesco Favino, Nikolaj Lie Kaas, Armin Mueller-Stahl, Thure Lindhardt, David Pasquesi, Cosimo Fusco, Victor Alfieri, Franklin Amobi, Curt Lowens, Bob Yerkes, Marco Fiorini, Carmen Argenziano, Elya Baskin, Howard Mungo, Rance Howard, Steve Franken, Gino Conforti.

Il fascino di Roma, città del Papa. La Cappella Sistina, il Conclave, il Pantheon, Piazza del Popolo, Piazza Navona, Castel Sant’Angelo. Una scorpacciata turistica (parecchia roba finta, rifatta a Hollywood) che lascerà molto più tempo libero per le foto rituali alle vetrine di via Condotti. Poi c’è la caccia al tesoro, ossia il lato thriller. Una suspence speciale di cui sa ormai tutto Ron Howard, avendo egli già letto il libro di Dan Brown sul Codice da Vinci e avendoci fatto il film e avendo altresì letto, sempre di Dan Brown, il tomo dal titolo paradisiaco/ infernale. Non poteva resistere alla tentazione (diabolica?) di fare anche il secondo film. E l’ha fatto, suscitando le immancabili perplessità, diciamo così, dei religiosi e lasciando attoniti i fedeli che di Galileo ancora non sospettano nulla, dato che la Terra si presenta ancora piatta. Ma lascino stare, i fedeli, i problemi di verosimiglianza storica: non cambieranno la loro fede. Si godano in pace il fumettone demoniaco e si beino nel rispecchiamento mediatico, con l’assedio delle televisioni in Piazza San Pietro per le “fumate” in attesa dell’Abemus Papam; e si lascino tranquillizzare dall’autorevole mimica di Tom Hanks. Il professor Langdon, esperto di simbolismi religiosi, li riscatterà dall’ignoranza incolpevole. Comunque, per saperne di più, leggere in Internet tutto il possibile sull’antimateria e seguire con diligenza le conseguenze di certe ricerche “scientifiche” nelle mani di certe sette segrete. Pare che gli Illuminati, scienziati strapazzati in passato dal Vaticano, abbiano ora in mente di vendicarsi. Faranno saltare la basilicona in aria, ma prima vogliono divertirsi a lasciare indizi. Tracce difficili per tutti, tranne per quel fissato dei codici che risponde al nome di Langdon. E del Camerlengo che vogliamo dire? Non c’è bisogno di andare su Internet, tutto lo sfizio sta nella prestanza di Ewan McGregor, uno che se vuole sa trarre in inganno anche il più smaliziato dei miscredenti. Prete giovane e bello, gli muore ammazzato il suo Papa preferito: può essere che la storia sia così semplice? Poi c’è Pierfrancesco Favino nella parte dell’ispettore di polizia, poveraccio, alle prese col capo delle guardie svizzere che lo tratta da straccio. Hanno ragione i pubblicitari che ci mostrano in Tv scene di caffè in Paradiso ultraverosimili alla realtà terrena. Tra forze dell’ordine l’accordo è complicato anche a ridosso della Santità. Infine la scienziata, Dott.ssa Vittoria Vetra (Ayelet Zurer). Doveva esservi? Per forza, come si fa a costruire un inghippo scienza/fede senza affiancare all’esperto di codici l’attraente ricercatrice che sa tutto sulla prima particella e sa pure un po’ di latino? Insomma, se avete paura del nuovo, andate pure a tranquillizarvi. Morto un Papa se ne fa un altro.

Lezioni d’amore

Elegy
Isabel Coixet, 2008
Fotografia Jean-Claude Larrieu
Penélope Cruz, Ben Kingsley, Dennis Hopper, Patricia Clarkson, Peter Sarsgaard, Deborah Harry, Chelah Horsdal, Sonja Bennett, Shaker Palaja.

Il professor David Kepesh (Kingsley) tiene all’università lezioni affascinanti, parla di letteratura, di arte, si muove con disinvoltura tra Roland Barthes e Philip Roth. È nell’età matura e non smette di essere lascivo. Con un cinismo di comodo, supportato dai colloqui amicali con l’ amico poeta George O’Hearn (Hopper) vincitore del Pulitzer, fa collezione di donne. Ha lasciato la moglie con “sincerità”, abbandonandola con un figlio che ora non lo vede, quando lo vede, di buon occhio; ha conservato per anni l’agenda erotica aperta per gli appuntamenti più o meno fissi con Carolyn (Clarkson), matura anche lei ormai, con la quale è andato svolgendo il tema del più franco e consapevole interesse sessuale. Tra una discussione e l’altra, a tavolino con George o in televisione, su argomenti come la nascita dell’edonismo americano, quasi senza accorgersene, David incappa nella studentessa Consuela (Cruz). La becca in pieno master e la porta a letto. Si va avanti così per un bel pezzo, aspettando invano che il segno erotico divenga più nitido. I due sembrano frenati da una sorta di confusa perplessità. Tanto frenati che perfino la bravura dei protagonisti rischia di venir soffocata dal continuo “Stop and Go” delle sequenze erotiche, addolcite e tagliate dalla teoria delle ellissi che denunciano la propria natura spiccatamente letteraria. L’amore spregiudicato si ferma sulla soglia dell’elegia, invaso man mano dalla malinconia che diviene anche tristezza e poi dramma quando la ragazza scopre di avere un cancro proprio nel seno. Dovrà farsi operare. Per un’istanza di eternità mielata, Consuela chiede a David di fotografarla – lui ha in casa una “camera oscura” – prima che la bellezza venga recisa. Se il film finisse qui, magari sarebbe un po’ corto ma eviterebbe di spiattellare i risvolti “amari” di un rapporto non tanto “im-possibile” quanto piuttosto bugiardo, di un amore inconfessato e alla fine irrecuperabile, che non trova più, come nella prima parte, neanche l’appoggio letterario della narrazione fuori campo. Quando David sarà un “uomo finito”, il lavoro della Coixet si sarà fatto inutile da un bel pezzo, il romanzo breve di Roth, L’animale morente, da cui il film ha preso l’avvio, avrà lasciato sola la regista spagnola, sul set vuoto di poesia, bloccato nel fiacco tentativo di una tessitura metaforica che, passando per la Berlinale 2008, non ha trovato la strada di casa. Peccato, giacché in due precedenti prove (La mia vita senza di me e La vita segreta delle parole) Isabel Coixet aveva promesso ben altro seguito.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart