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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

11 Luglio 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Una notte da leoni

The Hangover
Todd Phillips, 2009
Fotografia Lawrence Sher
Bradley Cooper, Heather Graham, Mike Tyson, Jeffrey Tambor, Ed Helms, Zach Galifianakis, Ken Jeong, Justin Bartha, Rachael Harris, Bryan Callen, Rob Riggle, Gillian Vigman, Sasha Barrese, Mitch Holleman, Sondra Currie.

«Las Vegas è la città del peccato. Sarò una tomba». È la promessa solenne che Alan (Galifianakis), fratello single della sposa, fa a Doug (Bartha), lo sposo che dà l’addio al celibato e ha scelto come luogo della “cerimonia” nientemeno che Las Vegas. Melissa (Harris), la moglie di Stu (Helmes), uno dei quattro pazzerelloni in procinto di avventurarsi, è nervosa, ha dei presentimenti. Questi addii al celibato lei li trova «schifosi». Stu sembra timido e mostra rispetto. Ci prepariamo alle scene più pazze e al divertimento più sfrenato. Intanto ci vengono in mente altri addii al celibato, almeno un paio: Cose molto cattive, Peter Berg 1999, American Pie – Il matrimonio, Jesse Dylan 2003. Non erano niente male.  Dopo la notte di bagordi (non sappiamo quali), per Phil (Cooper), Stu e  Alan il risveglio è tremendo. Nella suite che i quattro hanno affittato per oltre 4 mila dollari ci sono animali. Mentre vediamo i piedi nudi di una ragazza che, scarpe in mano, se la squaglia, una gallina passeggia e nel bagno c’è una tigre. A Stu manca un canino e non ha idea di come abbia fatto a perderlo. Nessuno si ricorda di cosa sia successo durante la notte. Si apre un’altra porta ed ecco un bambino che piange nella culla. Giù nella piscina è pieno di bella gente, ma Doug è sparito e anche la Mercedes del padre della sposa, con la quale Doug e i suoi amici si erano messi in viaggio. In compenso viene loro “riconsegnata” un’auto della polizia, come se fossero poliziotti. Allora? Fare finta di niente. L’accumulo delle “stranezze” ci tiene impegnati, ma di ridere nessun pericolo. Il mestiere di Phillips è solido (Starsky & Hutch, 2004), nessuna pausa di troppo, eppure abbiamo la sensazione che oltre non si potrà andare. Invece, si vede che la prima mezz’ora era il pegno stabilito dal regista per la nostra introduzione all’ovvio. Un ovvio divertente? Nella notte c’è stato un matrimonio. Un errore, ma si sistemerà. Più le cose si complicano più le scene diventano scenette. Meraviglia e stupore quando appare Tyson il pugile in persona nella parte di se stesso, ma è solo un momento, giusto il tempo per riportargli la tigre (è sua!). Poi ricomincia la serie. Alcuni giapponesi aggiungono spiegazioni e il meccanismo traspare sempre di più nella sua propria costitutiva meccanicità. Si ritroverà Doug, anche se nessuno è rimasto veramente in pensiero per lui. Chiede di capirci qualcosa, ma non è il caso che vi tratteniamo ancora per i dettagli. State attenti comunque a non farvi dare la “droga dello stupro”, è veramente forte. Se ce la fate a seguire il momento del “sì” con abito bianco, avrete il premio di un extra in coda che vi sarete meritati. Bravi gli attori, Ed Helmes in evidenza.

Coraline e la porta magica

Coraline
Henry Selick, 2009
Animazione. Voci originali: Dakota Fanning, Teri Hatcher, Keith David, Ian McShane, Jennifer Saunders, Dawn French.

Non è la prima volta (per esempio, Narnia, Adamson 2005 e 2008)) che dietro una porta o dentro un armadio vediamo aprirsi un mondo diverso e incantato. E ritorna anche il concetto che l’incanto e l’eccezione possiamo facilmente trovarli in casa, senza nemmeno cercare tanto. Ma ci vuole l’ingenuità, la disposizione d’animo. E la giusta occasione. Per esempio, il cambio di casa (La stella di Laura, De Rycker e Rothkirch, 2005). Una bambina è l’ideale. Coraline ha 11 anni, i suoi l’hanno portata nell’Oregon, è sola e si annoia. Apre una porta nascosta e tutto subito cambia. La magia questa volta, mentre acquista in illusoria consistenza “palpabile” (il 3D stereoscopico, alta definizione in “stop motion”), proprio per questo rischia di proporsi al fantastico con esiti meno produttivi. Ma pare che i piccoli spettatori, forse già alla loro età, preferiscano sognare comodi, assistiti dalla meraviglia tecnologica. In questo senso Selick (The Nightmare Before Christmas, 2007 a Venezia) ha realizzato un capolavoro. Se pensiamo che l’E.T. di Rambaldi, così artigianale e primitivo, è soltanto del 1982, c’è da restare esterrefatti. Ma il cinema è così, ha portato con sé fin dall’inizio il dualismo tecnica-realtà. Falso dualismo, giacché è praticamente (e soprattutto teoricamente) impossibile misurare la maggiore o minore incidenza dell’immagine cinermatografica (cioè fotodinamicamente montata) sul senso fantastico, a seconda che parliamo di un film “documentario” o di un’animazione. Tanti e tanto diversi sono i parametri del giudizio da suggerirci di abbandonarci, più semplicemente, all’istinto. O all’ingenuità. E va anche bene, purché si abbia coscienza del tipo di scelta. L’avventura di Coraline sembra piena di rischi, a tratti è paurosa (lo spirito generale è alquanto dark) e a tratti è consolatoria. In sostanza (nel contenuto), viaggia su binari pacifici, sostenuta da riferimenti sistemici del tutto tranquillizzanti (un mondo parallelo più misterioso che minaccioso e analizzabile con trasparenza). È vero che sognando, come forse ciascuno di noi fa, un mondo bellissimo dove tutto funziona in allegria, può portare a forti delusioni. Una falsa madre con dei bottoni al posto degli occhi, per esempio, e fantasmi che dettano legge. Tutto per la curiosità di aprire una porta. La prossima volta, basterà fare attenzione a non aprirla. O limtarsi a sognarla davvero.

Il mondo di Horten

O’Horten
Bent Hamer, 2007
Fotografia John Christian Rosenlund
Bård Owe, Espen Skjønberg, Ghita Nørby, Bjørn Floberg, Henny Moan, Kai Remlov, Nils Gaup, Karl Sundby, Peter Bredal, Peder Anders Lohne Hamer, Morten Ruda, Lars Oyno, Bjarte Hjelmeland.

Odd Horten (Owe) ha sognato per tutta la vita di fare il salto con gli sci. Sua madre si lanciava dal trampolino nonostante il marito non volesse, e invitava lui, figlio restio, ad imitarla. Niente. Odd non ebbe mai il coraggio. Guidò i treni invece. I treni non saltano. Adesso che ha 67 anni, il macchinista va in pensione. Siamo in cabina con lui nell’ultima corsa. Rotaia sulla neve, dentro e fuori dai tunnel, il paesaggio norvegese scorre veloce e suggestivo. Poi Odd sistema con cura le sue cose nel piccolo alloggio che ora dovrà lasciare. Il regista (Kitchen Stories, 2003, Factotum, 2005) lo segue con cura meticolosa, usando con discrezione la magistrale fotografia di Rosenlund, dai toni scuri e silenti. Un banale viaggio verso la fine malinconica d’una vita monotona? Il norvegese Hamer affronta il rischio negandolo e capovolgendolo genialmente, trasforma la grigia realtà nella scintilla d’un immaginario “riattivato” dall’occasione nascosta. I colleghi premiano lo schivo Horten con una semplice cerimonia di commiato e lo invitano a continuare la festa, per una volta, nella casa di uno di loro. È una fredda e umida sera. Odd si attarda a cercare il tabacco per la sua pipa e resta fuori dal portone. Riesce a salire da una scala esterna e capita in casa di un bambino che sta andando a letto. Misteriosamente, il piccolo lo invita a tenergli compagnia finché non si addormenterà. Da questo momento la vita interiore di Horten si rivela nel suo stadio immaginario, il contatto con la cose usuali, gli spazi, i modi, i gesti di sempre diventano tutte novità interne che stimolano la sensibilità rinnovata dell’uomo. Senza immagini “allusive”, Hamer entra nel mondo di Horten offrendolo alla nostra incantata curiosità. Il film non costruisce “metafore”, le vive in proprio, in forma espressiva, invitandoci a seguire Odd secondo quel suo certo sguardo (”Un certain regard”  è la sezione del festival di Cannes dove il film è passato nel 2008) di persona matura che entra in una dimensione nuova con straordinario senso dell’umorismo e del tempo, noncurante dei possibili risvolti soggettivi che il suo comportamento potrà suggerire. Ad ogni momento, ad ogni angolo si apre una prospettiva, quasi una fiaba. Basta fare attenzione ai particolari. È un film dai grandi eventi dove sembra non succedere niente. In fondo, è la prima lezione del cinema. Questo macchinista fa pensare, più che ad agganci letterari tipo Bukowski, a quel primo Arrivo del treno, grande spettacolo in sé: la realtà è piena di sorprese, basta osservarla. Ciascun spettatore segua a suo modo, scelga i particolari che crede. Il nuovo mondo di Horten è ricco di avventura.

Transformers: La vendetta del caduto

Transformers: Revenge of the Fallen
Michael Bay, 2007
Fotografia Ben Seresin
Shia LaBeouf, Megan Fox, Kevin Dunn, Julie White, John Turturro, Rainn Wilson, Isabel Lucas, Josh Duhamel, Tyrese Gibson, Hugo Weaving, Frank Welker, John Benjamin Hickey, Ramon Rodriguez, Matthew Marsden, Michael Papajohn, Samantha Smith, Jonathon Trent.

Bay approfitta del successo del primo Transformer e non rottama il giocattolo. Ricicla la ferraglia. La rianima, la moltiplica, la ingigantisce. Poi, forse per paura dell’eccessivo intasamento di macchine miracolate dal digitale, “umanizza” il racconto con una mistura dolciastra e umoristica al caramello, chiamando ancora in soccorso LaBeouf, chiedendogli il miracolo di immunizzare i più giovani spettatori dall’orribile e frastornante violenza degli scontri. Così, proprio mentre Sam si appresta a lasciare la ragazza (ma non se ne libererà facilmente) i genitori, mamma e papà ultraprotettivi ma innocui, e a partire per il college, ecco ritornare l’incubo dei buoni e dei cattivi e delle ultime sorti del mondo. Con il primo Transformer sembrava tutto risolto, Optimus Prime aveva vinto su Megatron. Ma i “pacifici” Autobots non hanno di che stare tranquilli. I Decepticons, tanto per dare soddisfazione al botteghino, ritornano più agguerriti che mai. Si rivà all’indietro fino a 4 miloni di anni fa, affinché tutti possano rendersi bene conto di come sia andata la storia. Quindi, per continuare a dare il senso dell’Antichità, ci si sposta in Egitto con tutto l’armamentario di ferro e fuoco – svolazzano i reattori da guerra americani, gli elicotteri incrociano la zona delle operazioni e sembra di stare in Iraq (però qui altro che democrazia da salvare!). Poco importa che le millenarie testimonianze della civiltà, piramidi e simili, vadano in frantumi. È in gioco la salvezza della Terra. Dopo la prima ora, lo scompiglio e il miscuglio di personaggi e di elementi narrativi è tale da lasciare sbalorditi. Mentre Torturro nei panni dell’agente Simmons cerca affannosamente e invano di darsi un contegno da eroe “vissuto”, profusione di mezzi e reiterazione di “meraviglie” trasformistiche saturano completamente la scena. Anzi, diremmo lo schermo. E non c’è spazio per un minimo di riflessione. Inchiodati dalla paura del cataclisma meccanico e dell’alienazione robotica, facciamo fatica, dopo altri 87 minuti di cozzi metallici,  a intuire il nostro destino di umani.

Outlander – L’ultimo vichingo

Outlander
Howard McCain, 2008
Fotografia Pierre Gill
James Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, Ron Perlman, John Hurt, Cliff Saunders, John Beale, Katie Bergin, Ricardo Hoyos, Bailey Maughan, Ted Ludzik, Aidan Devine, Liam McNamara, John Nelles, Scott Owen, Owen Pattison, Petra Prazak.
Locarno 2008, Piazza Grande.

Simpatico il mostro alieno? Non proprio, ma certo non possiamo dare a lui – specie di drago gigante e inarrestabile – tutti i torti per l’aggressività verso Kainan (Caviezel), colui che fece strage della popolazione dei mostri, distruggendo il sito interstellare dove abitavano e compiendo uno sterminio che al paragone le invasioni imperialiste della storia terrestre parrebbero fenomeni irrilevanti. Ora – siamo nel 709 d. C. –  Kainan, partito con la sua navicella per un’ulteriore perlustrazione spaziale e sbarcato vicino al villaggio norvegese di Herot, si ritrova alle calcagna il Moorwen, unico sopravvissuto e feroce antagonista. Il problema è che i vichinghi sono in lotta tra loro e attribuiscono le continue distruzioni di cui soffrono alle azioni dei nemici. Kainan dovrà convincerli che si tratta di qualcosa di diverso, di speciale. Il racconto si caratterizza per una strana e ingegnosa miscela di generi, tra fantascienza e mitologia medievale, gestita dal regista McCain – al suo secondo lungometraggio dopo una duplice pausa televisiva – con discreto rispetto della dimensione fantastica e con adeguate invenzioni sceniche, anche rapportate alla relativa povertà di mezzi. Apprezzabile l’uso di tagli di montaggio “economici”, che trasfomano in efficaci ellissi i “risparmi” nelle riprese, altrimenti ben più costose. Nella fase “medievale” c’è il vecchio re con la figlia (Myles) che rifiuta il matrimonio col pretendente designato e che finirà per innamorarsi dello “straniero” eroico e generoso. Ma la sceneggiatura, di Dirk Blackman e dello stesso regista, mantiene i sentimenti entro il giusto limite imposto dall’andamento avventuroso. Il limite è, se mai, nell’ambigua definizione del protagonista rispetto al suo mostruoso persecutore. I due si contendono un po’ misteriosamente il ruolo di alieni. E Caviezel (il Cristo di Mel Gibson), non sempre riesce ad imporre la propria maschera, come richiederebbero almeno le scene salienti.


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Bart