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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

5 Settembre 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

 

Il messaggero

The Haunting in Connecticut
Peter  Cornwell, 2009
Fotografia Adam Swica
Virginia Madsen, Kyle Gallner, Elias Koteas, Amanda Crew, Martin Donovan, Sophi Knight, Ty Wood, Erik J. Berg, John Bluethner, D.W. Brown, John B. Lowe.

Un figlio con un tumore? Una casa «da riportare in vita», nel Connecticut, vicino all’ospedale. I genitori di Matt faranno dei sacrifici purché la cura sia giusta. Tutto sembra vero all’inizio (”tratto da una storia vera”), ma poi Matt (Gallner) comincia a fare “brutti sogni” e ad avere allucinazioni, squarci sonori colpiscono lo spettatore nella maniera più usuale, come in simili horror: casa con strane presenze. Ogni normale gesto diventa un possibile ingresso nel mondo altro. «Tutto bene? Tutto a posto? Sì, tutto a posto». Ma la cinepresa si muove più lentamente e il ragazzo sente accentuarsi i propri disturbi. Altro che tumore. Per non rischiare la confusione, le visioni, nelle quali entrano nuovi personaggi, assumono a tratti tonalità di seppia. Pillole blu contro la nausea? Ma possibile che i medici non capiscano? Noi siamo facilitati, il regista ci fa entrare direttamente nella stanza degli orrori. Il luogo, un’ex camera mortuaria, coincide con gli eventi “nascosti” vissuti sempre più spesso da Matt, il quale, da testimone, diventa protagonista, utilizzato come veicolo di un messaggio che sembra molto antipatico: via gli intrusi dalla casa. Tra psicoanalisi e “realismo” horror, l’inserimento del reverendo Popescu (Koteas) sembra offrire la chiave più probabile per una soluzione “spirituale”. Troppo difficile da vincere, infatti, la partita del cinema (inteso come realismo/verità delle immagini) per la rappresentazione diretta di realtà “interiori”. Prima o poi arriva il punto che sappiamo troppo bene come i nemici di Matt non possano essere reali, persone in carne ed ossa. A sua madre (Madsen) che disperata tenta di rassicurarlo e gli dice: «Non morirai», il ragazzo risponde sussurrando tra sé e sé: «A volte l’amore fa male». La visione rischia di distorcersi. Al cinema, “presenze”, “materializzazioni”, contatti medianici, apparizioni di ectoplasmi, non consistono che in immagini della realtà fotografica. Resta l’autorevolezza della parola (Popescu) e la “spiegazione”, necessaria al film, non può che venire da una “verità” non fotografabile. In tale impossibile dialettica si relativizza il fascino del primo lungometraggio di Cromwell, pur dignitoso nella forma, non volgare nella costruzione degli eventi. Al dunque, la bravura degli attori è l’aspetto più attraente.

Fa’ la cosa sbagliata – The Wackness

The Wackness
Jonathan Levine, 2008
Fotografia Petra Korner
Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo, Talia Balsam, David Wohl, Bob Dishy, Joanna Merlin, Ken Marks, Robert Armstrong, Nick Schutt.

La semplificazione è pericolosa? Dipende da cosa s’intende. Nella musica, la riduzione sistematica delle possibilità di scansione a ritmo binario può portare dallo slow al duinato (tàtta-tàtta) e poi all’esclusivo tum-tum-tum-tum della discoteca e dell’automobile “coatta”. Quantitativamente, la semplificazione – rispetto non solo al 4/4 ma anche al 3/4 e a tutti gli altri tempi dispari – orizzontalizza la fruizione (è storia), ma soltanto nelle società “evolute”. I “primitivi” non semplificano, spesso battono ritmi tutt’altro che semplici, arrivando a sovrapporne sei o sette nella stessa esecuzione. In mezzo a tutto questo, il trionfo di fenomeni come l’hip-hop produce confusione, attraversando diverse fasce sociali e mescolando istanze giovanili con “rivoluzioni” culturali il cui esito, a tutt’oggi, risulta tutt’altro che chiarissimo. La forma dell’hip-hop è centrale nell’ambientazione del quarto film di Levine (i tre precedenti non sono arrivati in Italia: Shards, Love Bytes, All the Boys Love Mandy Lane): lega le scene. Siamo nella New York del 1994 e la “semplificazione” impera su opposti versanti. Il sindaco Giuliani va giù duro nella repressione, terapeuta e pusher provano un rimescolamento sussidiario post-post-Woodstock, in una gestione ironica (o cinica?) della cooperazione esistenziale. Quello che sembra un rimescolamento arguto di vecchie cognizioni e di nuove disperazioni in un contesto difficile, data l’ovvietà degli elementi figurativi – personaggi e situazioni – risulta appunto una sorta di semplificazione a posteriori non richiesta (e forse per questo facile da applaudire, per esempio al Sundance Film Festival, dove il film ha avuto il premio del pubblico). In sostanza, il giovane spacciatore Luke Shapiro (Peck) offre droga al terapeuta tossico Jeffrey Squires (Kingsley) in cambio di un po’ di terapia. C’entra anche il ruolo di Stephanie (Thirlby), figliastra del dottore, solo per l’accenno ad una possibilità di rapporto autentico. Ma si apprezza soprattutto la bravura di Kingsley nel reggere un ruolo così “semplicemente” simbolico. Il resto è seppia. Nel colore indeciso si confondono quelli che non credevano più a niente con quelli che di nuovo credono a tutto pur di non cercare le cause non superficiali. «Ti spacca, tanto che ti cambia la vita», si diceva. Tanto per dire, «il Rap non è tutto».

Chéri

Chéri
Stephen Frears, 2009
Fotografia Darius Khondji
Michelle Pfeiffer, Kathy Bates, Rupert Friend, Felicity Jones, Iben Hjejle, Frances Tomelty, Anita Pallenberg, Harriet Walter, Rollo Weeks, Tom Burke.
Berlino 2009, concorso.

Parigi 1906. La Belle Époque sarà presto un ricordo, spazzata via dalla guerra mondiale. Ma Léa de Lonval (Pfeiffer) non sembra avvertire alcun segnale. Come lei anche la sua vecchia “collega” nel mestiere più vecchio del mondo, Madame Peloux (Bates), la quale pensa soprattutto al proprio figlio diciannovenne viziato, Chéri (Friend), ché finalmente possa diventare un uomo. Le due ricche cortigiane si accordano. Léa ha ormai una certa età ed ha deciso di “smettere”, tuttavia è ancora piacente e accetta il compito di svelare tutti i segreti dell’amore a Chéri. Ma l’affascinante ragazzo con gli occhi a forma di sogliola colpisce al cuore la sua “maestra” e s’innamora egli stesso. Saranno sei anni felici. Sicché il matrimonio combinato per Chéri dalla madre con la giovanissima Edmée (Jones) non potrà che essere un fallimento. Dopo un periodo di sofferta lontananza Chéri tornerà a Léa, ma niente potrà essere come prima. «Tu torna pure a dormire e lascia fare a me», suggerisce la donna scoprendo troppo il proprio ruolo “materno”. Chéri non è più un ragazzo, un destino drammatico lo attende. Adeguata e coerente l’ambientazione, un po’ fredda l’interpretazione della protagonista, il film si svolge sul filo di un difficile equilibrio tra impulsi “romantici”, piaceri e sfrenatezze “novecentesche” e rilettura ironica (cosciente) dei testi (Chéri, 1920, La fin de Chéri, 1926) di Colette (Sidonie-Gabrielle Colette, 1873-1954), scrittrice francese “scandalosa”, tipica esponente della sua epoca. L’inglese Frears, dimenticato ormai da tempo il piglio del film di denuncia (Piccoli affari sporchi, 2002), ritorna all’ispirazione letteraria, incontrando dopo 20 anni la Pfeiffer delle Relazioni pericolose e attenuando lo stile brillante e provocatorio di Lady Henderson presenta (2005). Il regista conferma la capacità di farci viaggiare in epoche diverse dalla nostra, ma qui con minore spessore storico rispetto a The Queen (2006). In Chéri la ricerca tende un po’ troppo all’esercizio, prevale lo stile e non c’è traccia del “proibito” originale.

L’era glaciale 3 – L’alba dei dinosauri

Ice Age: Dawn of the Dinosaurs
Carlos Saldanha, Mike Thurmeier, 2009
Animazione

Terzo capitolo della serie Fox/Bue Sky, apertasi nel 2002 (regia di Chris Wedge) e continuata nel 2006 (Carlos Saldanha). Ora Saldanha è affiancato alla regia da Mike Thurmeier, ma la filosofia del prodotto non cambia e anzi si consolida nel mimetismo accentuato della società degli uomini e delle donne. La similitudine con la vita degli umani si fa sempre più ravvicinata, fino a sfiorare l’identificazione piatta. Meno male che c’è l’effetto 3D (250 copie su 900 distribuite in Italia) a “indicare”, al contrario di ciò che ci si aspetterebbe, la distanza immaginaria dalla realtà. La pre-visione del terribile futuro, il riscaldamento definitivo del Pianeta, si attenua e quasi si scioglie nella grafica digitale, riproponendoci – sembra all’infinito e comunque in una serie che ha l’aria di voler decisamente funzionare – un immaginario “voluminoso” e perciò, si direbbe, più convincente. Come dire che più un fiore finto somiglia al vero più si rafforza, paradossalmente, la prova di una differenza incolmabile – così almeno sperano gli “umanisti” inguaribili. La sensazione che le avventure dei protagonisti animali, sempre gli stessi più la new entry Buck – furetto solitario, utilizzino argutamente e furbescamente le loro simpatie e le loro somiglianze per veicolare, in sostanza, un’idea tranquillizzante del mondo, un mondo dove, ghiaccio o non ghiaccio, la famiglia (branco) accoglie i più diversi componenti, offrendo buoni sentimenti in quantità inesauribili. Quasi perfetta la macchina dell’umorismo, affinata e aggiornata la tecnica artistica, l’animazione procede come se, in fondo, la distanza dai dinosauri ad oggi non fosse poi così enorme. La prova? È nella piccola ghianda che lo scoiattolo Scrat (gli autori sono passibili dell’accusa più feroce, di… approfittatori della simpatia!) continua ad inseguire. E per chi fosse stato in pericolo di astrazione troppo spiccata – e si fosse detto: simpatico il siparietto, ma perché tanta insistenza? -, ecco ora spuntare Scrattina, scoiattolina che ricorda più da vicino sensazioni… naturali. Nessun mistero dunque.


Letto 2008 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart