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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

19 Settembre 2009
[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]
 

G.I. Joe: La Nascita dei Cobra

G.I. Joe: The Rise of Cobra
Stephen Sommers, 2009
Fotografia Mitchell  Amundsen
Channing Tatum, Rachel Nichols, Marlon Wayans, Sienna Miller, Ray Park, Lee Byung-hun, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Christopher Eccleston, Dennis Quaid, Karolina Kurkova, Arnold Vosloo, Joseph Gordon-Levitt, Jonathan Pryce.

Giocattoli lanciati nel mercato negli anni ‘60 e rilanciati con grande successo negli ‘80 arrivano sullo schermo arricchiti e trasformati dalla tecnologia digitale. Ma non è un film giocattolo. Sostanziato da sequenze mozzafiato, azioni senza tregua e sul limite dell’horror fantascientifico (Sommers ha già firmato La mummia, 1999, e Van Helsing, 2004), il flusso narrativo poggia sulla netta critica alla perversa e criminale filosofia politica di personaggi (immaginari?) la cui sete di potere sembra non aver limiti. I Cobra vengono da lontano, la prima sequenza è ambientata nel 1641, in Francia. Ora il “cattivo” dell’organizzazione segreta dichiara che la politica americana (solo americana?) è impraticabile: «Senatori, membri del congresso… non si riesce a fare niente, è necessario che uno solo prenda il potere». I mezzi non mancano, provengono dalla doppia vendita di armi, a chi vuole attaccare e a chi deve difendersi. Manca soltanto l’ultimo tassello. Vanno sottratte alla Nato le testate nucleari frutto di avanzatissimi esperimenti di nanotecnologia. Sono armi capaci di “mangiarsi” letteralmente gli oggetti contro cui impattano, anche intere città. Per esempio Parigi, partendo dalla Tour Eiffel. Il pericolo non sfugge agli americani. Una squadra specialissima, chiamata “G.I Joe” e comandata dal generale Hawk/Quaid, è pronta a fronteggiare e a sconfiggere i Cobra. Il compito non è semplice. Di momento in momento, non finiamo di venire sorpresi e di meravigliarci della progressiva qualità non solo delle “armi” ma della stessa evoluzione della cibernetica umanistica, che trasforma gli umani in “macchine” capaci di qualsiasi aggressività, decostruendone al contempo le specifiche “emotive”.  Tuttavia almeno nei “G.I Joe” non tutto il “sentimento” è perduto. Veniamo a scoprire che una certa love-story, risalente al passato, tra il protagonista Duke/Tatum e Shana/Nichols (passata con i cattivi a seguito di un malinteso che ci viene chiarito da uno dei tanti flash) è recuperabile. E l’amore sarà decisivo. Lasciamo il presidente degli States (Pryce) con i piedi sulla scrivania a godersela beato dopo il grande spavento. Ma certo, ne avremo viste di tutti i colori. E ne vedremo ancora se, come probabile, vi sarà un seguito.

Il grande sogno

Il grande sogno
Michele Placido, 2009
Fotografia Arnaldo Catinari
Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero, Massimo Popolizio, Alessandra Acciai, Dajana Roncione, Federica Vincenti, Marco Brenno, Marco Iermanò, Laura Morante, Silvio Orlando.
Venezia 2009, concorso. Jasmine Trinca, Premio Mastroianni.

Il sogno è del giovane Michele Placido in persona, di fare l’attore. Il Sessantotto c’entra più che altro come ambientazione. I temi di quella tentata rivoluzione sono esposti in scene tagliate secondo un’ottica tipologica con forte riduzione di senso, nonostante il miscuglio di pezzi di repertorio e di rimasticature somiglianti a pezzi di repertorio. Non si entra nelle questioni se non con risaputissimi slogan, buoni ormai anche per la pubblicità. La sceneggiatura (di Doriana Leondeff, Angelo Pasquini e dello stesso Placido) è sistematicamente attenta a non “affondare”, nei momenti “rischiosi” lascia aperto più di uno spiraglio alla versione contraria e, al dunque, sembra dire: teniamoci il Sessantotto nella memoria per quello che ne abbiamo vissuto e/o saputo, non farà male ad alcuno. Nel suo ricordare, il regista ha l’aria di essere molto fedele a se stesso, si spoglia del presente e torna indietro di 40 anni e confessa: il Sessantotto io l’ho vissuto così. Sembra non esservi malizia nella cancellazione dell’esperienza successiva. È il giovane Nicola che dalla Puglia viene a Roma in cerca di lavoro ed entra nella polizia avendo però il chiodo fisso dell’Accademia drammatica (un po’ gettato al vento il ruolo della Morante, insegnante di recitazione). Destino vuole che, da poliziotto, Nicola si trovi in mezzo agli studenti in rivolta. Viene utilizzato come infiltrato e s’innamora di Laura (Trinca), ragazza di famiglia borghese, cattolica, còlta nel momento della “presa di coscienza”. Mentre il padre e la madre soffrono dell’apparente caduta di valori e i due fratelli vengono coinvolti nei “movimenti” in diverse direzioni, Laura sente salire in sé l’importanza dei sentimenti autentici ed è combattuta tra lo studente/leader Libero (Argentero-solo-un-padre) e appunto Nicola. Per buona parte del film, grazie anche alla bravura dell’attrice, il personaggio di Trinca resta in primo piano, più vero, più umano, non solo figura attoriale. Per Scamarcio è più difficile, deve prendersi sulle spalle il carico di una implicitazione del senso che non sempre risponde al suo repertorio espressivo. L’ambientazione del film potrebbe portare a paragoni con La meglio gioventù e con The Dreamers. Ma suonerebbe falso. Nel film di Giordana è chiaro il tentativo di ricomposizione storica, in Bertolucci la componente soggettiva si materializza in espressione autentica, riconoscibile. E da entrambi proviene una non trascurabile istanza dialettica.


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1 commento

  1. Pingback by CINEMA: I film visti da Franco Pecori | BNotizie Magazine — 19 Settembre 2009 @ 15:25

    […] l’articolo originale: CINEMA: I film visti da Franco Pecori Tags: Adewale Akinnuoye Agbaje, Arnold Vosloo, Channing Tatum, Christopher Eccleston, Critica […]

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Bart