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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Settembre 2009
[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]

Basta che funzioni

Whatever Works
Woody Allen, 2009
Fotografia Harris Savides
Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Ed Begley Jr., Conleth Hill, Michael McKean, Henry Cavill, John Gallagher Jr., Jessica Hecht, Carolyn McCormick, Christopher Evan Welch.

Allen torna a casa. Si veste da Boris Yellnikoff, ex professore di meccanica quantistica alla Columbia University e si piazza nel cuore di New York, sproloquiando nei tempi morti con i suoi amici al bar. Le sue incursioni in Europa, tipo Vicky Cristina Barcelona pare si siano rivelate inutili. La gente gli sembra sempre più stupida e la vita non merita di essere vissuta. Di tanto in tanto si getta dalla finestra (non lui, il suo personaggio), ma si salva miracolosamente e deve rassegnarsi al proprio destino. La moglie bella e ricca (McCormick), stufa del suo inguaribile pessimismo, lo ha abbandonato. Lui adesso si rivolge direttamente allo spettatore – un po’ alla Brecht, ma con rispetto – e non nasconde dietro giri di parole le proprie intenzioni. Non proprio lui con la sua faccia: ci mette quella di Larry David, il quale nei panni di Boris si sdoppia a tratti per rivolgersi alla sala con l’aria di saperla lunga sulla qualità della visione (non si dice «Buona Visione»?), cioè senza farsi troppe illusioni sull’autenticità della cosa. Non a caso l’attore scelto dal regista deve le sue origini artistiche al cabaret e soprattutto alla serie televisiva Fridays (1979), nonché alla collaborazione al Saturday Night Live (1982) in qualità di autore. La Tv non entra direttamente nel discorso, ma non è male che l’alter ego dell’autore conosca l’essenza del referente, la scatola che traccia il nostro cammino quotidiano suggerendo clonazioni di comportamento e mentalità. Come definire altrimenti le insulsaggini degli altri, bambini e mamme comprese? E anche ragazzotte del sud (Mississippi), ingenue come l’acqua di fonte, che lasciano casa per avventurarsi nella grande mela. Una, Melody St. Ann Celestine (Wood), Boris se la trova una sera, rannicchiata sotto un cartone. Impietosito suo malgrado, il “genio” della fisica la ospita. La tratta da straccio per un bel po’, finché quasi se ne innamora. Per fortuna, i genitori di Melody (Clarkson e Begley Jr.) accorrono con grande disagio di tutti. Disagio non per molto: Marietta e John avranno modo di prendere confidenza con la metropoli, rinnovando a fondo la propria vita. E intanto anche Melody vedrà affermarsi la sua “innocenza” nel pieno giro della ruota insensata che non vuole “pensieri”. Sicché, una volta di più, a Boris non resta che il gesto estremo. Non facciamoci illusioni, però. Il finale non è tragico e tutto ridiventa accettabile (e divertente), perfino il pessimismo del professor Yellnikoff. Profondo senza disturbare, leggero senza ovvietà, Allen usa le sue battute come pallottole di una mitragliatrice a salve. La musica che sceglie per i passaggi di scena ha il sapore del jazz tradizionale. Revival più che altro.

Pelham 1-2-3: Ostaggi in metropolitana

The Taking of Pelham 1 2 3
Tony Scott, 2009
Fotografia Tobias A. Schliessler
Denzel Washington, John Travolta, Luis Guzmán, Victor Gojcaj, Gbenga Akinnagbe, Alex Kaluzhsky, James Gandolfini, John Turturro.

Dieci milioni di dollari. Un’ora di tempo. Poi i passeggeri del vagone dirottato moriranno, uccisi uno ogni minuto. La minaccia si chiama Ryder ed ha il volto di John Travolta. L’uomo ha l’aria di fare sul serio, di sapere ciò che vuole e perché lo vuole. Dall’altra parte del telefono gli tiene testa Denzel Washington nei panni di Zachary “Z” Garber, dipendente della metro, declassato dopo un’irregolarità commessa (tangenti per l’acquisto di convogli) ed ora in cerca di riscatto. Siamo a New York, il treno bloccato è il “Pelham 1 2 3″. Tony Scott (Déjà vu – Corsa contro il tempo, 2006, Man on Fire – Il fuoco della  vendetta, 2004, Allarme rosso, 1995, Top Gun, 1986, Miriam si sveglia a mezzanotte, 1983) riprende il romanzo di John Godey, Il colpo della matropolitana (Mondadori, 1973), già portato sullo schermo due volte. Nel 1974 (stesso titolo del libro, regia di Joseph Sargent), Robert Shaw era Ryder e Walter Matthau era Garber; nel 1998 (Un ostaggio al minuto, versione televisiva, regia di Félix Enríquez  Alcalá), il dirottatore era una donna, Lorraine Bracco.  Scott va oltre il remake, sia nei contenuti sia nell’ambientazione. Ha girato le scene sotterranee nei veri tunnel della metro newyorkese mostrando anche l’attuale livello tecnologico di controllo della circolazione, ha attualizzato le “ragioni” della vicenda, approfondendo i caratteri dei personaggi. Nei suoi spunti di lucida ironia, Ryder (un Travolta calato perfettamente nello spirito del ruolo) confessa anche i motivi “tecnici” di ciò che sta facendo: ex broker a Wall Street, è stato in carcere e cerca vendetta contro quel mondo di «brutti tipi» e contro lo Stato che li ha tenuti a galla. I milioni per gli ostaggi? «Sarà niente in confronto a quello che si guadagna in borsa!». Garber, da parte sua, sente il peso delle passate responsabilità e prende ora su di sé il carico della trattativa con Ryder. Nessuno dei due protagonisti è “puro”, le due morali si intrecciano in una situazione umana complessa. Non estraneo alla vicenda il personaggio violenza, che traspare in forma di tensione nel ritmo secco e implacabile del montaggio, scandito dall’efficace conteggio del tempo. E non tutto finisce bene.

 

La ragazza che giocava con il fuoco

Flickan som lekte med elden
Daniel Alfredson, 2009
Fotografia Peter Mokrosinski
Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Annika Hallin, Per Oscarsson, Lena Endre, Peter Andersson, Jocob Ericksson,  Sofia Ledarp, Yasmine Garbi, Johan Kylén, Paolo Roberto, Georgi Staykov, Tanja Lorentzon.

Medio. Quindi ottimo, diranno i lettori del libro (Marsilio Ed.), il secondo, dopo Uomini che odiano le donne, della trilogia Millennium dello scrittore svedese Stieg Larsson, morto prematuramente. La ragazza è ancora lei, Lisbeth Salander (Rapace). Ha conservato le sue caratteristiche, chiusa, dura e sensibile, tatuata sul corpo e piena di piercing in volto, sguardo pungente, bravissima col computer e nella difesa di sé. Millennium è la solita rivista. Il direttore, Mikael Blomqvist (Nyqvist) e i suoi redattori sono disposti a rischiare la pelle pur di scrivere la verità su certi affari sporchi (sesso, droga e non solo) che coinvolgono personaggi importanti anche della politica. Questa volta un paio di giornalisti ci lasciano realmente le penne. Sappiamo che la “cattiveria” di Lisbeth è dovuta alla sua infanzia in un istituto psichiatrico e alla successiva “prigionia” dovuta al regime di tutela, deciso dalla “giustizia” su di lei, giudicata incapace al 18 anno di età. Sulla sua famiglia verremo a sapere particolari decisivi, orribili, che andranno a formate un tutt’uno nel quadro di corruzione e violenza sempre più dettagliato attorno alla giovane eroina. Ma c’è un uomo che ha fiducia in lei, Mikael, il quale si batterà contro ogni apparenza per dimostrare che Lisbeth, accusata di omicidio, è innocente e per salvarla dalle aggressioni persecutorie di mostri la cui identità si rivelerà solo nel finale. Alfredson la tira un po’ per le lunghe, con qualche tratto di pedanteria e qualche amnesia sul versante della necessità interna al racconto. La sceneggiatura tralascia a volte il conto delle motivazioni per seguire più diligentemente lo sviluppo dell’azione. E nonostante ciò abbiamo l’impressione che per arrivare alla fine non sia così neccessario attardarsi nell’accumulo degli “incidenti”. Ma Lisbeth vive e sarà ancora tra noi, questo sembra l’importante.

District 9

District 9
Neill Blomkamp, 2009
Fotografia Trent Opaloch
Sharlto Copley, David James, Jason Cope, Vanessa Haywood, Nathalie Boltt, Sylvaine Strike, Elizabeth Mkandawie, John Summer, William Allen Young, Louis Minnaar.

“Area risarvata ai non umani”: District 9 è il campo di concentramento in cui sono stati racchiusi gli alieni provenienti da un mondo forse non molto lontano. Hanno forma di grossi gamberoni che camminano su due “arti” e si muovono più o meno come gli umani. Sconosciuto il motivo del loro arrivo sulla Terra. L’astronave che li ha portati è rimasta sospesa a mezz’aria sui grattacieli di Johannesburg. Sembrano poveri derelitti, e il loro veicolo è altrettanto malandato. Profughi? Di questi tempi, può venire in mente. Sono molti, un milione di gamberoni misteriosi che la Multi-National United ha deciso di trasferire in un campo più grande, il District 10. Deve sembrare una semplice operazione umanitaria, regolare e non aggressiva e per questo viene incaricato un modesto “operativo” sul campo, Wikus (Copley). La verità è che gli alieni hanno delle armi molto potenti ma inutilizzabili senza il loro Dna. La vicenda prende sempre più la forma di un reality televisivo, l’esperienza che Wikus si trova a vivere in mezzo ai gamberoni sale in primo piano negli schermi casalinghi e finalmente sembra vera. Il regista è al suo primo film, ma ha una sostanziosa esperienza di video musicali, di pubblicità e sa come trattare gli effetti visivi. Mescolando la finzione fantascientifica col realismo da telegiornale, Blomkamp ci fa sentire a casa nostra, seduti in poltrona. Quando Wikus viene assalito dal virus alieno che sta per trasformarlo in alieno, quasi non abbiamo elementi per stabilire la distanza dall’evento. O forse così dovremmo preferire che sia. Di sicuro, xenofobia e miscuglio di contrastanti dinamiche culturali trovano un loro ambiente ideale nella baraccopoli della città sudafricana in cui è ambientato il film; e sono elementi stereotipi dell’attualità, tali da essere confrontabili senza sforzo nell’immaginario del realismo elettronico. Tutto sembra ancor più vero perché la disavventura del contatto con i gamberoni capita a un Fantozzi qualunque, il quale improvvisamente diventa l’uomo più importante del mondo. Tanto che gli alieni finiscono per averne pietà.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart