Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

3 Ottobre 2009
[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]
 

Baarìa

Baarìa
Giuseppe Tornatore, 2009
Fotografia Enrico Lucidi
Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Ángela Molina, Lina Sastri, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Gaetano Aronica, Alfio Sorbello, Luigi Lo Cascio, Enrico Lo Verso, Nino Frassica, Laura Chiatti, Michele Placido, Vincenzo Salemme, Giorgio Faletti, Corrado Fortuna, Paolo Briguglia, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Luigi Maria Burruano, Franco Scaldati, Aldo Baglio, Monica Bellucci, Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella, Raoul Bova, Gabriele Lavia, Sebastiano Lo Monaco, Tony Sperandeo, Elena Russo, Gisella Marengo, Alessandro Di Carlo, Giovanni Gambino, Davide Viviani, Mariangela Di Cristina, Christian Canzoneri, Giuseppe Garufi, Gaetano Sciortino, Giuseppe Russo, Maurizio San Fratello, Valentina Rubino, Desirée Rubino, Anna Faranna, Fabrizio Romano, Gaetano Bruno, Lollo Franco, Marco Iermanò, Adele Tirante, Michele Russo, Michele Russo, Lauretana Di Salvo, Gaetano Balistreri, Alessandro Schiavo, Orio Scaduto, Enrico Salimbeni, Ludovico Vitrano, Nino Russo.
Venezia 2009, concorso.

Un kolossal da 25 milioni, oltre 160 mila euro per ogni minuto dei 150 montati, grandi masse, grandi scene, una lista impressionante di “partecipazioni” importanti (a fronte della “modestia” dei due bravi protagonisti, Francesco Scianna e Margareth Madè). Un strano kolossal per una “Piccola Sicilia Antica”, mondo a parte, la lingua della cui gente necessita di doppiaggio per la distribuzione in Italia (Medusa), eppure mondo di tipicità buone ancor oggi, pare, per una lezione di storia italiana del Novecento (non pensate a Bertolucci). Piccolo mondo, trasognato con occhi di bambino, bambino che corre a perdifiato in un ricordo iniziale e finale, chiudendo il film in una parentesi onirica molto comprensiva di possibili attualità. Ma una strana storia, ricostruita e rivissuta per linee interne (interiori) e secondo scansioni brevi – scene, scenette, bozzetti,  mai sequenze di lungo respiro – capaci di assorbire il peso di una vaghezza di senso, voluta o non voluta, che sembra cercare giustificazioni morali e ideali nel tratto poetico, nella pennellata istantanea. Diremmo quasi un colossale instant movie, che blocca in voluminoso  paradosso il peso di una composizione digestiva, scaricandone i punti critici nel cinema-paradiso di un’utopia tangenziale, complementare alla “bontà” dell’avversario che dicesse a Peppino: «Ah, se tutti i comunisti fossero come te!». Peppino/Scianna è il giovane che, cresciuto nella povera provincia di Palermo (Bagheria), diventa comunista conservando in sé i buoni sentimenti dell’infanzia, a contrasto con la vecchia tracotanza dei fascisti, con la spietatezza mafiosa e con l’opportunismo della nuova politica degli anni Cinquanta e Sessanta. Gli episodi anche drammatici della vita italiana, visti dal profondo sud, ci sono: la guerra, le lotte contadine per la terra, la monarchia, la repubblica, i comizi per le elezioni, la Democrazia Cristiana di Tambroni, il dissidio Pci-Psi, lo “spaesamento” finale di fronte all’incognita di un futuro nebbioso. Mentre il piccolo mondo passato sfuma nel presente incerto, ci resta il volto buono di Peppino, il suo sentimento del vissuto e il “lancio” ottimistico del figlio, spedito su un treno verso una vita migliore. Nonni e donne, famiglia e altri figli, riposano sul fondo del quadro affollato. Resta la poesia di Tornatore, bravo nella regià in senso stretto, discreto nel dettato simbolico. Un pizzico di Fellini non guasta: è soprattutto nella forma del sogno, in qualche accenno a mostri dell’immaginario, nella traslucida sensazione di memoria e anche nel tentativo di avvolgere in una musica argentata (ma Ennio Morricone non è Nino Rota) il dono della composizione estetica. 

L’artista

El artista
Gastòn Duprat e Mariano Cohn, 2008
Sergio Pangaro, Alberto Laiseca, Ana Laura Lozza, Marcello Prayer.
Festival Internazionale del Film di Roma 2008, Concorso.

Nella mente di Romano (Laiseca) c’è l’arte. L’artista è ospite di un ricovero per anziani. Non parla, chiede soltanto, a volte, una sigaretta. Ma se gli metti davanti un foglio bianco e qualsiasi tipo di pennarello, colore o inchiostro, la sua creatività si esprime in perfetta forma moderna, modernissima, d’avanguardia. Se ne accorge l’infermiere Jorge (Pangaro) e, per una combinazione di circostanze, fa credere a tutti di essere lui l’autore delle opere. Senza sapere come né perché, dato che non ha una cultura adeguata, Jorge diventa un artista di successo, manda in visibilio i critici, viene invitato a mostre importanti. L’ironia dei registi argentini sfiora lo sberleffo nell’insistente presa in giro della critica. Il discorso sulla indeterminatezza e quasi casualità del giudizio verso l’arte contemporanea, sia negli specifici contesti delle gallerie d’arte, sia nell’approccio giornalistico – esilarante l’intervista televisiva a Jorge: Picasso o Dalí? «Preferisco che a parlare siano le mie opere». Il film è divertente, a patto che non se ne ricavi l’idea, alquanto reazionaria, che l’arte sia indefinibile e quindi non giudicabile. Idea che porrebbe l’attività espressiva fuori dal linguaggio. Se i critici sono conformisti e/o “venditori”, questo non vuol dire che un’opera non sia collocabile in un qualche punto o in una qualche direzione nel quadro culturale, storico. Molto efficace la regìa nella scelta di mantenere i momenti creativi di Romano in primissimo piano senza mai farci vedere il prodotto delle sue prestazioni.

Un amore all’improvviso

The Time Traveler’s Wife
Robert Schwenkte, 2009
Fotografia Florian Ballhaus
Eric Bana, Rachel McAdams, Ron Livingston, Maggie Castle, Michelle Nolden, Hailey McCann, Philip Craig, Jane McLean, Brian Bisson, Donald Carrier, Joan Barrett, Tatum McCann, Alex Ferris, Brooklynn Proulx.

Basato sull’Odissea? Penelope passa la vita aspettando che Ulisse ritorni da lei. Succede anche a Clare (McAdams). Henry (Bana) va e viene nella sua vita e lei lo attende sempre con rinnovata fiducia. Non fosse che questa l’analogia, se servisse a richiamare l’attenzione almeno di uno spettatore verso l’antico capolavoro della letteratura greca, potremmo dire che l’ispirazione di secondo grado di Schwenkte (Flightplan – Mistero in volo, 2005), dal bestseller di Audrey Niffenegger, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, avrebbe già dato il suo frutto.  Infatti, sia pure attraverso una metafora stranamente fantascientifica, che nel film diventa alquanto arzigogolata per via della difficoltà di tradurre in immagini “astratte” l’eccezionalità di un continuo e imprevedibile spostamento temporale, il discorso di una traduzione psicologica della realtà-tempo induce comunque a riflessioni sul valore del flusso vitale, non necessariamente lineare come invece siamo abituati a considerarlo. A seconda dell’ottica con cui lo si veda, il concetto può rivolgersi al passato, ad una cultura sganciata dalla  scienza, oppure al futuro, in una prospettiva scientifica aggiornata su parametri di relatività. Nel secondo caso, una storia d’amore come quella di Clare ed Henry assume connotati più “realistici” (nel campo di una morale neoromantica) di quanto non si creda, compreso il senso poetico che ne deriva. Non molto diverso è ciò che può accadere con l’Odissea, che l’opera omerica si rilegga in un senso o nell’altro, verso Penelope o verso Ulisse. Il film, dovendo utilizzare le immagini, scorre sul filo di tale rischio, che i “viaggi” di Henry nel tempo, quel suo apparire e scomparire al fianco di Clare costituisca non più che un referente banale (per quanto “complicato”) per un rafforzo tradizionale del valore dell’amore e della famiglia. Tra curiosità e attrazione, restano pur sempre in ballo – fatte salve le discrasie temporali – il matrimonio, il parto di una figlia, la “fedeltà” della donna all’uomo che ha sempre amato – da bambina lo ha visto come uomo grande, poi da ragazza come giovane di pari età, quindi come un uomo maturo, morto e rinato nell’oscillazione del tempo – senza mai crollare nel dubbio dell’impossibilità. Il titolo italiano rende male il senso del racconto. Il dubbio è se il tempo sia parametro dell’amore o se ne sia anche il fattore. E comunque il punto di vista è femminile, come dice lo stesso titolo originale. Mentre l’”anomalia genetica” (qui è l’elemento fantascientifico) di cui soffre fa di Henry l’oggetto di uno strano destino – l’uomo ha delle crisi ricorrenti che lo denudano degli abiti del momento e lo proiettano in fasi diverse della vita -, Clare e la figlia  (Tatum e Hailey McCann, rispettivamente Alba a 5 e 10 anni) assorbono la storia, la normalizzano fino a ridurla in una dimensione “prevedibile”. Lanciano il cuore, per così dire, al di là del tempo, recuperano col nuovo sentimento anche i propri sentimenti più autentici, rinunciando forse alla “normalità”. E vivono una condizione molto post-post- moderna.

Bastardi senza gloria

Inglourious Basterds
Quentin Tarantino, 2009
Fotografia Robert Richardson
Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Michael Fassbender, Diane Kruger, Daniel Bruhl, Til Schweiger, Gedeon Burkhard, Jacky Ido, B. J. Novak, Omar Doom, August Diehl, Sylvester Groth, Martin Wuttke, Mike Myers, Julie Dreyfus, Samm Levine, Paul Rust, Michael Bacall.
Cannes 2009, concorso. Christoph Waltz, at.

Tarantino continua a divertirsi con le terribili liste del suo immaginario, di persone da uccidere: un traditore (Le jene, 1992), un killer capo banda (Kill Bill, 2003), tre belle ragazze innocenti (Grindhouse, 2007). E ora i nazisti. C’è sempre una carneficina, accompagnata da un’eleganza formale, una sfrontata disinvoltura nel montaggio, nel ritmo, nei riferimenti culturali interni al cinema. Idolo di cinefili, Tarantino sembra sfidarli nella valutazione dell’opera, sul filo del ri-conoscimento e della ri-evocazione di fantasmi da disseppellire e ri-utilizzare in un gioco intenzionalmente popolare. E dunque elitario. I nazisti nella Francia occupata, durante la seconda guerra mondiale, compongono la lista più recente. Sono nella mente di una squadra di “bastardi”, soldati ebrei americani comandati da Aldo Raine (Pitt), assetati di sangue nemico. Alla lettera, quanti più scalpi da riportare (uno della squadra preferisce la mazza da baseball). I ragazzi si sono dati il compito di ammazzare tutti i nemici che possono incontrare. Per questo si sono paracadutati in Francia. La presentazione del nemico tipo avviene in una tesa scena iniziale, stile western (l’omaggio è al regista di western italiani Enzo G. Castellari, pseudonimo di Enzo Girolami) – Quel maledetto treno blindato s’intitolò negli Usa The Inglorious Bastards, 1977). Hans Landa (Waltz), colonnello delle SS, scova una famiglia di contadini nascosta in una fattoria. Con l’orribile gentilezza del segugio sopraffattore, il “cacciatore di ebrei” convince il padrone a fare la spia. Le persone nascoste vengono massacrate freddamente. Fugge e si salva soltanto Shosanna (Laurent). La giovane, stabilitasi a Parigi, erediterà una sala cinematografica. Il luogo è ideale per la metafora del cinema che salva il mondo. Proprio la sala di Shosanna (Tarantino non si fa mancare riferimenti a Leni Riefenstahl, a Pabst e battute come: «Noi francesi amiamo il cinema, anche quello tedesco») viene scelta nientemeno che da Goebbels (Groth) per la proiezione di un documentario di propaganda. Vi assisteranno i principali esponenti nazisti, compreso Hitler (Wuttke). I Bastardi si accordano con l’attrice Bridget von Hammersmark (Kruger) per un micidiale tranello, non sapendo nemmeno che la stessa Shosanna ha in mente di far esplodere tutto e tutti sul finale del film. Ha preparato per questo, insieme al suo proiezionista “negro” (!), uno spezzone da inserire nella pellicola: è il suo volto in primo piano, la “Grande Faccia” che ride. Anche al cinema si perdona la violenza, se serve a liberarci dal Male? Probabilmente è un interrogativo sbagliato. Nasce però dalla presa d’atto delle intenzioni del regista, di essere, com’egli dice, «il più realista possibile». Certo, la ferocia dei Bastardi (la descrizione delle scene più truci indebolirebbe il concetto)  non è da meno di quella del “cacciatore” nazista. Il quale, infatti, avrà il fatto suo appunto da Aldo. La carica di utopia, in Bastardi senza gloria, è almeno pari alla valenza estetica del lavoro sul cinema che Tarantino prosegue imperterrito, noncurante dei possibili risvolti paradossali, proprio sul versante culturale.


Letto 2733 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart