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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Ottobre 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Up

Up
Pete Docter, 2009
Animazione. Voci originali: Ed Asner (Carl Fredricksen), Christopher Plummer (Muntz), Jordan Nagai (Russell), Bob Peterson (Dug). Voci italiane: Giancarlo Giannini (Fredricksen), Arnoldo Foà (Muntz), Neri Marcorè (Dug).
Cannes 2009, film d’apertura.

Dove vanno a finire i palloncini? Se lo chiedeva Renato Rascel verso la fine degli anni Cinquanta: «Dove andranno a finire i palloncini, quando sfuggono di mano ai bambini…», cantava il “Piccoletto” della commedia musicale italiana.  Il nuovo capolavoro della Pixar Animation (dopo Toy Story, Alla ricerca di Nemo, Ratatouille e Wall-E.) sembra intonare una canzoncina simile, con la delicatezza che quell’immagine richiede, leggera e intensa, colorata e piena di energia. Ma qui siamo dalla parte del “nonno”. Un grappolo di palloncini può portarci in alto, oltre le nuvole, e lontano nel mondo dei nostri sogni, non solo di bambini ma di adulti e addirittura di ultrasettantenni. È proprio un anziano venditore di palloncini, Carl Fredricksen, il protagonista della bellissima storia che si riassume nella magica parolina Up. Carl, burbero e buono, ha sognato per tutta la vita, sin da quando bambino incontrò la piccola Ellie e le giurò («croce sul cuore») che un giorno, divenuti esploratori, sarebbero andati insieme fino alle Cascate del Paradiso, in Sud America. Ora l’occasione è buona. Rimasto vedovo e solo nella sua casa di legno minacciata dalle ruspe della cementificazione, Car fa appello alla fantasia: lega la villetta ai palloncini e prende il volo. Con lui, malgrado lui, il piccolo esploratore Russell, dapprima sgradito perché petulante ma poi amato come un affettuoso nipotino. Questo è il punto di vista più originale: sì, la favola c’è e vive di sorprendenti invenzioni, ricche ad ogni sequenza di spassose attrazioni percettive quali solo la magia della Pixar (qui anche in 3D) sa produrre, ma il “nipotino adottivo”, oltre ad appassionarsi smisuratamente alle progressive avventure “volanti” con il “nonno”, può avere esperienza diretta della storia di Carl e scoprire man mano, insieme a noi spettatori, che la meraviglia sta nel modo stesso di vivere di quell’uomo, nel suo passato che ora lo fa essere così com’è, nonno scontroso e ragazzo romantico, chiuso sulla difensiva eppure capace di perseguire un traguardo immaginifico e liberatorio. Favola e sentimento vero s’incontrano sul limite del verosimile e sfondano lo scenario “animato” per aprirsi ad una simpatia rarissima oggi, autentica, umoristica e davvero emozionante. Un film d’animazione con la vecchiaia in primo piano è un atto di coraggio che va persino oltre il bellissimo Gran Torino di Eastwood. Più drammatico e testamentario quello, più leggero e “rivoluzionario” questo. Aggrappati ai palloncini di Carl, voliamo esploratori di un mondo possibilmente nuovo, portandoci dietro le malinconie e le nostalgie senza rinunciare all’avvantura ulteriore, finché il sogno di sempre non si lasci toccare con mano. Durante il film, Carl e il piccolo Russell incontrano personaggi fantastici, animali e umani, Kevin grande uccello «magnifico e goffo», Dug il più tenero e affettuoso dei bastardini, Muntz mitico oppressore chiuso nel suo dirigibile da raggiungere e sconfiggere circondato da cani servitori e destinato a precipitare nel nulla. Le voci italiane interpretano con la dovuta profondità i diversi caratteri immedesimandosi nelle loro emozioni. Niente è però più coinvolgente dell’ascesa lieve dei palloncini dai mille colori. Metteteci pure le Cascate del Paradiso, non avrete molto altro da desiderare.

 

Viola di mare

Viola di Mare 
Donatella Maiorca, 2009
Fotografia Roberta Allegrini
Valeria Solarino, Isabella Ragonese, Ennio Fantastichini, Giselda Volodi, Maria Grazia Cucinotta, Marco Foschi, Alessio Vassallo, Lucrezia Lante Della Rovere, Corrado Fortuna, Ester Cucinotti.
Roma 2009, concorso.

Tinte forti in inquadrature svelte, rapide, ravvicinate, movimento-movimento da mal di mare. Sfrontato, paradossale. Inusitato (il tema, la storia) e confezionato (l’esperienza televisiva della regista messinese – Un posto al sole, La squadra). Donatella Maiorca aveva cominciato con un film che lasciava intendere una propensione alla ricerca anche formale (Viol@, Venezia 1998). Ora sembra essersi imprigionata in una specie di trappola della divulgazione che ne attenua l’energia creativa. Non si avvertono ambiguità, tutto è limpido e chiaro nell’immagine (l’apparente complessità è una finzione da trailer) mentre la forma del contenuto si presenta insieme aggrovigliata e schematizzata. Forse un’occasione mancata per approfondire, magari con rischio, il tentativo di un cinema coraggioso nell’espressione, oggi troppo mortificata in prodotti standardizzati e di inutile compilazione (spesso spacciata per novità o, peggio, per “recupero” di valori incompresi). Affascinante la storia di partenza, anzi la leggenda proveniente dalla Sicilia dell’Ottocento (cfr. il libro di Giacomo Pilati, Minchia di Re). Angela (Solarino) e Sara (Ragonese) vivono una passione irresistibile in un contesto che non prevede certe “eccezioni”. Il padre di Angela, Salvatore (Fantastichini), figura dominante nella piccola isola in cui tutti si conoscono, non ne vuol sapere dello strano capriccio della figlia proprio mentre le ha scelto l’uomo che dovrà sposare. Così la rinchiude, deciso a farla morire di stenti. Rimasta sola, Sara si ritrova quasi senza saperlo promessa a Tommaso (Foschi). Ed ecco l’idea geniale della madre, Lucia (Volodi): Angela sarà davvero Angelo! Si vestirà da uomo e potrà condurre all’altare Sara. Salvatore avrà finalmente il figlio maschio che ha sempre desiderato. Tutti sanno tutto e tutto dovrà funzionare, con la complicità del prete, non ultimo “testimone” delle vicende della famiglia. E non finisce qui. Da “romantica” la storia si farà drammatica, si tingerà di nero e tornerà al rosa, un fantasioso rosa, con l’altra idea geniale, questa volta di Sara, la quale vuole avere un figlio. Ma non roviniamo la sorpresa. Il film galoppa in una discesa ripida, supera ostacoli, trova soluzioni e alla fine si placa in un sorta di perplessità problematica buona per il dibattito attuale sui destini della donna. A parte il Fantastichini bloccato in una maschera troppo probabile, adeguate le interpretazioni femminili, Solarino in testa nella non facile trasformazione al maschile. Efficace la musica di Gianna Nannini, specie nei momenti “travolgenti”.

 

Lo spazio bianco

Lo spazio bianco
Francesca Comencini, 2009
Fotografia Luca Bigazzi
Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo, Maria Pajato.
Venezia 2009, concorso.

Vista la luce al sesto mese, Irene dovrà stare nell’incubatrice 90 giorni prima di nascere veramente. Lo spazio di tempo è quello dell’attesa che Maria (Buy) deve accettare per essere veramente madre. È uno spazio bianco, una sospensione nella vita della donna. A tratti un po’ ”immatura” rispetto alla sua età non più di ragazza, Maria non vorrebbe rinunciare alla libertà di movimento che sente ancora di potersi godere. Insegna in una scuola serale di Napoli, la sua vita non è un gran che, ma il lavoro le piace e  non ha mai pensato di legarsi stabilmente ad un uomo. Poi un giorno Fabrizio (Ludeno) l’ha lasciata incinta, sola con la creatura nata-non-nata, il cui destino – dicono i medici – è appeso ad un filo. Maria stenta ad entrare nella nuova dimensione, poi si abitua a recarsi ogni giorno all’ospedale e a stare accanto a Irene. Conosce altre donne che vivono nella medesima condizione, una in particolare, Mina (Truppo), con la sua simpatia l’aiuta a capire, a rendersi conto che anche gli altri esistono. Il tema dell’attesa esistenziale è delineato fin quasi dall’inizio, dopo un’appena sufficiente introduzione, in cui per altro i dialoghi restano “sulla carta”, un po’ come nelle “letture” che gli attori di teatro fanno in preparazione della pièce. Si vede che alla regista interessa specialmente la descrizione del rapporto intimo di Maria con Irene e con se stessa. Infatti trova qui la giusta estetica, il tono discreto per lasciare alla bravissima Buy il ruolo assoluto, fatto di sincerità, nervosismi, momenti di totale verità personale e insieme di straniazione. È chiaro che la vera nascitura è più lei che non la piccola prematura. Entro questi limiti, il film è bello e delicato, molto poetico. Sbagliato sarebbe utilizzarlo per allargare il tema ad una problematica sociologica più ampia e “attuale”. No, il dibattito no.


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Bart