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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

7 Novembre 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Marpiccolo

Marpiccolo
Alessandro di Robilant, 2009
Fotografia David Scott
Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Michele Riondino, Roberto Bovenga, Nicola Rignanese, Maria Pia Autorino, Giorgio Colangeli, Valentina Carnelutti.
Roma 2009, Alice concorso

Tiziano (Beranek) è uno dei tanti ragazzi che vivono poveramente di fronte al Mar Piccolo di Taranto, a Paolo VI, nella zona sud, respirando l’aria inquinata dai veleni delle acciaierie. Un quartiere dove non c’è niente, case prefabbricate, bus che non passano, illegalità diffusa. Tiziano è un ragazzo bravo. Quando può frequenta la scuola. La giovane professoressa (Carnelutti) cerca di aiutarlo, lo prende a cuore, gli dà da leggere Conrad (Cuore di tenebra, «un viaggio che diventa interiore»). La sera, lui che con un padre perso a giocare soldi alle “macchinette” si sente l’uomo di casa, rimbocca le coperte alla sorellina e alla mamma Maria (Ferruzzo), impegnata con altre mamme a lottare contro l’installazione di antenne per la telefonia mobile. Ma prima o poi dovrà cadere nella rete della mala. Tonio (Riondino) è pronto ad affidargli compiti rischiosi. Col carattere che ha, Tiziano non è il tipo che si faccia dominare facilmente, sogna invece di liberarsi dal giogo dello spaccio e delle rapine ed andarsene via con la sua ragazza, Stella (Orzella). Non lo fermerà nemmeno il carcere minorile, dove finisce “inevitabilmente”. Con l’aiuto di un coscenzioso educatore (Colangeli), rivedrà la luce e partirà verso un futuro migliore. Facile e difficile. Il regista de Il giudice ragazzino (1993, David di Donatello) impianta il racconto in una situazione molto verosimile senza accontentarsi di un realismo troppo referenziale, aiutato in questo dalla bravura degli attori e specialmente dalla propensione “naturale” dell’esordiante Giulio Beranek, giostraio nella vita. Il rischio è nei risvolti sociopedagogici, chiarissimi, che non sempre lo svolgimento drammatico riesce a mantenere in una dimensione discreta.

L’uomo che fissa le capre

The Men Who Stare at Goats
Grant Heslov, 2009
Fotografia Robert Elswit
George Clooney, Jeff Bridges, Ewan McGregor, Kevin Spacey, Nick Offerman, Tim Griffin, Waleed F. Zuaiter, Robert Patrick, Rebecca Mader
Venezia 2009, fc

Con una maschera a metà tra Errol Flynn e Clark Gable, Clooney fa il soldato americano pazzo in una storia “vera” che sembra inventata. Divertente. Siamo nella commedia feroce, sceneggiata da Grant Heslov, lo stesso di Good night, and Good Luck. La materia è anche qui seria ma, tratta dal libro omonimo del giornalista e documentarista Jon Ronson (Einaudi), è versata sul ridere. La linea è della presa in giro di certe assurde “ingenuità” dei militari (e si presume dei politici che li governano), allucinati da utopie paradossali in cui si mescolano i retaggi malefici del Vietnam con le reazioni filosofiche di tipo New Age. E il tutto si proietta sul malessere “post-iracheno” e “post-11 settembre”. Insomma è un’America che ride per non piangere. Il film, primo lungometraggio di Elswit, a tratti esilarante, non è pienamente risolto proprio nella sceneggiatura, la quale soffre dei continui – e pur fantasiosi –  flashback, per spiegare come si sia potuti giungere a quote di surrealismo visionario così stupido da sembrare impossibile. Guida il racconto Bob Wilton (McGregor), giornalista in cerca di riscatto dal “tradimento” della moglie. L’Iraq gli sembra l’ideale. Vorrebbe scrivere una storia sugli appalti per la ricostruzione, ma incontra Lyn Cassady (Clooney), detentore e rivelatore di segreti sulle attività “sperimentali” dell’esercito. Da questo momento la vita di Bob diventa un “inverosimile” intreccio di vere disgrazie e di assurde fantasie. Qualcuno ha pensato di addestrare una legione di “monaci guerrieri”, soldati che invece delle armi tradizionali usano i poteri straordinari della mente. Per esempio, sono capaci di far stramazzare al suolo una capra semplicemente puntandole gli occhi contro e, di conseguenza – spiega Lyn allo sbalordito Bob – possono arrivare a combattere il nemico senza sparare un colpo. Quando però si presenta l’occasione di metterla in pratica, la strategia del New Earth Army si dimostra parecchio inadeguata. Dev’essere colpa degli insegnamenti fasulli di Bill Django (Bridges), il quale nell’addestrare i suoi “monaci” ha forse esagerato nelle reminiscenze hippy. Fatto sta che ora è scomparso e quando, dopo una dura esperienza nel deserto iracheno, i nostri due eroi lo rintracciano si trovanno di fronte ad un’amara sorpresa.  Bill è stato assorbito nel campo di addestramento clandestino di Larry Hooper (Spacey, bravissimo), scrittore di fantascienza fallito e finalmente realizzatosi nella gestione di truppe super attrezzate per gli scontri più violenti. Quindi nessuna speranza? Nessuna, se non si uscirà da certe follie, che sembrano inventate ma hanno un fondo di solida verità. Oppure, si diano pieni poteri alle paciose intenzioni della mente. «Se vuoi cambiare il mondo devi cominciare a cambiare gli eserciti».

 

A serious man

A Serious Man
Joel Coen & Ethan Coen, 2009
Fotografia Roger Deakins
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Aaron Wolff, Jessica McManus, Peter Breitmayer, Brent Braunschweig, David Kang, Benjamin Portnoe, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski, Jr., Ari Hoptman, Alan Mandell, Amy Landecker, George Wyner, Michael Tezla, Ronald Schultz, Raye Birk, Simon Helberg, Adam Arkin
Roma 2009, fc anteprima

Non sarà un paese per vecchi, ma continua ad essere uno strano paese. I fratelli Coen si concentrano questa volta sui destini di una famiglia ebraica degli anni Sessanta. Per la precisione siamo nel 1967 e la puntualità dei riferimenti è tale che non sbaglieremo a considerare il film vagamente autobiografico. E spietato. Alla fine, non saremo noi a “bruciare” il film dopo averlo visto: ci pensano direttamente Joel ed Ethan, con spiritosa ferocia, facendo arrivare sulla scena un furioso tornado che spazzerà via i personaggi e le loro vicende. Con il solito stile intinto nell’ironia più rasposa gli autori mettono in situazione la vita travagliatissima di Larry Gopnik (Stuhlbarg), professore di fisica nel tranquillo Mid West. La moglie Judith (Lennick) lo considera inetto e lo lascia per andare con Sy Ableman (Melamed), che invece per lei è ”serio”; il fratello Arthur (Kind) non si danna certo per trovare un lavoro e gli si piazza a dormire sul divano. I due figli, Danny (Wolff) e Sarah (McManus), non lo pensano proprio. L’uno ascolta musica con l’auricolare mentre inutilmente l’insegnante scrive alla lavagna parole in ebraico, l’altra progetta di rifarsi il naso e ruba a più non posso dal portafogli del padre. All’università le cose non vanno meglio. La cattedra non è più tanto sicura dopo che qualcuno ha fatto arrivare lettere minacciose e c’è uno studente che gli passa una busta con i soldi nel tentativo di superare l’esame. Nello stesso tempo minaccia di denunciarlo. E la salute? A parte il nervosismo che tutta la montagna di “contrattempi” e fastidi gli crea, lasciando pure stare le provocazioni erotiche di una donna che prende il sole nuda in terrazza, il medico non si mostra per niente tranquillo. Larry vorrebbe tanto raggiungere uno stato di passabile distensione ed essere finalmente “un uomo serio”. Non gli resta che chiedere consiglio ai rabbini. Ne consulta tre, l’uno diverso dall’altro, ma non ottiene risposte utili. L’interpretazione del bravissimo Stuhlbarg fa venire in mente la maschera di Jack Lemmon, insuperato specialista del disagio comico. Per il resto i Coen offrono allo spettatore un repertorio scrupolosamente e argutamente selezionato di gustose osservazioni rituali, buone non solo per la “famiglia ebraica”.

 

Nemico pubblico

Public Enemies
Michael Mann, 2009
Fotografia Dante Spinotti
Johnny Depp, Christian Bale, Marion Cotillard, Billy Crudup, Stephen Dorff, Stephen Lang, Channing Tatum, Leelee Sobieski, Emilie de Ravin, David Wenham, Giovanni Ribisi, Rory Cochrane, Stephen Graham, Lili Taylor, John Ortiz, Carey Mulligan, Shawn Hatosy, James Russo, Matt Craven, Branka Katic, Bill Camp.

Il bravissimo Johnny Depp realizza la sua interpretazione più libera da manierismi proprio nel ruolo di John Dillinger, personaggio vero eppure avvolto nella mitologia eroica negativa e romantica fino a rendere quasi impossibile una lettura non simpatica delle sue inclinazioni alla giustizia “privata”. Il rapinatore di banche più freddo e spietato che l’America avesse conosciuto ne combinò tante (la sua banda agiva mitra alla mano) da costringere le autorità a dichiararlo Nemico Pubblico Numero Uno. Era la prima volta in America e il capo del Bureau of Investigation (Hoover/Crudup) pensava alla trasformazione del suo ufficio in Federal Bureau of Investigation (FBI). Fu Hoover ad affidare a Purvis/Bale il non facile compito di prendere Dillinger.  Nel quarto anno della Grande Depressione (1933) Dillinger porta dentro di sé un rancore che è un grido di ”vendetta”. Il furto di 50 dollari per il quale ha conosciuto inzialmente la prigione gli sembra qualcosa di troppo irrilevante rispetto alla responsabilità delle banche nella perdurante crisi del ‘29. Vista oggi, la vicenda sembra conservare più di un qualche elemento d’attualità. Michael Mann, regista che ha saputo coniugare figure “contrarie” in storie comuni di destini avversi (Heat – La sfida, 1996: Neil/De Niro e Vincent/Pacino, Collateral, 2004: Vincent/Cruise e Max/Foxx) mantenendo l’occhio cosciente su contesti metropolitani simili all’inferno, ricostruisce la scena con i caratteri della verosimiglianza senza rinunciare a nulla dell’iconologia del film gangster, cappotti, cappelli, auto nere, mitra e pistole, feroci ed aperti scontri a fuoco con abbondanza di cadaveri, furbizia e intelligenza dei banditi, insufficiente arguzia dei poliziotti; e immancabile, l’amore del capo per la sua donna (Billie Frechette/Marion Cotillard brava anche lei), l’unica ragione plausibile per arrendersi una volta o l’altra ai tradimenti e alla morte che prima o poi arriverà, magari a Chicago. Magistralmente tagliato e montato secondo un coerente criterio creativo, il “materiale” funziona, ha una capacità di attrazione che risponde alle leggi primarie del cinema-arte (altra cosa è il “Cinema d’autore”), o se si vuole di quel montaggio che Ejzenstein chiamò appunto montaggio delle attrazioni. L’apertura delle inquadrature, il loro esito, l’aggancio tra di esse segue una suspence interna alla forma offrendo all’interpretazione di Depp ampie possibilità soggettive. E l’attore ci mette del suo, non si limita a ricalcare il saputo ma offre al personaggio il proprio sentimento, tanto che quando ascoltiamo Billie Holiday cantare The Man I Love o Am I Blue? o Love Me Or Leave Me la musica trasmette un’intensità più che degna. E quando Mann segue il protagonista che va al cinema con Billie Frechette, l’idea di “raddoppiare” la storia con una sequenza di Manhattan Melodrama (Le due strade, W. S. Van Dyke, 1934) Clark Gable e Myrna Loy non sono semplicemente uno “specchio” né obbediscono passivi al richiamo cinefilo, ma propongono un emozionante viaggio nel mito, dal cinema alla vita e viceversa. Se è vero che, come dice Bale (il quale per interpretare Purvis si è scrupolosamente documentato), negli archivi dell’FBI non è rimasto quasi niente della storia di Dillinger, possiamo affidarci a Public Enemies per averne la sostanza poetica (nel senso più complessivo) – che non è poco.


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1 commento

  1. Pingback by Jack Tatum | Bold Remark « Popular People — 7 Novembre 2009 @ 14:20

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart