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CINEMA: I film visti da Franco Pecori

21 Novembre 2009

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

La prima linea

La prima linea
Renato De Maria, 2009
Fotografia Gian Filippo Corticelli
Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione, Awa Ly, Daniela Tusa

«Avevamo scambiato il tramonto per l’alba». Sergio, 26 anni, non usa mezzi termini per giudicare la propria esperienza di terrorista di Prima Linea. Scamarcio, truccato bene, lo interpreta con rigore quasi brechtiano. Guarda in macchina e, impassibile, racconta dal carcere la sua drammatica avventura negli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80, quando l’uso delle armi entrò nella politica. Il giovane è stato arrestato in seguito all’assalto al penitenziario di Rovigo, per liberare Susanna (Mezzogiorno), la terrorista di cui è innamorato. De Maria (Hotel Paura, 1996, Paz!, 2002, Amatemi, 2005) sfrutta l’esperienza anche televisiva (Distretto di polizia, Doppio agguato, Medicina generale) per ottenere la semplificazione di un tema che, altrimenti comporterebbe forse troppe complicazioni. Così pare. Sergio e Susanna non sono gli unici terroristi. Dal 1976 al 1980 si registrano migliaia di violenze politiche, ferimenti, attentati, omicidi. Sono in azione le Brigate Rosse (al culmine, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro) e c’è Prima Linea (omicidi Paolella, Lo Russo, Alessandrini, Paletti). «Com’è stato possibile – si domanda De Maria – tanto dramma, tanto dolore arrecato?», «come è possibile che nessuno lo abbia ancora compiutamente raccontato?». Il film non risponde alla domanda. Al di là di qualche “spiegazione” didascalica e di qualche recupero documentario da materiale d’epoca, al termine del monologo+flash di Sergio non sappiamo molto del gruppo terroristico di cui fa parte, se non dei dubbi abbastanza generici sull’opportunità di prendere e poi di continuare o lasciare la via delle armi. Molto di più sappiamo della storia d’amore, compressa e repressa dalla situazione “politica”, tra Sergio e Susanna. Quando il regista ci porta all’interno del sofferto rapporto, l’interesse per il problema della lotta armata e per l’Italia degli “anni di piombo” passa in secondo piano, la suspense fa leva sul sentimento spezzato dei due giovani, sul loro amaro destino anche famigliare (i genitori, gli amici). Niente di male, una storia d’amore “in guerra”.

Il viaggio di Jeanne

Les grandes personnes
Anna Novion, 2008
Fotografia Pierre Novion
Jean-Pierre Darroussin, Anaïs Demoustier, Judith Henry, Lia Boysen, Jakob Eklund, Anastasios Soulis, Björn Gustafsson.
Cannes 2008, Semaine de la Critique.

Albert (Darroussin), bibliotecario francese di 46 anni (ma ne dimostra 60), è un padre amoroso, cura da vicino la formazione culturale di sua figlia Jeanne (Demoustier), 17 anni. Proprio per il compleanno la conduce in Svezia, a visitare l’isola di Styrsö. Timido e un po’ infantile, l’uomo è munito di un metal detector col quale cercherà le tracce del tesoro di un mitico vichingo. Tutto preso dalla missione “scientifica”, non si accorge che Jeanne è nel momento del trapasso adolescenziale. La ragazza sta per scoprire la propria femminilità e il breve soggiorno a Styrsö prende una piega istruttiva in tal senso. Il tesoro che padre e figlia troveranno nell’isola sarà un altro, meno sensazionale il rilevamento ma forse più importante. Con estrema delicatezza e con altrettanto acume, l’esordiente regista mette al servizio del suo primo lungometraggio la propria consistente esperienza di “corti” e soprattutto concede adeguato respiro alla vocazione estetica, non generica né astratta bensì sostanziata nell’uso espressivo del cinema, al di qua dei generi, come scrittura poetica. Senza con ciò voler fare paragoni di valore, viene da pensare al primo Rohmer, soprattutto per la capacità di osservare i caratteri restando all’interno del materiale narrativo, seguendo la traccia “invisibile” di un racconto non dichiarato, immerso nel paesaggio e tuttavia tendenzialmente al di là. Malinconia e umorismo si abbracciano in un atto d’amore che di sequenza in sequenza dà nuova vita ai personaggi.  E comunque si dimostra qui ancora una volta il determinante patrimonio di metodo che tuttora la Nouvelle Vague ha da offrire. Anna Novion ricorda d’aver colto, un giorno in cineteca, la «soave leggerezza» della quotidianità in Jacques Rozier (Du côté d’Orouët, 1973).

Segreti di famiglia

Tetro
Francis Ford Coppola, 2009
Fotografia Mihai Malamaire Jr.
Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdú, Klaus Maria Brandauer, Carmen Maura, Francesca De Sapio, Rodrigo De La Serna, Leticia Bredice, Mike Amigorena, Sofia Castiglione, Erica Rivas, Sofia Gala, Adriana Mastrangelo, Silvia Perez.

«Non guardare la luce, siamo una famiglia». Tetro/Gallo lo dice a Bennie/Ehrenreich mentre lo salva dalla trans drammatica che ha portato il giovane (18 anni appena compiuti) a camminare come un sonnanbulo controcorrente nel traffico notturno. Il ragazzo, approfittando di un guasto ai motori della nave dove s’è rifugiato (è poco più che un mozzo) scappando dal padre, è sceso a terra (Buenos Aires) per trovare il fratello, anch’egli da tempo in fuga dalla famiglia. La ricerca diventa dramma, sempre più “oscuro” (però non tantissimo), finché si risolve nel finale. Tetro abbraccia il giovane e gli impedisce di restare abbagliato dai fari. Capitò anche a lui, una sera in auto, vi rimise la vita la donna che gli stava accanto – questo lo sappiamo da uno dei diversi flash colorati (il film è in bianco e nero). Sappiamo chi era la donna ma non lo diciamo perché è uno degli elementi della componente “misteriosa” (non tantissimo) dell’intreccio famigliare. Coppola tenderebbe quasi alla tragedia (greca) per via della catena perversa dei rapporti padre-figlio che sembrano perpetuarsi condizionando la vita di tre generazioni. Rivalità, invidia, oppressione, vicende inconfessabili. Ma la tragedia, artisticamente parlando, è un’altra cosa, specie quella antica. È vero che nel film la gente muore lasciando segni indelebili in chi resta ed è vero che sono trapassi traumatici, rappresentati con “rumore”, quasi con fracasso, ma la catarsi manca. C’è piuttosto quel finale in ”controluce” che ci accompagna sulla strada del “rientro”, senza consolazione né disperazione. Il regista si accontenta, alla fine, di averci coinvolti emotivamente in un viaggio nel cinema “d’autore”, in un rituale accentuato verso il riscatto da quel Padrino schiacciasassi che sembra abbia imprigionato l’artista, il quale invece si sentiva maggiormente portato – dice – ad un lavoro di scrittura originale. Rispettabile e perfino ammirevole l’intenzione di Coppola di uscire dalla gabbia della produzione di serie per cimentarsi in forme ancora sperimentali, che richiamano una certa tradizione del cinema indipendente e di ricerca. Tuttavia questi segreti di famiglia, a vaderli bene, non sono poi così sconvolgenti. Il contenuto, mentre cerca una sua forma impressionante, sceglie di esprimersi attingendo, un po’ confusamente, a soluzioni “d’avanguardia”, senza però mai andando in fondo, mescolandole soltanto in un continua trasformazione stilistica, in una compilazione che non trova sbocco. La musica sì non è d’accompagnamento, ma ogni volta sembra rinunciare ad essere se stessa. I dettagli invadono sì l’inquadratura – e il suono li enfatizza fino a diventare rumore anche assordante -, ma non se la sentono di essere decisivi, creativi. Gli sguardi e gli approcci – Bennie che arriva in casa del fratello Tetro/Gallo (ma sarà poi il fratello?) dopo anni di misteriosa separazione e trova l’attraente Miranda/Verdú, la compagna che lo “cura” dalla pazzia di scrittore traumatizzato dai successi e dall’estraneità “padronale” del padre musicista (Brandauer) – promettono di pescare nel torbido ma negano passo passo ogni conseguenza “vera”, degna del dramma prospettato. Invece, arrivano le strane inquadrature, partono per la tangente le applicazioni esibizioniste di un’avanguardia teatrale e letteraria stanca, un armamentario che intacca la drammaticità dei personaggi riducendoli per lo più a figure. Non che gli attori non siano bravi. E però la matassa drammatica si scioglie grazie alle “rivelazioni” progressive, fatte di parole che, in sostanza, non si liberano – per così dire – della sceneggiatura che le ha scritte. L’impressione è di uno sforzo artistico che produce l’effetto contraddittorio di una sperimentazione colossale.

Valentino: L’ultimo imperatore

Valentino: The last emperor
Matt Tyrnauer, 2009
Fotografia Tom Hurwitz
Valentino Garavani, Giancarlo Giammetti.
Venezia 2008, Orizzonti

Inutilizzabile. Fantasmatico. Valentino Garavani non è reale, non è vivibile. La sua dimensione occupa uno spazio filosofico le cui coordinate non sono rintracciabli e meno che mai rappresentabili. Il suo impero assoluto, unico nella Moda, è fuori. Il carattere tendenzialmente metafisico del suo disegno sembra nascere sì dal colore e dal tessuto, dal corpo e dagli occhi, dalle caviglie e dal seno di una modella, sembra sì scorrere sulla passerella per l’ammirazione e per l’estasi, ma la vita che indica non è mai un suggerimento, non si realizza. È altrove. Vediamo il laboratorio, vediamo le sarte con l’ago e il filo e vediamo la mano di Valentino stringere un drappeggio, accennare a una piega. Nessuna macchina per cucire. L’atmosfera è astratta, come se dall’idea al disegno e alla “prova” il passaggio fosse incolmabile. La troupe di Matt Tyrnauer ha seguito Valentino per due anni nel tentativo di fare un documetario sull’artista e di racconntare le fasi della sua ascesa, i trionfi, il dominio di un impero ineguagliabile. Non ci è riuscito. Ne è venuto fuori qualcosa di molto di più. Perfino i cani a cui l’imperatore lava i denti stanno a mezz’aria, quasi consapevoli di un destino irripetibile. Quando appare nell’inquadratura, quando parla e si consiglia col suo compagno Giancarlo Giammetti, Valentino sembra svegliatosi in quel momento da un sogno e continua a concentrarsi per un sì o per un no decisivi, artistici. La musica di Nino Rota non “commenta”, ricorda soltanto che qualcuno un giorno ebbe anch’egli una vaga visione di Via Veneto e intravide spettri allucinati aggirarsi e ripiombare nel nulla. Conobbe anche, Fellini, le angoscie del regista sulla soglia di un mezzo film in più, da fare, da estrarre dall’incubo dell’inarrivabile menzogna. Inutilizzabile anche questo. Si azzerano intorno all’artista medianico le figure note, i nomi importanti. Lana Turner, Hedy Lamarr, Judy Garland, Jacqueline Kennedy, Julia Roberts: tutte favole avvolte nei tessuti che Valentino accarezza nei suoi sogni senza peso. Modelli per un’esistenza impossibile, arresa alla bellezza. La chiusura romana nell’Ara Pacis, l’evento dell’ultima sfilata che celebra i 45 anni di attività, finisce per essere ben poca cosa. Certo, ancora una volta, la frenesia del dietro le quinte, l’uscita delle modelle nel vuoto, il loro sguardo lontano, l’applauso e le lacrime dell’ultimo imperatore, la sua commozione irrefrenabile, il suo appuntamento al “diluvio” si vedono e si percepiscono. Ma inutilizzabili, provocazioni estetiche verso l’indegnità futura. Favola che non vuol essere praticata, falso documentario per un bellissimo film malinconico, impossibile.


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Bart