Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

CINEMA: I MAESTRI: Carl Theodor Dreyer. L’amore è tutto

25 Gennaio 2015

di Gualtiero Maldé
[da “La fiera letteraria”, numero 14, giovedì, 4 aprile 1968]

Dreyer è stato un grande idealista, che si è dedicato al lavoro del regista cinematografico con una serietà che ha del sacro: e anche in questo la sua presenza nell’evoluzione dell’arte del film assume significato spirituale. Fu un autore completo: inventava i soggetti dei propri film, scriveva le sceneggiature, realizzava e montava. Talvolta, come nelle sue prime opere II Presidente (1919) e Pagine del libro di Satana (1920), L’Angelo del focolare (1925), creava anche la scenografia. Nei quindici film a soggetto che diresse — oltre ai venti circa suoi ma realizzati da altri, e ai quindici documentari girati — l’unità d’ispirazione del maestro, la sua mistica tradotta in immagini, fanno risaltare le caratteristiche costanti di uno stile in cui l’ispirazione dell’artista riesce a incarnarsi perfettamente.

Secondo Dreyer un’opera d’arte e un essere umano hanno una stretta rassomiglianza. Ambedue hanno un’anima che si manifesta nello stile. Nel lavoro creativo è possibile immettere la propria anima e la propria personalità. L’arte diventa una manifestazione di stile perché la forma non può essere dettata che dallo spirito. “Come si parla dell’anima umana” ha scritto Dreyer ne I miei film (titolo originale: On film) pubblicato nel 1965 dalle edizioni Cineforum di Venezia “così si può parlare dell’anima dell’opera d’arte. della sua personalità. Perché l’ispirazione dell’artista si possa incarnare in un’opera è necessario lo stile, attraverso il quale egli raggiunge l’unità e fa sì che gli altri vedano con i suoi occhi”. E aggiunge: “Lo stile è inseparabile dall’opera d’arte. Esso la permea e la informa fino nell’intimo, imprimendole un volto irripetibile e inconfondibile. Un’opera d’arte è sempre i! lavoro di un singolo, anche se un film è il risultato degli sforzi uniti di una collettività”.

Capisaldi dell’opera di Dreyer, dove si trovano anche le sue maggiori manifestazioni di stile — tra le più alte che abbia dato la storia del film — sono La passione di Giovanna d’Arco, Dies Irae, Ordet (La parola). Lo stile qui si manifesta nei temi prescelti — fede, “maligno” miracolo — nelle idee che dentro le opere circolano, nello spazio che costringe le immagini e nella scelta dei piani e dei campi, nei tempi che creano il ritmo dell’opera, nella decorazione della scena e nella presentazione dei personaggi di cui hanno valore plastico le caratteristiche somatiche quanto il costume austero e perfino il bianco collare. Michaël — realizzato in Germania nel 1924 — è storia di amore che non manca di ambiguità. Il pittore Claude adotta il giovane Michaël, cui si mostra profondamente attaccato: ma il giovane si unisce a una principessa russa. Claude, deluso, dipinge il tradimento di Michaël nel quadro “Cesare e Bruto”. Ma la idealizzata storia d’amore rimane. Claude muore ritenendosi comunque contento di aver “visto” un grande amore. Quale? il suo per Michaël o quello di Michaël, disposto a tradire e a perdersi, a vendere i regali di Claude, a rubargli le opere, a beneficio della sua donna? Non importa. Sempre di amore si tratta. Da Michaël a Gertrud, cioè nei due profondi drammi psicologici, tutt’altro che distanti dai drammi religiosi, Dreyer non tradisce se stesso. L’amore lo ha sempre interessato: come ideale puro, che trascende l’attrazione sessuale.

Giovanna d’Arco venne due anni dopo e fu presentato nel 1928. Il film, secondo l’intenzione di Dreyer, fu “un inno al trionfo dell’anima sulla sofferenza del corpo”. Quel che viene comunicato allo spettatore è profondamente meditato e rigorosamente enunciato. Le immagini esprimono la psicologia di Giovanna e lo spirito stesso dell’epoca cui essa appartiene. Tra Giovanna d’Arco e Dies irae, che è del 1943, sta Vampyr, realizzato nel 1932: un film girato in Germania che sembra attingere alla tematica espressionista liberamente ispirato alla trama di un romanzo di Sheridan Le Fanu (In a Glass Darkly) e che ebbe per sottotitolo La strana avventura di David Gräy. Era una reazione all’insuccesso commerciale di certi suoi film e non volle mai annettergli molta importanza, se non come “esperimento stilistico”.

A Vredens Dag (Dies irae) si dedicò con particolare fervore, secondato da collaboratori di eccezione, tra cui l’architetto Eric Aes, e d’attori che gli offrirono un materiale umano, come si espresse, «meraviglioso». Ritmo del film e fotografia, la quale sembra ricollegarsi alle tradizioni classiche dell’arte fiamminga, mirano a una lentezza e maestosità determinate dall’ambiente del XVII secolo in cui la storia è collocata: “Tensione latente, orrore in agguato dietro la vita di ogni giorno, ecco ciò che volevo ritrarre”. Ogni azione era recitata in una atmosfera di sottintesa angoscia. Il ritmo non poteva essere che lento. “Qualcosa era forse dovuto anche al momento in cui giravamo il film: le frontiere erano chiuse, gli attori guardavano in se stessi…”.

Dopo Dies irae Dreyer svolse preva­lentemente attività documentaristica.

Fu costretto anche a realizzare qual­che cortometraggio su commissione, come De Naede Faergen (Essi salpa­rono, 1948), di educazione stradale: ma quale magistero registico anche in questo breve lavoro dove si narra di una folle corsa sull’asfalto di un motociclista e della sua compagna per rag­giungere il posto dove un battello sta per salpare! La “camera” ha la fluida mobilità, la travolgente dinamica, del­la sequenza iniziale, sul treno, di La bête humaine di Renoir.

Riprese il film a soggetto nel 1954 con un capolavoro che trionfò alla sedicesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia: Ordet (La parola). Ė questo un grande e impegnativo affresco, ispirato dal dramma di Kay Munck, dove, ancora una volta, il regista affronta il problema della fede e del miracolo. Ritornano in Ordet tutte le caratteristiche più salienti dell’opera dell’artista: il montaggio drammatico di Giovanna d’Arco, i pastori dai caratteristici abiti neri e i collari candidi di Dies irae, la mobilità della macchina da presa del Vampyr e persino del documentario Thorvaldsen. E tornano, non meno tese, le atmosfere drammatiche del Vampyr con lo spettrale trasporto funebre, le bare aperte, il cadavere che al momento più intenso della preghiera trasalisce e riprende vita. E sottolineano la grande coerenza di ispirazione e di stile di un artista ormai già anziano. (Ordet è realizzato da Dreyer a 66 anni) che tuttavia conserva la chiarezza e la forza espressiva della sua età più vigorosa.

Canto del cigno di Dreyer è Gertrud (1964), film sull’amore, ma non sul problema sessuale. Si ritrova in Gertrud l’amore come potente ideale, in un ritratto femminile unito e completo, degno di una tragedia greca, che sta stupendamente a lato di quelli di Giovanna d’Arco e della Anna di Ordet. Un ritratto preso a prestito dal romanticismo, in un vero sacro inno all’amore, dove l’amore ritorna, un po’ anacronisticamente — ma a Dreyer non è certamente illecito — a essere “tutto”, nel quadro di una fiducia cieca che diventa sconfitta. La passione di Gertrud per il giovane Jansson è tradotta in immagini con una elevatezza di stile che corrisponde alle parole del dramma di Hjalmar Söderberg come alla stessa tecnica impiegata, tutta fatta di movimenti di macchina minimi, compassati, che contribuiscono a creare quella sostenutezza di rappresentazione cui la visione di Dreyer aspira.

La tecnica impiegata da Dreyer, anch’essa appartenente al cinema di ieri, è dell’artista consumato e maturo che non lascia niente al caso, che tutto calcola, che sa dominare la materia in ogni suo aspetto. Ecco perché quelle scene fisse di attori recitanti, quei colloqui fermi, veri e propri monologhi interiori, quelle sequenze dove l’attore è scultoreamente disposto, illuminato, inquadrato, arrivano come fuori del tempo, in appartenenza a un linguaggio classico che non ha data. V’è qui un rigore plastico che da tanti registi sembra dimenticato; da molti dei più giovani addirittura disprezzato. Le immagini si succedono in assoluta coerenza con tutta la sua opera, poiché un cinema muto, quasi tutto primi piani, quale si presenta in Giovanna d’Arco, esperienza per Dreyer necessaria e fondamentale alla sua evoluzione di regista, trova corrispondenza anche nei fermi dialoghi di Ordet e Gertrud. Il parlato, qui, è diventato mezzo di espressione artistica che non si sente, nella sua opera, estraneo.

Vidi a Venezia questo film, mentre in retrospettiva si presentava il Michaël del 1924. Ebbene, tra il messaggio e lo stile dei due film non c’era, quasi, soluzione di continuità, per quanto li separassero ben quarant’an- ni. Se la tecnica poteva aver progredito, restano uguali il calore umano, la forza dei sentimenti, che scaturiscono dagli stessi fatti spirituali; è la forza dell’amore che domina l’uno e l’altro film, ed entrambi si potrebbero commentare con i versi del poeta Lidman, nella commedia di Söderberg: “Credo nella voluttà della carne e nella irrimediabile solitudine dell’anima”.

Entrambi i protagonisti, il protettore di Michaël e Gertrud, arrivano, dopo le delusioni avute, eppure non insoddisfatti di se stessi, alla fine della loro vita: ma non si sentono del tutto fuori della verità, e non si pentono di essere stati capaci di un grande amore, anche se non corrisposto. E il vecchio pittore dice: “Adesso posso morire tranquillo, perché ho assistito a un grande amore”. Come Gertrud: “Amor omnia, l’amore è tutto”.

 


Letto 1709 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart