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CINEMA: I MAESTRI: Dieci anni dalla “Dolce vita”

10 Aprile 2013

di Alfonso Madeo
[dal “Corriere della Sera”, martedì 27 gennaio 1970]

Roma, gennaio.

Quel giorno, neve a Milano tramontana a Roma. Gio­vanni Gronchi andava a Mo­sca per incontrarsi con Kru­sciov. All’Avana, raffiche di mitra contro Mikoyan. Le cronache giudiziarie s’interes­savano al processo Melone e alla causa per l’annullamen­to del matrimonio Bergman-Rossellini. L’economia nazio­nale conseguiva due risultati positivi: aumento del venti per cento delle esportazioni e riconoscimento europeo alla solidità della lira. Si celebra­vano i funerali di Fred Buscaglione, morto in un banale incidente stradale a Porta Pinciana. La classe politica era impegnata nelle polemi­che intorno al caso Milazzo in Sicilia. Calati in un’atmo­sfera di pigrizia culturale, euforizzati dal miglioramento delle condizioni economiche generali, gl’italiani si avvia­vano indolenti all’appuntamento con il giugno tambroniano. Cedevano con gra­dualità soddisfacente gli indici di disoccupazione. Si diceva teddy-boy, lolita, ninfetta, fusto e maggiorata.

 

Storia remota

 

Fra mille difficoltà logisti­che e finanziarie, Michelan­gelo Antonioni girava L’av­ventura. Achille Lauro pre­vedeva incauto: «Lo stadio di Napoli educherà le masse ». Alberto Sordi era Gastone, Vittorio Gassman era II mat­tatore. Crisi di Angelillo al­l’Inter. Dior ordinava di ac­corciare le gonne d’un cen­timetro sotto il ginocchio. Il mondo si preparava a giusti­ziare il tarzan del cavillo giu­ridico, Chessman.

Era il 5 febbraio 1960. Sono passati dieci anni da quel giorno. Adesso pare storia re­mota. Ma nessuno obietterà sull’opportunità d’una com­memorazione in piena rego­la. Siamo un popolo vittorio­samente incline a celebra­zioni d’ogni specie. E, dopo­tutto, un decennale è sempre un decennale. E quel giorno all’inizio degli anni Sessanta non fu un giorno qualsiasi. E’ la data ufficiale d’una ri­voluzione nel costume e nella cultura della società italiana. Difatti, ricorderete che quel giorno fu presentato al pub­blico di Roma e di Milano un film di Federico Fellini de­stinato ad incassare miliardi, ad invelenire i rapporti politici fra minoranze e mag­gioranze in Parlamento, a turbare le coscienze religiose, ad investire con la violen­za di un ciclone le strutture del moralismo benpensante, a scatenare ire clericali, a mo­bilitare l’opinione pubblica. Si intitolava La dolce vita.

Quel giorno, gl’italiani fu­rono costretti a specchiarsi in una immagine crudele e deformante di se stessi, delle proprie debolezze, delle pro­prie manie. Prima di quel giorno, dopo il fascismo e la sconfitta, non era mai acca­duto che un avvenimento ar­tistico producesse tanto tur­bamento da indurre un’intera società tradizionale alla revi­sione di molti valori e alla presa di coscienza di nuove realtà sociali e psicologiche. Ciò avvenne in un clima di scandalo.

Il film era interpretato da Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Magali Noèl, Yvonne Fourneaux, Anouk Aimée, Na­dia Gray. Era stato scritto da Ennio Flaiano e Tullio Pi- nelli. Venne a costare una cifra-record. Rivelò che il mi­to della nordica bionda era profondamente radicato nel­la mentalità dell’uomo meri­dionale. Impose alla produ­zione cinematografica corren­te la moda dello spogliarello. Dimostrò che l’irruzione di Eros nella vita dell’italiano aveva operato serie modifica­zioni nei rapporti sociali. Sve­lò i miserabili retroscena di via Veneto. Denunciò l’esalta­zione delle peggiori contraddizioni psicologiche e morali, che il modello consumistico si preparava a compiere. Era naturale che l’opera di Fel­lini fosse accolta dagli spetta­tori con una sorta di trauma. E andò così.

Quel giorno, nei cinemato­grafi di Milano e di Roma, le reazioni furono vivaci: segno, conviene annotarlo, che Felli­ni aveva fatto centro. Gli ap­plausi si sovrapposero a gri­da esasperate: « Basta! Ba­sta! ». « Basta! », l’indomani, L’osservatore romano intitolò una sua nota d’intervento po­lemico, che vale la pena di rileggere per comprendere il grado di tensione cui erano arrivati gli spiriti. «Bisogna, è tempo, che quel basta final­mente gridato dagli spettatori — scriveva l’organo del Vaticano, portavoce della cultura cattolica — si indirizzi ai pub­blici poteri, ai quali compete e la sanità del costume e il ri­spetto al buon nome di un popolo civile ». Dunque, da un lato si batteva il tasto d’un più incisivo e drastico impe­gno della censura e da un altro lato si insisteva sul dato oltraggioso da respingere con determinazione. A qualunque livello, poi, le discussioni si servivano di toni apocalittici.

Poche sere fa, a Roma, sono entrato in un cinemino di quart’ordine per rivedere La dolce vita. II film era stato rispolverato dal gestore in os­sequio alla vocazione commemorativa nazionale. Ci saran­no stati in sala una cin­quantina di persone. Gruppet­ti di giovani-bene, alcuni an­ziani. Aria stanca. Quelli che erano stati i nodi scabrosi del racconto felliniano, le cause dello scandalo di dieci anni fa, s’inseguivano sullo scher­mo con intatta forza espressiva. Niente, però, sembrava colpire il pubblico: gli anni Settanta ci colgono più maturi, più aggiornati, più disincantati. Forse, pure, più indifferenti. Abbiam fatto l’abi­tudine alla nostra immagine riflessa negli specchi della satira.

La ventata moralistica non tardò ad abbattersi sul pae­se, dopo la presa di posizione del giornale cattolico. Tre de­putati democristiani si rivol­sero al presidente del consi­glio e al ministro degli inter­ni con una interrogazione che reclamava misure rigorose per impedire la libera circola­zione del film di Federico Fellini. Di nuovo intervenne L’Osservatore Romano.

Grosso scandalo.

Si mobilitarono le associa­zioni di padri, madri, bene­fattori dell’umanità, figli del­la carità, fautori della fratel­lanza, dame misericordiose. Considerato che La dolce vi­ta era un’offesa al popolo ro­mano, il senatore democri­stiano Bonadies si decise a chiedere il ritiro del film a chiare lettere. Forze di poli­zia erano chiamate a presi­diare i cinema dove si proiet­tava il film per timore di disordini, di scontri fra spet­tatori di opposte convinzioni estetiche e morali. Il Centro cinematografico cattolico in­cluse La dolce vita nel cata­logo delle opere vietate a tutti, centenari compresi.

In un dibattito pubblico, presieduto da Moravia, si pre­sentò Pier Paolo Pasolini a sostenere che Federico Fellini aveva diritto d’essere rite­nuto un autore cattolico e al­cuni gesuiti si isolarono da­gli atteggiamenti di « condanna globale », riconoscendo al film meriti sottili di critica costruttiva: queste furono le prime voci di dissenso dalla campagna moralistica, che si allargava e investiva il paese.

L’anno era cominciato co­me un anno qualsiasi, in una successione normale di avve­nimenti lieti e tristi. Lo Scià di Persia aveva sposato Farah Diba e Soraya aveva inaugu­rato la stagione delle vacan­ze a Sankt Moritz, già avvolta dalla leggenda della melanco­nia inguaribile. I medici ave­vano consigliato la cura del sonno a Edith Piaf, il passe­rotto stanco di Montmartre. Georgia Moll aveva rotto il fidanzamento con John Barrymore ir. Diciannovenne e paffuta, Mina si proponeva al­le glorie di Sanremo. Il mer­cato dei libri-strenne segnala­va le preferenze del pubblico per Corrado Alvaro (L’ultimo diario) e Virgilio Brocchi (Mamma). Brividi di cordo­glio popolare erano stati su­scitati dalla morte di Fausto Coppi. Ora, a metà febbraio l’Italia accademica e tradizio­nalista si trovava d’un colpo a fare i conti con uno scan­dalo senza precedenti.

 

Aspra realtà

 

Ciò che meno tollerava la opinione pubblica era il silen­zio di Fellini e così il Grande Federico s’indusse a uscirne. Pronunciò parole memorabili, dalle quali emergevano sgo­mento e buonsenso. Non aveva voluto fare una satira sociale, no, sebbene la realtà gli apparisse ben più aspra e cattiva: son aggettivi suoi. E aggiunse severo: « Su La dol­ce vita si sta imbastendo un caso nazionale. Proprio è ve­ro che gl’italiani sono sempre pronti a sbranarsi. Ma vo­gliamo smetterla di credere a cose in cui non vale la pena di credere, festival di Sanre­mo e miti di uno stupido na­zionalismo? Si sta creando una psicosi morbosa che ca­rica lo spettatore di curiosità malsane. Vogliamo piantar­la? ». Festival musicali e miti nazionalistici continuano ad impegnare gl’italiani, a dieci anni da quel giorno di feb­braio: probabilmente, da que­sto punto di vista, il tempo trascorre senza conseguenze nella società italiana. Peccato, proprio.

Come dire, secondo Fellini: italiani, siamo seri. C’è da os­servare, però, che La dolce vita proponeva con serietà sostanziale una quantità di te­mi seri ed era inevitabile che gli effetti nell’opinione pub­blica fossero clamorosi. Tanto è vero che tutta la faccenda finì in politica. Meno di due settimane dalle « prime » di Milano e di Roma, difatti, il sottosegretario Magri prese la parola a nome del governo per un giudizio sul caso Fellini. Alla Camera si ebbe una « se­duta calda », quale non si ri­cordava da tempo. Magri de­finì il film un « tenebroso af­fresco di vita degradata e smarrita che urta la sensibili­tà della gente sana » e la­mentò che le commissioni di censura si fossero dimostrate di manica larga, benché il re­gista non avesse ceduto a compiacimenti deteriori. A conclusione, venne auspicata l’opportunità che i produttori cinematografici elaborassero un codice di autocensura, ido­neo ad integrare il codice di censura ministeriale.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart