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CINEMA: I MAESTRI: François Truffaut. Non sparate sul regista

31 Luglio 2014

di Redazione (Manlio Cancogni)
[da “La Fiera Letteraria”, numero 23, giovedì, 6 giugno 1968]

Così siamo giunti alla imprevedibile fine del festival di Cannes. Lei, Truffaut, ha violentemente attaccato questa istituzione al tempo in cui faceva il critico cinematografico, tanto che non fu piĂą “ammesso” sulla Croisette. Poi fu premiato dallo stesso festival per “I quattrocento colpi”. Infine è stato membro della giuria. 

Truffaut: La sola cosa che rimpiango è di aver fatto parte della giuria perché è stata una esperienza molto triste. Quando ero giornalista avevo criticato Cannes dicendo: sono solo dei compromessi e delle manovre, è il regno degli intrighi politici e delle montature pubblicitarie. Forse per questo più tardi mi è stato proposto di entrare a far parte della giuria: perché vedessi quel che succede. Ho visto. Ė una cosa triste. Non si tratta di onestà o di disonestà. Mi sono solo reso conto che si tratta di un dialogo tra sordi e che non si può parlare di cinema con gente come Mel Ferrer o Romain Gary, per i quali il cinema non ha lo stesso significato, per i quali le parole non hanno lo stesso significato. Allora si arriva al compromesso; senza disonestà, si arriva al compromesso e all’idiozia, e soprattutto a dare dei premi ridicoli. Ė l’idea stessa di giuria che è in discussione. Penso che Malraux abbia avuto ragione quando ha detto: “In seno a ogni minoranza intelligente c’è sempre una maggioranza di imbecilli”.

Non esistono giurie accettabili?

Truffaut: No, non esistono giurie accettabili.

Il Truffaut di oggi, che secondo molti è rinsavito, pensa di aver rinnegato quello di dodici anni fa, il capo di una violenta opposizione alle strutture tradizionali del cinema francese?

Truffaut: No. Allora vivevo soltanto di cinema. Anche oggi. Per questo ho l’impressione di essere rimasto lo stesso. Certo se rinnegarsi vuol dire essere stato povero e non esserlo piĂą, oppure essersi trovato da una parte della barricata poi dall’altra, forse lei ha ragione… BenchĂ© i problemi materiali non siano poi così importanti. Quando ero povero non me ne rendevo conto; oggi che non Io sono piĂą, non me ne rendo conto. Vivo per il cinema. Ho l’impressione di essere un prodotto unicamente cinematografico. Quando mi si chiede: “Cosa ti è successo negli ultimi dieci anni?”. Rispondo: “Niente, ho fatto sette film, e basta”.

Ma il suo entusiasmo di dieci anni fa resta lo stesso?

Truffaut: Non ero entusiasta dieci anni fa e non mi sento entusiasta oggi. Ė la mia vita. Non so come spiegarlo altrimenti: è la mia vita. Certo aspetto con meno impazienza i film degli altri. Esiste una purezza dell’appassionato di cinema che si è destinati a perdere diventando cineasta. Per esempio nel 1947-48 sapevo in anticipo che Orson Welles aveva girato in ventun giorni un film che si chiamava «Macbeth» e che lo avrebbe presentato a Venezia. Io vivevo per questo film. Quando ho saputo che l’”Enrico V” di Olivier sarebbe stato presentato allo stesso festival io tenevo per Welles. Quando annunciarono che Welles ritirava il suo film dal festival, ho pensato: “Che carogne, l’hanno fatto apposta”. Oggi non mi appassiono più tanto per i film degli altri, mi è impossibile.

Lei pensa che il fanatismo per il cinema che caratterizzava lei e i suoi amici non possa sopravvivere alla gioventĂą?

Truffaut: No, perché in tutti i cineclub dove andavo c’erano sempre delle persone di una certa età, e si sentiva che essi avevano sempre amato appassionatamente il cinema. Alla Cinemateca, ci sono sempre dei frequentatori che appartengono a tre generazioni.

Ha letto l’articolo di un famoso psicologo che diceva che gli appassionati del cinema erano degli insoddisfatti nella loro vita privata?

Truffaut: Sì, mi ha divertito. Questo può valere per tutti i mezzi di evasione, ma forse vale ancora di più per il cinema, perché l’evasione è più totale.

Ritiene dunque che il cinema sia lo strumento più adatto per l’evasione?

Truffaut: Sì. Questo è il motivo che mi induce a pensare che il cinema sopravviverà anche alla televisione.

E perché?

Truffaut: Perché la televisione si guarda con le luci accese, si guarda insieme a cinque o sei persone in una stanza, non si guarda soli nell’oscurità in mezzo a una folla. Il cinema è una cosa perfetta, da questo punto di vista.

Ma la televisione ha contribuito molto alla diminuzione dei frequentatori dei cinema. Non è così?

Truffaut: Sì, e ha contribuito anche alla sparizione di un certo tipo di film. Negli Stati Uniti, ad esempio, essa ha ucciso i film “di genere” e i piccoli film di serie B.

Sembra che le dispiaccia.

Truffaut: Sì, perché oggi ci accorgiamo che sono stati i migliori film da 1925 al 1955; con gli attori sotto contratto per sette anni, i film girati con le stesse scene, gli sceneggiatori pagati un tanto all’anno. Ci si accorge oggi che questo sistema completamente industrializzato, organizzato e diretto dalle grandi case produttrici, ha determinato la grandezza del cinema americano.

Si può spiegare meglio?

Truffaut: L’America è un Paese che a un certo momento ha coinciso con quel sistema. Il sistema è antipatico, a priori, siamo d’accordo, ma ha permesso di fare dei film che erano il riflesso profondo di un Paese, di una mentalità collettiva e che per di più erano dei bei film. Oggi gli americani si sono europeizzati, ogni film è concepito in modo diverso dagli altri; ebbene è evidente che questo sistema va meno bene per loro, e i loro film sono deludenti.

Lei ha visto “La calda notte dell’ispettore Tibbs”?

Truffaut: Ridicolo.

Ha avuto cinque Oscar.

Truffaut: Prima della morte di Martin Luther King, ne avrebbe avuti due soli. Ė un film ridicolo perché è stato fatto da gente che non capisce niente di cinema. Ė scritto da dei furboni, girato da un imbecille e recitato in modo vergognoso.

Lei era molto severo, quando faceva il critico cinematografico. Oggi, quando lei legge le critiche degli altri sui suoi film, che effetto le fanno?

Truffaut: Credo di essere sincero quando dico che mi fanno meno effetto che ai miei colleghi. So come si fanno le critiche, so come funziona la testa di un critico. Vi attribuisco molto meno importanza di altri registi, che se la prendono molto. In realtà la critica non esprime che una parte del giudizio collettivo. Alcuni film sono accolti favorevolmente da tutti i critici, eppure tutti sanno che sono cattivi film. E viceversa. Ad esempio c’è un film che ha avuto soltanto delle stroncature: “Les bonnes femmes” di Chabrol. Ora se lei chiede a qualunque appassionato di cinema qual è il miglior film di Chabrol, vi risponderà certamente: “Le bonnes femmes”. Ci sono molti livelli di giudizio.

Un film di Truffaut è un film intellettuale?

Truffaut: No, è un film per tutti. Credo di fare dei film che tutti possono vedere allo stesso modo. Nel caso del mio ultimo film, per esempio: «La sposa in nero” sono sicuro che tutti vedono più o meno lo stesso film.

Come lo ha girato?

Truffaut: Non posso rispondere. La domanda è troppo vaga o troppo ampia. Ogni film, ogni regista, è un caso particolare…

Stiamo appunto parlando del caso Truffaut.

Truffaut: Va bene, prendiamo il prossimo, “Baci rubati”. Ho dato venti pagine dattiloscritte agli “Artisti Associati” e hanno accettato di produrre il film.

Per “Baci rubati” lei ha scelto due attori dei quali si può dire, senza cattiveria, che non sono molto conosciuti; Jean Pierre Léaud e Claude Jade. Invece per il film successivo “La sirena del Mississippi” avrà due celebrità, Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve. Qual è il criterio che lei segue in merito?

Truffaut: Esistono solo casi particolari. Claude Jade è un’attrice di cui presto si parlerà molto e Jean Pierre Léaud lo considero quasi un figlio e dopo “I quattrocento colpi” volevo fare un altro film con lui.

Lei crede che la gente sia attirata dai divi o dai registi?

Truffaut: Dai divi, certamente, e poi dalla storia, e infine dai titoli. In ogni caso mai dal nome del regista, se non nei casi in cui recita lui stesso, come Chaplin, Tati…

Non vanno a vedere Antonioni?

Truffaut: No, non vanno al cinema a vedere Antonioni. Vanno a vedere “Blow-Up” perché è un film di cui si è parlato molto, ma quando si proietta “Il grido” di Antonioni, non vanno a vederlo.

Ma vanno a vedere Hitchcock.

Truffaut: Sì, Hitchcock e anche Cecil B. De Mille, i grandi sultani del cinema che sono diventati dei personaggi.

Lei non è un personaggio?

Truffaut: Ma no, niente affatto. Non dirò che cerco di passare inosservato…

Allora perché ha accettato di concedere un’intervista?

Truffaut: Perché da dieci anni, da quando esiste la concorrenza della televisione, i film non bastano più a se stessi. Bisogna aiutarli. Io sarei contentissimo che i film potessero andare avanti da soli, ma invece i film hanno bisogno che si parli di loro. Allora ne parlo volentieri se questo mi permette di farne degli altri. Se mi dicessero: nei trenta anni che verranno lei farà trenta film da cento milioni che ne incasseranno centoventi, accetterei un contratto del genere.

Torna così sull’idea del cinema americano tra il 1925 e il 1950…

Truffaut: Sì, un cinema dove il regista non compare. Fa quello che deve fare, e questo è tutto.

Ma questo contraddice la concezione del cinema d’autore, per il quale lei si è battuto e che ha difeso quando era critico…

Truffaut: Non è così semplice… Io rimpiango il vecchio cinema americano, ma non bisogna credere che il cinema europeo debba essere fatto allo stesso modo. Da questo punto di vista, credo sempre al “cinema d’autore”.

Ma l’America, oggi, non mira forse anch’essa, al cinema d’autore?

Truffaut: Sì, e cerca delle grandi sceneggiature, dei grandi argomenti che sono realizzati in modo così pesante che il risultato finale sono dei film invisibili. Almeno a quanto mi si dice, perchĂ© non vado a vederli. Per esempio, quei film antirazzisti così mediocri; può darsi che per il consumo interno siano anche coraggiosi, non so, ma per noi…

Allora si potrebbe dire che quello che lei cerca di fare è un film francese d’autore che cerchi di ritrovare quella perfezione anonima dei film in serie del grande periodo americano?

Truffaut: No, tutto questo è troppo teorico, le ho detto che non ho una teoria. Ma prendiamo ad esempio “Gangster Story”. La cosa assurda è che si tratta di un film fatto da giovani americani che hanno visto dei film francesi, che li hanno imitati e che ce li rimandano. Cioè essi imitano dei film che abbiamo fatto in Francia riferendoci appunto al cinema americano che li ha preceduti. Quello che abbiamo fatto noi non era puro, ma quello che fanno loro è il colmo dell’impurità.

Tutti i suoi film, o quasi, sono film d’amore. Lei crede che sia il solo argomento che interessi la gente?

Truffaut: No, la gente sì interessa anche ad altre cose, ma queste cose non interessano me.

Le piacciono i film violenti?

Truffaut: Possono anche piacermi. Possono piacermi film di tutti i generi, non ho nessun pregiudizio quando entro in un cinema. Mi piace un film che sia logico, cioè mi piace vedere una grande costanza, una grande fedeltà, una grande coerenza fra le intenzioni e la realizzazione. Ė questo che io chiedo a un film e anche se parla di qualche cosa che non mi interessa, come l’esistenza di Dio, posso ammirarlo lo stesso. Ammiro tutti i film di Ingmar Bergman. Non gli chiedo di interessarsi ai miei problemi, perché trovo che sia da egoisti chiedere a un film di parlare di ciò che ci interessa e non di quello che interessa l’autore. Se si ama il cinema, si vuole entrare nella pelle degli altri. Ho visto molti film di guerra che mi sono piaciuti molto.

Ma non le piacerebbe fare un film di guerra?

Truffaut: Per ora non ci penso neppure. I soldati sono molto demoralizzanti da filmare, con quei caschi tutti eguali, mi annoia solo pensarci. Solo l’idea di uno che entra nell’ufficio di un altro e lo saluta sbattendo i tacchi, tutte quelle cose…

Nessuno ha mai pensato che lei fosse militarista.

Truffaut: Non è che odi l’uniforme, non si tratta dei grandi princìpi pacifisti. Mi annoia, ecco.

Lei ha fatto il suo servizio militare?

Truffaut: Ä– stato movimentato. Ho disertato. Ho fatto un terzo di grandi manovre, un terzo di ospedale, e un terzo di prigione. E poi me ne sono andato.

Si capisce perché lei preferisca le storie d’amore.

Truffaut: Le storie d’amore sono sempre diverse, non si somigliano mai. Prenda “Breve incontro”. Con un uomo di quarant’anni e una donna di trentacinque è un film. Se la donna ha venticinque anni è un altro film. Se l’uomo ha cinquant’anni, è ancora un altro film. Quello che è interessante nelle storie d’amore è che tutto val la pena di essere raccontato. Anche se si cambiano solo gli attori; la stessa storia giustifica un altro film. Ho fatto un film che non ha avuto il successo che mi auguravo: la “Peau douce”. Ma se fossi condannato a rifare tutti gli anni questo film, non mi dispiacerebbe. Una volta con un attore, una volta con un altro… C’è una scena che non sono mai riuscito a girare, nĂ© in questo film, nĂ© in “Sparate sul pianista”. Proverò un’altra volta.

Di che scena si tratta?

Truffaut: Nel film “Sparate sul pianista” Marie Dubois chiedeva a Charles Aznavour di andare a comprargli un paio di calze. Poi si vedeva Aznavour che andava a comprare le calze, ma la scena non era riuscita. Ho dovuto tagliarla. Doveva entrare in un grande magazzino, c’erano le commesse, vedevano quest’uomo che comprava calze e questo le faceva sorridere: ecco tutto. Era una scena da niente, ma era difficile. In ogni caso non è riuscita, Quando ho girato “La calda amante” mi sono detto: “Stavolta devo riuscirci”. Allora François DorlĂ©ac dice a Jean DĂ©sailly: “Non dimenticarti di portarmi un paio di calze”. Stavolta invece di girare la scena di mattina l’ho girata di sera e ho aggiunto un particolare: il magazzino sta per chiudere, la commessa tira su la saracinesca e lo fa entrare lo stesso. Poi la scena era la stessa. Ho ripreso le due commesse che sorridono, Desailly seccato di dover comprare un paio di calze. E allora…

Allora?

Truffaut: Non è andata. Ho dovuto tagliare la scena. Ma la prossima volta ci riuscirò. Ė questione di essere in uno stato di grazia.

Ma fra i vari rapporti che esistono fra un uomo e una donna ce n’è uno che lei non ama mostrare ed è il rapporto erotico. Anche con «Jules e Jim» che avrebbe potuto fornirgliene un’occasione, lei ha fatto un film molto casto. E ne “La calda amante” si ha l’impressione che lei abbia quasi fatto uno sforzo per metterci quel tanto di erotismo che avrebbe dovuto fornire una base sensuale alla avventura vissuta dai suoi eroi.

Truffaut: Con l’erotismo si arriva sempre a un momento in cui il film non esiste piĂą, in cui non si crede piĂą alla storia. E come se si facessero vedere improvvisamente i proiettori, le macchine da presa, non si crede piĂą ai personaggi, si vedono solo degli attori che fanno certe cose. Questo vale anche per i baci. Non faccio vedere gente che si bacia. Forse perchĂ© è una cosa che non mi piace nei film degli altri. Mi distrae, non seguo piĂą la storia…

Ma in un film come “Un uomo, una donna”, per esempio, tutto questo si integra molto bene…

Truffaut: “Un uomo, una donna” non è un vero film. La sala di proiezione non è mai veramente buia. Ė un film che ricorda certi juke-box con dei piccoli film a colori, che si guardano nei bar; non ci si dimentica mai della cassiera, del cameriere, dei clienti che guardano anche loro. “Un uomo, una donna” è stato un fenomeno unico, che ha creato un processo di identificazione in tutta la Francia.

Come spiega questo fatto?

Truffaut: Era il primo film fatto dallo spettatore invece che dal regista. Ė come quando degli amici ti invitano per farti vedere il film che hanno girato durante le vacanze, ci si sente loro complici perché si riconosce il cagnolino, la figlia del vicino, e si sta tutti insieme e si ride tutti insieme. “Un uomo, una donna” è il primo film di quel genere. Quello che sto dicendo non è contrario al film. Non sono contro questa esperienza. Mi impressiona perché è il primo film che mi fa pensare che il nostro Paese è popolato da cinquanta milioni di cineasti. Non dico che chiunque avrebbe potuto girare un film così, no, ma dico che si fonda su di un principio nuovo, il principio della complicità.

Questo si poteva fare solo con un film d’amore. Ma non è forse normale o desiderabile che l’autore di un film cerchi di testimoniare sui problemi del suo tempo?

Truffaut: Sì, se ne ha la vocazione. La sola cosa cui io posso credere è la massima di André Gide: “Dubitate di tutto ma non dubitate di voi stessi”. Non bisogna mai forzarsi a fare qualcosa. Non credo che bisogna sentirsi obbligati a fare qualcosa per dei motivi esterni, oppure per essere del proprio tempo o per dare quel che gli altri aspettano da te; anche a costo di deludere qualcuno. Se qualcosa non mi interessa, se non lo capisco, se credo che mi sia estraneo, non vedo perché dovrei farlo.

E l’essenza stessa dell’arte. Ma è possibile fare un film solo per sé? Lei ci riesce?

Truffaut: All’inizio sì, lo faccio per me, perchĂ© mi fa piacere. Poi mentre comincio a preparare il film, mi sforzo di renderlo comprensibile a tutti, chiaro, logico, ma deve sempre piacere a me. E quando giro il film sento che di nuovo diventa una cosa molto personale…

Qual è l’effetto che lei desidera produrre sugli spettatori?

Truffaut: Ho voglia di appassionarli, voglio che rimangano molto scossi. Ho molta paura di annoiarli e ancor piĂą di lasciarli indifferenti… Certo, in realtĂ  le cose sono forse un po’ diverse. So che ho un istinto malizioso che obbliga gli altri a guardare le cose che non vogliono vedere, ad accettare certe cose che nella vita non accetterebbero… Per esempio, ecco il caso di “Jules e Jim”. Avrei potuto mostrare gente distesa sui letti, mostrare i tre protagonisti insieme nella stessa casa, il risultato sarebbe stato un film dedicato ai “progressisti” nelle diverse capitali del mondo. Ma io invece avevo un obiettivo molto piĂą sottile, che era quello di sconvolgere la gente con una storia di “mĂ©nage a trois”. E per riuscirci dovevo servirmi di una forma che tutti conoscevano di giĂ , quello del film americano sulla famiglia, con una bambina adorabile, con un attore che invecchia accanto al fuoco, con degli alberi intorno alla casetta. In sostanza ho accumulato tutto quello che poteva essere idillico e familiare. E il presidente della commissione di censura”, che non è uno stupido, mi ha detto: “Ascolti, ho visto il suo film per la seconda volta, è un grande fiume tranquillo, ma è un fiume sovversivo”.

Nel suo libro su Hitchcock, lei ha ricordato la sua frase famosa: “Certi film sono dei pezzi di vita, i miei sono dei pezzi di torta”. I suoi film sono dei pezzi di cosa?

Truffaut: Non mi piacciono molto i compromessi, ma sono per la vita e per la torta. Hitchcock ha detto questa battuta contro i neo-realisti, perché non ammette l’idea di prendere qualcuno dalla strada per fargli rappresentare delle situazioni banali. Hitchcock dice: “In questo caso basta aprire una finestra e far pagare il biglietto” e penso che abbia ragione. Ma quando Bresson dice che non vuol servirsi di attori professionisti e ne spiega il perché con bellissime teorie, allora penso che abbia ragione anche lui.

Hitchcock e Bresson hanno ragione tutti e due?

Truffaut: Hanno ragione, ma quello che dicono vale soltanto per loro. Non sono più d’accordo quando Bresson condanna Hitchcock in nome delle sue teorie e viceversa.

L’orientamento che sta prendendo il nostro cinema fa sì che le coproduzioni con gli americani siano sempre piĂą frequenti. Anche lei vi ha collaborato…

Truffaut: Sì, “Fahrenreit 451” l’ho girato a Londra con gli americani e gli inglesi.

Non ha avuto difficoltĂ ?

Truffaut: Sì perchĂ©… In fondo non ho uno spirito internazionale. Sono terribilmente francese: anormalmente, morbosamente francese.

Trova che i francesi siano superiori agli altri?

Truffaut: No, non è questo. No, non sono affatto sciovinista, o nazionalista e nemmeno, come si dice, orgoglioso di essere francese; ma ho scoperto che ero molto legato al mio Paese, alla Francia, a Parigi. Ė una scoperta che mi ha un po’ deluso.

E come si manifesta tutto questo?

Truffaut: Con dei timori, delle paure… Una volta dovevo andare a Roma, dovevo girare un episodio per Dino De Laurentiis, con la principessa Soraya, e mi sono ammalato. Avevo bevuto un succo di pomodoro ghiacciato, mi sono sentito male, e ho avuto una gran paura di morire a Roma, lontano dalla Francia… Insomma sono tornato in Francia il giorno dopo e non ho girato l’episodio con Soraya. A Londra mi sentivo quasi in punizione, ho vissuto sei mesi all’Hilton senza prendere un pasto fuori della mia camera. Sei mesi…

Lei dice spesso di preferire le donne agli uomini. PerchĂ©? A parte i motivi piĂą ovvi…

Truffaut: Perché ho l’impressione di vedere la vita come le donne. Parliamo del senso civico, ad esempio. Su dieci donne che votano, una sola fa una scelta ragionata, le altre votano come il marito, per fargli piacere, o contro il marito, per fargli rabbia, ma il voto in sé non è una cosa seria. Sono sicuro che le donne non si sentono importanti quando votano, mentre gli uomini sì. E lo stesso vale per le decorazioni, per le medaglie. Mi piace l’idea che le donne non credano alle decorazioni, non siano sociali.

Questa mancanza di partecipazione alla vita della societĂ  di cui fa parte l’ha portata al rifiuto dell’”impegno”. Per esempio non ha voluto contribuire al film collettivo “Lontano dal Vietnam”. Poi, quando Henry Langlois è stato allontanato dalla direzione della Cinemateca francese, lei si è scatenato…

Truffaut: Perché la Cinemateca fa parte della mia vita. Quando dico che non ho studiato, voglio dire che ho studiato solo lì. Tutto quel che so, l’ho appreso dai film. Tutte le idee della mia vita passano attraverso il cinema. E la storia, passata e presente, del cinema si impara alla Cinemateca, e solo lì. Io sono una di quelle persone che hanno bisogno di rivedere continuamente ì vecchi film, i film muti, i primi film sonori.
Passo la vita alla Cinemateca, quando non giro dei film. Sono venuto ad abitare in quel quartiere perché c’era la Cinemateca. Per questo ho reagito violentemente nell’”affare Langlois”.

E la Cinemateca che ha fatto di lei un appassionato di cinema?

Truffaut: Ma no, lo sono da un pezzo. Facevo forca a scuola.

Era un bambino in preda alle immagini?

Truffaut: Ma sì, è vero, per molto tempo sono stato sensibile soltanto alle immagini, mi lasciavo trascinare dalle immagini. Non mi interessavo alla storia. Solo quando sono diventato critico cinematografico mi sono accorto che c’era anche una sceneggiatura. Ma prima di allora conoscevo dei film a memoria, senza poter raccontare la storia. Potevo dire, qui c’è qualcosa di bianco, là lei corre nella notte, poi ci saranno dei fari di automobile. Ma non avrei potuto dire cosa succedeva. Solo la critica mi ha permesso di fare un passo avanti; se no non avrei mai potuto fare del cinema.

Solo gli occhi funzionavano?

Truffaut: Credo di sì, veramente. Anche per “Quarto potere” di Orson Welles, che è un grande film… Lei sa che questo film in Francia non è mai stato doppiato, è sempre stato proiettato in versione originale. Ebbene, non so cosa dicono i personaggi, so solo che a un certo momento si sente un certo rumore, dei passi sul marmo, l’eco, e che piĂą avanti si sentirĂ  il rumore della pioggia sui vetri…

Quante volte ha visto “Quarto potere”?

Truffaut: Non so, ventisette volte, credo.


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Bart