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CINEMA: I MAESTRI: I sette samurai

20 Agosto 2010

di Filippo Sacchi 
[da ‚Äúal cinema col lapis‚ÄĚ, Mondadori, 1958]¬†

Chi ha capito e ammirato il realismo demoniaco di Rasciomon non mancher√† di vedere I sette samurai sapendo che vi trover√† lo stesso regista, Akira Kurosawa, e lo stesso interprete, quello scatenato Scinodu Hascimoto che impersonava Tagiomaru, il sel¬≠vaggio bandito. E per prima cosa stupir√†, come tutti stupimmo l’anno scorso a Venezia, di trovare un film completamente diverso. Noi siamo ormai talmente abituati a veder sfruttare sino alla con¬≠sumazione ogni minima trovata che abbia avuto fortuna, che ci pare impossibile che avendo in mano il regista e l’attore di Ra¬≠sciomon il produttore giapponese non si sia subito precipitato a dare un seguito a quel film, che rappresent√≤ pure uno strepitoso successo mondiale girando (faccio cos√¨ per dire) Il ritorno di Ta¬≠giomaru, o magari Rasciomon, amore e gelosia, questo beninteso in compartecipazione italo-giapponese!¬†

Ma la freschezza d’invenzione essendo l’appannaggio della ef¬≠fervescenza creativa, e il cinema giapponese trovandosi per il mo¬≠mento ancora in quel fortunato stadio, si vede che non avevano nessun gusto a rimasticare le idee. Anche quella dei Sette samurai √® una grande idea. Siamo nell’antico Giappone medioevale e feu¬≠dale, quella eroica e favolosa et√† in cui essi amano proiettare i loro dilemmi attuali e insieme le loro poetiche fantasie. E una torbida et√† di fazioni e di violenze. Condottieri feroci, al servizio di signorotti o per ruberia, corrono alla testa di bande armate le province, combattendosi quand’√® il caso, ma pi√Ļ spesso scaricando la loro furia in devastazioni e saccheggi contro villaggi inermi e poveri contadini. Gli abitanti di uno di questi villaggi, sentendo che una grossa banda ha invaso il territorio, hanno nella loro in¬≠genuit√† una curiosa pensata: ingaggiare alla loro volta dei samurai, ossia di questi mercenari che fanno professione di portar armi, e, offrendo una lauta vita al villaggio, persuaderli di venire a stare con loro per difenderli contro gli assalitori.¬†

Il pi√Ļ svelto √® mandato dunque alla citt√† vicina, per avvicinare i samurai che coi loro spadoni e pennacchi e fieri cipigli gironzolano per le piazze e i mercati in cerca di scrittura, come faceva¬≠no una volta i gigioni in Galleria, ma probabilmente se ne tor¬≠nerebbe scornato, perch√© quei gradassi hanno altro in mente che mettersi al servizio di spregevoli villani, se non si imbattesse per caso in un vecchio e saggio samurai, ormai per et√† vicino ai limiti della professione, e che dall’esercizio funesto della guerra ha im¬≠parato l’odio della violenza e l’umana piet√† per i deboli. Costui, attratto dal caso, un po’ con le buone un po’ con le cattive persuade altri sei a seguirlo, compreso un finto samurai, un samurai mistificatore che diventer√† il capro espiatorio e lo zimbello della compagnia.¬†

Cosi i sette samurai vanno al villaggio. Ci vanno (tranne il vec¬≠chio) con un loro programma preordinato: mangiare e bere a ufo, ma non arrischiare per nessun patto la pelle, e al primo odore di combattimento squagliarsela senza lasciar traccia. Ma poi le cose prendono un giro diverso. Stando assieme, quegli uomini cos√¨ lon¬≠tani per mentalit√† e per costume imparano a conoscersi. I samurai entrano nella vita dell’umile comunit√†, finiscono per dividerne i pa¬≠timenti e i problemi, per cui lentamente sono trascinati loro malgra¬≠do .i investirsi di quella missione che avevano intrapresa senza cre¬≠derci. Essi difenderanno il villaggio. Sotto la guida del vecchio sa¬≠murai, predisposto un piano di difesa, erigono sbarramenti, tagliano accessi, e incominciano a istruire i contadini all’uso delle armi per¬≠ch√© come pari combattano al loro fianco. Kikuciyo, il falso samu¬≠rai, che si rivela per un buffo e servizievole diavolaccio, fa da caporale istruttore, tra la delizia dei ragazzini.¬†

Finalmente viene il giorno temuto, lo stormo dei razziatori si avvicina al villaggio. Si appicca una battaglia furiosa, in cui samurai e villani compiono gomito a gomito prodigi di valore, e gli assalitori sono alla fine massacrati. Kikuciyo, il povero falso samurai, √® caduto da valoroso con altri quattro compagni e vien seppellito su di un’altura che domina i campi dorati di messi che egli ha contribuito a difendere. Il vecchio capo, che ne ha il potere, pianta sulla sua tomba la spada, e cosi lo consacra nella morte vero samurai. E guardando intorno nella campagna le schiere dei contadini affaccendati nell’allegro tramestio della mietitura, saluta nel suo savio cuore la loro fatica, l’avvento dell’operosa pace sopra la maledetta guerra.¬†

Questo il racconto, che necessit√† di tagli (il film originale era lunghissimo) in parte hanno reso confuso nell’edizione italiana. Per√≤ anche la sola traccia baster√† per far capire al lettore quali straordinarie possibilit√† apra in tutte le direzioni, come visione spettacolare, come interesse drammatico, come prestazione istrionica, come ispirazione morale e, non ultimo, come sintomo dei liberi fermenti che agitano il nuovo Giappone. E bisognerebbe aggiungere, come materia musicale, perch√© il commento dei Sette samu¬≠rai, tutto costruito, come Bach, intorno a un monolitico nucleo sonoro, √® riuscito per forza, aderenza, fuoco lirico, strumentale no¬≠vit√†, una delle pi√Ļ memorabili partiture che il cinema abbia dato.


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