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CINEMA: I MAESTRI: Il cinema del regime

14 Marzo 2014

di Enrico Filippini
[da “Quindici”, numero 5, 15 ottobre – 15 novembre 1967]

« Edipo Re », di P. P. Pasolini.
« La Cina è vicina », di Marco Bellocchio.
« La Chinoise », di Jean-Luc Godard.

Non so se valga la pena di occuparsi, in generale, di cinema: da un certo punto di  vista il cinema non c’è più o non c’è ancora; ma il fatto è che avevo promesso al direttore di questo giornale, visto che avevo deciso di russare qualche giorno in un luogo tutto som­mato abbastanza sinistro quale il Lido di Venezia durante il Festival, una nota che par­lasse dei film che mi sarebbe capitato di vedere. ; ora devo scusarmi con lui perché, non so bene come dire, il film di cui si è schiamaz­zato di più, che a quanto pare neppure Mora­ta ha capito, che avrebbe dovuto vincere e che invece non ha vinto, il film del Grande R pensamento di una vita artistica, la grande tragedia vista con gli occhi di Freud, io, insomma, non l’ho visto; cioè: l’ho visto e non l’ho visto, mi è sfuggito, mi è passato davanti e non sono riuscito a coglierlo. Sono in parte giustificato dalla cronaca: da un Pa­lazzo del cinema pieno fino a scoppiare, da una serie mostruosa di pellicole di Micky Mouse propinata in apertura, da una lunghis­sima attesa, dagli urtoni della folla, dalle risse tra gli spettatori per l’occupazione dei posti, dall’annuncio, dato a un certo momento, dell’imminente arrivo dell’on. Aldo Moro, dalla viisione del medesimo on. Moro, di Aldo Moro e di P.P. Pasolini insieme in tribuna: Micky Mouse e Aldo Moro e Pasolini e Freud e Sofocle…: è tanto, è cosa sufficiente a pro­durre il famoso « alto sonno », il rifiuto di percepire, la resistenza al trauma possibile di fronte alla densa realtà.

Qualche cosa, dio mio, ho visto, devo dirlo: c’è una casetta tutta azzurrina con dentro dei personaggi di una volta, e una donna che partorisce; poi c’è un prato circondato da pioppi, un bambino, varie evoluzioni di una donna e madre felice, vari stati d’animo del bambinetto; poi c’è l’arrivo di un gruppo di persone in un cortile, un ufficialetto di una volta che si ferma a guardare fisso dentro una carrozzina (non è un brutto ufficialetto, ma guarda così fisso!); poi ci sono varie scene di balli e di feste e di evoluzioni erotiche, e poi c’è l’ufficialetto pensoso, un po’ cupo, che entra nella stanza del bambinetto che chia­ma mamma, e lo guarda fisso e lo abbranca per i piedi e medita qualcosa come: « Sei venuto a occupare il mio posto nel mondo e a ricacciarmi nel buio ». Sarà la fissità dello sguardo, l’infondatezza dell’atroce sospetto: prima botta di sonno, non tale da impedirmi di vedere Francesco Leonetti vestito in modo stranissimo che corre per lande che richia­mano l’Africa del nord, in mezzo a sterpi e a serpentelli, con un bastone in spalla, a cui è appeso (per le mani e per i piedi, natural­mente) un bambinetto che strilla. Addio: giù, nel sonno completo, tormentato da sogni:

« Nell’estate e nell’autunno 1897 la sua auto­analisi rivelò le caratteristiche essenziali del complesso di Edipo e gli permise di capire la natura dell’inibizione di Amleto… Mio fra­tello Philipp (di vent’anni più vecchio) mi aprì una credenza, ma quando vidi che mia madre non era neanche lì piansi ancora di più, fino a che essa venne sulla porta, fragile e bella… Essere interamente onesti con se stessi è un buon esercizio. Ho trovato amore per la madre e gelosia verso il padre anche nel mio caso, ed ora ritengo che questo sia un fenomeno generale della prima infanzia, anche se non si manifesta sempre tanto presto come nei bambini divenuti isterici… Somi­glianza con la ‘ romanticizzazione delle origini ’, nel caso dei paranoici-eroi, fondatori di reli­gioni… Se è così si comprende l’interesse pal­pitante che suscita l’Edipo re, nonostante le obiezioni che la ragione oppone alla premessa del Fato… Prima devo leggere ancora intorno alla leggenda di Edipo: non so ancora co­sa… ». Risveglio: si vede un giovanotto ma­scherato che arriva in un luogo dove ci sono tante pecore, tanta gente in pena, Julian Beck che suona uno zufolo e dice cose sibil­line; nello sguardo del giovanotto c’è pensosità e determinazione, tant’è vero che poco dopo sale su un sasso e uccide la sfinge… e giù, nel sonno. Risveglio: la regina, tutta bianca e neanche male, è seduta dentro una carretta, i due si guardano; si capisce subito che c’è l’incesto nell’aria. Giù: dormire, sogni: « … da un lato, il meta-linguaggio adottato da Freud per poter predicare il mito, benché di natura intellettuale (o piuttosto: proprio perché di natura intellettuale), agisce in modo panico sulla nostra immaginazione, là dove la favola pura e semplice ci lascia freddi; e d’altra parte (ma è la stessa cosa), il mondo della psicanalisi, benché caratterizzato dalla piena luce della esplicitazione, resta il mondo del­l’oscuro… al di sopra di Edipo, o dietro Edipo, Freud si è sostituito ad Apollo… ». Risveglio, bruschissimo risveglio: e se Pasolini si fosse sostituito a Freud, e fosse una sorta di Apollo al quadrato e insieme un Dioniso? C’è una rissa tra un vecchio, che poi si capisce essere Tiresia, e Edipo Cittì, sempre più nervoso, pochissimo regale; arriva un buffo Creonte, che pare un bonaccione d’osteria, col respon­so dell’oracolo; c’è la Mangano in ansia dietro ad alte finestre. Uno guarda, aspetta, e allora? Allora tra le mura di un palazzo di cartapesta in perfetto stile Metro-Goldwin-Mayer anni quaranta, ogni tanto ripreso anche da fuori, uno si vede raccontata la favola di Edipo, che ricorda benissimo dagli anni del liceo, più o meno com’è. C’è cinema? Non c’è: c’è digest. C’è qualcosa? C’è la finezza che da Tebe si arriva dritti a Bologna, prima in centro, poi in periferia, dove certi ragazzotti giuocano al pallone e Edipo Cittì suona sul piffero l’arietta di Lenin, e finalmente addi­rittura in campagna: su quel tal prato, in mezzo a quei tali pioppi dell’inizio, per sen­tirsi dire la gran massima che la vita finisce là dove comincia (o forse viceversa, non lo so). Che cosa vuol dire? Una volta gli ame­ricani si erano dati a spiegare alla massa con mezzi cinematografici cosa fosse il Rinasci­mento, chi fosse Napoleone, ecc. Si può anche spiegare chi fosse Edipo. O che Pasolini abbia il complesso di Edipo? Affari suoi. C’è un altro senso? Forse, ma di altro genere: perché Aldo Moro applaude?

Forse perché la Cina è vicina? Il film di Bellocchio invece l’ho visto, da scomodissima posizione ma animato, almeno all’inizio, da grande curiosità. Non sono tra coloro che a suo tempo hanno molto ammirato « I pugni in tasca »: era un film convenzionale, con qualche momento felice, e con la variante, rispetto al cinema convenzionale, costituita dal fatto che a un certo momento vi si uccide la mamma: poiché, come Edipo re di Pasolini dimostra, ogni italiano ha una mamma da uccidere, il successo è spiegato. Ma insomma: il titolo, il tema, quei Quaderni piacentini così intenti a elaborare tattiche e strategie dell’ine­sistente rivoluzione, che fanno numeri molto impegnativi dedicati all’America Latina (ma leggendo un po’ pochi libri) e che dovrebbero essere vicini a Bellocchio, la speranza in un colpaccio d’ingegno, in un gesto di corag­gio… non so. In realtà: non si può parlare del film di Bellocchio in termini cinematogra­fici perché da questo punto di vista, salvo qualche scatto iniziale, non c’è nulla: è un film come ce n’è tanti, tecnicamente abba­stanza corretto, meno grezzo del primo, ma insignificante, senza un ritmo che non sia quello della mera comunicazione, senza novità percettiva: lo spazio che percorre è uno spa­zio morto, cripto-normale. Se ne può parlare in altri termini? In termini ideologici, poli­tici? E’ bene tacerne: la gaboletta familiare ed elettorale, che tutti i giornali hanno rife­rito, tira a dire, insomma, che i socialisti sono dei traditori di classe ma che, d’altra parte, la classe non c’è, che l’opportunismo è il nostro Fato, che tutti gli Italiani sono fatti della stessa pasta, che quel che conta è met­tere le grinfie su un po’ di quattrini, che il sesso è politichetta, che la tradizione italiana è putrescente, che il rivoluzionario è un para­noico e un sacco di altre cose analoghe che, da un lato sono delle ovvietà, ma dall’altro sono ovvietà viste e pronunciate da un angolo di visuale che è quello, grosso modo, del Borghese: a differenza di quanto accade al Ragioniere, perfettamente interpretato da Graziosi, Bellocchio si è fatto ricattare da un cane; il pubblico non applaude e non si iden­tifica col gatto con le unghie conficcate nel collo del candidato, il pubblico accetta e si identifica e applaude il discorso del candi­dato, che è il proclama di un paludoso qua­lunquismo, senz’ombra di straniamento: a pro­durre quest’ultimo non potrà certo bastare una recitazione quasi sempre buona ma spes­sissimo e non a caso sconfinante nella mera bravura teatrale… Allora di cosa si parla: della struttura e della funzione della pochade?

Non si parla di niente: si constata che gra­zie a Bellocchio, qui inteso come sintomo di una situazione, Bellocchio ha ragione: l’oppo­sizione formula le tesi della destra; la destra si risparmia una fatica; il regime ha un suo cinema; l’autodenigrazione spalanca ampie e ben tetre prospettive.

Ci sono spazi vivi?

Poiché quest’articolo ha assunto un tono così odiosamente sentenzioso, si può senten­ziare: gli spazi vivi sono nella Chinoise di Godard che, com’è noto, narra dell’esperienza di una cellula filo-cinese costituita da quattro giovani, durante una vacanza, in una villa di campagna. La narra per scene brevi, sipa­rietti (fatti con le massime di Mao), interviste, dislocazioni dell’azione, interventi del ciacchi­sta, piani americani asciutti, tagliati secchi, frontali: sulle modalità dell’inquadratura e sulla sua funzionalità in questo film si po­trebbe scrivere un lungo saggio, come sulla funzionalità del colore (che è quello dell’ul­timissima pop-art e, se si vuole, anche della pubblicità più aggiornata). Ma consideriamo solo alcuni punti: la grande metafora dei pen­sieri di Mao s’imbatte in un gruppo di gio­vani palesemente (e per ragioni oggettive) disorientati, i quali hanno la buona idea di prenderla in senso letterale; da questo acci­dente risulta una grandissima virtù « descrit­tiva » del film e una grandissima vitalità rit­mica e stilistica. Il momento ideologico è poi qui: il problema non è di sapere se si tratti di un film filo- o anti-cinese nella mente e nelle intenzioni di Godard, che sarebbe grot­tesco, quanto di constatare che è cinese e basta nel senso che toglie di mezzo, insistiamo: in virtù di una grande rapidità percettiva e di stile, centinaia di griglie ideologiche e ag­gredisce le cose come sono; così, la descrizione del delirio ideologico o del suicidio non si ri­solve in sé ma proietta enormi aloni di signi­ficato che sono insieme freddi (tutti i film di Godard contengono un momento di grande melanconia) ed estremamente allarmanti… ecc. Un’ultima cosa: a un certo punto, su una lavagnetta, sono scritti i « nomi della cultu­ra », Voltaire, Novalis, Beckett… Brecht. Poi vengono cancellati. Rimane solo Brecht: è un film brechtiano? (Alla fine il delirio ideolo­gico si risolve, tra l’altro, nella prospettiva di una « educazione teatrale »). E’ un film brechtiano nel senso che in esso viene recu­perata la tecnica dello straniamento, ma pro­prio recuperata in senso etimologico: addosso alle cose stesse, che così vengono mostrate. E credo che l’irritazione di tanti spettatori sia proprio dello stesso genere di quella degli spettatori delle prime cose di Brecht: trasci­nati dentro i meandri di una situazione in­consueta ma perfettamente reale, vengono posti di fronte a un grande punto interrogativo che non può non riguardarli… ecc. Non va molto bene: troppe cose da dire e niente spazio. L’autore di questo articolo dichiara che La Chinoise è un film stupendo e che è molto opportuno, al liceo, studiare Diderot invece che Giosuè Carducci.


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Bart