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CINEMA: La grande bellezza, un film di Paolo Sorrentino

15 Giugno 2013

di Maria Antonietta Pinna
(anche qui)

Il 21 maggio esce nelle sale il film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, una pellicola a tratti inquietante per l’ostentazione di carne griffata destinata alla marcescenza dell’essere in nome dell’avere. Se non fosse per l’estenuante muto lirismo di scene troppo lunghe, che appesantiscono la narrazione, forse si potrebbe gridare al capolavoro. Toni Servillo nei panni dello scrittore Jep Gambardella mostra la stoffa di attore vero come ce ne sono pochi in Italia e buca lo schermo dall’inizio alla fine, rivelando capacità interpretative di grande spessore. Il film è sostanzialmente basato su un gioco di maschere e svelamenti. Il cardinale esorcista che frequenta la gente che conta, è una figura da teatro dell’assurdo, assolutamente indifferente alle questioni spirituali. L’iterazione lancinante e ironicamente crudele delle sue supposte qualità culinarie, con ostentazione di inopportune ricette, apre uno squarcio sulla realtà di certo clero porporato. Jep è l’uomo miserabile che icasticamente solleva i veli dell’ipocrisia negli altri per non sentire la propria amarezza di uomo ricco e fallito. Cerca qualcosa che non esiste, una grande bellezza che non appartiene al genere umano che frequenta, così squallido sotto il sedimentato chiacchiericcio, così povero sotto la ricchezza splendente. Uno squallore morale in cui ciascuno interpreta in società la parte migliore di se stesso, mentendo sul proprio ruolo, sui sentimenti, sul lavoro, sui sacrifici, sull’essenza stessa dell’arte. Il disfacimento appare l’idea centrale e dominante, il filo che muove i personaggi, in un teorema di morte che si concretizza realmente nel suicidio, nella malattia, nell’ipocrisia che vive il funerale come momento mondano di grande rilevanza sociale. Uno squarcio sul marciume confezionato nell’oro, una pennellata impietosa sull’apparenza. La bellezza è data da sprazzi momentanei e caduchi. L’arte degradata a pura ostentazione da gossip nel vuoto delle definizioni pseudo-intellettuali. La sostanza sprecata in nome della falsità.

Serena Grandi che esce dalla torta gigante in pieno disfacimento psico-fisico è la carne viva implodente e drogata di cocaina cui fa da contraltare la bocca sdentata della Santa che non si regge quasi in piedi e tuttavia ostenta l’importanza delle radici. Distruzione da ricchezza e da povertà rispettivamente, nella percezione visiva che la vita, qualunque essa sia, è assimilabile alla morte, nella sua incisiva distruttività, nel logorio incessante cui sottopone le maschere umane. Il leggero onirismo dei fenicotteri rosa in sosta offre allo spettatore una dimensione sognante destinata a durare poco, un mondo che un soffio basta a sconvolgere. Il filo del ricordo corre anch’esso verso un’idea di bellezza perduta per sempre, verso l’immagine del danno, dell’assenza cui non si può riparare e che rimanda alla vecchiaia. Un diario che viene buttato via, da a Jep l’idea che le belle persone in fondo siano solo un’illusione dell’anima in un mondo di corpi sostituibili. È la dimensione dell’uomo macchina, nella macina di feste da replicanti disfatti i cui trenini non vanno da nessuna parte, nelle penose attese di polli da batteria per iniettarsi il botox. L’illusione che si possa coprire il marcio con il rumore, la perdita assoluta del senso nella tagliente prospettiva che anche un ricco può essere incredibilmente povero.


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