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CINEMA: LETTERATURA: I MAESTRI: Mario Soldati. Bravo maresciallo

27 Giugno 2014

di Raffaello Brignetti
[da “La fiera letteraria”, numero 4, giovedì, 25 gennaio 1968]

Per uno scrittore è motivo di inte­resse incontrare in TY, fra politici, sportivi, cantanti e conferenzieri, un altro scrittore; e vederlo circondato di popolarità, lui e la sua opera, pari a quella degli altri protagonisti dell’at­tualità. Per uno scrittore che si occu­pa di televisione, specie in settimane fiacche come questa, lo scrittore che arriva è anche motivo di sollievo. Una specie di approdo.

Ma non è solo nell’interesse privato che si loda il passaggio in TV dei Rac­conti del maresciallo di Soldati. Il pro­gramma è valido obiettivamente. Dà un esempio di soluzione del problema . della TV in continua ricerca di autori che le prestino la loro collaborazione, e, nello stesso tempo, di confronto dell’autore col grande pubblico mediante un mezzo di diffusione potente, in quel processo del nostro tempo che porta l’autore e l’intellettuale in gene­re a uscir dall’isolamento tradizionale. Ogni ricorso della televisione alla let­teratura è e sarà apprezzato, perché è fecondo, di buon costume, culturale e utile reciprocamente.

Il libro di Mario Soldati è fortunato. I suoi quindici racconti (o, come si preferisce definirli, storie) si sono affermati su un quotidiano, poi, ap­punto, in volume. Ora Carlo Musso Susa e Romildo Craveri, col regista di Maigret, Mario Landi, ne hanno cura­to l’edizione televisiva, con la scelta di nove capitoli per sei puntate. La rea­lizzazione è stata a colori, sicché si può prevedere che i telefilm vadano anche all’estero. Lo stesso Soldati vi figura in veste di interprete di se stes­so. «Soldati?», esclama a un certo pun­to un personaggio, pure dalla ragione incerta e di memoria fallace. « Ah, Soldati! E’ vero! ».

E’ vero, è lo stesso Soldati dei « cibi genuini », probabilmente il Soldati che si garba di più, intimo più di quanto lo sia nel cinema o in narrazioni di ambiente cosmopolita. E’ il piemontese, l’osservatore della provincia, di certi grigiori che sarà magari inesatto ma è spontaneo riferire a un ciclo lo­cale dall’Ottocento a Pavese.

Gigi Arnaudi, il suo maresciallo (la serie si è presentata col titolo II mio amico Gigi) è sì un sottufficiale dell’Arma, ma soprattutto un buono, un samaritano; colleziona casi umani piut­tosto che casi giudiziari. « Sono un maresciallo dei carabinieri », dichiara. « Ma sono un uomo anch’io ».

In un’intervista, l’autore, distin­guendo il maresciallo del libro da quel­lo televisivo, ha detto: « Il mio è un in­troverso, quest’altro è un estroverso; il mio è un travet in divisa, quest’altro non ha per niente l’aria di un travet ». Ma anche in televisione il dabbenuomo è un dabbenuomo, non fosse che per l’uniforme stirata e rassicurante e per il volto leale di Turi Ferro. Egli dice di sé nel libro comprendendo an­che i colleghi: « Il nostro piacere, caso mai, sta nelle incertezze e nelle dif­ficoltà, e nell’astuzia per superarle: nella tecnica, non nei risultati ». E pure se in questo, oltre che, in televi­sione, nel comune regista, si ravvisa la sua somiglianza con Maigret — che al termine di ogni storia è aggrondato: ha dovuto vincere, l’indagine è finita e il colpevole è stato arrestato — Gigi Arnaudi non è in ogni caso un Mai­gret. Spesso non arresta nessuno, il suo intervento è morale più che vitto­rioso.

Racconti come Il pepe, Lo svecchio trasparente, Il ricordo, hanno dato la misura di questa moralità nel rappor­to fra un buon tutore della legalità e una comunità provinciale del pari buona. Il maresciallo ha confortato un vecchietto vacillante e maniaco. Di un conoscente truffaldino, travestito da prete, ha smascherato, è vero, le male­fatte, ma ha didascalicamente osserva­to: la sua ambizione era nel fingere, nelpresentarsi sotto altre spoglie; egli non è un cattivo, se avesse fatto l’at­tore si sarebbe salvato. Di un cinquan­tenne ingegnere, finito per incidente d’auto, è stato lesto a togliere dal por­tafogli la fotografia di un amico, per non far avere un’inutile pena alla fa­miglia. Cose che capitano a un mare­sciallo, specie se, come ha voluto farlo Soldati, antieroico, democratico e di buona pasta. In particolare II ricordo ha dato occasione al trucco di allestire su Renato Baldini un ingegnere che, per essere troppo tipico nell’abbronza­tura, nell’abito e nella canizie giovani­le, muoveva più al riso che alla com­prensione, ma, a parte questo, è risul­tato un brano, come si usa dire, da an­tologia. Negli esterni sbiancati e gelati il       precedente del Cappotto di Lattuada ha trovato, con la verità secca del fatto, più struggente emozione. Oral’ingegnere non faceva più ridere.

Dunque tutto bene? GiĂ . Ma allora cosa c’è che non funziona… Per degna che sia, la seria potrebbe non avere molti appassionati.

Una ragione letteraria. Se in un modo o nell’altro questa provincia è rapportabile all’atmosfera dall’Otto- cento a Pavese, non è forse passato del tempo da Pavese a oggi? Esiste o no la provincia ideale? Soldati lo dice: sarà vero. Ma ricordando tante piccole o grandi storie di interessi risolti a colpi di accetta, di infette, di « ballet­ti », di appalti fra compari, di faccende insomma in cui la cronaca cita all’ope­ra i carabinieri, qualche dubbio par­rebbe giustificato. A ogni buon conto, lo spettatore televisivo è stato finora così viziato dalla dozzinalità dei te­lefilm tutti-cose, tutti-cazzotti e tutti-spari, che proprio storie del genere potrebbe volersi sentir raccontare da un carabiniere in servizio.

Questo sarebbe un secondo motivo di scarsa presa dei Racconti del mare­sciallo in televisione. La TV brucia l’indugio psicologico. L’abuso spetta­colare ha fatto il resto: una storia che non si muove e non precipita in un finale dichiarato, previsto, netto, non sembra una storia televisiva.
Ma, se è per questo, si può ben cer­care di fare un’altra televisione. Me­glio, si deve. La serie vale oltre tutto per correzione e ricerca. Non è troppo dire che c’entra il costume. Inoltre va salutato nel maresciallo un essere te­levisivo che finalmente non ripete gli schemi e somiglia a un uomo. E’ addi­rittura sposato.


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