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Circoli viziosi e reti perdute

1 Dicembre 2013

di Angelo Panebianco
(dal “Corriere della Sera”, 1 dicembre 2013)

Dobbiamo decidere se diventare o no adulti responsabili. E dobbiamo deciderlo subito. Per un lunghissimo periodo abbiamo avuto tutori che si prendevano cura di noi, ci proteggevano dai pericoli della vita, e soprattutto da noi stessi. La democrazia italiana non è sopravvissuta così a lungo per merito nostro ma perché disponevamo di potenti protettori. Prima di tutto, gli americani. Ci hanno salvati, sconfiggendoli, da quei totalitarismi che hanno sempre esercitato su di noi una grande attrazione. E poi c’era l’Europa, ideale «caldo» solo per piccole élite visionarie e una comoda cuccia per tutti gli altri, generatrice di vantaggi economici (un bancomat sempre coperto) e, per noi italiani in particolare, utile vincolo esterno che doveva contrastare la debolezza della nostra volontà. Come Ulisse, senza vincoli, o così pensavamo, ci saremmo gettati in mare per seguire il canto delle sirene. I protettori si sono dileguati. Gli americani hanno altro a cui pensare e dell’Europa, ora che il bancomat risulta scoperto, in tanti pensano che non sia più una cuccia ma una prigione. Per giunta, l’Unione viene picconata ogni giorno, smantellata pezzo per pezzo. E, con essa, gli ideali che la sorreggevano. Come ha osservato ieri sul Corriere Gian Arturo Ferrari, la decisione tedesca di far pagare i pedaggi autostradali ai soli non tedeschi mostra la forza simbolica dirompente di certi piccoli gesti, ci dice sullo stato dell’Unione più di mille discorsi. S

iamo soli insomma (l’interdipendenza con gli altri non esclude affatto la solitudine), e siamo di nuovo liberi di farci tutto il male che vogliamo. Prendiamo il caso Berlusconi. Solo una combinazione di mancanza di senso storico e di miopìa politica, di incapacità di guardare al di là del proprio naso può fare pensare che non avrà effetti di lungo termine sulla democrazia italiana il fatto che un leader che ha rappresentato e rappresenta milioni di elettori sia stato messo fuori gioco per via giudiziaria anziché politica. Solo la suddetta combinazione può far pensare che non si tratti di un fatto che segnerà il nostro futuro, scaverà nelle coscienze, alimenterà rancori che si perpetueranno nel tempo. Berlusconi era stato condannato e la decadenza era inevitabile. Ma, come ha osservato Sergio Romano (sul Corriere di ieri), c’è modo e modo di affrontare un passaggio così delicato. La consapevolezza del fatto che la democrazia è un regime politico fragile, fragilissimo, che va maneggiato con delicatezza, avrebbe dovuto imporre un fair play politico che invece è mancato. Gli adulti lo comprendono, i bambini viziati no. Se poi guardiamo al quadro più generale dovremmo capire quanto sia urgente agire. L’interazione perversa fra una politica destrutturata, una amministrazione pubblica che imprigiona le energie sociali, una magistratura debordante, e una economia in via di deindustrializzazione, va affrontata con una forza e con capacità che fin qui nessuno ha mostrato di possedere. Il venir meno degli antichi protettori lo rende improcrastinabile.

Si dice spesso che siano le situazioni di grande emergenza a creare le leadership in grado di venirne a capo. Ma si tratta di una visione provvidenzialistica che non trova sempre riscontro nei fatti. Qualcuno potrà dire che a salvarci sarà la struttura demografica della società. I vecchi non fanno le rivoluzioni. E i giovani sono troppo pochi per ribellarsi. Ma è un argomento a doppio taglio. Nella migliore delle ipotesi ci condanna a una irreversibile decadenza. E non è sufficiente comunque per escludere turbolenze e contraccolpi violenti. Non permette di dimenticare che gli ordini sociali, tutti, vivono sempre sotto la minaccia della disgregazione. Da come parlano, da come scrivono, e da come agiscono in tanti, sembra che questa minaccia non ci riguardi, che noi si disponga, chissà perché, di una qualche speciale esenzione. Nel Paese esistono ancora, per fortuna, grandi energie che aspettano di essere liberate e valorizzate. Ma tocca alla politica comprendere che non è più tempo di galleggiamenti. Gli schiaffi dati all’Italia dalle autorità di Bruxelles (come quello sulla legge di Stabilità) sono un segnale inequivocabile. Adesso c’è bisogno di una vera azione innovatrice e di leadership. La Germania fece (non con la Thatcher, con il socialdemocratico Gerhard Schröder) le riforme che andavano fatte. La Gran Bretagna di David Cameron fa ora, in chiave diversa, la stessa cosa. Solo noi ne siamo incapaci, solo noi crediamo che annunci, proclami e chiacchiere siano efficienti sostituti dell’azione? Solo noi siamo condannati a non potere sconfiggere i poteri di veto di cui dispongono gli interessi che pretendono che nulla mai cambi? Anche quando è ormai evidente che l’immobilismo non è più economicamente e socialmente sostenibile e che ci porta alla rovina? È arrivato il tempo di dimostrare che, anche senza catene, possiamo resistere alle sirene, ai nostri peggiori istinti.


Che accadrà di tutti noi senza più il caimano?
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 1 dicembre 2013)

QUELLA domanda se la fanno in molti e molte e discordanti sono le risposte secondo l’appartenenza politica e il ruolo che ciascuno degli interlocutori ha avuto in passato e conta di avere nel prossimo futuro. Alcuni mettono in dubbio che il caimano sia veramente uscito di scena e pensano che, anche se già decaduto dal Parlamento, rimane ancora in campo, conserva una piena leadership sui suoi seguaci e la manterrà per molto tempo ancora. Del resto anche Grillo è fuori dal Parlamento, anche Vendola, anche Renzi, eppure contano, eccome. È vero che Berlusconi è condannato per frode fiscale e gli altri no, ma questa differenza incide poco finché potrà mantenere il consenso di molti italiani come i sondaggi di opinione registrano. Chi ha dedicato la propria passione politica al suo sostegno pensa addirittura che sarà ancora più forte di prima, più rispondente alla sua vocazione di lotta, e ne gode. Il tanto peggio tanto meglio risveglia la sua energia e quella dei berluscones, manderà all’inferno chi l’ha tradito e sconfiggerà le sinistre di ogni risma che ancora infettano la cara Italia e perciò: Forza Italia, la vittoria è a portata di mano e questa volta con l’esperienza del passato sarà definitiva. Chi invece è dalla parte opposta ha una diversa valutazione dei fatti e delle loro conseguenze. Alcuni pensano, come i loro avversari, che la “caduta” sia più apparente che reale e temono che le previsioni di Forza Italia non siano purtroppo prive di fondamento. Altri invece estendono l’anatema contro il caimano a quanti da sinistra l’hanno coperto collaborando col diavolo e quindi dannandosi con lui. Per costoro la prossima battaglia dovrà dunque esser diretta mettendo definitivamente fuori gioco le finte sinistre corresponsabili della decadenza del Paese. Ma molti infine sono convinti che una bruttissima pagina di storia sia stata finalmente chiusa e si apra il campo al riformismo democratico. Questi sono i variegati scenari che dividono l’opinione pubblica, le forze politiche (e antipolitiche), i media, la business community e le parti sociali. * * * * Quanto a noi, il dissenso nei confronti di Berlusconi e del berlusconismo è stato uno degli “asset” del nostro giornale molto prima del suo ingresso in politica nel 1994. Cominciò fin dall’87, quando apparve chiaro il connubio di affari tra lui, i dorotei della Dc e soprattutto i socialisti di Craxi. Nell’89 diventò uno scontro diretto con quella che allora fu denominata la guerra di Segrate, la conquista della Mondadori da parte della Fininvest e quello che ne derivò. La nascita di Forza Italia portò al culmine quella guerra che non fu più soltanto un contrasto aziendale ma un fenomeno devastante della vita pubblica italiana. È durata vent’anni, ora Berlusconi è fuori gioco ma il berlusconismo no, è ancora in forze nel Paese. Non è un fatto occasionale, non è un fenomeno eccezionale mai visto prima, purtroppo è ricorrente nel nostro passato, recente ma anche più antico. Ricordo a chi l’avesse dimenticato la polemica non solo politica ma culturale che si ebbe nel 1945 tra Benedetto Croce e Ferruccio Parri sul fascismo. Croce sosteneva che la dittatura di Mussolini era stato un deplorevole incidente di percorso della nostra storia, che aveva certamente avuto conseguenze terribili ma non si era mai verificato prima, sicché una volta terminato dopo una guerra perduta e un paese pieno di rovine, il corso della nostra storia sarebbe ripreso e la libertà avrebbe di nuovo avuto la sua pienezza. Personalmente credo che Parri avesse ragione e Croce sbagliasse. Demagogia, qualunquismo, assenza di senso dello Stato sono altrettanti elementi che restano nascosti per lungo tempo ma non scompaiono dall’animo di molti e di tanto in tanto emergono in superficie. Un fiume carsico che crea situazioni diverse tra loro ma legate da profonde analogie che hanno reso tardiva la nostra unità nazionale e fragile la nostra democrazia. Berlusconi è caduto, il caimano tra un paio di mesi non ci sarà più e tanto varrebbe disinteressarsene, lasciando agli storici l’analisi e la collocazione; ma il berlusconismo non è finito e il problema affliggerà ancora per qualche tempo la nostra società, alimentato dagli altri populismi di diversa specie ma di analoga natura. Perciò la vigilanza è un dovere civico per tutte le persone e per le forze politiche consapevoli.
* * * *
Il governo Letta si presenterà in Parlamento dopo l’8 dicembre per ottenere la fiducia poiché la nascita, anzi la rinascita di Forza Italia da un lato e del nuovo centrodestra dall’altro hanno modificato la maggioranza parlamentare e quindi la natura stessa del governo. È a mio avviso auspicabile che non vi siano rimpasti se i ministri di provenienza del Pdl confermeranno la loro scelta “alfaniana”. Il governo ha problemi ben più importanti da affrontare e Letta li ha da tempo individuati: accentuare, nell’ambito delle risorse esistenti, l’obiettivo della crescita economica e la ricerca delle coperture necessarie; le riforme istituzionali e costituzionali da effettuare; la produttività e la competitività da accrescere; la legge elettorale da modificare; l’evasione fiscale da perseguire. Ma soprattutto la politica europea e la struttura stessa dell’Europa da avviare verso un vero e proprio Stato federale. Quest’ultimo obiettivo è della massima importanza e noi ne siamo uno dei primi attori. Letta ha già iniziato il confronto con le autorità europee e con gli Stati membri dell’Unione, una politica che toccherà il culmine col semestre di presidenza italiana. C’è chi sostiene che l’importanza di quella presidenza sia retoricamente sopravvalutata, ma non è così, non solo perché l’Italia è tra i fondatori della Ue ma per un’altra e ben più consistente ragione. L’ho già scritto domenica scorsa ma penso sia utile ripeterlo ricordandolo alla memoria corta di molti concittadini: abbiamo il debito pubblico più pesante d’Europa se non addirittura del mondo. È la nostra debolezza, ma paradossalmente la nostra forza. I default della Grecia o del Portogallo o perfino della Spagna, semmai dovessero verificarsi (ovviamente speriamo e pensiamo che non avverranno), sarebbero certamente sgradevoli ma sopportabili dall’Europa. Un default dell’Italia invece no, sconquasserebbe l’Europa intera con conseguenze negative non trascurabili perfino in Usa; il sistema bancario europeo (e non soltanto) ne sarebbe devastato. Una catastrofe che non avverrà, ma è questa spada di Brenno che Letta può gettare sul tavolo della discussione con gli altri membri dell’Unione a cominciare dalla Germania. Fin da subito, ma il culmine di questo confronto ci sarà durante la nostra presidenza europea poiché i governi dei Paesi membri se lo troveranno di fronte istituzionalmente, visto che fissare l’ordine dei lavori spetta al presidente di turno. Letta non sarà senza alleati. La Francia e la Spagna sono fin d’ora impegnate su questo terreno e perfino l’Olanda. La Bce mira anch’essa a quell’obiettivo del quale l’unione bancaria rappresenta uno dei capitoli principali. La Merkel tentenna, ma dopo la nascita della coalizione con l’Spd la situazione è cambiata. I socialdemocratici hanno lasciato nelle mani della Cancelliera la politica europea, ma hanno ottenuto l’aumento del salario minimo garantito, una politica di incentivi ai consumi e di forme nuove di sostegno sociale. Queste misure dovrebbero far aumentare la domanda interna e sono appunto gli obiettivi che la Bce persegue per migliorare l’equilibrio degli interessi bancari tra i paesi europei. Le imminenti elezioni europee non avranno molto peso sull’evoluzione eventuale ed auspicabile della struttura istituzionale dell’Europa, ma possono avere ripercussioni negative sulla politica interna di alcuni Stati nazionali e soprattutto nel nostro e in quello francese dove il Front National per i francesi e i Cinque Stelle e Forza Italia potrebbero registrare i consensi dell’antipolitica. Ecco un altro appuntamento che impone a Letta di accelerare il passo e al Pd di dargli il necessario consenso per renderlo concretamente efficace.
* * * *
Per chiudere questa rassegna di questioni attuali, ne segnalo ancora un paio. Si parla con insistenza di un’imminente sentenza della Corte Costituzionale sulla vigente legge elettorale. Accoglierà il ricorso della Cassazione che chiede lumi sulla costituzionalità del Porcellum oppure si dichiarerà incompetente trattandosi di un tema esclusivamente parlamentare? I giuristi sono discordi. Alcuni ritengono che la Corte si dichiarerà incompetente. Per quel che vale, concordo con questa tesi. La Corte non può stabilire quale debba essere lo strumento corretto con il quale si registra la volontà del popolo sovrano poiché manca un appiglio scritto nella Costituzione. Tanto meno può ledere le prerogative del Parlamento. Spetta ai cittadini eletti (sia pure sulla base di una legge abnorme) correggerla, cambiarla, farne una nuova, non alla Corte. Con Forza Italia nel governo ogni correzione sarebbe stata ed è stata respinta, ma una rappresentanza parlamentare diversa come l’attuale può riuscire in questa impresa. Il governo da parte sua può facilitare l’accordo presentando per l’approvazione parlamentare un suo disegno di legge.

Il secondo tema è stato sollevato dalla Corte dei conti, che chiede anch’essa l’intervento della Consulta. Riguarda le varie leggi che, dopo il referendum negativo sul finanziamento pubblico dei partiti, lo reintrodussero camuffandolo come rimborso ai gruppi parlamentari delle loro spese elettorali. Il governo Letta ha già cancellato questo stato di cose abolendo con due anni di transizione l’erogazione di denaro pubblico e affidando il finanziamento dei partiti al sostegno privato, ma la Corte dei conti mette in causa il passato e si rivolge alla Consulta. Sembra assai dubitabile che la Consulta risponda positivamente a questa chiamata in causa. Se alcuni gruppi parlamentari, o anche consigli regionali, hanno usato quei fondi per scopi privati e dunque illegittimi (ed è purtroppo ampiamente avvenuto) si tratta di reati di competenza della magistratura ordinaria. Ma la Consulta non sembra possa cassare leggi votate dal Parlamento ancorché sostanzialmente violino il risultato referendario il quale a sua volta abolì il finanziamento ai partiti ma non lo sostituì con un nuovo sistema. I referendum in Italia non hanno poteri positivi ma soltanto di abolizione. Dopodiché resta un vuoto che spetta al Parlamento colmare anche se spesso lo colma poco e male. In conclusione c’è molta strada da fare. Speriamo che gli italiani brava gente – come un tempo si diceva con autoironia spesso giustificata – dimostrino ora d’esser brava gente sul serio e ogni volta che spetti a loro di decidere lo facciano facendo funzionare la testa e non la pancia. Berlusconismo e grillismo in questa vocazione della pancia si somigliano moltissimo. Noi privilegiamo la testa e speriamo di essere ascoltati.

(Come De Siervo sul Corriere, anche Scalfari dà consigli agli organi superiori della magistratura. Ormai siamo arrivati a questo.
Per quanto riguarda Berlusconi, poiché non è più senatore, ora si cerca di creare un nuovo nemico, il berlusconismo. Insomma, in Italia ormai da troppi lustri è tramontato il tempo dei confronti, ma si è instaurato il tempo della costruzione dei bersagli politici su cui scagliare insulti e farneticazioni. Ciò non fa sperare bene, ancora una volta.
bdm)


Renzi, ultimatum a Letta: “Tre condizioni per far durare il governo o il Pd uscirà dalla maggioranza”
di Claudio Tito
(da “la Repubblica”, 1 dicembre 2013)

Un patto con Letta per arrivare al 2015. Con tre punti qualificanti: riforme, lavoro ed Europa. Ma se il governo non realizzerà questi obiettivi, allora il Pd “separerà il suo destino da quello della maggioranza”. Matteo Renzi pianta i suoi paletti. Il sindaco ricorda che l’esecutivo è sostenuto in primo luogo dai democratici e l’agenda per il 2014 deve essere concordata in primo luogo con loro. Alfano si deve adeguare: “Ha trenta deputati, noi ne abbiamo trecento. Se non è d’accordo, sappia che poi si va a votare. Io non ho paura delle elezioni, lui sì“.
Il 9 dicembre farà cadere il governo?
“Macché, sarà l’occasione per risolvere i problemi. Se non lo si fa, siamo finiti”.

Nel senso che Letta sarebbe finito?
“Nel senso che all’opposizione c’è una tenaglia composta da Berlusconi e Grillo. E il Cavaliere la campagna elettorale la sa fare. Se il governo è tentennante, la nostra marcia verso le elezioni si trasformerà in un corteo funebre. Dobbiamo cambiare verso”.

Come?
“Napolitano ha chiesto a Letta di tornare alle Camere. Non è un passaggio scontato, ma politico. Deve ridisegnare il suo programma. E Letta deve sapere che il suo esecutivo ora è incentrato sul Pd. Ha cambiato forma, le larghe intese originarie non ci sono più”.

Queste sono parole non fatti.
“Il fatto è che il Pd ha trecento deputati e Alfano ne ha trenta. Con tutto il rispetto per Scelta Civica e per il Nuovo centrodestra, il governo sta in piedi grazie a noi. Alfano dice che può far cadere Letta. Bene, così si va subito al voto. Io non ho paura. Lui sì. Perché sa che Berlusconi lo asfalta“.

Ma lei è sicuro che tutti e trecento la seguiranno?
“Le cose da fare le decideranno gli italiani che parteciperanno alle primarie. Difficilmente qualcuno si tirerà indietro. Ma se c’è chi punta a spaccare il gruppo, sappia che la conseguenza saranno le elezioni anticipate“.

E allora lei come pensa di utilizzare tutta questa forza?
“Aspettare l’8 dicembre per la verifica di governo non è stata una concessione. Chi vince impone la linea. Saremo leali ma conseguenti. Offro una disponibilità vera, un patto di un anno. E quindi proporremo tre punti che noi consideriamo ineludibili”.

Cioè?
“Nessuno ha la bacchetta magica. Per il Pd il 2013 è stato l’anno della pazienza e della responsabilità. Il 2014 deve essere quello del coraggio e delle decisioni. Il primo punto che porremo saranno le regole del gioco. Si mandino in pensione i saggi che vanno in ritiro a Francavilla e la proposta di modifica dell’articolo 138. Il ministro Quagliariello ha presentato una proposta per il superamento del bicameralismo. Io dico: niente scherzi. Il Senato non ha bisogno di arzigogoli, lo si azzera e diventa la Camera delle Autonomie locali. Aboliamo enti inutili come il Cnel, rivediamo il Titolo V della Costituzione. Non servono i saggi per questo, ma le centinaia di migliaia di persone che voteranno nei gazebo”.

E secondo lei la gente che va a votare nei gazebo è interessata alla Camera delle Autonomie?
“Se riusciamo a fare quel che ho detto e a metterlo in cantiere prima delle europee, si può risparmiare un miliardo. Cinquecento milioni li mettiamo sulla tutela del territorio e altri 500 a favore della disabilità. A queste cose la gente è interessata”.

Nel pacchetto entra anche la legge elettorale?
“Certo. Va bene qualsiasi riforma. Purché si faccia e purché garantisca il bipolarismo e la governabilità“.

Le va bene anche il Super-Porcellum?
“E no. Chi vince, deve vincere. Chi vince, governa 5 anni senza inciuci“.

Il Mattarellum?
“Ma deve essere corretto. Quel 25% di recupero proporzionale deve diventare un premio di maggioranza”.

Qual è il secondo paletto che vuole piantare?
“L’economia. Partiamo dal “Job act”. Semplificazione delle regole nel lavoro, garanzie a chi non ne ha. Aumentare la capacità di attrarre investimenti stranieri. La disoccupazione non fa più notizia, ma noi siamo il partito del lavoro. Costringere sindacati e Confindustria a fare rappresentanza e non a occuparsi di formazione professionale”.

Ecco un nuovo attacco alla Cgil.
“Ma la parte più seria è già uscita da quel settore. Certo, anche loro devono cambiare. Ogni volta che in tv trasmettono una riunione a Palazzo Chigi nella sala Verde con 40 sindacalisti e imprenditori, aumenta dell’0,1% l’astensionismo”.

La formulazione della nuova Imu va cambiata?
“Con i comuni hanno fatto un pasticcio, siamo alle barzellette. Capisco quei sindaci che hanno messo in bilancio certe risorse e ora il governo gliele leva. Ma non c’è dubbio che chi ha una casa grande e bella debba pagare di più di chi ne ha una piccola e brutta. La verità è che hanno fatto una gigantesca ammuina per accontentare Brunetta”.

La farebbe una patrimoniale?
“Ora sarebbe un errore politico, le tasse vanno abbassate non aumentate. La si può chiedere solo dopo che la Pubblica Amministrazione ha dato il buon esempio
. Poi, però, c’è il terzo punto”.

Ossia?
“L’anima del Paese. Letta vuole gestire il semestre europeo, allora si diano contenuti. Spendiamo meglio i fondi comunitari. Investiamo anche su scuola, immigrazione e diritti”.

Intende diritti civili?
“Guardi, io sono tra i più prudenti nel mio partito. Ma le Unioni civili e la legge contro l’omofobia non sono più rinviabili”.

In sostanza lei propone un patto a Letta e Alfano ponendo queste tre condizioni.
Ad Alfano no. Ripeto noi siamo trecento, loro trenta. Mica ce l’ha ordinato il dottore di stare insieme“.

Insomma il vicepremier si deve adeguare.
“Se ha proposte migliorative… ma non è che non trattiamo più con Berlusconi e ci mettiamo a mediare con Formigoni e Giovanardi. Alfano ha chiesto tempo per superare il problema Berlusconi. Va bene, ma se si risolvono i problemi del Paese. Non è importante chi segna il goal, ma vincere la partita. Insomma, ci devono essere i fatti. Ora si deve salvare il Paese”.

Il Nuovo centrodestra chiede la riforma della giustizia.
“Sarebbe un bene. Ma non mi pare che ci siano le condizioni. E comunque la nostra riforma della giustizia sarebbe molto diversa dal Lodo Alfano
“.

Può essere utile un rimpasto per sancire la nuova fase?
“A me interessa che le cose si facciano”.

Quindi si voterà nel 2015?
“Letta e Napolitano hanno fissato quella data. Ma se nel 2014 non si fanno queste cose, ci
portano via di peso. La sinistra è finita e vincono Berlusconi e Grillo”.

Al contrario, se si fanno quelle cose qualcuno le potrebbe dire di far slittare il voto al 2016.
“Se si porrà il problema, lo discuteremo. Per me si vota nel 2015. Ma insisto: questa è la volta buona che ci si arriva avendo realizzato la riforma elettorale e tutto il resto. Altrimenti il Pd non potrà che separare il suo destino da quello di questa maggioranza”.

Cioè lei aprirebbe la crisi?
“No, io voglio aprire i cantieri per dare lavoro. Ma se si va a votare ci deve essere un Pd forte”.

Dovrà fare i conti anche con Napolitano. Il presidente della Repubblica spesso ha coperto Palazzo Chigi con il suo ombrello istituzionale.
“Il capo dello Stato fa bene il suo ruolo. Ma nel rispetto dei ruoli, mi limito a far presente che un Pd forte fa bene anche alle Istituzioni”.

Tra una settimana le primarie. Ha paura di un flop astensionismo?
“Andranno a votare meno persone rispetto all’ultima volta. l’astensionismo cresce nel Paese e cresce nel Pd. Ma se anche andasse a votare un milione di persone, sarebbero le primarie più grandi d’Europa. Non nascondo che sarebbe bello arrivare a due milioni. Per questo sabato metteremo 1000 tavolini in mille piazze italiane. Diremo che stavolta si può voltare pagina”.


Renzi dà l’ultimatum a Letta e getta il governo nel panico
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2013)

Enrico Letta è convinto che la fuoriuscita di Forza Italia dalla maggioranza abbia rafforzato la sua premiership.
In realtà, gli equilibri tra il Pd e il Nuovo centrodestra sono appesi a un filo. E, non appena Matteo Renzi avrà messo le mani sulla segreteria del partito, darà un taglio netto seppellendo una volta per tutte le larghe intese. “Letta deve sapere che il suo esecutivo ora è incentrato sul Pd. Ha cambiato forma, le larghe intese orginarie non ci sono più”, ha messo in chiaro il sindaco di Firenze in una intervista alla Repubblica gettando l’esecutivo nel panico.

Come deciso dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Letta dovrà tornare in parlamento a chiedere la fiducia. I sei voti di scarto ottenuti al passaggio in Senato della legge di Stabilità non hanno convinto il capo dello Stato e, tantomeno, Forza Italia che sta premendo per aprire formalmente la crisi di governo. Il premier chiederà la fiducia alle Camere dopo le primarie dell’8 dicembre che incoroneranno Renzi alla guida della segreteria piddì. Se nei giorni scorsi il vicepremier Angelino Alfano aveva ricordato a Letta che il Nuovo centrodestra ha i numeri per far cadere l’esecutivo, oggi il sindaco di Firenze ha ricordato ad Alfano che il Nuovo centrodestra ha trenta deputati mentre il Pd ne ha trecento: “Se non è d’accordo sappia che poi si va a votare. Io non ho paura delle elezioni, lui si. Perché sa che Berlusconi lo asfalta”. Quindi, la stoccata finale: “Se Alfano ha proposte migliorative… ma non è che non trattiamo più con Berlusconi e ci mettiamo a mediare con Formigoni e Giovanardi”. Insomma, tutt’altro che un idillio. Tanto che è bastata la provocazione di Renzi a far saltare i nervi agli alfaniani. “Se Renzi ha il problema di dover sostituire Letta dica che a marzo si vota perché vuole diventare presidente del Consiglio – ha aperto le danze il ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi – noi non abbiamo nessuna paura”. Poi è stata la volta del ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello: “C’è un peso specifico e c’è anche un peso politico. Noi pensiamo di dover esercitare il peso specifico e il peso politico”.

Renzi non ne ha solo per Alfano. Il vero obiettivo da impallinare dell’intervista rilasciata a Repubblica è Letta. È al premier che il sindaco manda un messaggio sin troppo chiaro: “Chi vince impone la linea. Saremo leali ma conseguenti”. “A Letta offro una disponibiltà vera, un patto di un anno”, ha assicurato spiegando che proporrà un patto strutturato su tre punti “ineludibili” su riforme, lavoro e Europa. “Se l’esecutivo non realizzerà questi obiettivi – ha avvertito – il Pd separerà il suo destino dalla maggioranza”. Insomma, un vero e proprio ultimatum che non lascia molti margini di manovra all’esecutivo.


“Effetto ’94” per Forza Italia: riparte già dal 21%
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2013)

Roma – Forza Italia riparte dalle origini. Dal simbolo del ’94, dal tentativo di mobilitare e coinvolgere l’entusiasmo della base attraverso circoli e club.
E curiosamente dalla stessa percentuale di allora: il 21%.

Sono passati quasi 20 anni dal battesimo della prima creatura politica di Silvio Berlusconi. E nonostante il passare del tempo e le mille traversie i consensi sembrano essersi stabilizzati sui livelli della prima prova elettorale. Venerdì, a farlo notare sul suo blog è stato Luigi Crespi. Il sondaggista-comunicatore, incrociando 5 sondaggi, invitava i celebratori seriali di funerali politici anticipati a stare in guardia perché il leader di Fi può ancora contare sulla stessa percentuale del 27-28 marzo del 1994, quando il partito azzurro sorprese tutti conquistando 8.136.135 voti pari al 21,01%. Forza Italia superò di 300 mila voti i Ds (20,36%), battendo in coalizione la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto. Da allora si è proceduto tra alti e bassi. Nelle quattro prove alle Politiche a cui ha preso parte da sola, Forza Italia ha oscillato tra il 20,6% (1996) e il 29,43% (2001). Nelle Europee nel 1994 il 30% (30,61%); nel ’99 il 25,2%) e nel 2004 il 20,1%. Peraltro secondo le rilevazioni gli elettori credono alla continuazione della carriera politica di Berlusconi. Quasi il 70% è convinto che rimarrà sulla scena, una convinzione che sale al 91% tra chi ha dichiarato di voler votare Forza Italia. Senza dimenticare che in questo momento unendo i consensi delle forze che gravitano in quell’area, il centrodestra sarebbe saldamente in testa, con 4-5 punti di vantaggio.

«Di fronte alla decadenza l’elettorato si è compattato attorno a lui» spiega Antonio Palmieri, responsabile Comunicazione elettorale e internet. «Inoltre il 21% di oggi vale più di quello del ’94. Innanzitutto perché c’è stato un ricambio tra gli elettori che sono scomparsi e i neodiciottenni, un ricambio di circa 10 milioni di elettori. E questo dimostra che Berlusconi è intergenerazionale, un’icona che resiste all’usura del tempo. Inoltre Berlusconi ha retto in un contesto in cui nel ’94 votare era percepito come un dovere, oggi come una possibilità. Tanto che il sistema è diventato sostanzialmente quadripolare: centrodestra, centrosinistra, Grillo e l’astensione». Sondaggi a parte, Fi lavora anche per il restyling interno e una accelerazione è in corso sulla nomina dei nuovi dirigenti. L’intenzione di Berlusconi è quella di creare uno schema parallelo: da una parte il partito, con figure di riferimento sul territorio circondate da snelle strutture collegiali; dall’altra i club affidati a Marcello Fiori. Sul suo tavolo da alcuni giorni c’è una proposta per la definizione del nuovo comitato di presidenza. Ieri ne ha parlato con Denis Verdini e presto arriverà il primo organigramma. Vicina anche la definizione della mappa dei nuovi coordinatori regionali. I nomi più probabili sono Gilberto Pichetto Fratin per il Piemonte; Sandro Biasotti per la Liguria; Vincenzo Gibiino per la Sicilia; Giuseppe Galati per la Calabria; Sandra Savino per il Friuli; Cosimo Latronico per la Basilicata; Anna Maria Bernini per l’Emilia Romagna; l’ex olimpionico di sciabola, Marco Marin in Veneto; per l’Umbria sono in corsa un dirigente con un forte radicamento sul territorio come Pietro Laffranco e l’imprenditrice Catia Polidori. Nel Lazio la partita è tra Francesco Giro e Francesco Aracri anche se scenderanno in campo di supporto gli stessi Maurizio Gasparri e Antonio Tajani. Infine ieri Clemente Mastella, da Benevento, ha annunciato la «scelta umana e politica e la sua adesione a Forza Italia».


Pannella non molla sui referendum: farò ricorso
di Jacopo Granzotto
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2013)

Roma – Quando parla Pannella Giacinto, detto Marco, ti devi rassegnare. Primo, il ritmo lo detta lui.
Secondo, se lo contraddici finisci all’angolo e da lì non ti muovi. Detto questo, è sempre un piacere ascoltarlo e non solo perché generalmente ci azzecca, con lui hai sempre il titolo giusto. L’ultima è un’illuminante intervista riportata da Il Tempo a proposito della bocciatura dei referendum sulla giustizia. Sarebbe stata colpa dell’inesperienza dei vertici Pdl e del metodo inefficace di raccolta delle firme. E lo dice uno che di referendum se ne intende. Inoltre, a suo dire, nel «vecchio» Pdl c’era un piano per boicottare Berlusconi. Silvio sì che credeva nella battaglia radicale. L’anarchico più che l’allineato viene fuori in tutto il suo splendore. E fa sapere di aver preparato il ricorso anche se la situazione sembra disperata. Il quesito con più sottoscrizioni sarebbe quello sulla responsabilità civile dei giudici, a cui la Cassazione avrebbe riconosciuto 420mila firme (ne servono 500mila). Peggio tutti gli altri.

«Siamo troppo esperti – racconta al quotidiano diretto da Gian Marco Chiocci – per poter avere sorprese nel campo dei referendum. Sapevamo di avere un handicap, visto che ci sono stati anche altri che hanno raccolto le firme. Di certo c’è stata mancanza d’esperienza, aggravata dall’assenza di informazione. Ancora oggi arrivano decine di migliaia di firme da alcuni Comuni. Bisogna vedere come le valuterà la Cassazione».

Nella campagna per la raccolta delle firme sapeva di non poter contare sul Pd, ennesimo colpo al cuore di un rosso a metà. «Ricordo che quando si discuteva del referendum sul divorzio il Pci disse che avrebbe diviso la classe popolare. La tesi del Pci era che la legge doveva essere cambiata dal Parlamento. È la stessa cosa che sostiene ora Renzi, anche se lui nemmeno lo sospetta. L’unico che su queste cose è intellettualmente onesto è Violante. Ormai il Pd ha rafforzato le sue posizioni giacobine». Il centrodestra invece lo ha aiutato. «L’ottimo Silvio – fa sapere nell’intervista – ha fatto un mucchio di cavolate, che gli ho rimproverato, ma sui nostri 12 referendum ci ha provato. Li ha firmati, si è detto a favore dell’amnistia e ha avviato la raccolta di firme ma nel suo partito non gliel’hanno fatta passare. Li hanno definiti falchi e colombe ma si sono mossi da avvoltoi. Pensavano fosse finito e non lo hanno accontentato sui referendum». Unici nel centrodestra ad impegnarsi sarebbero stati Fitto e Nitto Palma. Ancora sul Cavaliere e c’è di che stupirsi. «A Silvio ho consigliato di espatriare per un paio di giorni. Gli dissi di andare a Ginevra e da lì fare una conferenza stampa per dimostrare che il combinato disposto tra l’obbligatorietà dell’azione penale e l’accanimento fa uscire l’Italia dalla ragionevolezza della legge». Poi sarebbe rientrato e, magari, l’avrebbero pure arrestato. «Ma a quel punto anche i comunisti lo avrebbero difeso».


Ferrara scrive a Napolitano: “Basta ribaltoni, facci votare”
di Redazione
(da “Libero”, 1 dicembre 2013)

“Presidente, basta col governo-ribaltone. Ci faccia votare”. Quello di Giuliano Ferrara, più che un appello a Giorgio Napolitano, è un bignamino, un ripasso di storia politica italiana negli ultimi 20 anni. L’Elefantino, sul Giornale, ricorda al Colle tutte le volte, troppe, che qualcuno ha preferito sostituire un governo legittimo e votato dagli italiani con una maggioranza “da laboratorio” frutto delle alchimie parlamentarie e dei cambi di casacca di questo o quel gruppetto di onorevoli. Sempre, sottolinea Ferrara, “per la paura di tornare alle urne e lasciare che il popolo elettore decida democraticamente chi deve dirigere l’esecutivo”.

“Vent’anni di governi illegittimi” – Dal 1994 ad oggi, da quando cioè sulla scena politica c’è Silvio Berlusconi, sono stati troppi i casi in cui il Quirinale, per porre rimedio a una crisi quasi sempre provocata o a favorita da iniziative giudiziarie, ha preferito affidare ad altri, non legittimati dal voto popolare, la guida del Paese. E’ successo nel 1994, con il ribaltone ai danni del Cavaliere e il governo Dini. E’ successo dopo il 1996, con Prodi caduto ma la maggioranza di sinistra rimasta in piedi grazie ai voti di Cossiga. E, punge Ferrara, è successo ben due volte con Napolitano: nel 2011 con Monti, e nel 2012 con Letta. “Napolitano ha cercato di rattoppare i guasti di un sistema ammalato, di uno squilibrio drammatico nei rapporti tra politica e giustizia, di una rovinosa capacità sia della destra sia della sinistra di accettare il principio di realtà e restituire alla politica la sua funzione di coesione e comando usurpata dal partito dei faziosi e da quello dei togati d’assalto. Ora, però, le larghe intese nate nell’aprile scorso non ci sono più: il Pd governa anche grazie ad una larga maggioranza garantita alla Camera da Sel di Vendola, che però è escluso dal governo. E al Senato l’esecutivo sta in piedi grazie ai voti di Alfano e dei suoi, eletti soprattutto grazie all’impegno di Silvio Berlusconi, a sua volta all’opposizione.

“Ostaggi di ribaltonisti e forcaioli” – La colpa della politica, e quindi anche del Quirinale, secondo Ferrara è doppia: “La paura dei magistrati e la subordinazione a essi, in una spirale drammatica che ha riguardato sia Berlusconi sia Prodi”, e “la paura degli elettori liberi e adulti”. A differenza delle coraggiose Spagna e Grecia, tornate al voto anche in momenti di crisi tragica, “noi biascichiamo di riforme che non si faranno, di semestri europei che contano un fico secco, siamo immobilizzati dalle nostre paure mentre l’offensiva forcaiola promette nuovi sfracelli ogni giorno“. Ecco perché il direttore del Foglio chiede a Napolitano una “prova di coraggio”: “Non negare al popolo il suo diritto a esprimersi e a decidere“.


Le macerie sotto il Colle
di Paolo Flores d’Arcais
(da “MicroMega”, 1 dicembre 2013)

A cosa è servita la catafratta pervicacia di Giorgio Napolitano nell’imporre all’Italia in macerie le larghe intese? A nulla. Ad avere un governicchio che al Senato si regge sullo sputo di qualche voto, un monocolore Pd più pochi spiccioli diversamente berlusconiani, sulla cui qualità stendere un pietoso velo (Fabrizio “P2” Cicchitto, l’indagato per mafia Schifani, la setta Cl con Formigoni in testa …), monocolore al quale il prossimo segretario del Pd riserva ogni giorno il suo disgusto, mentre ingiustizia e diseguaglianza vanno al diapason, l’efficienza sotto i tombini, corruzione e familismo amorale banchettano più suntuosamente di Trimalcione.

Pur di arrivare a questo esaltante risultato Napolitano ha ignorato il verdetto elettorale, che chiedeva a squarciagola la fine del berlusconismo mettendo per sovrammercato all’ordine del giorno la rottamazione della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Pur di precipitare l’Italia in questa morta gora Napolitano ha spacciato la leggenda di un Berlusconi partner del gioco democratico, quando anche i sassi sanno (e Fedele Confalonieri dixit, già un ventennio fa) che la sua “discesa” in politica era un modo per aggirare la galera e conservarsi l’indebito bottino massmediatico monopolistico accumulato grazie alle mene contra legem del suo sodale Craxi.

Berlusconi non poteva essere lo Chirac italiano, poiché è sempre stato il Le Pen di Arcore o l’aspirante Putin della Brianza, un odiatore strutturale della democrazia liberale con la sua “balance of power” e soprattutto l’autonomia del potere giudiziario, tanto più nella versione italiana con la sua Costituzione “giustizia e libertà”.

Il governicchio Lettalfano, di cui Napolitano è l’onnipotente Lord protettore, non farà altro, perciò, che ammassare altre macerie, materiali e morali, su quelle cui vent’anni di Berlusconi e di dalemiano inciucio hanno ridotto l’Italia. Mentre l’unica via per rinascere consiste in una monumentale redistribuzione delle ricchezze, che per il rilancio dell’economia applichi la ricetta del nuovo sindaco di New York, togliere ai ricchi per dare ai poveri, coniugata con un’autentica rivoluzione della legalità, che restituisca ai cittadini un barlume di speranza nella eguale dignità di ciascuno e nella liberazione dai Mackie Messer grandi e piccoli che a legioni spolpano e avviliscono il paese.

Continueranno invece ad applicare la ricetta del sindaco di Londra, che predica “avidità e diseguaglianza” esaltando Gordon Gekko.


Ora il governo è più forte (risate)
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2013)

La battuta più esilarante della settimana è quella che il povero Letta ha detto per comprensibile esorcismo autodifensivo ma che i media e la sinistra hanno ripetuto come un mantra: ora il governo è più forte.
Ci vuole un eroico sprezzo del ridicolo a dirlo, col Paese per tre quarti all’opposizione, con Renzi, Grillo e Berlusconi, cioè i leader più popolari, che in modi diversi puntano a far cadere il governo. E con tutti i leader della politica italiana, ad eccezione di un paio, fuori dal Parlamento: oltre i tre sullodati extraparlamentari sono fuori dal Parlamento anche Maroni e Vendola, oltre i leader ormai impopolari come Di Pietro, Fini, Prodi, D’Alema, Veltroni. Resteranno a sorreggere Letta i tre presidenti e pochi altri, almeno in Italia. Non sono tra quelli che considerano Alfano e soprattutto gli altri ministeriali come traditori. Ma hanno obbiettivamente sbagliato calcolo politico perché, credendo di salvare il governo e se stessi, con la loro scelta hanno solo differito di poco la caduta vivendo nell’attesa un’indecorosa agonia. Sarà Renzi a impallinarli, seguendo il calendario natalizio. All’Immacolata, quando si fa il presepe, con ogni probabilità il Bambinello diventerà il leader del Pd e a Natale farà mangiare l’ultimo panettone al governo. Dopodiché all’Epifania, che ogni festa porta via, i Re Magi resteranno soli sul Colle e nelle due Camere e partirà la mattanza del governo più produttivo della storia nell’inventare vezzeggiativi per le tasse: Iuc, Zang, Tumb. Un governo futurista senza futuro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart