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Ciri, Giuseppe

29 Gennaio 2019

Aglaia

Aglaia

Giuseppe Ciri è nato a Seggiano (in provincia di Grosseto) e vive a Lucca. Prima insegnante nelle scuole medie inferiori e superiori, ha poi ricoperto il ruolo di preside. Al suo attivo numerosi scritti in prevalenza di stampo pedagogico e filosofico. A seguito di diversi incarichi ministeriali, si è occupato a vario titolo dell’aggiornamento del corpo docente e del personale direttivo scolastico. È stato tra l’altro presidente del consiglio di amministrazione dell’Istituto Musicale Luigi Boccherini di Lucca. Per i tipi di Marco Del Bucchia, sono uscite tre sue raccolte poetiche: “Siano iris o girasoli” (2016), “Agile vola” (2017), “Guardo pensoso” (2018), la raccolta di racconti “Lampezia e Anceo (2019) e il romanzo “Aglaia” (2017).

È di quest’ultimo  che ci occuperemo.

Prima di affrontare il romanzo, vorrei fare, però, un breve accenno alla raccolta di racconti “Lampezia e Anceo”.

All’inizio, ci troviamo subito di fronte ad una scrittura classicheggiante tipica della mitologia greca; essa è perfettamente rievocata nel primo di questi trentanove brevi racconti, il quale ha dato il titolo al libro, tutti ispirati dall’amore: “Sono Anceo, guardiano di armenti e tu, certo, una dea, ché non vidi mai donna sì bella. Non temere per me, son venuto qui a dissetarmi dopo aver a lungo faticato sotto i raggi cocenti. Porto al pascolo quanto di buoi, pecore e capre possiede Ladone, figlio di Oceano e Teti.”. Angelo, che ha ottant’anni, il protagonista del secondo racconto, “Angelo, storia di un vecchio professore”, ama la letteratura greca e la sua casa è piena di libri, e insieme con quell’amore, ne ha un altro per le donne: “amava le donne belle come fossero esseri superiori venute per essere felici e rendere felici.” È il Dolce stil novo duecentesco, è la galanteria dei cavalieri della corte di Re Artù, che rievocheremo incontrando le donne di questo autore (si veda anche la storia di Climene, sposa infelice di Apollo ne “La figlia del re”). Ciri ha il garbo e la delicatezza di quei tempi; una specie di trovatore, a cui la cultura greca ha fatto da pietra d’angolo e ha lasciato le sue impronte. Sembra la sua biografia: “Io amo la bellezza e pur potendola ormai solo contemplare, non posso farne a meno, morirei se non ci fosse, considererei la vita inutile”. Sotto le storie si intravvede sempre in trasparenza il suo volto.

Anche quando la donna è violata, come accade alla giovane Bice del terzo racconto, l’autore la tratta con grazia e la eleva sempre sopra l’uomo, il quale, quando si trova davanti alla bellezza femminile, la vuole sottomettere. I due contendenti, Angui e Pecci, entrambi pittori, che la vogliono per modella, finiranno per uccidersi in duello.

Angela, Lucia, Angelica, Enza, Chiara, Virginia, Sonia, Cinzia, Serena, Valentina, Elisa, Sandra, Carla, Sylvie, Lara, Anna, Gemma, Maura, Simonetta, Cecilia, Arianna, Vera, e così via, sono altre donne che ci accompagneranno con le loro storie e il loro fascino femminile. Il loro amore spesso è colto nel momento del suo nascere, ricco di stupore e di incantamento. Descritto da vari punti di osservazione (da qui l’interesse per ogni storia; struggente il ricordo della vecchia maestra, l’unica senza nome, in “La signora maestra”), è un amore sempre giovane, fresco, apportatore di benessere e di felicità. Anche quando ci troveremo di fronte a vicende tristi (come quelle di Tatiana e Simonetta, ad esempio), esse le trasfigurano con la loro lievità risanatrice. Da esse scaturisce sovente un messaggio di redenzione e di salvezza. Nonostante tutto, sono angeli. Sono belle. L’autore sa coglierne le virtù armoniche e allo stesso tempo stupefacenti. Sanno coniugare insieme amore e bontà e la presenza dell’uomo è solo strumento per la loro esaltazione. L’autore vive in compagnia del loro ricordo: “Non ho saputo più nulla di loro e sono passati cinquant’anni.”; “Sono andato altre volte a Parigi e forse lei è venuta a Firenze, ma non ci siamo più veduti né sentiti: nel cuore però è rimasta una profonda dolcezza velata di nostalgia.”.
Sono racconti di memoria, anche se a ispirarli è la fantasia.

Ma ora è il momento di tornare al romanzo “Aglaia”.

La prima curiosità che ci viene è per il nome e la persona di Aglaia: “Il suo aspetto, come al solito, aveva quella signorilità che di rado si trova nelle ragazze di quell’età. Anche se non sorrideva in lei c’era qualcosa che la rendeva gradevole, ispirava tenerezza e simpatia.

Era davvero una bella ragazza, somigliava a sua madre, ma con uno splendore in più che le riempiva il viso.”.

Aglaia significa “splendente” e deriva dalla mitologia greca. Era la più giovane delle tre Cariti (le Grazie della mitologia romana). Sulla sua bellezza, sembra dire il protagonista rivelandoci questo nome, non si discute.

Aglaia lo va a trovare e gli annuncia il suo fidanzamento con un giovane ingegnere; tutto è già deciso e non può tirarsi indietro. Poi se ne va. Il protagonista, che scopriremo verso la fine si chiama Giorgio, l’ama e la notizia lo rattrista. Comincia a ricordare il passato: “Rimasto solo, passarono nella mente come in un film, gli incontri con Aglaia e rivissi con incanto ogni momento.”.

Si comincia, dunque, con un flashback, accompagnati da una scrittura linda e dolce, quieta, di una trasparenza espressiva esemplare.

L’ambientazione è a Lucca e la trama si svolge al modo di un’autobiografia. La narrazione è in prima persona e numerosi sono gli accenni alla esperienza personale dell’autore.

Aglaia così gli appare la prima volta che entra in casa sua per ricevere delle lezioni per i suoi studi: “Alta, snella e bellissima con un sorriso incantevole. I capelli neri scendevano morbidi sulle spalle, gli occhi verdi profondissimi davano luce al viso.”. Giorgio ha accettato la richiesta in tal senso della madre, Maria Luisa, con cui aveva avuto una breve relazione d’amore.

Ha diciannove anni, molti di meno del protagonista, il quale subito avverte una simpatia speciale per lei, così sbarazzina e disinvolta, oltre che intelligente. Il padre, un medico dell’ospedale, ha abbandonato la famiglia per vivere a Milano con un’altra donna. Osserva Giorgio: “Pensai a suo padre, a quanto aveva perduto.”.

Sono già tutti espressi qui, in queste prime pagine, le ragioni di un innamoramento che dovrà maturare e di cui l’autore mostra di volerne condividere con noi lo sviluppo.

Non c’è fretta nella scrittura, sibbene l’afflato di una ispirazione profonda e sentita che di quell’incontro e di quel rapporto vuole consegnarci ogni momento, in modo da trasferirlo, così come fu realmente, nella nostra memoria, e ricordarcene. Nella scrittura affiora una componente poetica appena sussurrata che ne rafforza l’intendimento evocativo: “Quando usciva lasciava un gran vuoto nella casa, un vuoto che non avevo prima mai percepito”.

Giorgio ha già una compagna, Laura, ma non vivono assieme. Per lei non ha mai provato ciò che ora avverte in Aglaia. Quando il periodo delle lezioni finisce, pensa: “quella ragazza mi riempiva le giornate ed ora tutto sembrava finito.”. Allorché la ragazza lo va a trovare per dirgli che l’esame è andato benissimo, ha preso il massimo dei voti, lo abbraccia e lo bacia, dicendogli “Le voglio bene”. Lui, più tardi, ci ripensa, e scaccia il pensiero che lo sta lusingando: “Ma no! Potrebbe essere tua figlia”.

Quando si affrontano i temi dell’amore, sappiamo che essi sono complessi e imprevedibili; tutti i fermenti che ne sprigionano sono destinati a segnarci e a modificare qualcosa della nostra vita, della nostra esperienza, della nostra originaria vocazione, dei nostri convincimenti, dei nostri propositi. L’amore appena comincia a rivelarsi, a muovere i primi passi dentro di noi, ci proietta in un cielo speciale e ci fa volare come i personaggi di Chagall che non avvertono la forza di gravità, al modo degli angeli.

Alle isole Eolie, in vacanza con la sua compagna Laura, si accorge che la donna avverte qualcosa di nuovo in lui: “Era anche particolarmente premurosa quasi presagisse qualche mia distrazione.”. L’amore appartiene più alle donne che agli uomini. Ne sono adornate e ne avvertono i movimenti intorno a loro. Anche quelli minimi, i primi segnali, le convergenze e gli allontanamenti, gli inizi e le fini. L’autore ce lo dice sussurrando.

Tutto ciò che fin qui abbiamo letto è stato frutto del ricordo, ma è tempo ora che il passato si unisca al presente. Eravamo rimasti al punto che Aglaia si è fidanzata con un ingegnere e lo ha comunicato al protagonista, promettendogli che le sue visite presso di lui sarebbero continuate: “Voglio te al centro della mia vita, qualunque cosa accada sappi che io sarò sempre la tua Aglaia.”.

C’è nell’aria qualcosa di imponderabile; essa gira attorno ai due alimentando simultaneamente speranza e malinconia. È, il loro, un futuro non ancora ben modellato, sfuggente, ma pronto a raccogliersi e a dare il proprio consenso ad una fisionomia desiderata. Entrambi, inconsapevolmente, è a questa nuova fisionomia che anelano. Del fidanzato “Non ne parlava con entusiasmo, non era certo una cosa di cuore, anzi sembrava amareggiata.”. Si intravvede, grazie ad una scrittura accorta, la minuta attenzione che Giorgio ripone su ogni gesto della ragazza. Queste parole di lei lo confondono, lo sbalordiscono: “Grazie, il mio cuore non ti tradirà mai.”.

Ciri ci sta tracciando il cammino dell’amore; il suo apparire ha le lente movenze del sole quando sorge, anche il suo tepore si accresce a poco a poco come quello del sole. Quando, a passeggio a Firenze lui dice che sembrano padre e figlia, lei subito risponde: “Siamo due che si vogliono bene.”.

Aglaia è l’ispiratrice dell’amore che sta nascendo, e ne è anche la stimolatrice, mentre Giorgio avverte una qualche inadeguatezza a seguirne lo svolgimento, preso da una timidezza suscitata dalla avvenenza e dalla giovane età di lei. La prosa ha lo svolgimento di una poesia; i suoi colori sono tenui, appena posati su di una tela già pronta ad accoglierli, come se l’acquerello che il pittore vi sta disegnando fosse già contenuto all’interno della sua trama e attendesse soltanto quell’attesa coloratura: “Se sono bella voglio che la mia bellezza sia solo per te.”; “Avevo bisogno di quella ragazza come dell’aria per respirare: era un dono del cielo, la cosa più bella che fosse capitata nella mia vita.”.

L’amore seduce, ma è crudele ed egoista; esige tutto per sé. Chi ne è preso non si guarda più intorno, crea un deserto di sentimenti, per lasciarne in vita uno solo, lui stesso: l’amore: “Era un sogno e capitava proprio a me?”. Giorgio ogni tanto pensa a Laura, la sua compagna, ma non fa altro che ingannarla con menzogne e sotterfugi. Sta uscendo dai suoi pensieri, sta diventando un’ombra: “io ero distante.”.

L’autore fa dei suoi due protagonisti l’esperimento di un amore puro, non provocato dalla sensualità, bensì dalla bellezza. Si distendono nudi sul letto, si carezzano, si scambiano dolci parole, ma non si abbandonano al sesso, lo controllano, per volontà di lei e per obbedienza da parte di lui. Il piacere che ne provano li colma di felicità: “Quello su cui non avevo dubbi era la constatazione di come ci mandassero in estasi i nostri rapporti d’amore.”. Aglaia dovrà sposarsi entro un mese. Ma come è successo al protagonista nei confronti di Laura, l’amore l’ha distaccata dal mondo circostante, si è appropriato della sua mente e del suo cuore.

Il lettore si domanda se questo amore sia possibile. È, al momento, un amore uscito dai versi di Dante e di Petrarca; uno Stil Novo riportato ai giorni nostri. E lei non ci ricorda la principessa di Clèves uscita dalla penna di Madame de La Fayette, destinata a sposare un uomo che non ama, attratta invece dal duca de Nemours? Il romanzo ha delicatezze e sensibilità che ricordano quella lontana tradizione letteraria, indubbiamente cara all’autore, il quale vi si immerge per testimoniarci che un tale amore è ancora possibile ed esso non si è mai allontanato dal mondo: “iniziò a togliersi la gonna e poi il resto. Sapeva di piacermi molto e che non c’era bisogno di esagerare i gesti, i quali del resto non avevano mai un minimo cenno di malizia, le piaceva che la guardassi, lodassi le sue fattezze e la baciassi con tutto il mio amore. Voleva piacermi ed era felice quando vedeva che l’adoravo.”.

Si sta avvicinando il giorno stabilito per le nozze con il giovane ingegnere che vive a Roma e la casa degli sposi è già pronta ad accoglierli. Aglaia non è contenta, non riesce a convincersi di quel matrimonio, chiede continuamente al protagonista di sposarlo: “Ma è con te che voglio stare, perché mi abbandoni?”. È la differenza di età (trent’anni; lei ne ha venti) a creare remore al protagonista, che le dice che lo fa per il suo bene; come potranno vivere insieme, infatti, quando lui avrà settant’anni e lei quaranta, ossia quando lei sarà ancora donna appassionata? Potrà mai fargli da badante?

L’autore ci sta portando allo snodo di un conflitto che prescinde dai sentimenti, ma che è posto cinicamente dalla vita. Possono esserci amori impossibili? Possono esserci amori che, pur intensi, non hanno un destino comune? Vedremo.

Aglaia è arrivata al quel punto, sta ribellandosi con tutte le sue forze. L’amore in lei è possessione assoluta.

Decide così di concedersi a Giorgio, prima di convolare a nozze; sarà come lo sciogliersi di una vita che, imprigionata nel suo bozzolo, si librerà nel cielo per consegnarsi non alla delusione ma al sogno e alla speranza: “Io mi sposo perché non mi hai voluto sposare tu ma avrò tuo figlio e sarà come stare sempre con te. Non ti tradirò mai!”.

Due giorni prima del matrimonio, Aglaia vuole passeggiare in città con lui. Si fermano davanti al monumento funebre di Ilaria del Carretto, opera del senese Jacopo della Quercia (1374 circa-1438), che si trova nella sagrestia del Duomo di San Martino, e che è tradizionale pellegrinaggio di innamorati. Una volta usciti continuano verso il centro della città: “Ci muovevamo liberi ed era bello: Aglaia attirava gli sguardi per la sua avvenenza discreta, ma sorrideva e toccava ogni tanto un mio braccio come a far sentire che era lì accanto per me. Io non vedevo che lei.”.

Ci troviamo di fronte ad un’immagine di rara sensibilità, con tante implicazioni che comprendono malinconia e felicità, estasi ed esaltazione, orgoglio e presunzione, ostinazione ed esultanza, fierezza e intemerarietà; e tutto ciò reso da una descrizione di rastremata semplificazione, frutto di un’ispirazione estremamente felice.

Si stanno celebrando i giorni intensi dell’amore: un amore che dà il meglio di sé e forse è ora che dona ai due innamorati tutto se stesso.

Come si poteva prevedere, Aglaia dopo il matrimonio (vive a Roma in un lussuoso appartamento, e dispone di una bambinaia avendo avuto un figlio a cui ha dato il nome di Giorgio) non è felice; è irascibile e scontrosa con il marito. È molto cambiata.

Il protagonista decide di andare a trovarla, e vede la scena del marito e di lei che scendono dall’auto davanti casa, e la bambinaia con il bambino, che ha appena un mese, e sente che lo chiamano con il suo nome. Non riesce a incontrarla e torna indietro confuso ma anche contento che Aglaia abbia mantenuto la promessa: “l’aveva detto, sembrava una cosa come tante se ne dicono ed era tutto accaduto.”; “Ormai non avrebbe avuto più bisogno di me, aveva il nostro bambino e lo aveva chiamato Giorgio.”.

Per caso si rivedono a Lucca, ma in fretta. Ci è capitata per una breve sosta ed ora deve partire. Gli mostra il bambino, gli dice ciò che già sa, ossia che gli ha dato il suo nome. Da quel momento in Giorgio nasce il rimorso per ciò che non ha avuto il coraggio di fare: sposarla. Pensa al bambino e vorrebbe che tanto il piccolo che Aglaia vivessero con lui.

È una storia di amore e di pentimenti. Sono gli errori della vita che possono diventare ferite profonde e perenni. Anche Aglaia gli fa intendere con una lettera, a cui acclude le foto del bambino, che si sente in dovere di cambiare atteggiamento con il marito, che è buono e comprensivo, e non merita la sua freddezza: “Ora sapevo per certo che non l’avrei mai avuta con me, ero certo che non avrebbe più cercato i miei baci e gli abbracci, sentivo di essere perduto, perché quando pensavo a lei e ricordavo i nostri incontri un fuoco bruciava dentro.”. Sapremo poi che Aglaia e il marito “Avevano vissuto come fratello e sorella, mai un gesto che oltrepassasse quanto deciso. Avevano sempre dormito in camere separate.”. C’era stato un patto tra i due coniugi.

Il dramma di Aglaia e di Giorgio si è insinuato nella loro vita. L’autore ha saputo scivolare con leggerezza di narrazione dalla felicità all’angoscia e al pentimento, dai sentimenti che fecondano la vita a quelli che la corrodono e la intristiscono.

È un passaggio in cui ci si trova immersi a poco a poco, avendo sempre nel pensiero i felici giorni che i due innamorati hanno trascorso insieme, che sembravano contenere una sorta di seme dell’eternità: “E pensare che ero sempre stato un razionalista puro ed ora perdevo la fiducia nelle possibilità dell’uomo di controllare le evenienze.”.

Ma davvero le evenienze si possono controllare? È una prova a cui l’autore intende sottoporci, preparandoci un finale in cui il destino giocherà una parte importante. Basterà riferire appena quanto Giorgio penserà vicino alla conclusione della sua storia: “C’è chi sostiene che alle gioie seguono i dolori, io dico che è vero anche il contrario.”.

Questo romanzo è un inno all’amore e alla speranza, in cui l’attesa di ciò che può nascondersi dietro l’angolo tiene fino all’ultima riga il lettore con il fiato sospeso. Una bella storia, narrataci con la generosità e la tenerezza di un dono.

 

 


Letto 380 volte.


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Bart