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Da oggi iniziano le nuove sfide

9 Dicembre 2013

di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 9 dicembre 2013)

Renzi si è preso il Pd. Ne ha conquistato la leadership in un modo e in tempi assolutamente inusitati rispetto all’intera storia dei partiti dell’Italia repubblicana.Con oltre il 65% dei voti, nel giro di un anno dalle primarie del 2012, ha fatto piazza pulita di un’intera generazione di dirigenti, ha ridimensionato i capibastone ed è diventato segretario.
Un trionfo, se si pensa che ha superato il 70% proprio nelle regioni rosse (Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche), quelle in cui la tradizione post-comunista sembrava inscalfibile (dove Cuperlo paradossalmente va peggio che nelle altre regioni).

Si tratta di un evento dirompente nell’Italia delle classi politiche inamovibili e aggrappate con le unghie alle rendite di posizione. Nell’Italia in cui nessuno va mai a casa. Basti pensare ai leader del Pci segretari a vita, ad Andreotti che era sottosegretario alla presidenza del consiglio nel 1947 e primo ministro nel 1990 (43 anni dopo!), o alla longevità politica di Berlusconi. Questa volta qualcuno ha perso. Senza ombra di dubbio.

Un cambiamento simile è stato possibile solo grazie alla particolare democrazia interna che si è dato il Pd nella fase fondativa: alle primarie, in senso lato, che prima hanno consentito al “ragazzo” di emergere come sindaco di Firenze, poi di affermarsi come leader nazionale nella sfida a Bersani e infine di insediarsi alla guida del partito. Per un lungo tratto, contro tutto l’establishment interno.

Il partito aperto ha aiutato Renzi e Renzi ha aiutato il partito aperto. Ha “conquistato” (nella doppia accezione) il Pd grazie all’enorme partecipazione del popolo degli elettori che ha travalicato di gran lunga il popolo degli iscritti. Gente di tutte le età pazientemente in coda ai gazebo, che vuole dire la sua, anche se ha ben poco in comune con i militanti delle sezioni e dei circoli, prevalentemente anziani. I quali, circoli, a loro volta, dimostrano quanto siano, soprattutto in alcune aree, troppo chiusi per essere rappresentativi anche solo della base elettorale più identificata. La media dell’età non sarà in linea con quella della popolazione, ma ieri si è abbassata parecchio rispetto al “primo turno”. Negli anni drammatici della sfiducia totale nella politica, di una credibilità dei partiti ormai sotto i piedi, oltre due milioni di persone si sono messe in fila per scegliere il segretario di un partito che si candida anche a governare il paese.

Ma ora il punto è questo. Renzi si è preso la leadership del Pd, ma per fare cosa? Ora inizia la partita vera. Perché le resistenze saranno fortissime. Il primo scoglio lo ha posto la Corte Costituzionale con una (discutibile) sentenza che ha imposto il ritorno a un sistema elettorale puramente proporzionale (addirittura con le preferenze in circoscrizioni enormi), facendo tabula rasa di 20 anni di bipolarismo. E in parlamento sono già apparse varie tentazioni di approfittarne, assecondate dall’incapacità dei partiti dopo anni e anni di cambiare la legge elettorale. Ora ne va del destino del nostro paese, nel caso in cui rimanesse un sistema proporzionale, saremmo condannati alla ingovernabilità. Renzi che da oggi è a capo del partito più grande in Italia e del partito più forte nel governo non può aspettare nemmeno un giorno. L’unica soluzione, più che spostare la discussione alla Camera, è trovare subito al Senato una maggioranza per ripristinare il sistema elettorale precedente. Quello voluto dalla quasi totalità dei molti cittadini che votarono il referendum Segni del 1993 e che in più di un milione avevano chiesto di far rivivere firmando per il referendum nel 2011 che un’altra sentenza della Corte Costituzionale ha impedito si svolgesse. Ma lo deve fare ora, subito, adesso! Prima al Senato (dove il Pd non ha la maggioranza), cercando gli accordi necessari con chi ci sta e poi alla Camera (dove il testo potrebbe andare liscio). Senza traccheggiare, andando subito a segno.

Questa è la prima vera partita in cui non sarà in gioco solo la sua personale traiettoria: fin qui Renzi di strada ne ha fatta, la bicicletta del partito aperto che ha trovato sembrava fatta apposta per lui. Ora ci sarà ancora parecchio da pedalare e la strada sarà in salita, ma la missione potrebbe non essere impossibile.


Achille Occhetto: «D’Alema è stato nemico del Pd»
Dopo le primarie Occhetto parla di Baffino: «Per lui un duro colpo». E a Renzi dice: «Manda a casa Letta».

di Giorgio Velardi
(da “Lettera 43”, 9 dicembre 2013)

C’era anche Achille Occhetto fra i quasi 3 milioni di elettori che domenica 8 dicembre hanno votato alle primarie per scegliere il nuovo segretario del Pd. «Tempo fa ho dichiarato che mi sarei trovato in grande difficoltà a votare per il leader di un partito che ritengo debba essere rifondato dalle radici», dice contattato da Lettera43.it.
Perché il voto ha sancito sì la vittoria di Matteo Renzi, ma anche e soprattutto ha ratificato la sconfitta della classe dirigente dei dem. A partire da Massimo D’Alema.

«HO SCELTO CIVATI MA APPREZZO RENZI». «Dopo il dibattito fra i candidati ho visto emergere la voglia di cambiamento e l’esigenza di mettere in campo una situazione politica nuova dopo i rischi che si sono aperti a margine della sentenza della Corte Costituzionale», aggiunge l’ultimo segretario del Pci. Per questo «ho scelto Civati, che interpreta questa volontà più a sinistra rispetto a Renzi, che pure apprezzo».

DOMANDA. Crede che con Renzi il Partito democratico cambierà realmente?
RISPOSTA.
Spero fermamente che qualcosa cambi.
D. Lei però ha scelto l’outsider.
R.
Nelle ultime settimane il mio slogan è stato: «Se volete ancorare a sinistra Renzi, votate Civati».
D. Quest’ultimo ha ottenuto più voti rispetto a quanto ci si aspettava.
R. Sì, anche se un incoraggiamento maggiore sarebbe stato utile per mettere al sicuro la stessa vittoria del sindaco di Firenze.
D. Renzi è stato accusato di essere un «democristiano». Da oggi il Pd è un partito un po’ meno di sinistra e un po’ più di centro o, per dirla con un termine in voga, moderato?
R.
Essere ancora più moderati di così vorrebbe dire andare a destra. In questi ultimi mesi, in modo discutibile, il Pd si è comportato come un partito di centro.
D. Il motivo?
R.
La politica delle larghe alleanze ha messo a repentaglio la prospettiva del centrosinistra in Italia. Spero, al contrario, che si ritrovi una radicalità moderna, democratica, riformatrice o riformista a seconda di come la si voglia chiamare che sia alternativa al centrodestra.
D. A proposito delle larghe intese: il primo cittadino deve dare una spallata decisiva per far cadere il governo Enrico Letta?
R.
Direi proprio di sì, con i modi richiesti da una politica responsabile.
D. Come dovrà muoversi il neo segretario?
R.
Dovrà porre l’accento su quegli obiettivi da realizzare immediatamente, come la nuova legge elettorale, l’abolizione del Senato, il taglio radicale dei costi della politica, una nuova politica del lavoro… Cose che questo governo non credo riuscirà a fare.
D. Non più tardi di un mese fa lei ha detto che «non si può costruire il nuovo con il peggio della Dc e del Pci».
R.
Mi riferivo a ciò che è stato fatto in questi anni. Invece che ereditare le grandi tensioni morali e ideali, dal Pci si è portata dietro una visione chiusa del partito come massima divinità statica a cui dedicare e sottomettere ogni altra cosa.
D. E dalla Democrazia cristiana?
R.
Non si è fatto tesoro delle ispirazioni più alte del cattolicesimo di sinistra, ma si è ereditata una tendenza al politicismo e alla mediazione di governo. Credo che sia Renzi sia Civati vogliano rompere questo connubio.
D. Lei ha duramente attaccato quelli che hanno «distrutto il grande Ulivo di Prodi», demolito «non da Berlusconi». Il nemico era, ed è, in casa?
R.
Lo vedremo nei prossimi mesi. Sicuramente questo nemico ha preso un colpo duro.
D. Questo «nemico» è Massimo D’Alema?
R.
È una concezione della politica che anche D’Alema ha incarnato. Non da solo, però.
D. Chi era in sua compagnia?
R.
Tutti quelli che sono stati individuati da Renzi e Civati. Entrambi hanno sposato alcuni miei pensieri passati che ho analizzato, con grande calma e tranquillità, nel mio libro (La gioiosa macchina da guerra, ndr). C’è chi li ha rubricati sotto il termine «rancore»…
D. Nomi non ne fa, dunque.
R.
Di fronte alla stupidità di questi commenti preferisco non farne. Però una cosa la voglio dire: oggi ho la gioia di vedere che quello che è stato considerato un mio rancore personale viene condiviso da quasi due milioni di persone che sono andate a votare.
D. L’ex premier pare sia pronto a creare una corrente di minoranza nel partito insieme a bersaniani e giovani turchi. Insomma: niente passo indietro definitivo. Che ne pensa?
R.
Il problema vero è che è stata rottamata una politica. Poi se qualcuno vuole ancora giocare un ruolo è libero di farlo, questo non credo sia io a doverlo decidere.
D. Mettiamola così: se lei oggi fosse al posto di D’Alema si farebbe definitivamente da parte?
R.
Io e lui siamo così diversi che per me è molto difficile mettermi nei suoi panni…
D. Chi sostiene che con il successo del sindaco di Firenze finisce il Pci sbaglia o ha ragione?
R.
Io avevo l’idea che il Pci fosse stato trasformato con la «svolta» del 1989. Poi c’è stato un cambiamento delle nostre idealità di fondo. Il grande tema di oggi è riprendere quel cammino, cercando di unificare superando le divisioni esistenti.
D. La svolta della Bolognina è fallita in modo più o meno definitivo?
R.
È stata deviata e sfigurata, però la rivolta morale che si è espressa nel voto di domenica 8 dicembre ridà valore al tentativo che cercammo di portare a termine al tempo.
D. Dall’altra parte del ring c’è ancora Berlusconi, che pare sia addirittura pronto a tendere la mano a Sel e M5s per cercare di tornare al voto. È davvero finito?
R.
Lui è braccato e chiuso in una situazione di estrema difficoltà. È chiaro che scelga tutti i messaggi possibili per rifarsi una verginità.
D. Mi pare di capire che la sua risposta sia «no».
R.
Tutto dipenderà da come si evolverà la situazione del governo e che atteggiamento terrà il centrosinistra, il quale ha già pagato la politica di austerità di Monti e pagherebbe un’eventuale prosecuzione dell’emergenza sociale. Da ciò potrebbero trarre vantaggio Grillo da una parte e Berlusconi dall’altra.


Legge elettorale, Brunetta: “Con Berlusconi e Renzi si fa in una settimana”
di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 9 dicembre 2013)

Ufficializzato il leader del Partito Democratico, è ora di rimettere mano alla legge elettorale.
A chiederlo è Renato Brunetta, secondo cui “se Grillo, Berlusconi e Renzi si mettono insieme” la riforma si fa “in una settimana”.

Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, intervistato da SkyTg24, fa notare infatti che anche Matteo Renzi vuole il bipolarismo, proprio come il Cavaliere e il leader del Movimento 5 Stelle. “Bipolarismo sarà”, conclude Brunetta, ritornando poi sulla questione degli abusivi a Montecitorio: “Questo Parlamento non esiste più, non ha più il premio di maggioranza”, ha ribadito, “Facciamo la legge e andiamo al voto il prima possibile”.


E’ Napolitano il grande sconfitto delle primarie Pd: addio alle larghe intese
di Redazione
(da “Libero”, 9 dicembre 2013)

Il grande sconfitto delle primarie del Pd è Napolitano: il 70% dei consesi a Renzi sono un colpo di grazia per il sistema che Re Giorgio ha messo su. Con Matteo Renzi segretario del Pd, non solo ha subito un epocale colpo di spugna il gruppo dirigente di Sant’Andrea delle Fratte, ma naufragano miseramente i sogni del presidente della Repubblica che con le larghe intese voleva arrivare alla fine naturale della legislatura. Il rottamatore, fa notare il Fatto, farà infatti di tutto per tenersi a distanza dal Quirinale e smarcare un partito da due anni, cioè dal novembre 2011 del governo Monti, sotto schiaffo dal capo dello Stato.

Il gioco dei poteri morti – Il coccodrillo per le larghe intese di Napolitano lo ha scritto anche Colin Ward (special guest: Pippo il Patriota) su Dagospia. “La guerra tra il Principino Matteo e il vecchio Re Giorgio è inevitabile e spiega molti imbarazzi di oggi da parte dei Poteri Marci e delle loro protesi di carta stampata, combattuti tra l’esigenza di non giocarsi i favori di Napo Orso Capo e l’innata vocazione a salire sul carro del vincitore. Al gioco dei poteri morti, Re Giorgio è il vero, grande sconfitto di ieri perché il primo partito italiano non è più in mano a gente disposta a baciargli la pantofola”. In ogni caso non servirà aspettare più di tanto. Su legge elettorale e “bipolarismo”, che poi vuol dire liberarsi il prima possibile di questo governino inciucista e di Corte, si vedrà subito quanto è cazzuto il rottamatore.

La prima volta dal 2007 – Sulla fiducia di mercoledì Napolitano può dormire sonni tranquilli, ma non è detto che Renzi accetterà di starsene buono fino al 2015. Su questo punto il neo segretario Pd è stato chiaro: “Il governo dura se fa le cose”. Da parte sua Napolitano, dopo una notte di riflessione, questa mattina ha telefonato al rottamatore per complimentarsi della sua vittoria alle primarie e per ricordagli “l’importante impegno che lo attende”. Un impegno davvero importante considerando che per la prima volta dal 2007 il Pd ha un segretario che non intende allinearsi ai dicktat del Colle. O almeno così dice.


Travaglio: “Grillo usa il manganello con i giornalisti? Lo fanno tutti…”
di Redazione
(da “Libero”, 9 dicembre 2013)

Un manuale su come usare “il manganello”. Marco Travaglio regala una breve guida a Beppe Grillo su come bastonare per bene i giornalisti non allineati col M5S. Marco Manetta nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano parla delle liste di proscrizione volute dal leader dell’M5S per quanto riguarda i cronisti che “quotidianamente” parlano male dei pentastellati. Dopo gli attacchi di Beppe alla giornalista de l’Unità, Maria Novella Oppo, Travaglio si trova in una posizione scomoda: deve difendere Beppe, ma anche la sua categoria, quella dei giornalisti. Travaglio allora con un escamotage prima dfende la Oppo affermando che “i leader politici dovrebbero sempre astenersi dall’attaccare i giornalisti”, ma subito dopo comincia una sorta di “peana” per il grande leader Beppe. La tesi di Travaglio è semplice: Grillo ha ragione a lamentarsi dei giornalisti sgraditi perchhè di certo i quotidiani non sono schierati col M5S. Una tesi dunque che giustifica le “manganellate” metaforiche di Beppe ai giornalisti. Così per salvare Grillo, Travaglio sputtana i soliti nemici del Fatto. “Grillo usa il manganello contro i giornalisti? Beh e allora cosa bisogna dire di Alfano che chiedeva la testa di Sallusti, oppure dei giornalisti de L’Unità che chiedevano la testa di un cronista e hanno ottenuto quella del direttore Padellaro. La verità è che i giornali raccontano solo menzogne e bugie ed è giusto criticarli quando sbagliano”, scrive Travaglio. Poi l’affondo: “Cosa dovrei dire io che sono stato attaccato dal viceministro De Luca? La Boldrini e Letta dov’erano?”. Insomma il punto per Travaglio è chiaro se tutti “usano il manganello”, perchè non può farlo Grillo?


Il peso del successo
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 9 dicembre 2013)

La vittoria a valanga di Matteo Renzi è una benedizione per il Pd. Appena otto mesi fa quel partito si era liquefatto nel voto sul capo dello Stato, dopo aver perso un’elezione che poteva solo vincere. Era insomma allo sbando. Il governo Letta l’ha tenuto in vita con l’ossigeno; un nuovo leader, scelto da una base elettorale ancora una volta molto ampia e con un grande distacco, può ora rimetterlo in piedi. Renzi ha cominciato a vincere quando ha perso le primarie di un anno fa, perché il disastro politico che ne è seguito ha persuaso anche i più scettici elettori del Pd che rischiare con lui è sempre meglio che perdere di sicuro con gli altri.

Il voto di ieri ha così dimostrato che il Pd è scalabile, anche da un uomo nuovo che viene dalla periferia, anche senza accordi preventivi, anche senza peli sulla lingua. Si tratta di una qualità democratica di cui oggi nessun altro partito dispone, e che speriamo contagi presto il futuro centrodestra (sul Movimento di Grillo, almeno da questo punto di vista, c’è poco da sperare).

Ma il successo di Renzi apre una pagina nuova anche nella storia della sinistra italiana. Se è vero infatti che il Pd aveva già avuto un segretario non ex comunista (Franceschini) e perfino un segretario ex socialista (Epifani), quello che è stato eletto ieri è il primo segretario che non è post di niente, nemmeno della Dc. È dunque l’incarnazione di una generazione X, giunta alla politica quando il Muro era già caduto e la Prima Repubblica già finita. La Bad Godesberg, che al riformismo italiano è sempre mancata sul piano dei programmi e delle idee, si è forse realizzata con un salto antropologico e una rottura genealogica.

Renzi ha insomma già cambiato il Pd. Cambierà anche l’Italia, come ripetutamente promette? Qui l’esperienza impone cautela, perché l’ultimo ventennio della sinistra italiana è lastricato di grandi speranze presto fallite.
Contro Renzi lavorano tre fattori. Il primo è il suo partito, nel quale operano ancora troppi nemici palesi e troppi finti amici, saltati sul carro del cambiamento all’ultimo istante solo per fare in modo che nulla cambi. Il secondo è Renzi stesso: finora ha dimostrato di avere molto scatto televisivo ma poca profondità di analisi, una notevole capacità immaginifica ma scarsa attenzione ai dettagli. Soprattutto è ancora troppo solo, perché intorno a lui non si è finora visto crescere l’abbozzo di una classe dirigente in grado di governare il Paese.

Ma il vero formidabile ostacolo che dovrà affrontare è la complessità quasi disperata del rebus italiano. Per risolverlo, a partire dal tassello centrale della legge elettorale, servirà una grande capacità di alleanze e di persuasione: la chiarezza della direzione di marcia non dovrà mai trasformarsi in arroganza. E bisognerà resistere alle sirene dell’opposizione, che lo spingono ad affrettare bottini elettorali destinati a risultare poi inutili per governare. Questa, soprattutto, è la svolta cui Renzi è chiamato. Fino a ieri la sua forza è consistita nell’essere all’opposizione di tutto: del passato, della nomenklatura, dell’establishment . Da stamattina è invece il capo del maggior partito di governo, chiamato a realizzare, e presto, le cose tanto predicate. Sarà capace il sindaco di Firenze, nei due giorni alla settimana che intende passare a Roma, di trasformarsi in un uomo di governo? Per come è messo il nostro Paese, bisogna augurarselo.


Brunetta: “Parlamento delegittimato, da Letta trucco per prendere tempo fino a 2015″
di Renato Brunetta
(da “Free News Line”, 9 dicembre 2013)

“Noi crediamo che politicamente, e molto probabilmente anche giuridicamente, questo Parlamento sia delegittimato, perché la Corte costituzionale ha cassato il premio di maggioranza”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ai microfoni di SkyTg24.

“Siccome in Parlamento oggi ci sono 148 deputati figli del premio di maggioranza, che danno il supporto al governo Letta, senza questi 148, a parte Sel che è all’opposizione, ma circa 130 danno il supporto al governo Letta, fuori questi 130 del Pd a favore del governo Letta, il governo Letta non c’è più”.

“Per questa ragione noi diciamo che il governo Letta deve andarsene. Non so cosa potrà dire Enrico Letta mercoledì quando chiederà la fiducia alle Camere. Su quale presupposto? Con quale maggioranza? Per fare che cosa? Con quale orizzonte temporale?”.

“Cosa vuole, che questo governo, che questo Parlamento possa fare le riforme costituzionali? Possa fare il monocameralismo? Possa fare la riduzione del numero dei parlamentari? Possa ridurre, tagliare o eliminare i costi della politica? Questo Parlamento? Io credo proprio di no, penso che questo rilancio sulle riforme costituzionali di cui parlerà Letta sia un trucco per prendere tempo, per arrivare al 2015. Ma chi gli può credere? Parlerà di semestre europeo, ma che credibilità può avere Letta di fronte a un Renzi rispetto all’Europa? Ormai il padrone del suo partito, il Partito democratico, attualmente il partito di maggioranza relativa, non è né Letta né Bersani, suo dante causa, ma è Renzi, e quindi deve cambiare il governo e si deve andare alle elezioni al più presto con una nuova legge elettorale maggioritaria”.

“Mi dispiace per Quagliariello che aveva brindato alla sentenza della Corte perché pensava che rimanesse un proporzionale puro, ma non sarà così”, conclude Brunetta.


Napolitano fa la vittima ma pretese da Cossiga le dimissioni dal Colle
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 9 dicembre 2013)

«Il precipitare della grave questione costituita dai comportamenti sempre più abnormi e inquietanti del presidente della Repubblica non è che l’ultimo anello della spirale involutiva che sta stringendo il Paese».

A scrivere queste dure parole contro il Quirinale è Giorgio Napolitano, nel 1991, sulla Repubblica diretta da Eugenio Scalfari. Proprio l’attuale capo dello Stato, ora nel mirino dell’opposizione (M5S, Lega e Forza Italia) per il suo eccessivo ruolo politico (un presidenzialismo di fatto, quasi «una monarchia» per i più critici), mise sotto accusa, da leader della componente «migliorista» Pds, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, con rilievi molto simili a quelli che Napolitano oggi respinge come attacchi irresponsabili e ingiuriosi.
Distinguendosi dalla linea ufficiale del Pds, che coi suoi gruppi parlamentari firmò una richiesta di impeachment (poi non concretizzata) per Cossiga, l’ala di Napolitano – anche lui deputato Pds – prese una posizione più prudente, ma altrettanto severa con il Colle. Un invito a «dimettersi» per l’inquilino del Colle (colpevole di aver «totalmente smarrito il senso della misura»), senza costringere il Parlamento ad attivare la messa in stato di accusa del capo dello Stato prevista dalla Costituzione. Un passo indietro inevitabile, secondo Napolitano, vista «l’incompatibilità tra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente Cossiga e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica». Insomma, come spiegheranno in una nota comune i parlamentari miglioristi: «Francesco Cossiga tragga le conseguenze dalla scelta da lui già compiuta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica».

Cossiga, il «picconatore», rispose per le rime a tutti, compresa la corrente di Napolitano, definiti «politici vegetariani» perché, chiedendo le dimissioni senza mettere la faccia sull’impeachment, non erano «né carne né pesce». Ancora più violento l’attacco di Cossiga a Repubblica, che appoggiava la linea Pds e ospitò gli interventi di Napolitano sulle «inevitabili dimissioni» di Cossiga. Proprio in risposta all’articolo di Napolitano, Cossiga scrisse che Repubblica si dimostrava «la newsletter di una lobby politico affaristica responsabile di una pericolosa intossicazione della vita politica italiana». Un mese dopo, come ricostruisce Marco Travaglio in Viva il Re! (Chiarelettere), Napolitano si allinea alla posizione del Pds, che prevede tre vie d’uscita dal caso Cossiga: impeachment, dimissioni, astensione del presidente della Repubblica da «interventi impropri». Non servirà fare molto, perché Cossiga si dimetterà poco dopo, due mesi prima della scadenza naturale del settennato. Con la soddisfazione di Napolitano, candidato del Pds al Quirinale, che però toccherà a Oscar Luigi Scalfaro. Nonostante lo scontro duro sulle sue dimissioni, Cossiga manterrà un buon rapporto con Napolitano negli anni successivi. Al punto che sarà proprio lui a «raccomandare» Alfano a Napolitano come ministro della Giustizia nel 2008, come ci rivela il cossighiano Naccarato: «Nell’aprile 2008, quando Berlusconi cercava affannosamente un Guardasigilli, Alfano chiese a Cossiga di essere ricevuto. Venne, Cossiga lo ascoltò a lungo, lo studiò. E il giorno dopo chiamò Napolitano, chiedendogli il favore di ricevere Alfano, raccomandandoglielo. Gli disse anche: “Vedrai che questo giovane potrà porre fine alla leadership di Berlusconi”. Bè, pochi giorni dopo Napolitano firmò la nomina del ministro Alfano».
___
(Naccarato dunque ci rivela una cosa molto importante, che aiuta a spiegare il tradimento di Alfano e il suo doppio gioco (un abile infiltrato?): la sua dipendenza per gratitudine da Napolitano. Quante serpi Berlusconi si è portato dentro il suo partito! Quante ne saranno restate ancora?. bdm)


Metamorfosi di un sindaco aspirante premier
di Gian Marco Chiocci
(da “Il Tempo”, 9 dicembre 2013)

Dopo Togliatti, Berlinguer, D’Alema, Veltroni e Bersani gli ex comunisti hanno il loro primo segretario democristiano. Matteo Renzi, vincitore facile delle primarie, è un democristiano doc anche se ha poco a che fare col soporifero democristiano Romano Prodi, che fu solo premier col centrosinistra quando Matteo nel ’96 lo sostenne in Valdarno salvo impallinarlo, decenni più tardi, nella corsa al Quirinale. Il baby democristiano cresciuto a La Pira e boy scout ha invece tantissimo dello scoppiettante modello berlusconiano: bella presenza in tv, parlantina accattivante, battuta pronta, trascorsi alla Ruota della fortuna con Mike, copertine di Vanity Fair, comparsate con la De Filippi, comizi in movimento alla Steve Jobs e sogni marzulleschi («un giorno lascerò la politica, mi piacerebbe fare il conduttore tv»). Anche per questo Renzi è stato a lungo avversato dallo zoccolo duro diesse e dalla schizzinosa élite che dopo averlo abbattuto alle precedenti primarie ha faticato a perdonargli il pranzo di Arcore, le amicizie nei poteri forti finanziari, gli sprechi fiorentini e persino la scivolosa chiamata in correità del tesoriere della Margherita Lusi. Il disprezzo di classe, tipico di certi ambienti, s’è trasformato però in passione sfrenata non appena il partito di Repubblica l’ha sdoganato nello scontro impari coi due sfidanti carneadi. La sberla incassata con Bersani gli ha fatto capire tante cose. La più importante è che per aggiudicarsi la rivincita avrebbe dovuto strizzare meno l’occhio a destra e dire più cose di sinistra, anche estreme e giacobine. Così ha fatto. E la metamorfosi di Matteo, accompagnata dalle lotte agli sprechi e alla rottamazione di una parte delle classe dirigente, s’è compiuta consacrandolo pur in assenza di un programma economico chiaro e di una visione politica a lunga scadenza. Tutti sanno che Renzi non ha alcuna intenzione di star fermo due anni a vedere Letta e l’effetto che fa. Il pasticcio della legge elettorale gli ha stravolto i piani ma lui al voto anticipato ci punterà lo stesso. Se per farlo dovrà accordarsi con Berlusconi, amen. L’importante è il fine. Sui mezzi troverà una giustificazione qualsiasi a chi ieri s’è messo in fila sentendosi di sinistra e finalmente rappresentato.


Riforma elettorale, le parole che ingannano
di Claudio Sardo
(da “l’Unità”, 9 dicembre 2013)

Continuano le scosse di terremoto dopo la sentenza anti-Porcellum della Corte costituzionale. Il Parlamento è stato umiliato, la politica è tramortita. Letta sa che deve agire: il suo governo morirà se non si farà una nuova legge elettorale, ma morirà anche se questa riforma dovesse spaccare la maggioranza. Renzi aveva preso l’impegno di presentare una sua proposta dettagliata prima delle primarie: non l’ha mantenuto. Ci si accapiglia sulla Camera dalla quale avviare l’iter legislativo, ma in tutta evidenza è una questione tattica che poco ha a che vedere con la sostanza dei problemi. Grillo intanto ha aperto al Mattarellum: più che costruire un’intesa, vuole creare l’incidente per far naufragare la legislatura. E Berlusconi ora gli fa sponda: a partire dall’attacco al Capo dello Stato, anche l’opposizione di Forza Italia sta assumendo sempre più i caratteri di un’opposizione di sistema.
La riforma è una necessità vitale. Altrimenti l’onda di delegittimazione rischia di travolgere l’intera democrazia. Bisogna dare contenuti maggioritari alla legge elettorale, ma senza violentare il buon senso e i principi dell’ordinamento, come purtroppo è avvenuto più volte nella seconda Repubblica. Per questo serve anzitutto un’operazione-verità. Basta giocare con le parole che nel ventennio trascorso sono servite a intorbidare le acque e imbrogliare gli elettori.

Tanto per cominciare, non ha senso invocare il bipolarismo come se fosse possibile imporlo per legge ai cittadini. Nel febbraio scorso, a fronte di un meccanismo ultra-maggioritario (tanto da essere stato giudicato illegittimo dalla Consulta), tre partiti hanno raccolto consensi pressoché analoghi: qualcuno pensa che si possa cancellare con un tratto di penna uno di questi tre partiti o coartare la libertà degli elettori? Il bipolarismo appartiene a categorie politologiche. Il problema di una riforma elettorale utile all’Italia è un altro: dare un’impronta maggioritaria, in modo che il partito più votato sia favorito nel dar vita a un governo efficace e coerente sul piano programmatico.
Ma in ogni caso il carattere maggioritario della legge non può travolgere il sistema fino a considerare irrilevante il consenso: questo ha detto la Corte. Ed è difficile darle torto. Anche perché manipolazioni eccessive del principio di rappresentanza alterano gli equilibri di sistema, a partire dai ruoli di garanzia. La riforma elettorale, insomma, deve muoversi tra due argini: da un lato ridurre il rischio dell’alleanza destra-sinistra, o comunque fra i tre poli oggi antagonisti, dall’altro lato porre un limite alla distorsione rappresentativa. Benché si continui a predicare il contrario, non esistono leggi elettorali al mondo che assicurino sempre maggioranze parlamentari omogenee.

E, a questo punto, si deve fare un altro discorso controcorrente. Tanto più si vuole spingere il sistema verso effetti maggioritari, quanto più la selezione dei parlamentari deve essere affidata ai collegi uninominali (vedi Gran Bretagna e Francia). Se invece si decidesse di mantenere la competizione tra liste, le forzature al criterio di proporzionalità dovrebbero essere necessariamente più contenute. Non si può giocare con il voto degli elettori, come se non contenesse un vincolo per la rappresentanza. La riforma post-Porcellum non può nascere da mere convenienze dei leader pro-tempore oppure da assunti ideologici. Con il buon senso possiamo imboccare la strada del doppio turno di collegio, oppure di un sistema misto con prevalenza di seggi assegnati con l’uninominale-maggioritario, possiamo rafforzare la rappresentanza dei partiti maggiori eliminando il recupero nazionale dei resti, possiamo rendere più rigide le soglie di sbarramento. Resteremmo invece nella patologia del Porcellum, se affidassimo ancora alle coalizioni il compito di aggirare i vincoli logici e giuridici dei candidati e dei partiti.

Questa è una malattia che ha sfiancato la credibilità del Parlamento e distrutto la reputazione dei partiti: le coalizioni preventive e il pacchetto-premio in seggi sono stati un’autentica truffa. I partiti si mettevano insieme prima del voto e si dividevano dopo. Così il trasformismo ha travolto tutto. Le coalizioni preventive – presentate come un potere concesso ai cittadini – erano in realtà il pretesto per introdurre un presidenzialismo di fatto. Ma ora, dopo la sentenza della Corte, va svelato l’imbroglio: chi vuole eleggere direttamente il governo e il suo capo, lo dica apertamente. Meglio il presidenzialismo vero che un sistema parlamentare stritolato. In ogni caso non c’è democrazia al mondo in cui non competono i partiti: e forse è arrivato il momento di dire che, senza i partiti, la democrazia muore (e dunque l’attuazione dell’art 49, la riforma dei regolamenti parlamentari, una nuova legge sul finanziamento pubblico sono complementari alla riforma elettorale).
Comunque, per dare stabilità ai governi in un sistema parlamentare servono soprattutto delle correzioni costituzionali. Non basta una buona legge elettorale. Per la stabilità è più utile affidare il voto di fiducia ad una sola Camera e introdurre la sfiducia costruttiva o istituti simili. E pensare che ancora in questi giorni c’è chi dice: facciamo cadere il governo, cambiamo la legge elettorale e andiamo subito al voto. Non sarà impresa facile sconfiggere la demagogia e l’imbroglio. La legge elettorale richiede un po’ di tempo, così le correzioni necessarie a stabilizzare i governi, così i collegi elettorali (speriamo) da ristabilire. Far cadere il governo, vuol dire votare con la legge proporzionale.
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(Autentiche stupidaggini. Della nuova legge elettorale se ne parla da anni. Il parlamento conosce per filo e per segno tutti gli aspetti che sono stati discussi e le divisioni ancora resistenti. Forse Claudio Sardo non era ancora nato, ed è nato solo il 4 dicembre 2013 quando la consulta ha abolito il porcellum.Come dice Brunetta, basterebbe che Renzi, Grillo e Berlusconi (e aggiungo Vendola) si trovassero insieme e la legge elettorale di impronta maggioritaria sarebbe pronta in pochi giorni. Sardo mi pare che stia dalla parte degli inciucisti (di cui il Paese vuole liberarsi!) e delle trame di Napolitano. Non vuol capire che il parlamento che abbiamo avuto fino al 3 dicembre non è lo stesso che la consulta ha disegnato come legittimo nel dispositivo del 4 dicembre. E poiché il parlamento non si è mai deciso a decidere, ha pensato bene la consulta di fissare, lei, le linee di intervento: nuova rappresentatività parlamentare in base ai criteri del 1992, e conseguente varo della nuova legge elettorale che dovrà essere di impronta maggioritaria. Poi, come è sempre successo quando si è varata una nuova legge elettorale, di corsa al voto! E’ così difficile capirlo, gentile Sardo? Si liberi dal servilismo, troppo nauseabondo e diffuso, nei confronti di Re Giorgio. Si torni tutti ad usare il cervello, altrimenti la democrazia la si continuerà a vendere al miglior offerente, che quasi sempre è anche il più furbo. Abbiamo forse mandato in parlamento dei minorati incapaci di fare semplici operazioni ragionieristiche? Credo che se ammettiamo che siano davvero cretini, ad esempio, i 900 parlamentari, i loro capi, che, guarda caso, sono tutti fuori del parlamento: Renzi, Berlusconi, Grillo e Vendola sono più che sufficienti a disporre le maggioranze necessarie su di un accordo che tra loro non è affatto impossibile (basta usare il cervello!. In materia elettorale, così sviscerata sotto ogni aspetto da più lustri, le cose basta volerle, e se le si vuole si possono fare bene e presto. Qui è il busillis. bdm)


Cimini a La Zanzara: “Berlusconi e Ruby? Indagato perché politico. In Tribunale a Milano anche le toghe fanno sesso”
di Redazione
(da “Libero”, 9 dicembre 2013)

Il bunga bunga al Tribunale di Milano. “Anche oggi lì si fa sesso. Come negli ospedali, succede di tutto. Sono luoghi di grande sofferenza. E nei luoghi di sofferenza quelle cose lì si fanno. Lo fanno anche i magistrati, tutti. Sono uomini e l’uomo non è di legno. Ma è normale, di che cosa vi scandalizzate?”. Parola di Frank Cimini, storico cronista di giudiziaria (il manifesto, il Mattino) andato in pensione dopo 35 anni di onorato servizio, gomito a gomito con le toghe milanesi. Intervistato da Giuseppe Cruciani e David Parenzo a La Zanzara, su Radio24, il vulcanico Frank non si è trattenuto spifferando qualche retroscena piccante sulle aule del Palazzaccio milanese e non rinunciando a un giudizio piuttosto caustico sul grande “nemico” dei magistrati meneghini, quel Silvio Berlusconi finito spesso al centro delle loro indagini per questioni di soldi e di sesso.

“Processo Ruby? Un obbrobrio” – Naturalmente, al di là di condanne, prescrizioni e assoluzioni, il processo più chiacchierato, mediaticamente dirompente e non ancora concluso è quello Ruby. “Una volta ho detto a Bruti Liberati che quello di Ruby era un processo per un pelo di fica”, spiega Cimini. “Come dice un mio amico magistrato, l’80% delle inchieste contro Berlusconi sono fondate ma poi c’è un 20% di iniziative giudiziarie che dimostrano che c’è l’accanimento”, attacca l’ex cronista. “La condanna penale per Mediaset e la condanna in sede civile per Mondadori sono sacrosante – precisa – ma il processo Ruby è un obbrobrio. Se non ci fosse stato Berlusconi di mezzo, quell’indagine sulla prostituzione minorile non l’avrebbero neanche fatta”. Detto che, secondo il barbuto e scapigliato Frank, “in un Paese normale un capo di governo che fa quella telefonata in Questura deve sparire dalla vita pubblica per sempre”, “il reato penale non c’è, come non c’è quello di prostituzione minorile”.

“Berlusconi ha ragione ma dice str…” – E allora, perché Berlusconi c’ha rimesso le penne politicamente, senza contare che in primo grado è stato condananto a 7 anni di carcere e interdizione perpetua dai pubblici uffici? Forse proprio perché il Cavaliere nel 1993/94 scelse di scendere in campo. “Tutti i grandi imprenditori coinvolti da Mani pulite – spiega Cimini – alla fine sono stati salvati dalle Procure, non solo da quella di Milano, a scapito dei politici. L’unico grande imprenditore italiano su cui sono stati fatti degli approfondimenti di indagine per usare un eufemismo è Berlusconi, ma perché si è messo a fare politica. Però altri che facevano politica non in prima persona, come la Fiat e De Benedetti, se la sono cavata alla grande. I loro giornali hanno appoggiato Mani pulite perché c’era un do ut des. Perché i loro editori che non erano e non sono certo editori puri, avevano degli scheletri nell’armadio su cui non si è indagato”. Ha quindi ragione, l’ex premier, quando parla di persecuzione delle toghe ai suoi danni? “Magistratura Democratica odia Berlusconi, su questo lui ha ragione – conclude l’ospite de La Zanzara -. Però su Md vicina alle Brigate Rosse Berlusconi dice delle grandissime stronzate perché non conosce la storia. La stragrande maggioranza di Magistratura democratica ai tempi del terrorismo era forcaiola. Quindi Berlusconi non sa nulla. E’ un ignorante”.
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Su “Dagospia il servizio diretto sull’intervista di Frank Cimini, qui.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart