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D’Ambra, Lucio

27 Aprile 2019

La guardia del cielo

La guardia del cielo, 1939

(Lucio D’Ambra, ossia Renato Eduardo Manganella).
Lucio D’Ambra, accademico, fu autore prolificissimo. Il romanzo di cui ci occuperemo fa parte della Trilogia sociale, una delle sette che compose, e di essa è il primo in ordine di apparizione, al quale seguirono infatti “Il carro di fuoco” e “Le trombe di Gerico”, rimasto incompiuto.

Nella sua premessa già vengono enunciati i principi cristiani a cui l’opera e la Trilogia sociale si ispireranno, e soprattutto che in esse l’uomo assumerà “come sostrato morale della trilogia il trinomio mussoliniano del cittadino utile a sé ed agli altri, – obbedire, credere, combattere”. E ancora: “Integrazione, dunque, delle dottrine fasciste fondamentali coi grandi pensieri eterni del Cristianesimo”. L’ispirazione e la collocazione di quest’opera nel filone dell’ideologia fascista sono dunque dichiarate espressamente.

A Caserta c’è l’Accademia Aeronautica per ufficiali. L’autore ne ricrea l’ambiente, dove retorica e cameratismo la fanno da padroni: “La tua casa è la carlinga che, come un guscio di noce sul frutto, sta sempre con te.”. Abbiamo due personaggi, il capitano Filippo Astalli e la fidanzata Alba-Rosa Braganti, la quale vive a Santa Maria di Capua (oggi Santa Maria Capua Vetere) in una villa che non ha niente da invidiare alla famosa reggia di Caserta. Entrambi sono belli, come belli sono i cinque giovani ufficiali, particolarmente Barbarello Ognissanti, che il capitano porta in visita alla fidanzata, percorrendo in auto il viale ricco di platani (n.d.a.: ho fatto in tempo a vederli nel corso della mia infanzia, quando andavo a trascorre le vacanze a San Prisco, il mio paese natale), che unisce Caserta a Santa Maria Capua Vetere, sostituiti oggi da abitazioni e negozi. L’autore comincia a scolpire la figura di uno degli ufficialetti di prima nomina, che sono stati allievi del capitano Filippo Astalli, e si tratta proprio di Ognissanti, che diverrà l’altro importante personaggio del romanzo, il quale è un po’ restìo alla disciplina. È maremmano e porta nel suo carattere il subbuglio e la frenesia di quella terra. Ne è fiero: “E sono forse ancóra gli Ognissanti corsari che comandano dentro di me.”. Vorrebbe essere primo in tutto e invidia Astalli che ha una fidanzata così bella. La dimestichezza con la scrittura praticata nei molti suoi romanzi precedenti consente a D’Ambra di rendere sopportabile una sorta di prosopopea di regime che ne impregna lo stile (ad esempio quando ci  narra la trasvolata atlantica a cui il capitano Astalli è chiamato, al comando di Cesare Balbo), ma l’autore sa muovervisi però con abilità. Si veda a questo proposito il corteggiamento di Alba-Rosa da parte di Ognissanti, con all’intorno il bel panorama del golfo di Napoli. Per avere un’idea di tale prosopopea fascista, basti riportare qualche frase: qui siamo alla sfilata che onora i trionfatori della trasvolata, nel corso della quale due avieri sono caduti: “Ombre auguste, anche gli Assenti marciavano, sul cadenzato passo, tra i ranghi, tra le acclamazioni del popolo, in uno sventolio di bandiere, tra inni e fanfare, in quella marcia trionfale di pochi chilometri che chiude, in una mattinata che vale mille esistenze, un volo di ventimila chilometri.”; “Riempiendo il prodigioso scenario della sua maschia figura di dominatore di assemblee e di arenghi, il Duce parlò agli eroi”, dove non solo le parole ma la stessa punteggiatura danno sostanza alla retorica.

Ognissanti, dunque, fa la corte ad Alba-Rosa. Cerca di insidiarle l’amore che ha per il capitano Astalli, del quale ammira la disciplina e il senso del dovere, di cui lui fa difetto, vantandosi però di questa mancanza. Ci sono schermaglie condotte con una certa abilità nel corso delle quali Alba-Rosa sembra cedergli, e altre volte indispettita gli sfugge: “Lasciatemi andare. Non posso più sentirvi. Ogni vostra parola mi fa l’effetto che mi farebbe sentire un’unghia grattare un cristallo.”.

Una nuova partenza di Astalli, promosso maggiore grazie al successo della trasvolata, non è sopportata da Alba-Rosa. I rapporti si raffreddano. La ragazza non è più così sicura di volerlo sposare. Ognissanti approfitta dell’occasione e finalmente Alba-Rosa cede: “Sono follemente innamorata di te!”. È il momento in cui l’autore fa della donna un essere romantico, fragile e indeciso, e dell’uomo il maschio conquistatore che non cede finché non ha raggiunto il suo scopo. La vena romantica vi si mostra indissolubilmente legata alla retorica di regime, vieppiù quando si affrontano certe situazioni come quella del giovane ufficiale Zompin che aspira a volare, ma ne è impedito dalla malattia (“mezzo tisico…”), foriera di uno sconforto che attanaglia anche i suoi capi e i suoi colleghi: “Zompin, nella realtà delle cose, un povero ragazzo senz’ali che non poteva volare un palmo più su del suo dolore e del suo pianto.”. Un altro esempio è dato dalla lunga lettera che Filippo Astalli, in missione in Cina, scrive ad Alba-Rosa, rimproverandola di esigere da lui un amore che sia anteposto a quello della Patria: “Io ti restituisco, dunque, la parola data. Io ti libero d’ogni impegno con me.”.

La contrapposizione tra la figura di Ognissanti e quella di Astalli è evidente: il primo è attratto da un piacere sfacciato e egoistico, l’altro è pervaso dall’amore di Patria, il quale però non fa dimenticare ad Alba-Rosa i rapporti affettivi avuti con lui: “Tuttavia sento che, durante tutta la mia vita, non potrò mai dimenticarvi.”.

Si arriva alla guerra d’Etiopia. È il 3 ottobre 1935. È annunciato un discorso di Mussolini. Da ogni parte la gente accorre per ascoltarlo: “Nella piazza la ressa era spaventevole. Sopra centomila persone altre centomila, sboccando a fiumi da ogni lato, cercavano di accavallarsi. Ma i corpi si stringevano e altre folle entravano sempre dove già non v’era più posto neanche per il respiro.”. Alba-Rosa avverte in cuor suo una sorta di nostalgia per quel clima patriottico e Ognissanti, che ha lasciato la divisa per una vita diversa, la rimprovera. Sposato Ognissanti, la donna non riesce a dimenticare del tutto Astalli. Va a salutarlo al porto di Napoli da dove si imbarcherà per l’Etiopia. L’uomo si frappone, così, come un fantasma, tra i due, al punto che per riconquistare il cuore della sposa, Ognissanti entrerà di nuovo nell’Aeronautica e partirà per raggiungere Astalli. Il patriottismo, dunque, agisce come un balsamo che guarisce le pene e restituisce all’individuo, che l’aveva smarrita, quella patina di dignità e di moralità che lo fa tornare uomo tra gli uomini: “Questo Ognissanti cominciava adesso a comprendere: che il valore d’una singola vita umana è misurabile in guerra solamente dalla sua utilità collettiva; e che quindi la vita raggiunge il suo momento sublime solo quando utilmente si sacrifica.”. Ma la superiorità morale ed eroica di Astalli è evidente agli occhi di Alba-Rosa, la quale ebbe “per la prima volta completa coscienza dell’errore compiuto col suo matrimonio, credendo alle vanterie eroiche di Ognissanti, non avvertendo (…) quello che realmente c’era: un’anarchia facile a distruggere, incapace di sacrificare e, a conti fatti, a esperimento compiuto, la mediocrità d’un piccolo uomo”. È il trionfo del patriottismo che vi si annuncia, l’esaltazione incondizionata e contagiosa verso chi tutto sacrifica per la Patria e vieppiù per una Patria impegnata in guerra: una guerra di conquista finalizzata alla fondazione di un impero.

Ma Alba-Rosa s’inganna sul conto di Ognissanti. Crede ciecamente alle sue lettere rassicuranti e menzognere; invece pure lui non si è sottratto alla battaglia, il pungolo dell’eroismo lo ha conquistato. Quando Alba-Rosa si trova nell’ospedale militare di Napoli dove è ricoverato Filippo, ecco che, tra i nuovi feriti appena sbarcati, c’è suo marito, “ferito al capo, un braccio sospeso, una mano nella fasciatura nera, la giubba gettata su la spalla sinistra ancora ingessata, infilata la manica destra.”. Grande è l’imbarazzo di Alba-Rosa: quello che si trova davanti è un marito diverso, che la guerra ha maturato e temprato anche nei sentimenti, in una specie di trasfigurazione. L’autore sembra voler suggerire che offrendo il proprio amore alla Patria, l’uomo (è il caso di Ognissanti) si fa più degno, e che questa debba essere per ciascuno di noi la strada da percorrere. Si passerà anche attraverso la guerra di Spagna e non mancheranno atti eroici.

Un romanzo impetuoso che ha fatto il suo tempo, ma sa ancora tenerci compagnia.


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Bart