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De Liguoro, Giovanni

15 Gennaio 2019

Viola d’amore. Storia di un soldatino del ‘99

Viola d’amore. Storia di un soldatino del ‘99

Lo scrittore, nato a Lucca nel 1943, proviene dal mondo bancario, dove, presso il Monte dei Paschi di Siena della città, ha prestato il proprio lavoro nell’Ufficio Legale, essendo laureato in legge e abilitato all’insegnamento di Discipline Giuridiche e Economiche.

Ha scritto diversi libri sia in prosa che in versi apparsi anche su riviste e giornali. Ricordiamo “Il mistero della vita” del 1971, un libro di carattere scientifico-filosofico, l’opera in versi “Umanità”, del 1995 e ancora in versi “Il mio percorso lirico”, del 2004.

Nello stesso anno ha pubblicato, in proprio, la raccolta di poesie “Il mio percorso lirico”. Ha, inoltre, realizzato le seguenti opere: nel 2005 la commedia “Gedeone e le casalinghe scomparse”; nel 2006 “ Quattro racconti brevi su Lucca”; nel 2007 e nel 2008 le raccolte di poesie in vernacolo “D Canzoniere scanzonato”; “Rerum vulgarium fragmenta faceta” e “I dialoghi di Beppe e Pina”.

Ha partecipato a diversi concorsi letterari conseguendo premi e riconoscimenti vari.

È socio, fin dalla fondazione, dell’Associazione culturale “Cesare Viviani”.

Ha anche la passione della pittura.

Ci occuperemo, però, del romanzo “Viola d’amore. Storia di un soldatino del ‘99”, pubblicato nel 2004.

Durante una permanenza in un paesino di montagna per prepararsi agli esami liceali, nel bar l’autore incontra un vecchio che, vedendolo studiare la prima guerra mondiale, gli si accosta e gli confida che lui è uno di quelli che quella guerra hanno combattuto, è uno dei “ragazzi del novantanove”, e che, se vuole, può raccontargliela meglio di quanto fanno i libri di storia.

Il vecchio è conosciuto con l’appellativo di “Mago”, poiché intorno alla sua vita aleggiano dei misteri: “Dissero che era una persona solitaria e cupa; aggiunsero che abitava in una grande casa isolata in mezzo alle selve di castagni, vicina ad un vecchio molino in disuso. La sua vita era avvolta nel mistero: qualcuno lo riteneva un grande invalido di guerra e, in effetti, camminava zoppicando vistosamente; altri affermavano trattarsi di un medico; la maggior parte, però, lo credeva dotato di poteri occulti, ragione per cui era conosciuto soprattutto con l’appellativo di ‘Mago’.”. È anche un ubriacone, e per questo lo studente lo ascolta senza dare molta importanza ai suoi racconti. Finché un giorno viene a sapere che il vecchio si è suicidato, e ne prova rimorso. Intanto ha ricevuto da un ingegnere conosciuto durante le vacanze a Viareggio una busta contenente una specie di autobiografia che tocca la prima guerra mondiale, poiché anche il mittente, l’ingegnere, è stato un ragazzo del novantanove. Così l’autore decide di documentarsi, di mettere ordine nel materiale ricevuto e di scrivere un libro che ci faccia rivivere la prima guerra mondiale, così come è stata raccontata da uno di queste ragazzi, l’ingegnere appunto: “Così è nato questo racconto. Per realizzarlo sono dovuto arretrare nel tempo. L’ho fatto nel tentativo di risolvere un antico arcano, ma anche mosso dalla segreta speranza di poter migliorare l’esistenza dei figli attraverso la memoria del sacrificio dei padri.”.

Il romanzo è dedicato: “A mio padre. Ai “ragazzi del novantanove”.

Si parte dal 29 ottobre 1917. L’ingegnere ha diciotto anni e riceve la cartolina precetto. Fino ad allora era stato occupato dallo studio e solo da pochi mesi era rientrato a casa proveniente dal collegio della sua città, Napoli. Tornato a casa, la sua unica preoccupazione era stata quella di avere un approccio con la domestica Maria Rosa (Rosina), giovane bella e disinibita. In guerra erano già stati chiamati, come ufficiali, i fratelli Alfredo e Enzo.

Sul treno che dalla sua città lo porta al fronte, viaggiano anche due compagni conosciuti alla visita di leva, Eugenio, entusiasta dell’arruolamento, e Salvatore, un po’ più prudente. Sul treno ci sono altri giovani; alcuni la pensano come lui, ma non tutti. Dice Eugenio: “Sì, perché la nostra Italia sarà una vera potenza mondiale. Ormai è suonata anche per noi l’ora suprema, l’ora del riscatto, della salvezza, della conquista.”. Un altro gli risponde: “Alla guerra dovrebbe andare chi l’ha voluta: industriali, finanzieri e tutti i borghesi di merda! Ma quelli se ne stanno a casa imboscati e al massacro mandano i poveri contadini come me!”. Si accende una discussione e il viaggio in treno diviene occasione per riproporre le varie posizioni che si erano dibattute nel Paese circa l’intervento o meno nel conflitto, le quali vedevano coinvolti giovani chiamati alle armi anche contro i propri convincimenti. Il treno è, così, come un microcosmo che riflette ciò che si è riversato nell’animo dei combattenti, e che Emilio Lussu rappresenterà nel suo capolavoro del 1938 “Un anno sull’Altipiano”, da cui Francesco Rosi trarrà nel 1970 il film “Uomini contro”.

“Sbuffava e ansimava la locomotiva annerendo l’aria umida del crepuscolo; correva smaniosa col suo carico di carne pronta al sacrificio, pronta a placare le ire di un mostro invisibile che ci attendeva per ghermirci come una divinità sanguinaria.”. Chi ha visto il film di Rosi può constatare quanto questa riflessione sia stata profetica. Si leggerà più avanti: “Ragazzi audaci e generosi mandati allo scoperto contro le mitragliatrici austriache. Corpi nudi lanciati barbaramente sui reticolati nemici. Senza un perché, senza un motivo. Solo per eseguire ordini ottusi impartiti maldestramente da ufficiali abituati a fare la guerra a tavolino.”.

La scrittura di de Liguoro è asciutta e sapiente, doviziosa di riferimenti culturali che ne arricchiscono il contenuto, offerto attraverso una narrazione lineare e sicura. I segmenti di una cronologia che andrà a formare una linea retta sono, ciascuno, colmi di sensazioni e di pensieri, che rendono, con la gradualità di una consapevolezza in formazione, il sentimento di chi va alla guerra e si interroga su ciò che lo attende, compresa la morte: “La patria stava forse per prendersi la mia giovane vita?”.

A Milano sosta per un periodo di addestramento. I compagni di viaggio sul treno continuano a vedersi e a frequentarsi anche lì. Se ne aggiunge uno nuovo, Lorenzo (si faccia attenzione a questo personaggio lucchese), con il quale stringe una forte amicizia. Si confidano, svelano i loro pensieri, i loro sogni e i loro amori. Chi ha fatto il servizio militare può apprezzare l’esattezza delle situazioni e dei sentimenti resi.

Non dimenticano tuttavia che “A pochi chilometri c’era la guerra. L’immonda strega ci attendeva senza scampo.”. Anche se il contatto con la guerra non c’è stato ancora, essa già si insinua nei loro pensieri e li contamina: “Cercavamo di non pensare, di distrarci raccontandoci cose piacevoli, ricordi spensierati, ma finivamo immancabilmente per ricadere su quel terribile argomento: la guerra.”. Essa viene, così, contrapposta alla vita. Il protagonista, come l’amico Lorenzo,  e con loro l’autore, sono contrari alla guerra e si raffermano nella convinzione che non è il popolo a volerla, ma sono i prepotenti, per trarne profitto. È un’accusa che sarà un po’ il leitmotiv del romanzo. Lorenzo dirà al protagonista: “Perché, come ti ho già detto, sono i prepotenti che guidano le sorti del mondo. Perché la storia umana è retta dalla forza e non dalla ragione. Perché l’uomo si fa guidare piuttosto dall’istinto primordiale che dalla propria coscienza.”. E ancora: “Chi detiene un grande potere lo utilizza sovente a proprio vantaggio e a scapito della collettività.”.

L’autore ha scelto di accompagnare il cammino del protagonista verso la guerra con capitoli che analizzano la società civile del tempo e le forze, anche intellettuali (in specie D’Annunzio), che, dominandola, si sono adoperate per portare l’Italia ad entrare nel conflitto. Sono capitoli riflessivi e propedeutici, che si insinuano armonicamente nelle storia delle azioni e ne mettono in risalto il significato autentico: ci saranno vite umane sacrificate ad interessi e ad ideali a loro estranei, costretti a dare la vita non per proprio convincimento, ma obbligati dalla violenza, quando materiale, quando psicologica.

Il ragazzo del novantanove che ci viene presentato non è uno sprovveduto, un manichino da manovrare, bensì un essere umano con la sua ragione e i suoi sentimenti.

L’autore con ciò mette in risalto la perfida pervasività del regime che, per realizzare i suoi scopi, ha perso ogni riferimento morale e di giustizia e non ha riguardi nel calpestare cinicamente la personalità dei propri cittadini: “Il conflitto ha dimostrato che il popolo non conta, comanda solo un’élite di persone. Pochi magnati dell’industria e della finanza.”. Più avanti troveremo (sono sempre parole di Lorenzo): “Considera che milioni di giovani sono venuti a morire per volontà di poche persone senza scrupoli”.

Lorenzo racconta anche della sua uscita dalla pubertà e del suo rapporto con una coetanea, Violetta, anch’essa colta nel passaggio da bambina a donna. L’autore vi si dedica con una delicatezza e un’attenzione speciali (sono pagine importanti) poiché vuole contrapporre alla ruvidità e al cinismo della guerra, l’uomo: mostrare le profonde e incolmabili differenze; fare risaltare ciò che la guerra distrugge: una presenza nell’universo complessa e preziosa e non riproducibile, cosicché ogni morte è una estinzione definitiva. I due fanno il bagno con gli abiti ancora indosso. Quando escono dall’acqua, “Le vesti bagnate aderivano sui nostri corpi evidenziandone ogni dettaglio. L’abbigliamento leggero di Violetta sembrava un drappeggio scolpito dal Canova sulle membra di una giovane dea. (…) i nostri corpi riprendevano a vibrare con l’armonia di una viola d’amore.”.

Arriva il momento della partenza e il nostro protagonista, insieme con Lorenzo e gli altri amici, viene inviato “verso la zona di Zenson”, nel Trevigiano, vicino al Piave. Gli è affidato un lavoro di ufficio, mentre Lorenzo, studente di medicina, è allogato nel vicino ospedaletto. Si ritengono fortunati.

Nella camerata si trova anche Antonio, un reduce di Caporetto, “un umile bracciante venuto dalla Calabria e inviato sulle montagne del Carso.”. Racconta loro il dramma di quella disfatta con particolari che ce la rendono vivida. È successo qualche settimana prima, il 24 ottobre 1917: “All’improvviso si scatenò l’inferno. Migliaia di bocche da fuoco entrarono contemporaneamente in azione vomitando una tempesta di proiettili. Il buio della notte, fino a quel momento compatto, fu rotto da infiniti bagliori di bombe incendiarie e lanciafiamme.

L’aria si fece d’un tratto irrespirabile per l’impiego dei gas asfissianti da parte del nemico. Nonostante la pioggia e la densa nebbia, l’effetto dei vapori velenosi fu micidiale. Feci appena in tempo a nascondere il viso in un anfratto del terreno ed a ripararmi tra il fango.”. Chi muore e chi fugge. Quando arriva a Udine, trova la città sottosopra, minacciata dalle forze austro-germaniche: “La grande strada che conduce a Codroipo appariva del tutto ostruita da ogni genere di oggetti abbandonati precipitosamente: veicoli militari e civili, furgoni, batterie, pezzi d’artiglieria e trattrici. Poi ancora carri carichi di masserizie, foraggi, derrate alimentari e prodotti agricoli. A nessun mezzo era permesso di transitare. Alcuni civili se ne stavano sui carri congiunti ai cavalli, pronti per un’improbabile partenza, con gli occhi colmi di disperata rassegnazione.”; “Per la strada ingombra si muovevano a fatica masse di civili terrorizzati e di soldati in fuga, tutti quanti mescolati in una confusione indescrivibile. Ciò che muoveva ogni cosa sembrava solo il desiderio di fuggire di fronte all’incalzare dell’esercito tedesco e di raggiungere al più presto i ponti del Tagliamento.”.

L’autore ci ha regalato con queste lucide ed esemplari pagine una testimonianza che si fa documento prezioso di un periodo tragico della nostra storia del Novecento.

Il protagonista del romanzo sta ascoltando il racconto del reduce come fosse già il suo battesimo del fuoco.

Antonio morirà di lì a poco in uno scontro a fuoco. Giorgio, uno dei compagni (il cui fratello è morto nel corso di quella guerra) se l’era caricato sulle spalle, ma il reduce di Caporetto era giunto già cadavere all’ospedale dove lavora Lorenzo. Tra loro manca Salvatore. Lorenzo, Eugenio e il protagonista vanno a cercarlo: “Sentivamo fortissimo il bisogno di prodigarci per Salvatore, anche a rischio della nostra vita. Dovevamo fare tutto il possibile per ritrovarlo.”. Sono i segni di un cameratismo che si genera spontaneamente di fronte ad un pericolo comune. Sono il marchio di un eroismo silenzioso, che non arriva mai agli onori della cronaca, ma che c’è, esiste, ed è una importante cerniera di amore e di altruismo: “Il terreno era disseminato di ordigni inesplosi, mentre innumerevoli buche si aprivano di continuo sotto i nostri piedi. A volte si trattava di veri crateri scavati dall’impatto delle bombe.”. Intorno è pieno di cadaveri: “La maggior parte dei caduti era infatti resa irriconoscibile dagli scoppi ravvicinati dei proiettili. I loro volti erano spesso devastati; i corpi sventrati; le membra dilaniate.”.

La scrittura continua ad essere asciutta e precisa, perfino nella punteggiatura, di solito trascurata da tanti autori. I singoli momenti, anche i minimi, sono resi in modo da evidenziarne il significato. Il lettore ne è preso come se si trovasse sul posto, anche lui in azione: “Poi un fremito s’impossessò di me scuotendomi a lungo. La luce della mia torcia aveva illuminato il corpo di un giovanetto che emergeva da un vasto cratere ricolmo d’acqua putrida. L’intero corpo, dal petto ai piedi, doveva essere immerso nella fanghiglia, dalla quale emergevano soltanto il viso, la spalla e il braccio destro con ancora, ben saldo, il fucile nella mano.

M’avvicinai a quel volto con la disperazione nel cuore: avevo riconosciuto Salvatore. (…) Aveva gli occhi spalancati nell’infinito.”. Anche Ciro morirà. Racconta Eugenio: “Infatti, quand’ero a pochi passi da Ciro, c’è stata l’esplosione. Mi sono istintivamente appiattito in un avvallamento del terreno tenendo la testa nascosta tra le braccia e, quasi simultaneamente, sono stato investito da una pioggia di detriti, sangue e brandelli del povero Ciro, andato orribilmente in pezzi.”. Di lì a poco toccherà pure a lui di morire, “fucilato come disertore in uno squallido pomeriggio di fine autunno.”. Era successo che Eugenio se n’era andato in licenza falsificando il permesso, preso dal desiderio di rivedere la sua ragazza di Milano, Giulia. Al rientro lo avevano arrestato e processato, condannandolo a morte: “Di quanti eravamo sullo scompartimento di quel convoglio restavamo soltanto io Filippo e Giorgio, ma per quanto tempo ancora?”; “Dove saranno adesso Eugenio, Ciro e Salvatore? Ci sarà davvero una vita oltre la morte?”.

È il cinico e spietato volto della guerra. Non solo quella qui rievocata: tutte le guerre del mondo sono identiche, sia antiche che moderne.  Lorenzo aveva confidato al protagonista qualche tempo prima: “Sapessi quante sofferenze sono concentrate in quell’ospedaletto. Quanti giovani straziati da questa guerra assurda. È terribile vedere tutto quel dolore”.

Lorenzo è il simbolo della riflessione e della concretezza. Il protagonista se ne abbevera. La guerra li porta a ragionare sull’Aldilà e su Dio, e Lorenzo la mette a confronto con gli insegnamenti di Gesù e mostra quanto l’umanità si allontani e rinneghi i suoi insegnamenti.

De Liguoro ci offre queste riflessioni affinché la guerra emerga come una realtà deviata, frutto del male insito nell’uomo, del tutto estranea al bene. Egoismo ed avidità hanno fatto carte false dell’insegnamento cristiano, perfino la Chiesa che si è fatta contaminare dal potere, inviso all’insegnamento evangelico: “soltanto i mansueti potranno ereditare la Terra!”.

A mano a mano che si procede nella lettura ci rendiamo conto che queste riflessioni che ogni tanto interrompono la narrazione dei fatti, non solo vi si inseriscono armonicamente, ma sono necessarie. Sono una radiografia ragionata della guerra. La perfidia e il dolore sono messi a confronto con ciò che la Terra avrebbe potuto essere, se non fosse stata contaminata dalla parte perversa e dominante dell’uomo. Un romanzo che rivela un grande impegno: quello di farci partecipare ad una ricostruzione civile e morale della società.

Al protagonista capita l’occasione di essere inviato al fronte e accetta. Lo spettacolo che gli appare quando entra nella trincea è peggiore di quanto immaginasse: “I solchi erano spesso interrotti da profonde buche e fessure prodotte dallo scoppio degli ordigni bellici. Sopra i solchi erano accatastati sacchetti di terra e oggetti di ogni genere; fra questi notai, con raccapriccio, alcuni corpi di fanti caduti. I cadaveri erano sparpagliati ovunque. Tutta l’aria era ammorbata da un fetore irrespirabile. Attorno ai corpi straziati si aggiravano, qua e là, grossi ratti. (…) Pregai istintivamente il mio Dio perché mi facesse morire subito, risparmiandomi ogni ulteriore sofferenza.”. La morte invocata come liberazione dall’inevitabile male che infesta il mondo. Un momento di scoraggiamento, di malessere, di resa. Il male ha dentro di sé una tale perfidia.

Ci aspettano pagine crude, che ci fanno vivere minutamente gli orrori della guerra. Una tale minuzia è pregevolmente resa con una scrittura che non si lascia tentare dalla emotività, ma consegna il tutto alla nostra riflessione, affinché si comprenda e si reagisca: “Dal più sottile strato di fango emergevano, con frequenza, le membra dei cadaveri. Braccia e gambe sbucavano dal terreno umido; alcune ormai scheletrite, altre ancora coperte di tessuti in putrefazione. L’odore era terribile come la visione di quei miseri corpi decomposti.”.

Degli amici del tempo in cui si erano incontrati sul treno sono rimasti lui, Filippo, Giorgio e Lorenzo. Anche Lorenzo ha chiesto di essere mandato in trincea. Gli altri sono morti. Appena andati all’assalto, toccherà a Filippo: “fatti pochi passi, fu centrato da una granata shrapnels. Un pallettone gli mozzò di netto la testa che ruzzolò all’indietro rotolando all’interno della trincea, vicino ai piedi di Lorenzo.”. E subito dopo a Giorgio: “cominciò a camminare a capo chino verso il fronte nemico.

Improvvisamente vidi un bagliore accecante. L’immagine di Giorgio, già distante una trentina di metri, fu come rapita da un lampo di fuoco e di polvere, e in un baleno si dissolse nel buio fitto della notte.”. È una trincea diabolica; di lì a qualche minuto è Lorenzo a cadere: è uscito dalla trincea: “Aveva le braccia aperte e protese in avanti, come per accogliere il nemico.”. Ha visto morire i suoi due compagni e non ne può più. Il dramma lo sconvolge e si offre come vittima sacrificale. Il protagonista lo chiama “disperatamente”. Lui: “Si voltò. Aveva il petto squarciato e zampillante. Con le ultime energie l’afferrai mentre stava cadendo. Tentati di sorreggerlo. Nell’abbraccio estremo sentii il suo sangue riscaldarmi il petto. Lo chiamai ancora come per richiamarlo in vita. Dalla sua bocca non uscì che il nome di Violetta.”. Anche il protagonista è stato leggermente ferito ad una spalla.

Raramente in letteratura si trovano pagine così lucide e rese tragiche a causa di una dignità violata dal male: “Nella branda alla mia destra una giovane recluta aveva tutti e due i piedi amputati e appoggiati su un contenitore accanto al letto.”. Il protagonista è ricoverato all’ospedaletto di Fagarè, dove aveva prestato servizio Lorenzo prima di decidere di seguire l’amico al fronte, e ora viene trasferito a Treviso. Si domanda chi lo abbia medicato in trincea al momento in cui era stato colpito alla spalla, e gli aveva salvato la vita. La generosità e l’altruismo non sono ancora andati perduti.

Dimesso dall’ospedale, viene mandato in congedo permanente straordinario, poiché, a causa della ferita, gli è restato anchilosato il braccio destro. Il 12 aprile 1918 torna a casa, a Napoli. Il suo servizio militare è durato cinque mesi; in trincea è stato un solo giorno, e vi ha visto accadere tutte quelle cose, e morire i suoi amici: “non avevo sparato neppure un colpo.”. Lorenzo gli aveva detto un giorno: “Tu ritornerai a casa!”, e così stava accadendo. Era stato Lorenzo a salvarlo? Era diventato ora, dopo la morte, il suo angelo custode? Il protagonista ci crede, e se ne convince sempre più quando arriva davanti al portone della propria casa in via San Liborio. Troveremo più avanti: “Pensai a Lorenzo e mi rivolsi a lui.”.

È scampato alla guerra. È tornato alla sua famiglia e inizia per lui la vita da reduce. Non è facile. Intanto non trova più Rosina, che è partita per l’Argentina e apprende da suo fratello Enrico che la mamma non gli avrebbe mai consentito di sposare Rosina, una domestica. Cerca di fargli capire che è stato meglio che Rosina sia partita. Ora deve pensare a costruirsi una vita nuova e autonoma come sono riusciti a fare gli altri fratelli Alfredo e Enzo, i quali, fra l’altro, sono ancora al fronte.

Come è stata resa con perfetta aderenza la guerra al fronte, allo stesso modo viene narrato il periodo successivo in cui il protagonista si trova a vivere come spaesato in una realtà che sente mutata e lontana dai sentimenti che l’avevano legato a lei: “Quel ritorno a casa che a me era parso addirittura miracoloso, non sembrava aver suscitato, negli altri, grandi entusiasmi”. Scopre le distanze tra coloro che stanno combattendo a rischio della vita e chi è restato a casa e nulla sa della guerra, se non quelle notizie non sempre sincere date dai giornali. Lo assale una profonda tristezza, cade in una depressione da cui fatica a guarire.

Ogni tipo di miseria incombe su Napoli e su tante città italiane. Chi non resiste cerca la via dell’emigrazione, come ha fatto la famiglia di Rosina. Nel porto si vedono tanti migranti che affollano le panchine in attesa dell’imbarco: “il mio sguardo si soffermò su una famigliola composta da una signora di mezza età dal carnato scuro, bruciato dal sole, e dalla corporatura salda. Indossava una maglia di lana leggera e una lunga gonna che le scendeva fino ai piedi. Attorno al viso aveva legato un fazzoletto che le teneva fermi i capelli. Gli occhi erano attenti e vividi; l’espressione seria e tirata del volto faceva trasparire un profondo stato di tensione. Accanto a lei si trovava un ragazzino dall’età apparente di 14 anni, vestito come un ometto, in pantaloni, giacca e cravatta. Aveva un atteggiamento fiero e impegnato, immedesimato nel ruolo prematuro di capo famiglia, che una sorte ingrata gli aveva, probabilmente, attribuito. Teneva per mano una bambina vestita decorosamente con un abitino di stoffa chiara ricamata a fiorellini azzurri, e con la testa coperta da una cuffietta bianca che le proteggeva un visino su cui spiccavano due occhioni scuri visibilmente spauriti. La bambina stava ben vicino a quello che sembrava essere suo fratello maggiore. Quest’ultimo teneva con la mano destra un grande sacco che doveva custodire tutti gli averi di famiglia.

M’avvicinai al ragazzo e gli chiesi dove fosse diretto. Mi guardò con aria di ostentata sicurezza rispondendo: ‘Vac’ America ‘bella!’”.

Abbiamo riportato questo lungo brano per dare conto della bravura descrittiva dell’autore, che nello stesso tempo fa affiorare la psicologia della madre, della bambina e del ragazzo che, ormai rimasto l’unico maschio, si è già vestito dei panni del capofamiglia, a cui le due donne si sono affidate.

Ricordate che il protagonista si era domandato chi gli avesse salvato la vita, fasciandogli alla meglio la ferita che aveva riportato alla spalla? Non faremo il nome, ma è uno degli amici che credeva morto al fronte. Se lo vede comparire all’inizio del capitolo intitolato “Soluzione di un enigma”, che si apre con un’altra bella descrizione dell’uomo barbuto che lo sta fissando mentre è al porto ad osservare la partenza dei migranti: “Mentre ero estraniato nel mio fantasticare, ebbi la sensazione di essere osservato e, a mia volta, fissai l’attenzione su un uomo che stava tra la folla a qualche passo da me. Si trattava di un individuo ancora giovane, ma dall’età indecifrabile, coperto da un lungo pastrano di lana grossa che gli scendeva fino ai piedi. Aveva il bavero alzato. Il volto era quasi completamente nascosto da una folta barba nera, ispida e incolta. I capelli, scuri e spettinati, gl’in­corniciavano il viso coprendogli parte della fronte per perdersi poi, come una cascata, dietro la nuca. I suoi occhi erano neri e profon­di, le sopracciglia arruffate.”. L’amico è in partenza, con i genitori, per gli Stati Uniti d’America. Il protagonista rifletterà: “Un Paese che aveva prima imposto ai suoi figli una guerra crudele, quindi li obbligava ad andarsene.”.

Non si trovano mai nel romanzo momenti in cui la guerra è esaltata. Essa appare sempre come una calamità che apre abissi oscuri, materiali e spirituali. È un romanzo spietatamente contro la guerra: “Ma il trauma delle esperienze belliche e la perdita di tanti affetti, avevano segnato il mio fisico e trascinato la mente nella nevrosi. Nel momento in cui dovevo riappropriarmi degli entusiasmi giovanili, avevo perduto la gioia di vivere. Tutto quanto mi appariva inutile, mesto e vuoto.”.

Anche l’iniziazione al sesso, avvenuta grazie alla complicità di un nuovo amico, Paolo, trova nell’autore un efficace descrittore di ambienti e sentimenti, talché possiamo spingerci a dire che la sua capacità di osservazione trova una perfetta corrispondenza nella scrittura: “Quando entravo nella stanza dal soffitto rosa ero eccitato e incuriosito. Non sapevo cosa avrebbe inventato la mia Venere. La vedevo scomparire dietro al suo bel riparo e attendevo ansioso. Ammiravo il suo corpo in controluce e mi sentivo trascinare sulle cime dell’Olimpo. Quando poi Carmela si presentava, il mio cuore non poteva fare a meno di avvertire un soave smarrimento.”. Nasce tra Carmela e il protagonista una relazione d’amore inattesa, che gli creerà non pochi problemi di carattere psicologico, che l’autore dipana con abilità. Dirà a Paolo, per chiederne un consiglio: “Non posso lasciare Carmela. Fa parte di me. È l’unica cosa bella che posseggo. L’unico affetto che riempie le mie giornate, che dà un senso alla mia vita.”. Paolo gli ricorda che, anche se Carmela si è innamorata di lui ed è ricambiata, è sempre una prostituta e i suoi genitori non l’avrebbero mai potuta accettare come nuora. All’amico, egli risponde che si sentirebbe un vile se la lasciasse: “nel momento in cui è lei ad avere bisogno, quell’uomo le volta le spalle.”. E Paolo: “se proprio devo essere sincero, io a quell’improvviso amore di Carmela per te ci credo poco. Tu sei un grande ingenuo.”. E ancora: “Quella donna è troppo diversa da te. Non potresti superare il divario che separa il tuo mondo dal suo, la tua educazione, la cultura, la sensibilità.”.

Si convince che Paolo ha ragione, quella relazione avrebbe portato alla umiliazione della sua famiglia e si rende conto di essere “il prodotto compiuto di una società che, con i suoi falsi idoli, fabbricava carnefici e martiri.”.

Vi è uno stretto collegamento tra la narrazione della guerra come è stata vissuta dal protagonista e questa nuova fase della sua vita. Ancora le forze dominanti reggono le sorti della società e ne impediscono la libertà del pensiero e dei sentimenti. L’uomo è costretto a muoversi dentro parallele già predestinate e strettissime, da cui è impossibile qualunque tipo di devianza: “Dimenticare Carmela fu, per me, una necessità di ordine sociale.”.

Il romanzo si rivela sempre più un romanzo di denuncia a tutto tondo, senza ammettere eccezioni, e la denuncia riguarda specialmente l’impossibilità per l’uomo di essere libero, costretto a restare prigioniero di una oligarchia di potere.

Siamo nel 1922 e la marcia su Roma del partito nazionale fascista, avvenuta il 28 ottobre, rafforza la convinzione del protagonista, il quale si prepara a vivere un’altra esperienza di costrizione e di dolore: “Il Leviatano risorgeva dall’abisso dei sensi; la bestia aveva di nuovo prevalso sull’uomo.”; “Le stesse forze oscure che avevano imposto l’olocausto della guerra adesso avevano completato il misfatto esautorando il Parlamento, e con esso ogni forma di libertà e di dignità.”.

L’avvento della dittatura provoca un trauma nel protagonista; non la sopporta e non riesce a capacitarsi che coloro che hanno causato i danni della guerra ora siano saliti al potere e ancora usino violenza verso i più deboli, sacrificandoli ai loro interessi. Trova nel fratello Enrico comprensione e solidarietà È un altro valore che il romanzo mette in evidenza. Si riversa nello studio e finalmente il 22 dicembre 1922 si laurea in ingegneria industriale. Ora deve solo trovare lavoro. Non è facile. Il Sud è stato sempre trascurato rispetto al Nord. Per un ingegnere non ci sono occasioni al Sud. C’è un concorso nazionale per un impiego al Genio civile; lo vince e viene assegnato alla sede di Lucca. È il 1924. Sono trascorsi sette anni dalla sua esperienza bellica. Lo attende la ricostruzione della sua vita: “Ancora una volta correvo verso un destino ignoto, ma quella seconda volta si trattava di un evento positivo, lungamente atteso, che giungeva finalmente con forza liberatoria.”.

Alla città di Lucca, l’autore dedica belle pagine. Ne risaltano le sue bellezze naturali, artistiche e storiche. Lucca lenisce le tristezze del protagonista, anche se non le cancella. Il protagonista ha sempre portato nella sua esperienza di vita la sua forte sensibilità ed anche la fragilità di chi ha forti ideali e li vede calpestati ogni giorno senza che si possa fare niente per porvi rimedio.

Ma ecco che “Giunse finalmente il 10 agosto, data che avrebbe cambiato radicalmente la mia esistenza.”. Quel giorno si festeggia San Lorenzo e il nostro protagonista capita nel paese della media valle chiamato Ponte all’Ania, dal nome del fiumiciattolo che lo attraversa, affluente del Serchio. Vi si reca per ragioni di lavoro, e proprio quel giorno il paese è in festa per la ricorrenza del Santo Patrono, che è proprio San Lorenzo. Quell’ambiente, non sa perché, gli è familiare; infine capisce che è il paese di Lorenzo, del suo grande amico e confidente, morto in guerra, davanti a lui, un attimo prima che fosse ferito alla spalla destra. Ha la sensazione che ve lo abbia condotto il destino per chissà quale scopo: “Percepivo che qualcuno m’aspettava da troppo tempo e non poteva attendere ancora.”. Il lettore sarà sorpreso dagli avvenimenti quando ci sarà l’incontro inaspettato con una donna che lo unirà per sempre alla memoria del passato: “Quel mondo mi riappariva stupendamente, all’improvviso.”; “Aveva i capelli biondi dai riflessi intensi dell’oro e la carnagione candida, appena cosparsa da leggere efelidi. Indossava un abito semplice di stoffa azzurra a fiori bianchi. I capelli le scendevano sul collo, leggermente ondulati e divisi in due bande. Guardava attorno con grandi occhi verdi.”. Anche questo incontro è reso dall’autore con abilità narrativa. Ci guida lentamente alla scoperta del finale, riuscendo a mettere lo stesso lettore nei panni del protagonista, e si muoverà con lui passo dopo passo.

È un romanzo breve ma dai contenuti forti e impegnativi supportati da una scrittura che ne fa un lavoro degno di essere ricordato.


Letto 298 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart