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Della Nina, Giampiero

9 Febbraio 2019

Gente di corte

Gente di corte

Giampiero Della Nina è nato a Porcari (LU) nel 1942. Commercialista, giornalista-pubblicista, ha collaborato con il “Tirreno” di Livorno e con “la Repubblica”, curando una rubrica di carattere fiscale e con “La Nazione” di Firenze con articoli sul dialetto e sulle tradizioni locali. Ha scritto libri di storia lucchese, di tradizioni e di linguistica, fra i quali: “Porcari nel XIX secolo”, 1985, “Espressioni e modi lucchesi”, 1991, “La professione di Ragioniere a Lucca – 100 anni di storia”, 2006, “Passaggi di tempo”, 2007, “Espressioni e modi del parlar lucchese”, 2008, “Dizionario Lucchese” (edito da “La Nazione” e distribuito in fascicoli settimanali), 2010, “Porcari: Origini e storia di una comunità”, 2012, “La Lucchesia e il suo folklore”, 2016, “Gente di corte”, 2018. È anche autore di commedie di successo: in vernacolo: “La parte in casa”, “L’Ameri(c)a”, “Un amore al Centro Anziani”, “La dama pelata”; in lingua: “Ti farò chiamare zia”, “Una eredità coi fiocchi”. Esordì giovanissimo con racconti sulla rivista “Prove” di Mario Pannunzio.

“Gente di corte”, di cui ci occuperemo, è il suo primo romanzo, che ha ottenuto una menzione d’onore al Premio internazionale di narrativa “Lord Byron” di Portovenere.

Bisogna premettere che ci troviamo di fronte ad uno dei maggiori studiosi del folklore lucchese, soprattutto della sua campagna; vi si dedica da una vita e si può affermare che pochi gli possono stare a paragone per passione e competenza. Ha tradotto i suoi studi anche in commedie tutte rappresentate che hanno avuto grande successo. Non poteva mancare, dunque, a questo curioso e infaticabile narratore, l’esperienza del romanzo.

Vediamo insieme come se l’è cavata al suo primo (e non sarà certamente l’ultimo) tentativo.

Siamo a Porcari, un grosso abitato della Lucchesia, e precisamente a Pacconi, che non è un paese, ma una strada, dove incontreremo a poco a poco i nostri personaggi che ci faranno rivivere quella che si chiamava la vita di corte, così necessaria e vitale nei tempi passati. In città, al posto delle corti, c’erano i rioni, anch’essi espressione di una vitalità popolana, ma certamente diversa da quella contadina, che si avvaleva di una esperienza assai più ricca di movimento e di spunti.

Il Sagrestano (che di nome fa Giuseppe) è il primo personaggio che compare a tutto tondo. Lo chiamano così, mica perché va a servire in chiesa (è soltanto “animatore del coro parrocchiale”), no, ma perché è un accanito bestemmiatore, che ha appreso l’arte dal nonno, che le bestemmie le insegnava a tutti: vittima di un’ischemia, tale era il bisogno di esprimersi con la bestemmia che i moccoli (in dialetto, bestemmie) “li scriveva, mostrandoli sulla carta a chi lo assisteva.”. Quand’era militare, il Sagrestano, rimproverato da un caporale, “gli lasciò andare una sberla da 10 giorni di referto medico, che diventarono 58 giorni di prognosi riservata, nel racconto del Putrì.”. Il Putrì “nato Giuseppe”, e detto il “bombarolo”, per quante bugie diceva, è un altro dei personaggi che impareremo a conoscere, una specie di pettegolo e gazzettiere “sempre presente ai fatti più importanti come un inviato speciale”. Sarà come il prezzemolo e non mancherà mai nei momenti importanti del paese.

Ma tornando a Sagrestano, la cosa non finì lì: fu sottoposto “a visita medica, dalla quale risultò che il Sagrestano era dotato di una muscolatura a doppia nervatura. Così fu proibito del pugno e tale indicazione avrebbe dovuto risultare, fino alla fine dei suoi giorni, sui suoi documenti d’identità.”.

C’è amore e divertimento nella precisa e scorrevole scrittura di Della Nina, e direi anche una certa soddisfazione per aver fatto parte e per fare parte di questa razza, figlia dell’aria e della terra. Ne conosce i segreti più intimi, e perfino l’anima, che ne genera le azioni e i sentimenti.

“Il Sagrestano, anche da anziano, era un bell’uomo: occhi verdi, grandi baffi, naso ben saldo, su un viso dai lineamenti decisi. Sotto il labbro inferiore, una verruca rossastra gli accentuava l’aspetto di guerriero d’altri tempi. Gli incisivi erano appena diradati, ma sani e forti, che conservò tali fino alla fine dei suoi giorni.”. Di lui il Putrì raccontava che “ancora oggi usava frantumare i sassi del fiume con i pugni.”.

I sapori del ritratto ci sono tutti.

Gino è soprannominato Cherubino “da quando volò, come un angelo, dalla finestra del secondo piano, a causa del suo sonnambulismo. Batté la testa e da quel momento, si diceva, che riuscisse a connettere la bocca con il cervello soltanto nelle giornate ventose.”.

La pratica di dare soprannomi alle persone, a seconda della loro fisionomia o dei fatti di cui sono stati protagonisti, ha sempre avuto grande diffusione soprattutto nella campagna lucchese, ma credo in tutte le campagne del mondo. Fa parte della natura dell’uomo scherzare in tale maniera con il prossimo. Accade perfino che uno non ricordi più il proprio nome di battesimo, se non quando si tratti di occasioni solenni, e durante tutta la vita si riconosca soltanto e si affidi al suo soprannome. Ne troveremo da soddisfare ogni gusto.

Un altro “pacconamo” (abitante della via Pacconi) è Giulio, “un tipo alto, segaligno, di quella magrezza che non derivava da particolari disfunzioni, ma semplicemente dal mangiar poco.”, che ha lavorato in Francia, da cui è ritornato non riuscendo a vivere a Parigi, troppo rumorosa, e anche perché in tutti i tre mesi in cui era riuscito a viverci aveva imparato una sola parola, “bonjour”; e questa divenne il suo soprannome. Bonjur (senza la o) lo chiamavano tutti, anziché Giulio.

Cherubino, che gli era amico, cerca di consolarlo. Però un giorno gli viene di fare questa scombiccherata riflessione, da cui non si smuove: “quando apprese che a Parigi i bambini, così piccoli, si esprimevano in francese, arguì che dovevano essere molto più intelligenti e vispi dei nostri che parlavano italiano; e se lo erano i bambini dovevano esserlo anche i grandi, e proprio per questo, in Francia il fascismo non aveva attecchito.”.

L’autore fa uscire la risata dalla sua scrittura con la quiete di chi la sa lunga e ci prospetta cheto cheto  un piatto saporoso, da farci leccare le labbra. Sembra dirci: Qui siamo solo all’inizio. La verve umoristica, vedrete, vi terrà compagnia, e vorreste venire ad abitare qui, a Pacconi, ma, ahimè, non ci sono più posti, tutto è esaurito.

In realtà, abbiamo a che fare con un mondo che sta scomparendo (nel romanzo siamo negli anni Quaranta, il dopoguerra), e l’impegno dell’autore è volto a conservarne il ricordo, mediante una rappresentazione che lo immortali in un eterno presente.

Ida ha nel 1946 settant’anni. Ha un figlio, Dante detto Chiodo, e una figlia Grazia che vive in Francia, ma, ragazza madre, ha mandato dalla nonna il proprio figlio Rinaldo, che a causa della sua nascita è soprannominato il Parigino. Ida ci tiene che il nipote frequenti gli studi e lo manda alla scuola del paese, l’Istituto Cavanis”, e poi continua a mandarlo alle scuole superiori. Si sacrifica ma è felice di dare un’istruzione al nipote: “Faceva i guanti con l’uncinetto che un imprenditore del paese vendeva in America e si ingegnava anche con altri lavoretti in cambio di viveri, perché lei di terra non ne aveva.”.

Non era facile in quegli anni far studiare un ragazzo. In campagna, appena aveva braccia robuste, lo si mandava ad aiutare i genitori nei campi. Erano pochissimi coloro che avevano ottenuto un diploma e ancor meno quelli che erano riusciti a laurearsi. Anche in questo la campagna si differenziava dalla città.

L’altro figlio di Ida, Chiodo, che ha “un naso grosso e bitorzoluto come un ciocco di Natale” e “il cui naso, secondo il Putrì, costituiva arma impropria”, ha lasciato la sua fidanzata Debora, “con le gambe piene di peli neri e duri come gambuli e, sotto le ascelle, ciuffi lunghi come i baffi delle pannocchie di granturco.”, poiché si è innamorato di Rita Hayworth e tutte le volte che a Lucca si dà un film con lei, lascia ogni cosa per andare a vederlo. Venuto in possesso di un manifesto che la raffigura, “lo mise a capo del letto a sostituire quello della Madonna.”. I gambuli, ci fa sapere l’autore in una nota, sono “Gambi di granaglie che restano nei campi dopo la mietitura.”. Il Putrì, tanto mai curiosone, ficcanaso e “bombarolo”, era riuscito a convincere Chiodo di lasciar perdere la bella attrice, che era più giovane di lui di sedici anni, la quale però era tanto mai lusingata da quell’amore che “ogni tanto, dallo schermo, mandava baci al suo uomo.”.

Davanti al pozzo del paese sta sempre la vecchia Gilda, che, ormai senza più il comprendonio, un giorno vi si era buttata dentro e a fatica erano riusciti a tirarla su. Vi sta seduta “rigirando un bastoncino fra le mani grinzose.” e borbottando. Per tornare a casa, aspetta che arrivi il marito, Genio “nato Eugenio e ribattezzato il nero”, che ha un asino e fa il barrocciaio.

Il paese sta animandosi e colorandosi come un presepio. A poco a poco vengono posti sulla scena le pecore, i pastori, le botteghe e le casette illuminate.

A Genio il soprannome di Nero gli è stato affibbiato per il motivo che era stato un convinto fascista e faceva parte di quei gruppi che andavano negli altri paesi a “convertire gli scettici alla fede fascista.”; “Dicevano che fosse dal manganello facile e convincente somministratore di olio di ricino, ma erano dicerie senza riscontro, poiché in paese nessuno poteva dir nulla.”.

Nel corso del romanzo incontreremo, oltre ai tipici personaggi di paese, anche alcune tradizioni scomparse come quelle delle puerpere che andavano ad allattare all’estero, soprattutto in Francia, molto ricercate per il loro latte materno; oppure dei segantini e dei carbonari che andavano a racimolare un po’ di denaro specialmente in Sardegna e in Corsica.

Il lettore si trova di fronte ad un’opera che deve essere centellinata, poiché ad ogni pagina disvela qualche tesoro. Tutta l’esperienza di studioso vi è infusa e in realtà ci si accorge che non stiamo leggendo solo una storia, ma si vive, come se fosse al presente, un’intera comunità, intatta nelle sue azioni e nei suoi sentimenti. Un reperto di civiltà che risorge tale e quale a come fu.

Giva, Secchiello (“deviazione” di Ezechiele), Mosè (“calvo e con la barba bianca a metà del petto, come un longobardo.”), Baruffa (litigioso, glielo aveva dato sua madre il nomignolo, alla quale lui un giorno che ci litigava disse: “Ma lo sai che se tu non mi avessi fatto, mi sarei partorito da solo!”), il Doge, il Duca “nato Eligio”, Giaccò, il Tiba, Paolino (“il suo nome vero era Pietro”), Fedele (“rassegnato ormai a restare zitello”), Checco, Ciancone “nato Adriano”, Bandiera “nato Giacomo”, Mancino, Cintora “nato Giovanni”, Brucio “nato Rino”, Pellirossa, da “Pelle-e-ossa”, Bombolo “nato Virgilio” (in realtà era magro come un chiodo), Boccino, Ricciolo “nato Faustino”, Melchiorre “nato Sebastiano” sono altri nomignoli che sintetizzano il carattere di altrettanti personaggi. Il nomignolo è una miscela a mezza strada tra psicologica e ludica, ed espressione di una bizzarra, ma simpatica, saggezza popolare.

Tra loro non mancano gli scherzi; pur soggetti alle quotidiane fatiche del lavoro, non possono fare a meno di farsi reciproci dispetti, che si concludono puntualmente con grasse risate e con bevute al bar. Di regola si incontrano “alla luce” (o anche “sotto la luce”), “dove ogni mezzogiorno, gli uomini si riunivano per parlare del più e del meno.”. Giva ama giocare spesso qualche tiro a Tobia, che fa il barrocciaio e di mattina si leva sempre assonnato (“Non si lavava neanche la faccia per non svegliarsi del tutto”), sale sul carro trainato dal suo asino e si allunga sul pianale per tornare a dormire, tanto la bestia conosceva a menadito la strada. Ma Giva, aiutato da Mosè e da Secchiello, fece in modo che una mattina invece di svegliarsi in riva al fiume Serchio con gli altri barrocciai, si ritrovò a Pontedera, con suo stupore.

A Pacconi, quando arriva l’estate e fa caldo, gli uomini, subito dopo pranzo, intorno alle due, si mettono a dormire al fresco nelle stanze del piano terra, “diventate dormitori con letti improvvisati: per lo più sacconi di foglie di granturco, stesi sul pavimento.”. Sono i pochi momenti di requie e di silenzio nella strada. Ricordano le usanze del Sud assolato, quando nel primo pomeriggio, dalle strade salivano solo l’abbaiare dei cani a guardia delle masserie e “il frinire incessante delle cicale”. Più che con le città, l’unità d’Italia si esprimeva piuttosto con le usanze della campagna.

Ciancone è l’unico in paese che non fa il barrocciaio, possiede un bel podere e riesce a camparci, anzi si mette da parte dei soldi. Ha una figlia, Renata detta la Bassotta, che, come dice il nomignolo, non è una Venere, ma ha “una voracità sessuale” di primordine. Pensa a chi darla in moglie e fa un pensierino su Rinaldo, detto il Parigino, il nipote di Ida, la mamma di Chiodo. Rinaldo però ha un debole per Anna, che incontra spesso alla fonte con in mano il secchio da riempire. Anna “era carina e fatta come dio comanda.”; “Rinaldo la strinse a sé e la baciò. A Rinaldo prese a battere forte il cuore, mentre il viso di lei, si era fatto di fiamma.”. Il paese è piccolo e gli amori si cercano intorno a noi; la stessa cosa che avveniva nei rioni della città. Ciancone non si leva dalla testa Rinaldino: “Avere un genero banchiere che curasse i suoi interessi, faceva comodo, eccome!”.

Sono molti i personaggi del romanzo e perciò è da ammirare la narrazione che, come una visione dall’alto, riesce poi a scendere sul particolare della scena o del personaggio, come se, dopo una zoomata, ci trovassimo all’improvviso all’interno di un palcoscenico. Il paese nella sua collegialità è sempre presente, e respira intorno ai singoli personaggi. Avvertiamo intorno a ciascuno di essi, oltre che una presenza collettiva, gli odori perenni della campagna.

Si vive anche il momento politico della scelta, avvenuta il 10 giugno 1946, tra Monarchia e Repubblica. Al paese ben il 73,1% ha votato per la Repubblica, ma sono pochi coloro che si aspettano i cambiamenti. Anzi, qualcuno arriva a prevedere maggiori costi per mantenere lo Stato, ciò che è veramente accaduto, come sa il lettore.

La prima conseguenza, però, si avverte in paese con il ritorno dell’Ingegnere, “nato Filippo”, che è uscito dal carcere dopo aver scontato “diciotto mesi di galera.”. Una legge firmata da Togliatti ha dato l’amnistia ai colpevoli di piccoli reati, e perciò era toccato anche lui di beneficiarne. Ma l’Ingegnere ci stava bene in galera, dove gli passavano gratis vitto e alloggio: “Grato? E di che mangio? Sono vecchio ormai per… arrangiarmi… non ce la faccio più!”. Il soprannome gli era derivato dall’abitudine (che questa volta sorvolò) di usare il verbo ingegnare anziché quello di arrangiare. I paesi non perdonano, pronti a cogliere ogni sfumatura pur di riuscire ad appiccicare a ciascuno un nomignolo che li affranchi dal nome vero, quasi un dispetto fatto ai genitori, che non ci hanno punto indovinato a battezzarlo. L’Ingegnere è un ladruncolo di polli e di altre piccole cose, ma fa attenzione a non rubare ai poveri, bensì alle famiglie più benestanti. Quando visitò la casa dei Mennoni “Lo colsero sul fatto, con due galline nel sacco e un romanzo”. Avrebbe potuto cavarsela con una pena leggera, anziché i 24 mesi di prigione che si prese, “se non fosse stato recidivo ed in particolare se non avesse trattato giudici e giurati, come li trattò.”. Il poveretto “abitava una catapecchia proprio ai bordi della Ralla, costruita per metà in muratura e per metà pasticciata con materiali vari. L’unica cosa che si salvava, all’interno, era un gran caminetto, che riscaldava tutto l’ambiente e non faceva un filo di fumo per le tante crepe nei muri, per gli infissi sforacchiati, e in particolare per l’uscio ‘alla zuava’, come lo chiamava il Putrì.”. Infatti, “quell’uscio si discosta da terra di almeno un palmo”. Putrì un giorno lo va a trovare. L’Ingegnere ha la nomea di grande lettore di libri, e fa concorrenza ad un altro lettore accanito, il Giaccò. Soltanto che quest’ultimo tiene i libri “ben allineati sullo scaffale”, mentre diverso è il modo di tenerli del mariuolo. Sentiamo cosa ci racconta in proposito Putrì: “lo trovai davanti al caminetto acceso, con un libro in mano. Mi colpì perché era talmente preso da quel libro che continuò a leggere nonostante la mia presenza. Aveva la pipa in bocca e si dimenticava perfino di tirare, così la pipa gli si spengeva in continuazione. Lui allora passava alla pagina successiva e strappava la precedente, l’accostava alla fiamma del caminetto e vi accendeva la pipa. Io gli chiesi perché mai facesse così e sapete che mi rispose? Mi disse che la bruciava perché l’aveva letta.”.

Sono descrizioni come questa che danno un’anima al libro e trasformano ogni cosa in una compartecipazione  del lettore, il quale è attratto da una nostalgia e da un piacere dei quali aveva perso memoria. Quando Rinaldo, il Parigino, domanderà all’Ingegnere se abbia mai lavorato in vita sua, risponderà: “Mai. Non ho mai lavorato perché lavorare è fatica, non è un divertimento!” e alla domanda successiva “E come lo sai, se non hai mai provato?”, la risposta è perentoria: “Ti pare che se fosse un piacere, i ricchi farebbero lavorare te? Lavorerebbero loro, i ricchi! Non ti pare?”. Di lui il Putrì sostiene che “era capace di rubare anche i pensieri della gente”.

Della Nina ci consegna un mondo che è stato realtà viva e pungente e ci invita a non dimenticarlo, ce ne dà consegna affinché quella memoria ci conforti e ci aiuti a vivere.

Anche l’usanza di fidanzarsi chiedendo prima il permesso ai genitori è pressoché scomparsa ai nostri giorni, ma per secoli era imperante e non eludibile. Senza il consenso dei genitori non si muoveva foglia e la storia di Giulietta e Romeo immortalata da Shakespeare sta a dimostrarlo. Nel romanzo nasce un raffinato e pudico amore tra Anna e Rinaldo. Anna vive l’innamoramento con la trepidazione di una fanciulla che scopre all’improvviso un sentimento che non conosceva e che non le dà pace, difficile da respingere. Chiede all’Ingegnere di indagare sulle intenzioni di Rinaldo, poiché non può continuare a vivere nell’incertezza, ma quando subito dopo incontra Rinaldo, non ce la fa a trattenersi e gli domanda quando intenda andare dai suoi per “dire a mio padre che mi vuoi per dama?”. Rinaldo è preso di sorpresa, ma gli risponde asciutto asciutto: “Vengo Giovedì”.  Dalla meraviglia per poco non si mette a piangere e non trova le parole per rispondergli: “Gli voltò le spalle e rossa in viso corse verso casa.”. Con poche parole è resa felicemente tutta l’innocenza della giovane. Si forma un piccolo quadro ben visibile al lettore: lui che è seduto sugli scalini e sta leggendo; lei che gli si avvicina, lui che alza la testa e le risponde, lei che gli volta le spalle e fugge. Il fidanzamento non sarà così semplice come Anna s’immaginava, ma il lettore lo scoprirà a poco a poco.

Dalla campagna si andava a Lucca a piedi, risparmiando così i soldi del treno. Lo fa Bandiera per andare al Montescendi (Foro Boario) dove, per San Michele, si tiene la “festa delle carogne”, l’ultima del settembre lucchese: “Era il momento di andare. Così legò gli zoccoli per i lacci, l’uno all’altro, se li mise a tracolla per non consumarli; prese il sacchetto di iuta, semmai gli fosse frullato per il capo di comprar qualcosa, ci mise dentro un po’ di pane e, scalzo, partì. Saranno state le sette del mattino.”. Di solito lo spuntino che i fieraioli si portavano dietro, veniva consumato salendo sulle vicine e più comode mura della città. Così pure chi era andato a piedi scalzi, se li lavava nel fossato che circonda le mura prima di indossare gli zoccoli.

Quel tipo di Fiera si tiene ancora, ma certi sapori sono andati perduti, come questo: “Un ometto con un ampio secchio ed un badile, appostato vicino ai cavalli, muli ed asini aspettava, paziente, i loro escrementi per farne gratuito concime, ottimo per i limoni.”.

Il libro è pieno di gemme del passato. Se mettessimo in scena questo romanzo (e l’impronta del commediografo Della Nina è evidente nella struttura) non basterebbe un normale palcoscenico, ma si dovrebbe quantomeno moltiplicarne la misura per almeno dieci volte. Ne scaturirebbe una visione prismatica di sicuro e coinvolgente effetto.

Un’altra usanza ci viene rappresentata quando si ricorda il non riuscito fidanzamento tra la figlia di Ciancone, Bassotta (ossia Renata) e Bandiera che, a quel tempo, era “ventenne, ripulito ben in arnese”: “Colui che si presentava nella casa di una ragazza per chiederla in sposa, portava un sasso e, ad un certo punto della serata, lo metteva sul tavolo davanti al padre di lei. Se questi, lo prendeva e lo riponeva in tasca, significava che la cosa era fatta: lui era damo o fidanzato e da quel momento era autorizzato a frequentare la casa nei giorni stabiliti, per conoscere meglio la ragazza a scopo di matrimonio.”. L’autore ci spiega che questa cerimonia serviva per evitare che tra il padre e il pretendente della figlia corressero parole imbarazzanti e sgradevoli.

La scena di quel rito svoltasi tra Ciancone e Bandiera è godibilissima e tutta da scoprire. Le conseguenze ci vengono svelate: “nessuno più si era fatto vivo a chiedere la mano della Bassotta che con il tempo, sembrava fosse diventata ancora più bassa, cilindrica, perdendo qualsiasi residuo di femminilità.”. È, questo capitolo, anche una denuncia della ostinata indisponibilità dei padri (più che delle madri) a tenere di conto i sentimenti dei figli. Ciancone, trascorsi ben tredici anni da quel rifiuto, obbligato dalla figlia a trovarle marito entro dieci giorni, se ne va in cerca di qualcuno di suo gradimento, che abbia ossia una posizione o una speranza di averne, e il lettore potrà gustare la sua disavventura e assaporare, in capitoli specifici condotti con una scrittura brillante, l’esito finale. È a questo proposito che ci viene illustrato il detto “non mi va di offrire alla gente confetti bucati”, uscito dalla bocca di Ciancone: “A Pacconi chiamavano confetti bucati, quelli offerti dalle ragazze incinte che, se fosse stato per il proposto, non le avrebbe mai fatte sposare in chiesa, ma la Curia, di vedute più ampie, le ammetteva ed anche (che controsenso!), con l’abito bianco, simbolo della purezza.”.

Un’altra usanza era quella che una volta andati a letto gli sposi la prima notte di matrimonio, non dovevano essere loro a spegnere il lume, ma un’altra persona, di solito la madre di lei, perché c’era la credenza che chi dei due l’avesse spento, “sarebbe morto per primo.”. Lei si coricava, come era prescritto, con una “lunghissima camicia da notte” e lui con le “mutande lunghe”, poi chiamavano a spegnere il lume.

Tutto continua ad essere narrato con una sottile simpatia per quelle situazioni che, generate dalle secolari usanze, si trasformavano in bizzarre e ironiche peripezie.

Finalmente la scena si illumina anche per l’onnipresente Putrì, nei confronti del quale il lettore, ascoltandone solo la voce fino a questo momento, si era fatta di lui un’idea forse diversa, come succede quasi sempre quando facciamo conoscenza con una persona con la quale abbiamo avuto solo un contatto scritto o per telefono. Sappiamo, così, che è sposato con Frosina “nata Efrosina” e che è di aspetto “giovanile e aitante”, mentre lo avremmo immaginato piccolo e magro, magari con un pizzetto sotto il mento, invece ha due “baffetti sottili, appena percettibili” e, ahimè, alla mano destra sono state amputate le dita indice e medio per un incidente occorsogli quando lavorava in Brasile, “nel Mato Grosso”. Naturalmente è l’occasione che l’autore attendeva per raccontarci altre sue bugie, quelle più enormi, che hanno a che fare con l’esperienza brasiliana. Basterà citarne una: “Raccontava di aver visto macchine per produrre salumi, talmente perfezionate che potevi buttare nella prima vasca il maiale intero ed in fondo alla catena, uscivano salsicce, mallegati, soppressata, prosciutti, salami, cotechini e mezzine, per le quantità inizialmente programmate.”. Ma se alla fine della catena il prodotto non andava bene? Niente di preoccupante: bastava pigiare un bottone e “i salumi iniziavano a fare il percorso inverso e, nella prima vasca riappariva il maialino intero, felice e sano.”.

Il romanzo ha di queste scolpiture da bassorilievo, che emergono e lo incastonano di singolari personalità, le quali brillano di una luce speciale, come quella che rifulge nel capolavoro di Rembrandt, “La ronda di notte”. Il personaggio ci attira come quella luce, e colpisce il nostro immaginario e il nostro sentimento. Le bugie di Putrì potrebbero diventare ciascuna un romanzo della più spassosa allegria. Pensate, aperto il ventre di un boa, Putrì e i suoi compagni ne videro uscire nientemeno che un uomo a cavallo! E pure vivo!, che “se ne scappò via” dopo aver ringraziato.

A sua moglie che stava portando un sacco pesante sulle spalle e gli chiede che lo porti lui, anche per non fare una brutta figura di fronte alla gente che li sta osservando, poiché a Beppe la voglia di lavorare non gli era mai venuta, risponde: “Non ti preoccupare, tu porta il sacco ed io mi rassegno a portare la vergogna.”.

Caratteri e paesaggi sono disegnati con la perizia di chi li ha frequentati e amati. Il paese di Boveglio, dove Tobia e la moglie malaticcia Clelia trascorrono la loro prima vacanza della vita, nell’agosto del 1947, appare come un lumino acceso di sera sulla montagna: “Dopo qualche giorno Clelia, accompagnata da Finimola, iniziò a girare per il paesino, dai muri grigi colore del piombo dei cannoni, macchiati dal rosso dei gerani, miracolosamente riapparsi dopo la guerra, a popolare i davanzali.

Verso sera, s’intravedevano all’interno delle case le deboli luci di lanterne e candele, mentre le straducole di pietra risuonavano di passi.”.

Quante volte abbiamo sentito parlare delle veglie serali in uso nelle campagne, non solo lucchesi. Della Nina ce le fa rivivere, arricchendole della sua esperienza diretta e di studioso: “Usava che tanta gente della corte, d’inverno, appena cenato, si riunisse a veglia nella vasta cucina di Giaccò, per la lettura dei grandi romanzi dell’800, quali ‘I promessi sposi’, ‘I miserabili’, ‘Cime tempestose’, ‘Don Chisciotte’, ‘I tre moschettieri’ ecc. ecc. Ognuno si presentava con la propria sedia che riportava a casa a veglia finita, e cioè verso le 22. (…) Giaccò leggeva, vicino al fuoco, con calma e sentimento, tanto che faceva vivere le situazioni descritte. Ogni tanto prendeva la lunga canna, vuota all’interno, che teneva a portata di mano, e da dove era seduto, soffiava sul fuoco per ravvivarlo e quando occorreva, aggiungeva un pezzo di legno. Quell’inverno, era ‘Il conte di Montecristo’, a tenere tutti col fiato sospeso”.

Anche la Storia passa da queste pagine, a partire dal processo tenutosi a Lucca che vide condannati alcuni fascisti, e anche Ginesio, che era un pacconamo, e a turno i paesani si recavano in tribunale per sapere come sarebbe andata a finire. Lo condannarono a 9 anni e 4 mesi “colpevole di collaborazionismo e di secondaria partecipazione alla strage di Castelnuovo”. Un altro paccomano, Learco, il marito di Debora, era stato dato per disperso in Russia.

Quando arrivò il 1 gennaio 1948 e entrò in vigore la Costituzione, a Pacconi nessuno se ne accorse, poiché erano tutti intenti a seguire il Giro d’Italia e la rivalità leggendaria tra Bartali e Coppi. Quel giro, che finì il 6 giugno, lo vinse invece Fiorenzo Magni, che a Pacconi aveva il suo tifoso in Baruffa, il “bastiancontrario” del paese, e per questo tutti lo sfottevano e non mancarono di farlo anche quel giorno, nonostante che il suo campione avesse trionfato sugli altri due.

Baruffa quando si infuriava non badava a quel che diceva e un giorno che il Putrì ebbe a dire che bisognava aver fortuna a scegliere la moglie, gli rispose che la sua Lina non aveva paragoni e “Magari l’avesse trovata lui una moglie come Lina”, dimenticandosi che Frosina, la moglie del Putrì, era sua sorella. Ma subito si riprende: “Mia sorella era una gran brava donna, ma prima di sposare te!”.

Il romanzo è ricco di queste battute e di queste scenette di affabile vivacità, e pare di trovarsi in mezzo alle “Baruffe chiozzotte” (1762) del grande Carlo Goldoni.

Quando Ciancone s’incaponisce a prender moglie e ha puntato i suoi occhi su Gigliola, il cui marito è dato per disperso in Russia, e non sa, rude com’è, come avvicinarla, il lettore troverà altri argomenti per sorridere. Basti dire che sua cugina Fiorella, a cui chiede informazioni facendo vista che sia per caso, gli rivela: “Dicono che a Pacconi se li sia cresciuti un po’ tutti i giovanottini, avviandoli ai segreti del sesso.”; mentre suo genero Bandiera, a domanda risponde: “Per quanto ne so, Gigliola, è una donna pura come una madonna…”.

Interessante, poi, è la concomitanza di questa ricerca di Ciancone, con la storia dei fidanzatini Rinaldo e Anna: tutte e due colme insieme di desiderio e di ansia. L’autore le fa correre in parallelo.

Ciancone è uno dei personaggi, forse insieme con Putrì (il cui nome è l’ultimo ad essere citato nel romanzo) e con la coppia Rinaldo e Anna, sui quali l’autore spende di più la sua simpatia: “era un ometto mingherlino, con una fronte ampia, occhi piccoli come ferite da taglio, sormontati da sopraccigli importanti e incolti. Completamente calva era la parte superiore del cranio, mentre i capelli grigi e fitti partivano poco più sopra gli orecchi per circondare la testa. Aveva un naso piccolo ma ben fatto che si appoggiava su un davanzale di baffi a spazzola. Per il suo sguardo intelligente, le donne avrebbero potuto definirlo ‘interessante’.”. Lo cesella al pari di uno scultore della classicità. Ne fa emergere l’anima.

Come in certi film, le due storie d’amore principali si concluderanno felicemente, ma questo all’autore non basta e ci riserverà, a conclusione del romanzo, una sorpresa degna di quel paese. Non la anticipiamo, ma probabilmente il lettore già se l’immagina. Basti sapere che “Quel giovedì non ci fu pacconamo che andasse a lavorare. Cavalli e asini rimasero nella stalla, le scope restarono da legare.”. Che cosa mai stava succedendo? Inoltre, notate com’è vestito Ciancone e vi farete una grassa risata.

Della Nina è un autore che sa raccontare, ma quello che soprattutto è da ammirare è la raffinata capacità di gestire al meglio i numerosi personaggi messi in scena. Il paese di Pacconi  (“A Pacconi, ci piace troppo discorrere degli altri!”) è, nelle sue mani e attraverso una scrittura armoniosa e puntuale, il teatro della vita.

 

 


Letto 309 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart