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Dianda, Marileno

29 Dicembre 2018

La Focolaccia: dal ’68 al ripido
Vangelo Austriaco
La Regina

La Focolaccia

Scrivere di questo autore significa scrivere di montagna. Come Walter Bonatti (un idolo per lui), Reinhold Messner, Mauro Corona, solo per fare qualche esempio di narratori contemporanei; la sua fonte di ispirazione è la montagna, alla quale ha dedicato gran parte della sua vita. È stato uno dei primi a praticare lo sci-ripido sulle Alpi Apuane e l’Appennino Tosco-Emiliano, aprendo numerosi nuovi itinerari. La sua produzione è ampia: “La rivoluzione dell’illusione”, saggio sulla psicanalisi in Herbert Marcuse, che nel 1979 si classificò tra i tre finalisti nel Concorso nazionale indetto dall’Accademia dei Lincei; “Tutti i 4000 delle Alpi”, 2004; “Monte Purgatorio – altezza mal presumibile”, 2005; “Cercatori di neve”, 2006, vincitore del Premio nazionale A.C.S.I Coni nel 2008; “Sci-estroso”, 2008; “L’occhio e il triangolo”, che è la storia di un prete ritiratosi sulla montagna, 2010; “Storie di coraggio sommerso”, 2011; “La montagna del silenzio”, 2012, che è un piccola guida sci-alpiMistica; “Il paese delle donne”, 2013; “La Focolaccia: dal ’68 al ripido”, 2014; “Vangelo austriaco”, 2017. Ai racconti e ai romanzi si aggiungono alcune pubblicazioni tecniche: “Sci-alpinismo dalla Croce Arcana al Passo di Pradarena”, 1975; “Sci-alpinismo sull’Appennino Tosco-Emiliano”, 1977; “Sci-alpinismo in Apuane e Appennino”, 1997; “Le Alpi Apuane” (insieme con il pittore E. Cavani), 2004; “Appennino: montagne della contemplazione e dell’azione” (contenuto nel volume di F. Gibellini: “Wild – Ski – Appennino”, 2017).

Come vedete, ce n’è abbastanza per conoscere e amare la montagna.

Nato a Lucca il 23 giugno 1947, laureato in pedagogia con perfezionamento in Discipline filosofiche, è stato insegnante nei Licei fino al pensionamento. Ha fatto anche l’istruttore di Sci-alpinismo del C.A.I. dal 1980 ed è stato membro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino del C.A.I. dal 1986 al 1998. Ha fondato anche “La Focolaccia”, un’associazione di appassionati della montagna e ad essa ha dedicato il romanzo di cui ci occuperemo.

Il suo amico Paolo Pellicci, scomparso nel 1984, vi definisce l’autore, che narra in prima persona, “un utopista, un anarco-individualista o un esteta decadente.” ai tempi in cui erano studenti di pedagogia. Qualcosa di ciò, credo che sia rimasto.

Ho conosciuto, infatti, Marileno Diana e ho appreso direttamente dalla sua voce (ma ne accenna anche nel libro) che riesce a fare a meno del computer e del cellulare; pensate: alcune note di sé che mi ha consegnato le ha scritte a penna, cosa inconsueta se non addirittura giurassica. Ma non basta, pur avendo ottenuto il consenso alla pubblicazione di suoi libri presso case editrici nazionali, ha ritirato il testo ogni qualvolta l’editing richiedeva delle modifiche. Non le accetta, e dunque i libri li stampa da sé con questa scritta esplicativa: “Editing: Marileno Diana (così come per tutti gli altri miei libri)”.

Non ci si deve sorprendere se qualche grossa casa editrice si è interessata al suo lavoro. Parlare di montagna non è facile; bisogna prima averla amata tanto, infatti, e poi continuare ad amarla senza diminuirne l’intensità con il passare degli anni, e questo amore deve potersi trasferire nella scrittura. È ciò che avviene in modo naturale in questo autore, e sin dal principio ci rendiamo conto che è così.

La sua scrittura è ariosa, non si arrampica, ma si distende con il respiro ampio di chi, raggiunta la cima del monte, apre le braccia e avverte intorno a sé di essere parte dell’universo: “sentivo la vetta come qualcosa di simbolico, un luogo ideale, magico, perfetto,  dove si univano tutti i punti e tutte le linee, un centro non solo geografico ma principalmente mentale.”. È anche riflessiva, saggia, profonda: “la memoria non si forma quasi mai senza la sofferenza e senza la paura. Il blocco dei muscoli è una conseguenza dell’irrigidirsi del pensiero. La spontaneità e gli automatismi del corpo, soccombendo ai lavorii della mente, finiscono per restare prigionieri di tensioni inutili e di ansie esorbitanti.”.

La montagna ha donato a Dianda la sua scrittura. Le asperità e i percorsi quando assolati quando bui, le riflessioni, i dubbi, le paure, le gioie provate sono diventati la sua calligrafia, che ha acquisito il respiro del lento camminatore solitario che percepisce tutto della sua vetta e sa ormai di poterla raggiungere: al contrario dell’amico Paolo “ritenevo che andarsene in montagna da solo fosse una scelta pressoché inevitabile per chi non voleva simulare ipocrite amicizie e amava l’indipendenza e la libertà.”.

Per arrivare alla montagna c’è bisogno di prepararsi alla vita, saggiarne le asprezze e le contraddizioni, assimilarle per dominarle.

Dianda ha a disposizione per raggiungere un tale obiettivo un periodo storico rilevante, non solo per l’Italia: il Sessantotto, che esplose all’improvviso con una virulenza inaspettata. Esso gioca un ruolo fondamentale nella sua formazione (ha 21 anni): “pur subendo il fascino delle utopie di Sinistra, intuivo nel Comunismo qualcosa di inevitabilmente violento, di degenere e di oppressore della libertà. Mi pareva che i comunisti avessero ragione in linea di principio, ma sempre torto sul piano dei fatti.”.

Dal Sessantotto prende presto le distanze.

Ci fu il Sessantotto anche per la Chiesa, ci fa notare Dianda, ed esso cominciò dieci anni prima con l’avvento di Giovanni XXIII, che smontò la tradizione e aprì la strada a nuovi impegni e a nuovi comportamenti del tutto inattesi: “Qualcuno di quei preti-operai era su posizioni politiche talmente di Sinistra che, rispetto a loro, i militanti di Lotta Continua o di Stella Rossa potevano essere considerati sporchi revisionisti o ultra-reazionari democristiani.”.

Il romanzo è impregnato di storia, la fantasia non vi ha spazio. Il lettore è mantenuto strettamente coi piedi per terra. Così come si deve fare quando si scala una montagna. Il fascino del libro sta nel riuscire a raccogliere la storia intorno all’io narrante. Il lettore avverte di non essere in contatto solo con l’autore, ma di avere a disposizione una platea più ampia di persone e di pensieri.

La storia raccontata è stata vissuta intensamente dal protagonista, il quale è testimone coraggioso di un pervertimento che tuttora resiste e che denuncia senza veli, smascherando silenzi e ipocrisie. La società così come si è venuta modificando non piace all’autore, non vi adatta la sua esistenza, ma si ribella, come un eremita. Quando ci riesce, fugge ciò che può corromperlo. Non ha mezze misure, non cerca accomodamenti o alternative. Non grida alle folle, ma non si tiene dentro il suo magone, scrive.

Chi ha vissuto, come Dianda (e come me) questi mutamenti, ne avverte la verità e la sofferenza. È anche un libro di dolore.

Lucca, la sua città, non viene trascurata nell’analisi degli accadimenti che seguirono quel pontificato rivoluzionario e il Sessantotto. Ne rimarca il seme conservatore e quel suo cattolicesimo fatto più di fedeltà alla tradizione che di profondo convincimento. Del resto, è una città che è stata in grado di dare al mondo un discolo come Giacomo Puccini ed una santa come Gemma Galgani, e anche, come ricorda l’autore, un papa come Lucio III “della potente famiglia Allucingoli, che con la bolla ‘Ad abolendam’ del 1184 aveva dato inizio alla Santa Inquisizione, alla persecuzione dei Catari, dei Valdesi e di altri figli di Satana affinché fossero giudicati con sentenza ecclesiastica e condannati a morte per aver rifiutato il credo dell’amore e della vita.”.

Il C.A.I. (Club Alpino Italiano, poi, dal 1938, Centro Alpinistico Italiano) era “una delle poche associazioni laiche.” della città. Vi si iscrive a 17 anni, poiché ambisce a scalare le montagne più difficili della provincia: il Pizzo delle Saette, il Pizzo d’Uccello, il monte Pisanino.

All’autore, però, non piace l’ambiente che si respira nella sezione, troppo rigido e conservatore, frequentato da “fabbricatori di ostacoli”, e si mette in testa di mettere su una nuova associazione con idee e progetti più avanzati. Non è facile; a quel tempo gli appassionati di montagna si contavano sulle dita di una mano. Si aveva a che fare con un’attività pericolosa e per esercitarla occorrevano coraggio, perseveranza e tecnica.

Prima di affrontare impegni più seri, con gli amici, con Paolo soprattutto, scala le pareti della cava di Gattaiola, appena fuori delle mura di Lucca, che presentano differenti difficoltà.

Quindi si arriva alle montagne.

Ci troviamo di fronte ad una scrittura che non è un semplice e neutro trasferimento di memoria, ma vi scorrono, sotterranee, malizia e ironia (“quel po’ di autoironia di cui sono capace”), talché il lettore è attratto dai percorsi e dalle avventure ricavandone piacere e divertimento. Chi è lucchese, poi, aggiunge qualcosa in più: la rievocazione di luoghi e sensazioni conosciute.

La montagna ci diventa amica, e amici divengono gli uomini che la percorrono e l’amano.

Grazie ai suoi racconti, scopriamo che l’autore è stato protagonista di affascinanti imprese, anche fuori dall’Italia e che in lui, nella sua mente e nei suoi occhi, sono impresse immagini intime e indelebili, una ricchezza che fa dell’uomo che la possiede uno scrigno di tesori unici e irripetibili.

Quando nasce “La Focolaccia” (è lo stesso autore a dare il nome al gruppo, onorando il “Passo della Focolaccia”, posto a 1650 metri di altezza, tra Resceto e Gorfigliano, luogo meraviglioso, devastato poi da una strada marmifera) è il 28 ottobre 1971, in cui la Storia ricorda l’anniversario della marcia su Roma di mussoliniana memoria. Il gruppo è composto da persone di varie ideologie, dalla destra alla sinistra. Qualcuno fa caso alla coincidenza, come Leandro Carrara, nella cui casa si tiene la riunione fondatrice, ma poi si supera l’impasse poiché: “In quasi tutti noi, invece – più o meno vagamente – c’era la consapevolezza che questo non era davvero il migliore dei mondi possibili; e che si doveva fare qualcosa per cambiarlo, evitando di rimanere impantanati nelle sabbie mobili delle ipocrisie, delle prostituzioni morali e intellettuali, delle truffe, delle rapine e delle devastazioni che contrassegnavano i tempi moderni.”.

Non è, dunque, soltanto l’amore per la montagna, a spingere i promotori a dare vita al gruppo “fondato sull’amicizia”, ma altresì l’insoddisfazione nei confronti di una società contro natura, la quale ha preso una direzione che la condurrà presto ad una collisione distruttrice. Solo, perciò, un esempio di segno diverso, il quale si abbeveri e metta al suo centro la natura, potrebbe essere quel cuneo necessario a provocare una svolta. È un obiettivo che va ben oltre lo specifico amore per la montagna. È un obiettivo che fa uso di questo amore per “una riconsacrazione di ciò che poteva dare un senso alla vita.”.

L’amore per la montagna diventa, così, anche una metafora dietro la quale si nasconde, ma non troppo, l’amore per il genere umano.

A questo proposito l’autore fa una distinzione con la quale prende le distanze da ogni forma di conformismo e condiscendenza, manifestando ancora una volta la sua natura di accanito fustigatore dei costumi ipocriti e corrotti. Come fece Dante nei confronti dei fiorentini, non ha peli sulla lingua nell’esprimere il suo pensiero. Quando è chiamato a svolgere il servizio di leva, riflette: “Solo che non volevo diventare un ‘soldato’ dell’esercito italiano. Allora mi vergognavo – e ancora oggi mi vergogno – di essere italiano. Consideravo e considero il Tirolo la mia vera patria e, se mi fosse stato possibile, avrei voluto ottenere la cittadinanza austriaca. Amavo la cultura mitteleuropea e non intendevo prestare giuramento di fedeltà a una nazione la cui storia – almeno dopo l’unificazione – è stata segnata da ruberie e tradimenti, e dominata dallo spirito dei vigliacchi e dei voltagabbana.”.

L’amore per il Tirolo troverà modo di manifestarsi nel libro del 2017: “Vangelo Austriaco”.

Il romanzo si arricchisce continuamente. Intorno alla montagna vanno adunandosi i fantasmi della società. Sui percorsi aspri e difficili si arrampicano pure loro. Non vi è mai astrazione, mai dimenticanza. Dianda ha un’educazione cattolica; seppur critico verso la Chiesa (“don Francesco, – è solo questione di tempo ma, se non gli danno una calmata, prima o poi il papa si farà chiamare così –”) ne ha assorbito i valori e scopriremo che il libro è ricco di spiritualità, che vi appare come una tavolozza sulla quale si compone, con sfumature e colori, il disegno della storia narrata: “i nostri itinerari erano stati degli esercizi spirituali e una dura ginnastica della volontà”, troveremo scritto nel bellissimo finale. Quando rifletterà sui dolori del mondo, scriverà: “Neanche mi fossi svegliato da un sonno, mi parve che Dio fosse una macina indifferente e cieca che viene avanti inarrestabile, stritolando ogni creatura al suo passaggio, lentamente, inesorabilmente; oppure una falce gigantesca che taglia qualunque forma di vita a ogni fendente, solo per gettarla e farla spuntare da qualche altra parte e tagliarla a filo di nuovo.”.

Il romanzo, nel mentre traccia la vita della “Focolaccia”, con i suoi momenti positivi e con le sue crisi, destinate ad approfondirsi con i mutamenti della vita, incastona una grande amicizia, che è quella tra l’autore e il suo compagno di studi e poi di avventure, Paolo Pellicci. È un’amicizia che si è cementata a tal punto che le ansie e le paure dell’uno trovano la neutralizzazione nella forza dell’altro, e viceversa. Durerà molti anni, prima di essere travolta dalle ipocrisie e dalle vanità, ma subito sarà sostituita da un’altra amicizia, quella tra lui e Alessandro Costi. L’amicizia è uno dei doni di questa storia. Come pure è un dono il sogno lungamente vagheggiato di andare in Groenlandia per scalare alcune sue montagne. È un sogno che dovrà farsi strada presso gli altri, che sono scettici e fanno di tutto per rimandarlo. Lui e Paolo ne soffrono, non capiscono tale resistenza, ma non rinunciano al sogno: “La spedizione in Groenlandia – secondo Paolo – un anno o l’altro, si sarebbe realizzata. Forse non nel 1975, o nel 1976, ma prima o poi saremmo partiti.”. E l’autore: “Era una specie di chiamata da lontano e di personale filosofia sulla vita; quasi mi stessi trovando sopra un pendìo nevoso che non accenna a diminuire, e non mi riuscisse scorgere la vetta perché spostata ogni volta più in là.”. Quando, verso il finale, l’autore andrà a visitare la tomba di Paolo, nel cimitero di Sant’Anna, si domanda: “la sua anima era su una delle cime groenlandesi che non abbiamo salito, in vetta a una di quelle montagne della neve e della perfezione che splendono ancora, terse e bianchissime, destinate per sempre ai valorosi e ai liberi nella solitudine e nella luce del Nord…?”.

Il sogno, dunque, metafora della vita; la montagna metafora della vita: ogni nostra appartenenza, ogni nostra aspirazione sono segno di una comunione universale che ci trasferisce fuori del tempo e dello spazio, e ci consegna all’immortalità.

Avviene così che quando il sogno della Groenlandia si infrange, un altro subito ne prende il posto senza soluzione di continuità. Sogno con sogno, aspirazione con aspirazione. Ci sono montagne meravigliose anche in Italia, anche a due passi da casa: gli Appennini, le Apuane. Dalle loro vette si osserva e si assorbe lo splendore della vita; se ne ricavano forza, determinazione, gioia.

L’anima del romanzo è qui:  “Eravamo sognatori squattrinati e imbranati, ma ci consideravamo alpinisti.”.

L’autore anche oggi, che non è più giovane, non può fare a meno delle sue montagne. La storia che racconta ha la valenza religiosa di un messale, da cui s’irradiano bellezza e verità.

Il romanzo registra vittorie e sconfitte, ne marca gli esiti interiori; fa della vicenda della “Focolaccia” il teatro della vita.

La “Focolaccia”: un’idea, un’aspirazione, una speranza. La vita: un magma fascinoso ma ricco di insidie e di trappole. Basta l’amore a decifrarla? Ciò vale anche per la “Focolaccia”, nata, anch’essa, con l’amore. L’amore è davvero lo strumento più catartico che l’uomo ha a disposizione?

Nella piccola “Focolaccia”, un aggregato di poche persone, pullula il mondo: “Le ciarle malvagie, d’altronde, hanno la stessa dinamica delle grandi valanghe: è sufficiente un accenno sornione, paragonabile a un minuscolo blocco di ghiaccio caduto sopra un pendìo, e la loro forza diventa inarrestabile. Quel che viene chiamato convinzione generale, infatti, è l’opinione di una o due persone fatta propria da altri senza averla esaminata neppure superficialmente.”.

Troveremo pagine in cui Dio e il mondo si raffrontano: un Dio inspiegabile, contraddittorio.

Le riflessioni dell’autore si fanno sempre più intense e drammatiche (ricordano quelle del grande Dostoevskij), e “Esasperarono, invece, una tendenza a isolarmi, a rintanarmi nella montagna”. La comparazione tra ideali e realtà, tra aspirazioni e concretezza, apre un abisso, in cui Dio non basta più. Sono pagine lancinanti: “Ormai consideravo la Terra – per tanti anni creduta il centro dell’universo – solo un lazzaretto, una camera di tortura, una cella nel braccio della morte dove ogni manifestazione di vita, polvere e ombra sin dalla nascita, era pasto per le altre e dove tutti gli esseri viventi trascinavano un’esistenza più o meno lunga solo per tormentarsi e divorarsi a vicenda.”; “Allora, per trovare un po’ di serenità, iniziai ad andarmene sempre più spesso da solo in Appennino; d’inverno e in primavera con gli sci, e a piedi nelle altre stagioni.”; “Specialmente d’estate quando le giornate sono lunghe, camminavo senza fretta o mi fermavo lassù, guardandomi intorno, e sentivo che una presenza amica mi accompagnava o si sedeva vicina.”.

È questa presenza misteriosa la chiave della vita? Non Dio, dunque, che non libera l’uomo dalla sofferenza e sembra insensibile al suo dolore, ma qualcosa d’altro che s’incontra nella solitudine? La montagna è il luogo dove il silenzio e la solitudine manifestano la loro grandezza e la loro potenza. Vi ha preso dimora una qualche divinità?: “Ma, sul nostro Appennino, chi abbia un minimo di sensibilità e non sia condizionato dall’orologio e da altre catene, non ha bisogno di sostanze allucinogene per giungere a stati spirituali di ordine superiore. Basta che, come un testimone o come i grandi sapienti, si limiti a guardare. È sufficiente che si fermi e lasci alla calma dell’ora spengere la mente e i suoi inquieti fantasmi; che resti lì, senza dire nulla, al cospetto di una presenza che, quando se ne parla, rimane inesprimibile e, quando si cerca di spiegarne l’esistenza, rimane sconosciuta.”. Troveremo più avanti: “La mia ricerca di itinerari nuovi – ripensandoci, sono sicuro che le cose andavano così – non dipendeva solo da bramosie di conquista, o dalla vanagloria di essere passato per primo da qualche parte, ma soprattutto da un confuso bisogno di percorrere una via, difficoltosa e appena intravista, verso il fondo dell’anima.”.

La “Focolaccia” è lontana, si intravvede là in fondo, piccola piccola, come il Rifugio Rossi ai piedi della Pania della Croce quando si è raggiunta la cima. Ora stiamo percorrendo la montagna; Dianda ci sta portando verso vette inesplorate, dove, attraverso “i sentieri della liberazione”, l’essere umano si scioglie dalla carne e diventa puro spirito, puro universo. Dove perfino si può udire la “richiesta di perdono rivoltaci da Dio”. Le sue piste sono diventate un lungo pentagramma, su cui curve e ostacoli si sono tramutati in note musicali.

Una dimostrazione della bravura dell’autore nella descrizione delle proprie imprese la si trova, ad esempio, nella quarta parte della terza sezione, quando, insieme con Alessandro Costi ed altri due compagni, scala lo Stromboli per ridiscenderne con gli sci. Vi si avverte tutta la durezza del coraggio e della fatica. Il vulcano erutta con violenza ogni 10/20 minuti fuoco e lapilli e i quattro sciano “di lato al Filo del Fuoco”. Nessun altro lo aveva mai fatto. Questa è Stromboli: “Sul monte che la costituisce si addensa una nube di giorno e, la notte, a intervalli più o meno puntuali, si accende una luce di fuoco.”. Questa, invece, è la descrizione della Pania della Croce, vista di notte, che troviamo nella quinta parte. L’autore vi si trova insieme con altri, come soccorritore a seguito di una valanga che aveva causato quattro morti alla fine di febbraio del 1984: “Mi girai verso la vetta della Pania. Sugli altissimi pendii, incombenti nel buio e nel freddo, sembrava che lumini disegnassero una vaga scia fosforescente. O forse erano le stelle a dare nelle tenebre l’illusione di luccichii nella neve; come se lungo quelle fiancate assassine brillassero piccoli diamanti prima di essere spenti.”.

Nel corso delle loro imprese incontrano paesaggi estremi, nascosti, isolati, dove affiora una lontana presenza dell’uomo: “Vecchi insediamenti estivi di pastori si trovano lungo i fianchi meridionali della vallata, su pendii terrazzati, o in spiazzi erbosi delimitati da muriccioli di pietre. Qua e là si notano ancora piccole capanne col tetto di paglia, situate vicino a grossi alberi e macigni isolati. Da lontano, si ha l’impressione che ci siano anche degli animali, delle capre e degli asini, e anche delle persone; ma, guardando bene, qualche volta non ci sono più, quasi se ne stessero nascosti per averci visto o si fossero dileguati sparendo come ombre.”.

Qui siamo sulla vetta della Pania Secca, è sera: “Ce ne stavamo lassù, sopra i lumi dei paesi della Garfagnana, in attesa che la luna rischiarasse il pendìo della montagna lungo il quale eravamo saliti a zig-zag con gli sci e le pelli di foca.
In basso, la Valle del Serchio e le strette valli laterali erano ormai nella notte; ma – a meridione e a occidente – la piana dì Lucca e, di là dalle colline, le località costiere e l’arco del litorale brillavano con innumerevoli luci. Tremavano e luccicavano, e – facendo pensare a stelle cadute sulla terra – pareva si cercassero fra loro con un lontano bisbiglìo. Una stella sembrava si fosse fermata anche sulla cima del Pizzo delle Saette. In maniera discontinua, lampeggiava appena nell’oscurità. Dava l’impressione, a intervalli, di accendersi e di essere lì lì per spengersi; quasi che lassù, sulla punta di quella pinna di pescecane, minacciosa e nera, si trovasse qualcuno che voleva mettersi in contatto con noi mandando segnali convenuti con la lampadina elettrica.”.

Chi non conosce la montagna, è con tali descrizioni vibranti e dolcissime che impara ad amarla. Le fatiche che vi si incontrano, gli ostacoli e le paure, si sciolgono nel nitore di questa bellezza conquistata e goduta. La bellezza autentica, quella che rimane per sempre dentro di noi, non si offre spontaneamente ma la si deve cercare disposti alla pena e al sacrificio. Il romanzo ci mostra un tale cammino.

Non immaginavo di incontrare un autore di questo rilievo, che è riuscito a trasformare la sua vita e il suo amore per la montagna nella magnificenza di una rinascita e di una rivelazione.

Vangelo Austriaco

Narratore solido come le montagne che ama e che ci ha fatto conoscere con i suoi libri, Marileno Dianda ora ci intriga con questo libro che ha un titolo insolito, “Vangelo Austriaco”, del 2017. Noi abbiamo sempre saputo di vangeli sinottici e vangeli apocrifi, ma di questo che ha a che fare con l’Austria ne sentiamo parlare ora per la prima volta.
Vediamo insieme di che si tratta.
Intanto dalla copertina apprendiamo che il libro non è un romanzo ma un insieme di testi che tratteranno vari argomenti: storici, politici, religiosi, e di altro genere anche legati alla montagna. Si divide in tre settori, più un epilogo e un’appendice. Ogni settore si divide in più sezioni, e ogni sezione in varie parti.
L’autore ci avverte: “Il libro non ha una trama precisa. non è un romanzo né un testo filosofico. È formato, piuttosto, da una serie di riflessioni, ciascuna delle quali può essere presa a sé ma anche racchiusa in una cornice comune o collegata alle altre da un esile filo che le unisce. Una specie di Zibaldone o di giornale interiore, insomma, di emozioni intime e di ragionamenti provocatori, liberi dai pregiudizi della cosiddetta evoluzione storica e consapevoli del fatto che, se Dio non c’è, niente e nessuno ci salverà dagli uomini.”.
Sappiamo già, dunque, che ci attende un difficile e complesso cammino, in cui non la fantasia sarà impegnata, ma soprattutto la ragione e la riflessione.
Si comincia con una decisa critica alla Chiesa e agli orrori del suo passato (che sarà ripresa anche nella parte finale, a chiudere un cerchio distintivo tra Fede e pratica) “per stabilire cosa volesse davvero il Padreterno e quale fosse l’autentica parola del nostro Salvatore.”, fino ad arrivare ai protagonisti del nostro Risorgimento: “Al liceo, invece, mi accennarono alle ingenuità di Giuseppe Garibaldi, ma non mi dissero dell’ambiguità politica di Giuseppe Mazzini, né della malafede di Vittorio Emanuele II e di Camillo Benso Conte di Cavour; e meno che mai mi parlarono della contessa di Castiglione che, scoprendo le sue nudità e prodigando dissolutezze a Napoleone III, contribuì più di altri ‘padri della Patria’ alla vittoria sull’Austria e all’unificazione d’Italia.”.
Ce n’è anche per Cecco a cena, come intitola una sua rubrica il giornalista Aldo Grandi, lucchese di adozione, essendo nato a Roma.
E ancora: “Non so quanto corrisponda al vero affermare che talvolta la forza di un libro consiste nella sua sgradevolezza. Scrivendo queste pagine, comunque, non ho voluto infantilmente indispettire quei pochi connazionali che avranno la pazienza di leggerlo. Solo che, rispetto alla grande maggioranza dei miei compatrioti, mi sembra di trovarmi dall’altra parte. Non so se davanti o dietro a loro, se in una incompresa avanguardia o in un indifendibile bunker del ricordo, ma sicuramente altrove. Quando cedo al bisogno di commiserarmi, penso che mi piacerebbe essere cittadino di una patria spirituale molto diversa da quella politica nella quale come un delegittimato, nell’esclusione e nell’isolamento, mi trovo a vivere.”.
Sono riflessioni dure, che fanno anche male, ma molto probabilmente necessarie, in una società, quale quella odierna, dove tutto corre in fretta e non si ha tempo per vedere e riflettere.
Sentiamo già che alla fine della lettura, si condivida o meno il contenuto, saremo arricchiti, poiché ci siamo trovati di fronte al grido di una sofferenza che non ha avuto timore di mostrarsi: “Nelle guerre tecnologiche e cosiddette democratiche – come ognuno sa bene, del resto – una parte è libera di colpire a suo piacimento e l’altra è costretta solo a subire senza potersi difendere.”.
L’autore è frequentatore assiduo del Süd-Tirolo e delle sue montagne; ha dunque avuto modo di misurare un altro ambiente diverso dal nostro per tradizioni e comportamenti e ne trae un giudizio molto negativo nei confronti dell’Italia. Quando cita due cittadine bilingue, Egna e Ora che conosco per essere confinanti con Laives, il paese dove vive mio fratello maggiore, Giuseppe, non gli do torto. Là tutto è severo e ordinato e la natura vi trova il suo trionfo servita e rispettata come una dea. Sono zone, si pensi alle Dolomiti, baciate da Dio.
È l’occasione per lasciarsi andare ad alcuni ricordi di montagna: “Da una mezz’ora, inoltre, si era messo a nevicare decisamente, anche se con minuscoli fiocchi mulinati dal vento, e la pista lasciata dal nostro passaggio, spazzata da forforelli di polvere, andava cancellandosi – quella sì – a vista d’occhio. La sparuta nevicatella sotto il cui benestare ci eravamo messi in moto partendo dal rifugio, salendo di quota stava diventando una nevicata in piena regola e pareva ambisse a essere classificata come vera e propria tormenta. Procedevamo, perciò, guardinghi in una lunga fila indiana dentro quella caligine lattea – nebbia e neve di sopra e neve di sotto – e alcuni allievi cominciarono a dare segni di inquietudine. Dicevano che era pericoloso proseguire e che bisognava tornare indietro. Un paio di loro erano impauriti e di andare avanti non ne volevano sapere.”.
La premessa ci appare, così, come una scelta distintiva in favore di un ambiente dove spiritualità e purezza sono di casa, ossia quelle montagne che se dividono materialmente due Stati, dividono anche la prima Creazione dalle orribilità del progresso. Lassù l’uomo ritorna qual era in principio.
Le storie, a questo punto, hanno preso il loro indirizzo e ci guideranno verso il mondo vagheggiato dall’autore, che lo ha scoperto, frequentato e ora ce lo consegna. È, il suo, il cammino verso una bellezza perduta e ritrovata: “Ancora oggi, addentrandoci in qualcuna delle valli più solitarie, l’indole degli abitanti e la bellezza dei luoghi mi fanno pensare di essere giunto in un incantevole mondo perduto e fra piccoli villaggi di racconti natalizi o di altre care fantasie. L’impressione non è quella offerta da terre da visitare soltanto, ma quella da dove non si vorrebbe andare più via e dove si vorrebbe, invece, vivere per sempre.”.
A quelle bellezze, onde farne risaltare il valore, si alternano pagine di furore nei confronti della società moderna concepita come ipocrita e distruttrice della natura. Gli stessi rapporti umani si sono deteriorati e manca quell’armonia che affratella, che invece si ritrova in certi luoghi.
Dal suo paradiso naturale, offerto dalle montagne, egli osserva, giudica e prende le distanze dalla modernità, confusa e amorale.
In certi momenti il libro ha la veemenza di un pamphlet: “Spesso – oggi – viene marchiato con l’etichetta di ‘razzista’ chiunque disturbi o rappresenti un ostacolo riducendolo a un essere inferiore, a un impresentabile sub-umano da isolare e da allontanare dai confini della comunità come un tempo accadeva a chi era affetto dalla lebbra.”; “È inutile sperare in un confronto leale con chi è mosso solo dal bisogno di individuare ogni volta un catalizzatore negativo e dai pregiudizi di un settarismo forcaiolo.”. Come non dargli ragione.
Sono marcate anche le differenze tra il Nord virtuoso e il Sud sprecone: “La provincia di Bozen, tanto per fare due conti, trattiene circa i 7/10 delle tasse ma si accolla l’onere di tutti i servizi non chiedendo un euro allo Stato italiano.”.

Non vi è dubbio che laddove ci sono le montagne più belle del mondo, le Dolomiti, il cuore di Dianda si sofferma, respira e gioisce: “Costituite da un carbonato doppio di calcio e magnesio, denominato ‘dolomia’, in onore del geologo francese Deodat de Dolomieu che nel 1789, per primo, ne definì la composizione, e accumulatesi in formazioni sedimentarie di coralli, alghe calcaree e altri organismi del fondo marino, Le Dolomiti sono chiare, grigie e rosa dove la roccia è compatta, gialle dove invece è friabile, scure e rigate di nero per lo stillicidio dell’acqua. Ideali ebbri, utopie solidificate, essenze lunari, aria rappresa in magnifiche gemme: così sono state definite. Nei tramonti autunnali avvampano come fiamme che si alzano e guizzano verso il cielo.
Il mondo dolomitico ha orizzonti luminosi e presenta scenari dove dolcezza e verticalità si uniscono. Cattedrali, torri, guglie dalle linee vertiginose e come disegnate da un sognatore esteta, si staccano dalle distese a pascolo o sulle vallate solatìe dove la vista non è rinserrata da fiancate precipiti, e dove gli abitanti si sono sempre guadagnati il pane senza le fatiche disumane di altre zone delle Alpi.”.
La scelta del suo eden, del suo paradiso, sembra compiuta. Ma c’è un ma che non ci aspetteremmo: “… le Dolomiti, pur eccitanti e bellissime, non sono le mie montagne preferite. Sono troppo civette, troppo cariche di trucco, e non solo le più agognate. Come adescatrici dall’aspetto provocante causano turbamenti immediati ma non le emozioni in grado di accompagnare una vita. Si mettono in posa, si fanno fotografare in modo tale, lì per lì, da fermare il respiro, consapevoli delle loro sembianze e del loro potere, e pure – guardandole con calma è più attentamente – somigliano a certe modelle americane che, quando sorridono, pare solo ti mostrino i denti. Ogni volta che si prova a dipingerle, infatti, cercando una sintonia non solo momentanea ed esteriore con esse, il risultato è tale da far cadere le braccia dalla delusione. Non mi ricordo dove, in qualcuno dei suoi scritti, lo stesso Dino Buzzati – uno dei più devoti estimatori di queste montagne – sostiene che le Dolomiti rappresentano l’unico spettacolo della Natura con cui pittori, per quanto bravi, non sono mai riusciti a spuntarla.”.
Questo brano è significativo per darci conto della personalità dell’autore, attento e critico esigente ogni qualvolta l’uomo interviene sulla bellezza spontanea e preziosa della natura. Riesce a scoprire nella bellezza più sopraffina, le tracce dell’intervento malevolo dell’uomo. È un osservatore scrupoloso e implacabile. Le Dolomiti sono, ci fa capire, come una bella donna che ha scelto la soddisfazione dei sensi, piuttosto che lo splendore della sua bellezza incontaminata.
Dianda non si accontenta di osservare, analizza e specula; il suo pensiero, mosso dall’osservazione, apre molti spazi alla riflessione e agli interrogativi, alle ipotesi e alle sempre deboli ed effimere certezze.
Fa ricorso ai filosofi del passato, i più vicini ad un universo incontaminato, per carpirne il pensiero e l’esattezza dell’analisi. Ci riferisce e distingue, e tutto questo mentre percorre il suo itinerario nel Süd Tirolo, dove il tempo, nonostante tutto, sembra essersi fermato. Dianda sembra vestire i panni moderni di uno Zenone del XVI secolo, il personaggio creato da Marguerite Yourcenar ne “L’opera in nero”, del 1968.
A differenza di Zenone, il suo percorso è tutto concentrato in quel mondo. Il Süd Tirolo, in cui tutta la magnificenza del Creatore pare essersi meglio manifestata. Il suo è uno scandaglio, non tanto finalizzato alla ricerca di Dio, ma alle evoluzioni di una umanità che spesso intraprende percorsi sbagliati. Il dramma, e l’interrogativo addolorato che ne consegue, è se tutto ciò sia rimediabile.
Compie il suo viaggio con ai piedi gli scii. Incontra villaggi, persone, preti con cui parla anche di Dio, di teologia e di filosofia. Cita filosofi importanti che sono stati dimenticati come l’italiano Rensi, morto a Genova nel 1946. Parlando con un prete che ne ha accolto il pensiero, anche l’autore lo condivide. Il prete gli spiega: “L’Energia creatrice è al di là del bene e del male, che il male diventa tale agli occhi dell’uomo – fase superiore di tale Energia – e che spetta, quindi, a quest’ultimo, in quanto portatore di valori morali, far esistere Dio nella sua dimensione più nobile. Io annuii.”.
Di sera, contempla il piccolo cimitero che si trova vicino alla chiesa. Ne ammira l’ordine che è segno di un valore dato alla morte e a quei corpi che le sono stati consegnati: “Fuori, l’ultima luce si posava sulle tombe del minuscolo cimitero, ai piedi del campanile. Come una preghiera muta, si spingeva lentamente sui tumuli di terra, guarniti-tutti-con piccoli vasi di fiori. La cura con cui veniva tenuto il camposanto era come ricordasse che quei morti riposavano in un mondo lieto, oppure nel nulla, in un nulla, però, che era pienezza assoluta perché comunione con Dio. Quelle sepolture non sarebbero state profanate, le lapidi non sarebbero state spezzate o deturpate con parole e simboli osceni, le ossa dei defunti non sarebbero state sparpagliate lì intorno come accaduto in alcune piccole località di montagna italiane, abbandonate dai loro abitanti e raggiunte dalle strade, dai gitanti occasionali e dalle vigliaccherie del ‘progresso’.”.
Assiste anche alla santa Messa e rimane ammirato dal comportamento che i fedeli tengono in chiesa, ligio alle tradizioni: “Avevo l’impressione, guardando i fedeli radunatisi nell’unica navata, che le loro comuni preghiere non fossero richieste di aiuto per la vita quotidiana e il momento della morte ma conservassero il carattere di antiche litanie, di quelle formule ripetute a lungo che, nella loro sonorità ritmica, conducevano di là della condizione psichica individuale e all’incantamento, dato che l’unione con le parole da rivolgere alla Divinità era come raggiungere la Divinità stessa.”.
Ci troviamo di fronte ad una scrittura solida, una scrittura di pensiero più che d’immagini, le quali ne sono vitalmente dipendenti. Il lettore è introdotto in un percorso di ragionamenti e confronti, le cui conclusioni mirano a condurre alla chiarificazione e alla identificazione anche di se stesso.
Severo con il sud Italia, lo confronta all’ordine che governa il Süd-Tirolo e non risparmia critiche ad un modo di vivere caotico e arruffone. Mette perfino in discussione il mito delle quattro giornate di Napoli, che furono solo una sollevazione di pochi individui (500 su un milione) e se la prende che il film omonimo di Nanni Loy che ci ha tramandato un falso storico. In una nota scrive: “Le ‘quattro giornate’ di Napoli, combattute da improvvisati guerriglieri, non furono, insomma, che alcune scaramucce, ognuna fine a se stessa.”. Rievoca anche il sanguinoso dopoguerra e critica la distinzione che ancora persiste tra italiani morti per una ideologia o per l’altra. Lo fa con un linguaggio aspro, colmo d’ira.

Il libro piomba nella realtà italiana con la stessa irruenza con cui le 95 tesi ribelli di Martin Lutero entrarono nella cattolicità, provocando una deflagrazione. Dianda affronta e spiana quelle che lui considera falsità e ipocrisie, con la lama affilata di un giudice cinico e inesorabile.
Anche la morte dei fratelli Cervi contiene un’altra terribile storia non raccontata e tenuta nascosta. Si rifarà ad un libro di G.F. Stella: “I grandi killer della Liberazione. Saggio storico delle atrocità partigiane”, del 2015, per sostenere la sua affermazione, secondo la quale i fratelli Cervi erano dissidenti del Pci. Finirono nelle carceri dei repubblichini, i quali avevano affisso manifesti di rappresaglia a seguito dell’uccisione di padre e figlia repubblichini, Giovanni Fagiani e la figlia sedicenne. Pur conoscendo il contenuto dei manifesti, i comunisti uccisero il segretario comunale del fascio Davide Onfiani provocando quindi la rappresaglia contro i fratelli Cervi, unici partigiani in quel momento chiusi in carcere. Così Dianda conclude la sua nota critica: “Insomma, riuscirono ad eliminarli servendosi di un plotone di esecuzione fascista.”.
Dianda, dunque, revisionista implacabile e insofferente come lo fu Giampaolo Pansa, apre al lettore più fronti di analisi (vi tornerà nell’ultima parte). Contaminato dalle purezze della montagna sudtirolese egli da lassù meglio osserva le iniquità che hanno attraversato e attraversano le vicende italiane. Come se la chiarità di quelle montagne gettasse la luce su di una sommersa verità della nostra storia.
È un libro su cui tanti lettori avranno da ridire, ma Dianda va avanti per la sua strada consapevole dei rischi a cui va incontro: “Certo, in quegli anni sconvolti dalle efferatezze di atrocità inimmaginabili, anche da parte dei repubblichini furono compiute nefandezze tremende; pure nelle schiere fasciste ci si macchiò le mani di sangue con assassinii e crimini disonoranti la specie umana. Da tali infamie, tuttavia, ci si potrebbe affiancare in una sola maniera: facendo i conti fino in fondo col nostro passato attraverso una, anche se difficile, ricostruzione dei fatti che non sia quella ancora oggi fornita da chi è ricorso alle intimidazioni e agli omicidi per tappare la bocca a quanti potevano dare una versione discorde dalla ‘Vulgata’ imposta a un paese ‘finalmente reso libero’.”.
Dopo le accuse al disordine materiale che inquina Napoli, ora tocca a Roma, e l’autore si domanda, colmo di rabbia e di malinconia: “Ma è qui – mi chiedo – che fu fondata la Roma pagana? È qui che sorse la città più importante del mondo? È qui che vengono tenute in onore le idee dei filosofi stoici e trovarono diffusione i libri di Lucrezio? È proprio qui che dettò le sue direttive l’‘Imperium romanum’, che i romani edificarono le loro magnificenze e furono i signori della Terra? Possibile che tutto questo non sia più realtà, vita e, per molti, nemmeno un ricordo?”.
È lo stesso grido di Dante per un’Italia non più all’altezza del suo passato.
Lo scrittore è ferito, soffre, diventa rabbioso e intollerante. Non riesce a trovare una sola giustificazione a un tale mutamento e a una tale degenerazione. Anche il lettore è turbato, soprattutto se pensa che ci sono territori come quelli lodati da Dianda in cui si fa di tutto per arrestare un progresso che non è altro che precipite corrosione di un passato luminoso e nobile.
Dianda si propone di far risorgere ciò che fu nobile con gli strumenti dell’accusa feroce e della descrizione di un degrado rivoltante e al limite dell’irreversibilità. Le sue parole hanno il contenuto terrorizzante che vediamo espresso nella processione dei flagellanti ne “Il settimo sigillo” del grande Ingmar Bergman, del 1956.
Ce n’è anche per la Chiesa avida anch’essa di denaro: “… perché la Chiesa cattolica è, sì, dell’altro mondo ma anche di questo. È di lassù ma anche di quaggiù. Si occupa del Cielo ma deve tenere i piedi piantati in terra. Trovandosi i beni spirituali di là e quelli materiali di qua, bisogna che i secondi si avvicinino ai primi. Qualcosa delle nostre bassezze deve aiutarci a salire lassù. Deve farci da appoggio e da sgabello. E allora, soldi. Soldi. Soldi. Montagne di soldi.”. E, sul finire: “Le nostre autorità religiose, perciò, – più ancora di quelle politiche – farebbero meglio a stare in ascolto di un grido che nottetempo aleggia prima delle grandi catastrofi; un grido che si levò – ne sono sicuro – dalle tombe scoperchiate dopo la morte di Cristo e che solo quanti hanno orecchi in grado di intendere riescono a udire ogni volta prima dell’alba, nelle ore antecedenti un giorno di terremoto e di bufera laddove gli uomini si fanno beffe di Dio e, specialmente coloro che dovrebbero guidarli o almeno rappresentarli, anteponendoGli logiche e trame di potere, ritengono di fare a meno delle Sue leggi.”; sul Papa, soprattutto l’attuale Papa Francesco, piovono lampi e saette. Basti questo: “Ciò che infastidisce in lui più di ogni altra cosa, inoltre, è la frenesia di esibire una simulata povertà.”.
Vi è tutta la furia del Savonarola, e il lettore potrà vedere che non finisce tutto lì. Miracoli, reliquie, indulgenze, stimmate, beatificazioni, Padre Pio, Giovanni XXIII non saranno risparmiati. Si dà il via ad una fiumana di contestazioni suffragate da studiosi tutti citati. Non è risparmiata nemmeno Santa Gemma Galgani, la mistica lucchese in perenne lotta con il demonio tentatore.
Ragionando sulla morte, scrive: “Non tutti arrivavano a capire che l’esistenza individuale è solo una girandola di ombre, e, dopo – trasformandosi il corpo in cenere e polvere – non c’è altro che il nulla. Alla gente di intelletto limitato si confacevano meglio le bugie innocue che una verità tremenda.”.
Più si va avanti e più ci si accorge che il libro è attraversato da una razionalità dissacratoria, volta a fare un repulisti di tutto l’impianto che regge la società moderna, alla cui edificazione aveva molto contribuito, e assai malamente, la Chiesa.
Si fa cenno ai roghi da essa innalzati a difesa dei suoi principi, che dovevano governare la società. Si accenna anche a Lucca, la città dell’autore: “In caso contrario, i corpi degli irriducibili – a Lucca, ma non solo a Lucca – venivano abbandonati sui prati davanti alle Mura, inchiodati ad un palo, alla mercé di uccelli e di cani. Restavano là a lungo, sotto il sole e sotto la pioggia, a non far sopire l’esecrazione dei crimini di cui si erano macchiati fin quando i corvi non avessero cavato loro gli occhi e gli animali randagi, un giorno dopo l’altro, non li avessero ridotti a carcasse. I resti, infine, sarebbero stati bruciati, e le ceneri gettate al vento o nel fiume, affinché gli spiriti degli impenitenti non trovassero pace per l’eternità e vagassero senza riposo come quelli di altri irreconciliati e irreconciliabili: ebrei, musulmani, spregiatori dei sacramenti, suicidi e bambini morti senza battesimo.”.
Si rammentano le donne e la cattiva considerazione che aveva di esse fino a non molto tempo fa la Chiesa, e si ricordano le streghe: “Le streghe, tuttavia, non praticavano solo sporcizie carnali coi diavoli, ma alcune di loro facevano anche abortire le donne incinte, orinavano sulle ostie consacrate, scatenavano tempeste di grandine che mandavano in rovina i raccolti o erano solite mangiare i bambini della propria specie. Per raggiungere i loro scopi si servivano specialmente del veleno dei serpenti, infidi più di tutti gli altri animali e utili per certi incantesimi. Quasi tutte, infine, potevano impedire la potenza generativa degli uomini o togliere loro i membri virili per metterli in scrigni o in nidi di uccelli dove essi continuavano a muoversi come membri vivi. Dio non impediva che ciò accadesse, dato che il peccato originale, inflitto per colpa dei nostri progenitori, si propagava proprio con la sconcezza dell’atto carnale.”.
È un periodo della storia della Chiesa e della società, quello medievale, in cui l’autore trova molti riferimenti per le sue accuse. Già da ragazzo turbavano i suoi sonni. “Quei sogni non li raccontavo ai miei genitori perché sapevo che non potevano aiutarmi. Solo con mia madre parlai della paura che, già a cose normali, avevo di morire e di finire all’Inferno. Ma non le dissi che, in sogno, mi vedevo uscire dal buio del carcere alla luce del giorno per compiere il tragitto verso il patibolo sopra un carro preceduto da un piccolo corteo. Né che vedevo la folla raccolta nella piazza, spinta dall’odio e dalla curiosità, mentre salivo le scale fino all’altezza del nodo scorsoio che pendeva dalla forca.”.

A contrasto, ancora rimane forte l’immagine luminosa di una civiltà, come quella sudtirolese, che è rivolta più al passato che al presente, più al rispetto delle antiche tradizioni che al consumo della modernità, pur anche se persistono nell’autore ricordi terribili del passato. La montagna, la sua bellezza, la sua sicurezza la sua capacità di mostrarsi senza veli così com’è, diventano strumenti di riflessione, di catarsi e di purificazione. Nell’affidarsi alla montagna è questo che muove l’autore e che giustifica la sua veemenza per quanto l’uomo ha violentato e distrutto sia materialmente che spiritualmente: “In Tirolo, invece, i nomi di molte località sembrano possedere l’autenticità delle parole nate sulla frontiera del linguaggio ed emerse dallo stato originario che le precede. Si ha l’impressione che gli abitanti di questa terra abbiano coscienza di quanto deleterio sia un cattivo uso delle parole ed hanno letto, tutti o quasi tutti, Platone, laddove il grande filosofo greco afferma che, fra i sostenitori della convenzionalità dei nomi e chi, al contrario, ritiene che manifestino lo spirito della cosa, si deve tenere una via di mezzo.”; “Quassù non c’è un intendimento finalizzato a far sparire molti significanti affinché, con la loro scomparsa, svaniscano molti significati.”; “Diversi toponimi pare siano stati scelti con la naturalezza con cui i nomi furono assegnati subito dopo la creazione del mondo. Non ne esiste una grande varietà ma alcuni di essi, intrisi di mistero, come echi di un qualcosa molto lontano, sembrano davvero rendere omaggio al silenzio e soprattutto averne nostalgia.”. Più avanti troveremo: “Eppure il silenzio – quel silenzio dotato di tutti i significati che hanno le parole – dovrebbe essere la conseguenza del sentimento provato davanti alle montagne che, allo stesso modo di quando si entra in chiesa, dovrebbero far chinare la testa e, a somiglianza della grande musica, evocare nella coscienza un misterioso rimpianto.”.
Sono frasi che rendono l’incanto dei luoghi e delle riflessioni che ispirano.
Anche i nomi delle montagne hanno resistito alle ingiurie di chi voleva mutarli per celebrare le imprese di chi le aveva scalate: “Fin dai primordi dell’alpinismo, invece, le montagne tirolesi sono state battezzate quasi sempre con nomi di origine locale.”; “Ma forse anche perché l’alpinismo tirolese delle origini è stato qualcosa di autoctono, i nomi delle montagne di questa regione non rimandano quasi mai a personalità illustri e risultano spesso, invece, pertinenti, ricchi di significato e corrispondenti alle sensazioni e agli aspetti della realtà che riuscivano e riescono ancora a suggerire.”.
Il passato ancora fa da monito e da insegnamento agli scempi e alle pretese della modernità.
Tanto è l’orgoglio e l’ammirazione che prova per questa terra che arriva a scrivere: “Mi domando cosa sarebbe successo se il Salvatore, come Milarepa, fosse nato e vissuto al cospetto di nevi rilucenti e di alte montagne. Forse, in quelle vallate sarebbe stato davvero un profeta in patria e avrebbe predicato, pure lui, che andarsene per monti solitari è una via della liberazione. Sicuramente non sarebbe stato crocifisso, e – sereno anche nel momento della fine – sarebbe morto, invece, rispettato, vecchio e sazio di giorni.”. Milarepa, vissuto tra l’XI e il XII secolo, fu un religioso e poeta tibetano.
Se anche san Paolo e sant’Agostino vi fossero vissuti, la stessa Chiesa, di cui sono pilastri portanti, sarebbe stata diversa.
L’autore è molto critico nei confronti della Chiesa ed anche degli stessi san Paolo e sant’Agostino, non risparmiando loro epiteti severi. Mette pure in risalto i contrasti tra san Pietro e san Paolo: “Ecco perché, provando a insabbiare queste controversie, la Chiesa ha cercato di far abbracciare i due antagonisti in un’unica festività a loro dedicata il 29 giugno: la festa di Pietro e di Paolo.”.
Visto da quelle montagne tutto il mondo che sta ai loro piedi è spurio, falso, compromissorio.
Da lassù, l’autore trae ispirazione e forza per un’analisi spietata delle sovrastrutture che hanno inquinato l’uomo e l’ordine sociale. Si fa giudice severo e spietato. Allorché tratta la Chiesa non agisce da miscredente, ma da vindice degli usurpatori che hanno manomesso la religiosità intima della natura.
Non è un libro facile, per le numerose argomentazioni che si basano su conoscenze ampie che non tutti i lettori possiedono. I quali lettori si rendono conto, però, che il lavoro è frutto di una riflessione trattenuta da molto tempo ed esplosa nel momento in cui l’umanità si è messa scelleratamente e volontariamente a rischio.
Entrando in un piccolo santuario eretto su quelle montagne, riflette: “Il piccolo santuario – comunque -, appartato in un bosco di conifere, pareva fosse stato costruito per offrire un aiuto a chi si avventurava verso una zona, un tempo quasi inaccessibile, di grandi pericoli e di misteriosi segreti. Aromi di abeti, di felci, di muschio e di terra si avvertivano anche all’interno della costruzione come se poco prima, con un diverso tipo di incenso, si fosse sacrificato nel santo oratorio. Seminascosto in una foresta umida e verde, sotto incombenti scarpate rocciose e il soffio di alti ghiacciai, col rumorìo di molte acque che si udivano vicine, il minuscolo edificio era lì a provare che, osservando attentamente la Natura, non ci sarebbe bisogno né di libri canonicamente ispirati né di vicende miracolose per credere in Dio.”. Perfino Gesù è una ricostruzione fittizia. È un libro che può sconvolgere un cattolico fervente e devoto. Sull’Apocalisse, il famoso testo di san Giovanni, scrive: “un’opera, secondo alcuni, di pertinenza più psicoanalitica che filologica. Attribuita falsamente a Giovanni, è stata composta da qualcuno nel I secolo d.C., utilizzando testi dell’antica escatologia ebraica. Contiene strane allegorie e misteriosi simbolismi ma non possiede niente che rimandi al Gesù storico.”. Sostiene anche: “Gesù Cristo, comunque, non è stato inchiodato alla croce come generalmente si pensa. I crocifissi, infatti, venivano immobilizzati con un chiodo sopra le caviglie, e non sul dorso dei piedi, e con altri due chiodi infissi nella zona del polso e non sul palmo delle mani. (…) Se Nostro Signore-avesse voluto imprimere il sigillo della sua passione sul corpo di san Francesco e di Padre Pio, avrebbe impresso le stigmate nella zona del polso e non sul palmo delle mani.”.

Ma il libro non è sempre così severo come potrebbe apparire. La scrittura di Dianda è elastica, capace di passare dal tono tragico ed invettivo a quello più morbido dell’ironia e della canzonatura. Appaiono figure che ci metteranno un po’ di buon umore come l’indomito anticlericale nonno Arturo e Clorinda, la inibita sposina di un baciapile che, stando alla finestra mentre il marito sfila durante la processione del Corpus Domini, se la fa con l’amante focosamente occupato dietro di lei. O della presidentessa della Croce Rossa invaghitasi dell’avvenente direttore spirituale del suo paese. Una figura questa che dà modo all’autore di rievocare momenti della sua giovinezza in cui i confronti col detto padre spirituale erano frequenti, poiché già allora era assalito da forti dubbi in materia di religione.
Sua madre sperava addirittura che si facesse prete: “Mia madre desiderava che entrassi in seminario e prendessi la sacra Ordinazione, ma partecipare alle attività del Movimento Studenti era il massimo che potevo fare per accontentarla.”.
Gli episodi della sua giovinezza sono narrati con gradevolezza narrativa, senza l’asprezza dei moniti e delle accuse iniziali, e il lettore si sente autorizzato a distendersi e a non temere. Questo scrittore, si dirà, non ha solo il raziocinio del perfezionista che vuol vedere il mondo girare senza manchevolezze, ma possiede anche un cuore e un sentimento con i quali ci concede tolleranza e un po’ di affetto. Ci apre l’accesso, ossia, al piacere, all’ironia e al divertimento. Il predicatore domenicano che a Lucca, nell’antica chiesa di San Cristoforo (oggi chiusa al culto) ci ammannisce severi brani tratti dai testi sacri per richiamarci all’osservanza dei Comandamenti e soprattutto al dovere di sconfiggere le tentazioni della carne, diventa nell’immaginario una bocca enorme da cui le parole, uscendo, diventano smorfie saporose, simili a quelle che abbiamo visto in tanti film ogni volta che era messo in primo piano il volto di uno di questi predicatori, diffusi e popolari fino almeno a oltre la metà del Novecento.
Qui, in questa parte più narrativa, la plasticità della scrittura raggiunge il suo massimo. Si veda anche la danza del ventre di una ballerina protagonista di un film che mostrava per la prima volta immagini osé della nudità femminile: “Non so quanto durò quella danza. Probabilmente pochi minuti, ma mi parve un tempo lunghissimo. Ogni volta che un velo scivolava via, avevo l’impressione di sprofondare fra i dannati delle Malebolge e della Giudecca, e di essere innalzato, su su, nelle regioni più alte dell’Empireo.”; “… quella danzatrice aveva segnato la mia sorte. Di essere accolto nel seno di Abramo, di andarmene in un Paradiso popolato di preti e di suore, di martiri e di piissime vergini, ormai non me ne importava più niente.”.
Il ritorno al paesaggio sudtirolese, dà occasione ora di lodarne usanze e panorami che, sebbene in taluni casi subiscano l’influsso sguaiato della modernità, si mantengono ancora in linea e in difesa del passato. Il Süd-tirolo diventa così l’esempio di una resistenza esemplare, tuttavia intaccata e corrosa, destinata forse a perdere la sfida, ma ancora fulgida e trascinatrice. Uno degli ultimi paradisi dello spirito. E Dianda., descrivendo i luoghi, con la gentilezza e la precisione dell’amante, ne rende partecipe il lettore.
Le pagine sono quelle di un cantico: “Insomma, in questa grande vallata delle Alpi non piove quasi mai. Nonostante ciò, percorrendo la Vinschgau-Tal, siamo colpiti dalle immense piantagioni di meli irrigate di continuo da getti d’acqua che innaffiano gli alberi piantati in file parallele e ordinatissime, coi rami perfettamente potati e carichi di frutta. È come se benedizioni ininterrotte riuscissero a rendere verdeggiante la terra. Restando nel fondovalle principale e guardando il versante a meridione dove rupi si alzano fulve e quasi abbrustolite dal sole, potremmo pensare che fonti di Acquaviva – allo stesso modo di quanto sta scritto in alcuni passi della Bibbia – scaturiscano miracolosamente da rocce e da zone desertiche.”
È, Dianda, un cantore, come se quelle terre fossero entrate a scorrere nel suo sangue: “Frequentemente, sulle facciate delle case, si notano ancora mascheroni di streghe e altri faccioni di esseri strani, orripilanti e terrifici. Si potrebbe pensare a mostri, a simboli di incarnazioni sataniche, oppure a effigi di creature deformi o di vecchiacce senza denti, perfide e raccapriccianti, appese sul lato anteriore degli edifici per spaventare chiunque si avvicini. Sono, invece, – come i ‘tupilak’ groenlandesi – espressioni di forze del bene – scacciaspiriti, cioè -, collocati lì con intenti apotropaici a tenere lontane e a incutere paure alle forze del male. In base al principio secondo cui il simile si combatte col simile, quanto più il mascherone è brutto tanto più è efficace il suo potere di proteggere la casa e i suoi abitanti da influssi malefici e da energie negative.”.
Le invettive inziali, dunque, avevano uno scopo ben preciso. Erano la furia con la quale il forte vento spalancava le porte ad un eden che ancora sopravvive e va amato e difeso. Sono porte corrose dall’agitare dei fenomeni della modernità, ma dorate al loro interno, mantenute pure da una civiltà che viene da lontano e resiste con tutte le sue forze. L’autore annota che il contadino sudtirolese utilizza le macchine agricole solo in taluni casi in cui sono veramente necessarie, per il resto usa gli attrezzi del passato, che ripetono e conservano le tradizioni degli avi: “Può darsi che si tratti di una mia impressione, ma a me pare che quassù il lavoro sia ancora funzionale a quel che basta per mantenersi in vita in maniera decorosa e che continui a essere considerato una ricchezza l’accontentarsi di ciò che si possiede.”. Poco dopo troveremo scritto che: “le basilari attività umane erano equiparabili a una sorta di sacerdozio.”.
Se una religione è presente nell’animo dell’autore, e lo è, presente, questa è la religione del passato, ossia di ciò che è cresciuto in modo naturale, senza le manipolazioni distruttive della modernità.
L’uomo avrebbe dovuto restare allineato alla natura che lo accolse nel suo seno, allo stesso modo degli animali, delle piante e degli altri esseri animati e inanimati che la compongono.
Vi è una qualche analogia di pensiero con ciò che in pittura si richiama all’arte dei Primitivi e in specie ai Naïf dell’Ottocento, tra cui Rousseau il Doganiere.
Ciò non esclude, comunque, l’esistenza di Dio. Leggeremo più avanti questa bella descrizione: “D’estate, infatti, è più o meno una regola che, nelle giornate calde e sulle catene montuose, si formino nelle ore pomeridiane addensamenti nuvolosi in grado di causare temporali di forte intensità. Il cielo, allora, si rabbuia in poco tempo e i fulmini cominciano a guizzare qua e là; come se un’energia misteriosa avesse arroventato le sue saette affinché gli uomini si ricordino di essere in balìa di un potere troppo più grande e che nessuno di loro, tra breve, ci sarà più sulla terra. Poi, a sera, le nuvole si dissolvono, il cielo torna sereno, magnifico sopra le montagne, quasi ad esibire la gloria di Dio e a darne ancora una volta, tra bagliori di luce, l’annuncio.”. E ancora: “Avvertii di nuovo che, al cospetto di un paesaggio, come di fronte allo spogliarsi di una donna bellissima, proprio lì davanti, in una dedica e oltre uno spazio immenso, si poteva trovare un contatto perfino con quel Dio che la Rivelazione pone di là da un abisso in una trascendenza infinita. Non esistevano dubbi che la contemplazione di Dio nelle cose create fosse superiore alla visione delle cose create come volute da Dio. Certi attimi, benché sorti da illusione umane, sembrano non avere confronti.”.

Sono numerosi i ricordi che via via incontriamo di scalate dell’autore e delle cime conquistate con fatica ma anche con tanta emozione, come quando si trovò in vetta al Monte Bianco (m. 4810): “La giornata si manteneva serena ma, giunto in vetta, non mi accorsi del panorama, a destra e a sinistra del lungo dosso assottigliato. Intorno a me, per migliaia e migliaia di chilometri, non c’era un punto più alto di dove mi trovavo. Quantunque mi sembrasse di essere portato da un aliante in volo, veleggiante e sospeso nell’azzurro, non mi avvidi della luminosità abbagliante che si spandeva sui ghiacciai. Mi sentivo estraneo agli spazi che sotto di me si aprivano in ogni direzione. Non mi riusciva a guardare giù. C’era troppa vastità. Troppa immensità; quasi che da lassù si aprisse qualcosa di insostenibile alla vista e dovessi coprirmi gli occhi col palmo di una mano. Per un attimo intravidi montagne, vallate e pianure, sempre più confuse dentro nebbie lontanissime, ma mi trovavo troppo in alto per posare lo sguardo sopra una zona precisa. Come di fronte a qualcosa che non potevo definire, avevo l’impressione di essere calato lassù provenendo dalla Luna o chissà da quale altro pianeta.”.
Lo vediamo, l’autore, diventato minuto su quella cima, sperdersi e stupirsi di una tale vastità.
Iniziata la discesa si volta a guardare: “La cupola ghiacciata della cima fumava vorticosamente scompigliandosi con alte cortine di neve risplendenti e bianchissime. Chiazze gelate brillavano qua e là nelle vicinanze del culmine. Nel sole di quel mattino d’estate sembravano lastre di platino fuso. Rilucevano così tanto, lungo la ripida china marmorizzata dal gelo, da apparire incandescenti.”.
Non si può che esprimere ammirazione e compiacimento di fronte a descrizioni come queste.
Vi sono racchiuse non solo potenza, immensità e bellezza, ma l’anima stessa della montagna, come una cosa viva, poderosa custode della Creazione.
Si avverte molta forza spirituale nell’autore, sebbene severamente critico nei confronti della Chiesa verso la quale non risparmia per tutto il corso della narrazione aspre critiche. Notato che su tutte le cime delle montagne tirolesi è presente una croce, annota: “Giunto in vetta, per assicurare il tiro di corda finale, Willy aveva agganciato un moschettone al traliccio della croce e faceva sicurezza dal fulmine. Superando gli ultimi metri, prima di arrivare in cima, sul piccolo spiazzo contornato di vuoto, la croce mi apparve all’improvviso, nel sole, come nei barbagli di una visione interiore.”. E ancora una volta tesse le lodi delle montagne tirolesi: “sono ancora oggi il regno dell’azione contemplativa, della solitudine e del silenzio. Risalendone le valli e percorrendone i ghiacciai, è possibile riscoprire sensazioni difficili da spiegare e di cui si può avere esperienza unicamente avventurandosi in mare aperto o traversando i deserti.”; “Le Alpi tirolesi costituiscono, invece, l’ambiente per un alpinismo schivo, per vagabondaggi su morene e ghiacciai, magari senza una mèta precisa, lungo piste scarsamente battute nella solitudine di una natura primigenia.”.
È l’incanto della solitudine e degli inizi del mondo: “Non esiste alpinista degno di questo nome che, prima o poi, non senta il bisogno di andarsene in montagna da solo. Anch’io, pur non essendo un alpinista di grande levatura tecnica, ho bisogno di tanto in tanto di questa temporanea clausura e di rispondere al richiamo di una specie di voce interiore.”.
Il libro si è fatto luminoso e tenero. La bellezza, il silenzio e la solitudine sono saliti sul palco della narrazione e il lettore ne è tutto preso. Avverte che quelle atmosfere, grazie alla virtù di una scrittura ben spesa, gli si sono fatte incontro e lo avvolgono. Anche lui si trova lassù, nel mezzo di panorami sublimi. Il silenzio lo rende leggero come un batuffolo di vento.
La competenza dell’autore, frutto di una lunga pratica e di numerose letture di specie, arricchiscono chi legge, il quale si sente di poter essere pure lui un protagonista della natura e della bellezza.
Si avverte via via sempre più forte un profondo amore che lega Dianda alla montagna. Le parti che ne rievocano le suggestioni sono indubbiamente le migliori e le più attrattive. Notate questa bella immagine del silenzio: “Su quello sterminato tavoliere di neve, nello sfolgorio di certe giornate limpide oppure nella luminosità sorprendente del diradarsi delle nuvole, si posano i raggi del sole e – sempre – signore di quelle solitudini, come un fantasma senza corpo vi passa il silenzio.”.
Gli Appennini, che circondano la sua città, Lucca, gli sono particolarmente cari, forse ancor più delle montagne tirolesi, per ragioni, si potrebbe dire, di sangue. È lassù che spesso si rifugia: “Specialmente l’Appennino mi consente di immergermi in quella solitudine dove ogni cosa sembra al suo posto, e in quel silenzio cui manca soltanto la parola perché – almeno in certi frangenti – è come mi chiamaste lassù per accompagnarmi, consolarmi e proteggermi.
Passo dopo passo, affrancato da qualsiasi legame e col cuore libero da ogni desiderio, è come se nella lontananza dagli altri e nel silenzio trovassi un accordo con gli esseri umani che in maniera differente non mi sarebbe possibile. Non si tratta di stati di sub-coscienza – come si potrebbe pensare – ma di una coscienza superiore in grado di sprigionare aspetti dell’anima comunemente rappresi.”.
Ricordando i mutamenti avvenuti negli anni Sessanta, con le maggiori libertà conquistate soprattutto dalle donne, e confessando il suo disagio di fronte alle nuove tendenze, anche sessuali, scrive: “Soltanto in mezzo alla Natura mi trovavo a mio agio.”.
Stiamo attraversando pagine rivelatrici del passato dell’autore e ce ne consegnano a poco a poco la spiritualità acquisita con una esistenza e una mente, sin da ragazzo, sempre perspicaci e riflessive: “E, poi, c’era qualcosa che nella vita religiosa mi attirava come forse più che nella vita militare; neanche sentissi confusamente già allora quanto ho capito in seguito: che potevo amare l’umanità solo traendomi in disparte da essa e battagliando contro gli inganni del mondo e la malafede di quasi tutti gli esseri umani.”.
La frequentazione dell’Azione Cattolica mi ha ricordato quei lontani tempi (sono di quattro anni più anziano dell’autore) in cui anch’io la frequentavo, e ho conosciuto don Paolino Nardi, citato dall’autore, assistente spirituale nell’ambito diocesano, che ancora ricordo come se lo avessi davanti, piccolo di statura ma sufficientemente robusto e loquace con tutti.
È un mondo scomparso, che Dianda ha fatto bene a ricordare, poiché fu la fucina di molti giovani che trovarono nell’Azione Cattolica il movimento in grado di dar loro una formazione moralmente seria e disciplinata, annichilita oggi dalle follie del modernismo.
Rimpiango quegli anni.

Ed è proprio in occasione di una escursione sulla Pania della Croce organizzata dall’Azione Cattolica che, per varie e concatenate riflessioni, l’autore prende la decisione che caratterizzerà la sua vita: “Perdendo quota lungo il sentiero dalla Foce di Mosceta a Levigliani, tra bassi cespugli spinosi, cespugli con minuscole bacche rosse e altre piante arbustive, mi girai numerose volte indietro per guardare la Pania. Me la immaginai lassù, ancora più imperiosa, altissima e trasfigurata da una coltre di neve gelata e luccicante.
Da quella sera ne diventai consapevole: siccome fin da piccolo mi era piaciuta la neve, avrei cercato di scalare cime nevose, splendenti con brillii smaglianti di là da ogni nuvola, ammantate di luce e di ghiaccio, e mi sarei dedicato allo studio della filosofia.”.
Oltre che scalatore di montagne, sarà anche professore di filosofia nei licei per quarant’anni.
Il contatto con la montagna lo trasforma gradatamente in un cantore mistico, in un contemplativo che riesce ad attrarre nel suo sguardo le intimità e le essenze della Creazione, e a donarcele in una scrittura carezzevole e filtrante. Una specie di medium delle virtù nascoste ed implicite della bellezza e del silenzio.
L’immagine dell’autore si trasfigura in un elemento della Creazione, in un dono: “Altre volte, invece, stando a sentire nell’emozione di un ricordo e di una illusione, mi è sembrato di udire nel silenzio una voce che chiamava – quasi fosse davvero l’invito di un Dio senza nome, indifferente alla sorte di ognuno di noi e presente dovunque, nelle profondità più abissali e oltre le nevi delle più alte montagne – e che prima di addormentarmi finiva per prendere il nome di chi, in quelle ore così vicina e così lontana, aveva potuto far sì che andassi a tentoni nelle tenebre e darmi – senza saperlo – qualche attimo del suo autistico amore.”.
Seguono bei ricordi di compagni di avventura, di cui tesse le lodi, enunciando due degli elementi fondamentali per stare insieme in montagna, il coraggio e la solidarietà.
Quando fa il nome di Alessandro Costi, un caro amico che non vedo ormai da molti anni, ho la conferma che cita persone di grande valore umano. Ne ricorda altri due che non conosco: Marco Castellani e quello che chiama “vecchio leone”, Sergio Rinaldi, un genovese: per lui e gli altri un autentico maestro.
I momenti trascorsi nei rifugi diventano altre tappe significative del percorso intrapreso in lode delle montagne. Vi si consumano, sia quando si è soli, sia quando si è in compagnia, ore di grande conforto spirituale. Ci si sente partecipi di un grande disegno sovrannaturale.
Qui è descritta un’attesa prima che si levi l’alba e si debba partire per una scalata: “È in quelle ore di inquietudine e di attesa che spesso i timori si accrescono facendo consumare molte energie. Per dominarli, almeno un po’, bisogna riuscire a partire. Agire è quasi sempre il miglior rimedio a ciò che foscamente costruisce la nostra immaginazione. Prima, – specialmente da soli – certe congetture possono sconfiggere perfino alpinisti di grande valore. Nella lotta contro le proprie apprensioni e con il sonno che non viene, infatti, qualche volta devono essere affrontati i passaggi più difficili e bisogna superare le situazioni più minacciose, perché – lo sa anche chi non pratica l’alpinismo – , se vincersi significa vincere, è altrettanto vero che pensieri parassiti si aggrovigliano soprattutto quando manca l’azione e che venire ai fatti è molto più facile di quanto lo sia aspettare.”; “La cosa decisiva, ad ogni modo, era scendere giù dalla cuccetta. In quell’odore di camiciole sudate appese agli attaccapanni o ai cordini tesi nella stanza per farle asciugare, e avvertire il buio che premeva fuori. Ma anche ripiegare le coperte e rovistare nello zaino per decidere cosa portare, insieme ad altre persone che lì intorno si muovevano pigramente senza parlare, era stato difficile. Come lo erano state alcune colazioni senza appetito, con l’odore di tè e di caffè che veniva dai bidoni termos e – infine – mettersi in cammino nell’oscurità e nella brezza tagliente della notte, guardando se davanti c’erano già i lumi di qualche cordata e sentendo battere la punta metallica della piccozza sulle pietre.”. All’importanza della piccozza e al suo valore anche simbolico dedica alcune pagine.
Grazie a questo autore, quanto s’impara sulla montagna e sul sentimento che ispira e incoraggia l’alpinista! Scrive: “Non è importante – allora – quale sia la montagna da salire perché la più alta e la più difficile si trova laggiù, nella nostra anima.”.
Con ammirazione rammenta le imprese dei grandi alpinisti che si sono guadagnati un posto nella Storia, come – ne cito alcuni – Paul Press, Christian Almer, Christian Klucher, ‘Willo’ Welzenbach, Herman Buhl, che conquistò la vetta del Nanga Parbat (m. 8125), la “Regina delle montagne”, la quale, crudele, si è presa la vita di molti ardimentosi, e che Buhl, scalò sino alla vetta il 3 luglio 1953, lui “uomo mingherlino, ma non disposto a darsi per vinto e dalla volontà incrollabile – che giunse lassù, trascinandosi carponi nell’ultimo tratto, con un’attrezzatura sommaria, senza bombole di ossigeno e nessun altro tipo di aiuto, come guidato sul culmine da un’energia e da una luce ultraterrene.”. Il racconto di questa impresa al limite dell’umano, è resa con una scrittura emozionante che ci dona tutta la grandezza di una sfida e di una conquista: “Più volte scambiò il sibilo del vento per voci che lo stavano chiamando, si illuse che lontani puntini scuri fossero compagni venutigli in soccorso ed ebbe l’impressione che qualcuno lo sorvegliasse e lo assicurasse con la corda nei passaggi più impegnativi; ogni volta si rese conto di essere solo e che doveva fare affidamento soltanto su di sé se voleva tornare fra gli uomini.”.
Quelle dedicate a Buhl sono pagine che evocano una figura leggendaria, scomparsa mentre scalava una montagna a causa della caduta di una cornice nevosa, il cui cadavere è rimasto su quelle cime: “Oggi, la salma di Buhl è sempre celata là, tra i ghiacci del Chogolisa, sotto i veli di quella montagna di nevi eterne – una delle più belle dell’immenso bacino del Baltoro – che dal 27 giugno del 1957, il giorno dell’incidente, con l’eroe nel suo grembo, introvabile tra le pieghe di un bianco abito nuziale fatto di ghiaccio, sembra arricchire il suo nome (‘la sposa’) di significati esoterici ancora più dolci e terribili.”.
Oggi, le nuove generazioni hanno cambiato strada e evitano le grandi scalate, accontentandosi, ci dice malinconicamente l’autore, di imprese goliardiche su pareti non più alte di pochi metri. Riallacciandosi agli inizi, Dianda torna a criticare talune rivoluzioni moderne attinenti a costumi e tendenze, in particolare l’eccessivo femminismo, che stanno mutando il modo di essere uomini e di essere donne.
Ricordando il padre, accenna al periodo fascista e ai giovani che crebbero, incolpevoli, nutriti da quella ideologia da cui non fu poi facile liberarsi. Un ricordo simpatico ci viene consegnato a riguardo del fidanzamento del padre e della madre: “La frase più ardita che, durante il fidanzamento, mio padre disse a mia madre fu ‘Signorina, le piaccio di più con gli occhiali o senza occhiali…?”.

Il libro ha due piani paralleli che lo contraddistinguono, dentro i quali si disegnano ampi spazi in contrapposizione: quello esaltante e spirituale rappresentato dalla montagna, ispiratrice e sostenitrice di una forte interiorità, e quello sottostante in cui si muove la società, soprattutto moderna, corrosiva e consapevolmente intenzionata a cancellare il passato (quest’ultimo aspetto comparirà con forza, ancora una volta, nelle parti finali del libro).
Una tale corrosività è il segnale di allarme che l’autore rivolge al lettore, come avvertimento, monito e invito alla riflessione. Leggeremo: “La scomparsa delle nevi mostrerà che gli esseri umani influiscono sull’ambiente in senso psichico oltre che fisico. L’aridità delle anime, come avvenuto altrove, modellerà il paesaggio.”.
Qui, parlando degli Appennini, a lui cari quanto i monti del Süd-Tirolo, si evidenzia in modo esplicito l’influsso catartico che la montagna produce sull’autore, e con lui, su tutti gli alpinisti che l’amano: “In Appennino, del resto – come sui ghiacciai alpini – mi recavo anche per affidare confidenze che non avevo trovato il coraggio di raccontare a nessuno, dato che da quelle montagne potevo essere ascoltato e, se avevo l’umiltà di starle a sentire, venir messo di fronte a qualche comando interiore da me disatteso. Montagne che facevano emergere gli aspetti migliori di me, i miei sentimenti e miei pensieri segreti; che, senza chiedermi niente, mi volevano bene, che – pur potendolo fare – non si approfittavano delle mie debolezze e del loro potere, che mi capivano, non mi tradivano e mi perdonavano.”.
Come si può vedere, il libro continua a proporci molte occasioni di riflessione per capire ciò che sta accadendo intorno a noi, offrendoci inoltre numerose note che vanno ad ampliarne il contenuto, arricchendolo.
Si è già fatto notare la capacità di Dianda di descriverci certe situazioni, in cui è coinvolta anche la natura, assegnando loro una profonda valenza spirituale. Citiamo questa descrizione che, seppur lunga, ci dà conto di tale bravura. Ci si trova nell’imminenza, in alta quota, di un temporale: “Quando è satura di elettricità, infatti, l’aria comincia a friggere, i capelli sembra che siano tirati da qualcuno e uno strano pizzicore viene avvertito in tutto il corpo. Allora, bisognerebbe allontanare da sé la piccozza e altri arnesi metallici, e accovacciarsi se non è possibile fuggire velocemente dai luoghi più esposti. Per chi sa riconoscere i segnali, sono momenti angosciosi e terrorizzanti. Via…, via…, – perciò – non sostare vicino alle croci di vetta, e scappare specialmente dalle creste e dalle cime. Poi, nelle pause tra uno schianto e quello successivo – se la bufera sta già infuriando – è difficile padroneggiare la paura di capire che quegli intervalli significano un nuovo concentrarsi di elettricità e che da lì a poco una nuova scarica potrebbe esploderci addosso. In rarissimi altri frangenti, come nella consapevolezza di essere diventati un’esca per i fulmini e nel terrore di una folgore capace di incenerirci da un momento all’altro, sentiamo tutta la nostra impotenza contro lo scatenìo degli elementi e che la nostra vita è affidata all’ingovernabile arbitrio del caso.”.
In uno dei rifugi incontra una coppia di anziani austriaci che sono lì per affrontare l’indomani una scalata su una montagna alta 3505 metri. Li osserva traendone riflessioni che lascio al lettore di scoprire, anticipandogli che, sebbene l’ambiente sia del tutto differente, quelle pagine mi hanno fatto venire alla mente quelle in cui il Manzoni, ne “I promessi sposi”, nel capitolo quinto, descrive il pranzo che si tiene in casa di don Rodrigo, quando poi apparirà fra’ Cristoforo che, per un po’ resta in silenzio ad osservarli.
Forse l’autore, che ammira la Pania della Croce, non sa che essa si erge maestosa proprio davanti a casa mia. Se io per un qualche portento mi recassi sul vialetto di casa e potessi camminare sempre diritto davanti a me, superando l’Ozzeri, il Serchio, pianure e montagne di più bassa altezza, arriverei, senza nemmeno fare una minima curva, proprio sotto la Pania, che una volta, una sola volta nella mia vita, andai a trovare proprio lassù sulla cima, dove, su un quadernetto che vi si trovava, lasciai alcune parole che la salutavano, dichiarandole che non sarei salito mai più ad incontrare la sua cima e la sua croce, ma l’avrei continuata a salutare dalla mia casa e dal mio giardino. La Pania è nel mio cuore e apprezzo tutto l’amore che l’autore le dedica. La sta osservando dalla finestra di una delle due torri che formano la Porta San Gervasio e Protasio: “Lucca si stendeva di sotto coi tetti delle case popolati di abbaini, fumaioli e comignoli; movimentati da altane e terrazze, ed altre costruzioni somiglianti a piccole rocche o a minuscoli e aerei castelli. Torri e campanili più o meno alti, di marmo chiaro e di mattoni svettavano qua e là indicando l’ubicazione di numerose chiese, con le loro facciate seminascoste o non completamente visibili, guarnite da rosoni circolari, da loggette sovrapposte e da fasce orizzontali di pietre verdi e bianche. Più in là, il viale alberato delle Mura celava appena colline di vigne e oliveti, e monti boscosi di macchia selvatica. Più su, infine, biancheggianti d’inverno, si libravano le cime appenniniche e, a sinistra, come uno straordinario diamante o un grande blocco argentato, simile a una ultraterrena apparizione celeste, si ergeva una nevosa e straordinaria montagna: la Pania.”.
Alcuni motivi che abbiamo trovato in principio ritornano nella parte finale, in specie le critiche alla Chiesa, non più rispettosa dei principi evangelici, e alla guerra civile in Italia, alimentata dal progetto comunista di prendere il potere in nome dell’URSS. Vi si riporta, a riguardo una tragica testimonianza di un fatto accaduto nell’Alta Garfagnana: “Partigiani…! ” – aggiunse la proprietaria della bottega, scuotendo la testa e pronunciando quella parola con un sorriso di scherno – “Coi loro atti irresponsabili facevano arrivare i tedeschi nei paesi… A quel punto tagliavano la corda e lasciavano la gente in balìa delle rappresaglie… Tra i Partigiani che entrarono in casa di mio nonno…; dissero che la proprietà è un furto…,” – insisté la donna – tra loro c’era anche un russo…, credo, almeno così mi hanno detto… Uno che era stato mandato dalla Russia a istruirli…, a insegnare come si poteva ammazzare qualcuno a tradimento e ad approfittarsi di noi, poveri disgraziati… Teneva un segno sulla cinghia dei pantaloni per ogni prigioniero che aveva fucilato… Nei dintorni di Palagano – mesi dopo – ritenendolo una spia, legò a un albero e ammazzò un ragazzetto di 13 anni… Per farlo confessare, quel diavolo e i suoi compagni accesero un fuoco lì vicino e, con le braci, lo ustionarono a lungo. Ma non seppero nulla, e allora lo finirono ficcandogli in bocca un tizzone ardente… “. Una nota precisa: “Quel ragazzetto si chiamava Costantino Castelli. Fu ucciso in tale maniera a Pietraguisa di Palagano il 6 febbraio 1945.”.
Il nonno della bottegaia fu ucciso dai partigiani perché sul muro del suo cascinale aveva scritto: “Togliatti boia e partigiani assassini”.
Tra la gente di montagna circolava questa canzone: “Partigiano venuto dai monti / a depredare la povera gente / verrà un giorno la resa dei conti / e in galera dovrai ritornar.
La troviamo indicata in una lunghissima nota, la numero 285, in cui si rievocano taluni misfatti compiuti nel corso della guerra civile e si scrive, a proposito delle stragi compiute dai nazifascisti: “ma la responsabilità ricade anche sui partigiani (spesso considerati dalle popolazioni locali come una maledizione) che innescarono le rappresaglie e poi lasciarono i civili inermi al loro destino.”. Questa sottolineatura mi da modo di ricordare la figura di un giovane partigiano lucchese, Leandro Puccetti, comandante del ‘Gruppo Valanga’, il quale, avendo uno dei suoi uomini ucciso in occasione di un pattugliamento un soldato tedesco, restò ad attendere la rappresaglia tedesca onde evitare che si riversasse sulla popolazione vicina. Era il 29 agosto 1944 e furono 18 i morti partigiani in quella circostanza, tra cui lo stesso Puccetti. Lo cito spesso quando si ricorda la strage delle Fosse Ardeatine, in cui i partigiani che organizzarono l’attentato di via Rasella si tennero nascosti e lasciarono compiere l’orrenda rappresaglia che il 24 marzo 1945 costò la vita a 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni.
Nella stessa nota troviamo denunciati altri misfatti orrendi, alcuni dei quali mi erano ignoti. Riporto una parte: “Certo; non tutti i partigiani sono stati così. Molti di loro erano personaggi esemplari e uomini di animo nobile – un nome fra gli altri: Aldo Gastaldi (Bisagno), uno dei comandanti della III divisione Cichero che operò nel retroterra genovese; ma certi fatti non possono essere sottaciuti.”.

(Mia nota: Bisagno fu ucciso misteriosamente; erano noti i suoi contrasti con le brigate comuniste. Di lui parla ampiamente Giampaolo Pansa nel suo “Bella ciao”)

(…)

“E che dire delle maestre elementari e delle ostetriche comunali (figure legate alle istituzioni del Regime) stuprate, decapitate, impiccate o uccise con fiocchi di cotone ficcati nella vagina e poi dati alle fiamme; oltre a quelle incinte, appese per i piedi e sventrate? Che dire del seminarista Rolando Rivi (14 anni), dei fratellini Goffarelli (4 e 2 anni), finiti a coltellate, dei bambini di Montefiorino (Umberto Merli, Pierina Donadelli, Costantino Castelli), di Giuseppina Ghersi (13 anni) – violentata, seviziata e uccisa a calci per aver scritto un tema segnalato dalla federazione di Savona alla segreteria di Mussolini – e di altri numerosi fanciulli barbaramente assassinati dai se-dicenti liberatori d’Italia? Che dire di Walter Ascari, appeso mani e piedi in modo che il corpo fosse ben teso affinché i partigiani comunisti, con una sega da boscaiolo, a quattro mani, ancora vivo potessero segarlo in due? E di altri seppelliti vivi (come Benedetta Barchi o come Rosalia Paltrinieri che, mentre palate di terra le cadevano addosso, invocava i suoi bambini, [la donna, prima di essere seppellita viva, fu violentata davanti al marito] oppure stritolati sotto torchi per pigiare il vino, e di altri – anch’essi vivi – decapitati con un segacchio? Che dire di Pietro Rovina, bastonato e torturato fino a quando, ormai alla fine, chiese da bere? Allora i redentori della patria lo accontentarono: gli recisero le vene, raccolsero in una tazza il suo sangue e, prima di ammazzarlo, glielo fecero inghiottire. Ad alcuni che, prima di essere ammazzati, chiedevano il prete fu sputato in bocca perché la saliva di un partigiano, e non l’ostia, – fu detto loro – era sacra.”.
Dianda sta scendendo, con gli scii ai piedi, la montagna: “Come era possibile che, tra quelle montagne, la cattiveria avesse spinto gli uomini a simili barbarie…? Come era possibile che fossero saliti lassù a compiere crudeltà del genere…?”.
Il libro torna a prendersela con l’uomo e ora ci descrive il disastro già iniziato: “Fra non molto, così, perfino gli abitanti del Süd-Tirol saranno costretti a scendere verso le città, dovranno abbandonare le case raccolte intorno ai campanili, i masi sulle fiancate dei monti. Saranno obbligati ad andarsene dai paesi e dai rustici solitari, dalle case costruite secondo i dettami di una tradizione antica, ingentilite – tutte – con profusioni di fiori davanti a ogni facciata, su qualunque balcone e sui davanzali di qualsiasi finestra. Verranno lasciate a se stesse anche le cappellette sparse qua e là su prati verdissimi nei mesi estivi, nelle aperture tra scure selve di abeti, o tra boschi di larici dai colori straordinari nella stagione autunnale; così come saranno abbandonati i crocifissi dei punti panoramici e le ‘vie crucis’ che, una stazione dopo l’altra, ancora oggi salgono verso il ghiacciaio. Nessuno potrà difendere le abitazioni, le stalle, i fontanili che gorgogliano col loro immutabile ritmo – né veloce né lento, come realmente è quello del tempo – e che d’inverno, incrostati di ghiaccio, ancora si ammutoliscono nelle ore notturne luccicando sotto la luna. Non potranno venire nemmeno in soccorso i mascheroni di legno, quei grotteschi faccioni con due o tre denti che, nel buio più nero, hanno tenuto lontani gli spiriti del male e le presenze paurose della notte.”.
Sempre si nota la bella prosa dell’autore.
Quella che descrive in seguito è una vera e propria apocalisse di distruzione e di annientamento di una civiltà. Pressoché l’avvio verso la fine del mondo. Le descrizioni si fanno asciutte, ma veementi, come un lacerante grido di dolore. È il respiro tragico dell’autore, che sta morendo con la sua amata montagna. È qui il Vangelo, è qui, in questo dolore, che stanno racchiuse la memoria e la testimonianza.
E quando infigge il bisturi nella piaga della modernità devastatrice, non ha alcuna indulgenza e penetra e scava fino in fondo: “Quei ragazzi e quelle ragazze, benché non abbiano neppure vent’anni, – almeno a mio avviso – non sono giovani perché essere giovani, secondo me, non è una questione di età ma una missione da compiere, e comporta un voto fatto a se stessi di salvaguardare la propria giovinezza, di restarle fedeli col passare del tempo e di mantenerla per tutta la vita.”.
Quando si arriva all’Epilogo, ci troviamo di fronte alle pagine forse più belle e riassuntive di questo libro: il viaggio dell’autore che, dopo aver svelato senza reticenze tutto se stesso, si avvicina al suo addio al mondo con lo zaino sulle spalle nel quale sono contenute “tutte le pene della mia esistenza.”; “Quella notte, poggiando la piccozza un passo dopo l’altro sul terreno scricchiolante, sarò solo.”.
Leggendole, ho sentito risuonare dentro di me le dolci e malinconiche note del Degüello, la ballata della morte.

La Regina

La regina del titolo è la Pania della Croce, la montagna che fa parte della catena delle Apuane e che, vista dal paese di Gallicano, lo sovrasta con la sua imponenza.
Anch’io la vedo da casa mia, possente innanzi a me, al punto che se fossi un uccello, basterebbe solo andare dritto per ritrovarmi sulla sua cima. A volte mi si nasconde a causa della foschia, a volte ha una nuvola che la circonda e la incorona, ma quando essa si staglia nel cielo azzurro, è assoluta dominatrice, una regina appunto.
L’autore, specialista delle montagne, gli dedica un libro intero; dopo che ha scritto di tante altre montagne a lui care, a questa dà un segno di rilievo e di distinzione. Come vedrete, è ad essa che consegnerà la sua vita.
Che sia una regina della catena montagnosa a cui appartiene è voce popolare, a dimostrazione che la sua bellezza e la sua immagine superba hanno conquistato il pensiero e il cuore di tutti. Non so però se ci sia mai stato un autore che le abbia dedicato un libro: “La ‘Regina’ doveva chiamarsi così. Se ne stava in disparte come chi, per innata supremazia, possiede naturalmente una capacità di dominio. Nello splendore della prima luce o in quella obliqua dei mesi autunnali o del tramonto, oppure fra le nuvole subito dopo le tempeste, si lasciava vedere a lungo o si mostrava per qualche istante come un miraggio incredibile. Rimanendo a guardarla, non si poteva capire se appartenesse unicamente al cielo, senza essere nata dalla terra e dal mare.”.
Remo è il nome del protagonista il quale indubbiamente è portatore ed espressione dell’amore di Dianda. Ha avuto un’educazione rigida. Spaventato dal peccato a causa della severa educazione impressagli dalla madre, era assiduo frequentatore della parrocchia, e il parroco il suo più importante educatore: “In tutti i modi la religione cattolica cercò di svellere da Remo il desiderio dell’uomo verso la donna.”; “Pure alla scuola elementare si cercò di scolpire nell’animo di Remo che la bellezza della donna è un cappio e lacci ne sono le mani.”.
Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, così era la società italiana, permeata da una religione ossessiva e poco indulgente. Il peccato era da evitare ad ogni costo e in giro per le parrocchie, a certe ricorrenze, si presentavano predicatori, come il domenicano padre Alberto ritratto dall’autore, che dal pulpito spaventavano i fedeli con immagini forti dell’inferno in cui i peccatori sarebbero precipitati nel giorno del giudizio universale.
Fa, in un inverno, la prima ascesa sulla Pania insieme con due amici e ne rimane affascinato: “L’arrivo in vetta, tuttavia, – dopo aver superato quelle difficoltà – la distanza dagli abitati, l’immaginare dall’alto la gente che stava nella pianura, dettero a Remo una sensazione di forza.”.
Studente, vive le palpitazioni e le inquietudini di quell’età. Una compagna di classe, Graziella, gli dedica delle attenzioni, ma è interessata di più al bel ragazzo che tutte le compagne corteggiano, Enrico, sempre allegro e di ottima compagnia. Ne è un po’ geloso.
Una sera che il ballo con Graziella non filava a dovere, e l’aveva sentita fredda nei suoi confronti, alza lo sguardo in direzione della Pania: “C’era la luna quasi piena e, vicinissima, la ‘Regina’ sembrava di vetro. Sulla cresta sommitale si disegnava l’ultima neve; esile filo bianco sotto le stelle.”.
La delusione d’amore apre uno spazio immenso alla Regina. La sua immagine si accende spesso a consolarlo e ne scopre nobiltà e bellezza.
Il racconto si snoda lungo la vita del protagonista, ne narra speranze e delusioni, sacrifici e mortificazioni, affinché restino le tracce del percorso che lo condurrà a lei.
È più la delusione che la speranza a farla da padrona: “sarebbe stato meglio non fosse mai nato, perché si viene al mondo per soffrire e morire.”.
Remo decifra la realtà, traendone soltanto motivi di lagnanza. La vita è monotona e già segnata dalla morte.
Impara a sciare e fa la sua prima discesa dalla cima della Regina: “Quella prima escursione con gli sci dette a Remo una frustata di vita.”.
L’immagine della Pania della Croce s’incunea a poco a poco nella vita di Remo e, se tutto il resto sembra svolgersi in primo piano, di essa costantemente si avverte il refolo ristoratore.
Enrico non sposa Graziella, bensì la ricca Paola e giorni dopo Remo sale sulla maestosa Regina. Sembra voler mescolare Graziella a quelle nevi: “Non sarebbe più andato in cerca di una donna. A nessun’altra avrebbe più rivolto parole d’amore. Meno che mai si sarebbe prestato al gioco della Volontà della specie, avente come unico fine il moltiplicarsi della comune stirpe degli uomini. Mantenersi casto sarebbe stata una forma superiore di virilità, per tradire Graziella col suo ideale irraggiungibile. L’avrebbe avuta vicina dovunque si fosse trovata. Restare fedele a chi aveva tradito!… Nemmeno Cristo con Giuda ne era stato capace.”.
La vita di Remo è frutto di una scelta che si pone a supremazia di ogni altra, al modo della sua amata montagna, nata per essere Regina.
Entrambe sono rappresentazioni di purezza e di predominio: “Il sapersi libero, infine, da ogni impedimento di tipo sentimentale, quel sentirsi saldo di fronte alle faccende affettive che complicavano la vita degli altri, gli davano la consapevolezza di appartenere a una piccola schiera differenziata, guerriera e religiosa allo stesso tempo; neanche fosse stato assegnato a un reparto speciale di guardia a una cittadella inespugnabile o a una sorta di legione ascetica e selezionata di votati all’eroismo e alla lotta.”.
È un romanzo che si libera delle scorie del pensiero, le mette a fuoco e ne fa cenere. Attraverso una tale operazione l’intera società evidenzia la sua dabbenaggine e la sua pochezza.
Esso pare suggerirci che solo lontano dagli uomini, nella solitudine di una vetta regina, tutto si mostra così com’è realmente, rivelandosi confuso e opinabile.
Le pagine che rievocano la guerra partigiana e le sanguinose vendette che ne seguirono a partire dall’8 settembre 1943 ne sono una conferma. Più si immerge il capo nella realtà, più se ne esce frastornati e inorriditi.
La società è inguardabile, finita in mano a “Cialtroni, assetati di quattrini e di protagonismo, dominati dal bisogno di lasciare un segno qualsiasi della propria esistenza per emergere dalla massa anonima e disperata del mondo attuale”.
Remo ora fa il giornalista e gode della stima del suo direttore, che gli consente di spaziare nel lavoro di indagine, e cerca di difenderlo ogni qualvolta viene messo in croce dall’opinione pubblica, scandalizzata dalle sue accuse.
Dianda, attraverso il suo protagonista, si fa ancora una volta coscienza critica. Non manca mai nei suoi libri di scagliarsi contro quelli che considera gli abomini della società moderna, rilevandone con ira gli scostamenti dalla tradizione, spregiata dall’egoismo personale e dall’opportunismo sociale: “Ma dove si andava? Verso quale deserto? Se il mostruoso diventava normale, voleva dire che la normalità era fatta di mostri.”.
A mano a mano che la società lo delude ed irrita, il rifugiarsi sulle pendici innevate della sua Regina, lo purifica da miserie e rancori. Una pista nuova da lui scoperta e percorsa avrà il nome di Graziella che, sempre più, perde la sua carnalità per trasformarsi in un unicum con la montagna attraverso una specie di osmosi spirituale: “Nessuno poteva immaginare che la trasfigurazione del corpo di Graziella gli si era impressa nell’anima in maniera beatifica e dolorosa, divenendo la versione elitaria di una fede nella forza misteriosa governante l’universo.”.
È in questo miracoloso contesto che trova momenti di felicità: “In quei momenti gli era parso che, se non stava alzandosi in volo, non dipendeva dal fatto di non possedere le ali ma dal godimento di una leggerezza e di un’armonia superiori. Allora doveva fermarsi, e non soltanto per dominare il respiro ma anche per sincerarsi di non appartenere alla schiera degli angeli.”.

La Pania della Croce si fa ora dominatrice assoluta. Nonostante la sua presenza sia rimasta fino a questo momento leggera e trasparente tra le pagine del romanzo, essa si fa sempre più penetrante e visibile quale simbolo di una purezza che la società moderna ha perduto. Ad ogni rilievo critico, essa appare in controluce, come un’oasi di ristoro e di rigenerazione: “In certe giornate, dalle pendici della ‘Regina’, specialmente d’autunno o d’inverno quando l’alta pressione schiacciava al suolo tutte le nebbie, la pianura e il litorale restavano sepolti sotto un miasma inquinato. Là dentro c’erano gli scarichi delle automobili e delle ciminiere, le esalazioni delle autostrade, delle discariche, delle fungaie dei camini: una caligine indefinibile sopra gente che si chiamava senza più riuscire a sentirsi, che si spostava nella preoccupazione di non arrivare. Saliva lassù con un ronzio forte e silenzioso.”.
Rischia, tuttavia, anch’essa di essere contaminata da chi si serve della montagna per scopi utilitaristici del tipo delle scampagnate chiassose e sguaiate che lasciano un segno di disordine e di offesa: “Il prato sotto il rifugio, alla fine di agosto, era stato rinsecchito da quelli venuti lassù per una o due ore, curiosando. Spesso il vento alzava mulinelli di polvere con qualche cartaccia abbandonata, e non si sentiva più soffiare come quando passava sull’erba a fare compagnia. Tutto si sfaceva in un appiccicoso sudario e, anche se non c’era nessuno, pareva sempre che stesse per farci sobbalzare una risata.”.
Remo, perciò, è geloso della ‘Regina’”, divenuta per lui l’ultima àncora di salvezza, cedendo la quale tutto sarebbe andato perduto. Ne osserva i tentativi di ridurla a serva delle esigenze consumistiche, ne prova dolore e si incattivisce nel condannarli.
La montagna incombe su Remo; di lei ha bisogno come dell’ossigeno. Ha momenti di sbandamento sentimentale, infatti; come ogni uomo pure lui patisce il fascino femminile. A Graziella, dopo essere stato respinto, aveva offerto la sua purezza; ora un’altra giovane, Manuela, lo insidia. Remo non è immune dalle malizie del mondo e vi si smarrisce tra il cedere e il resistere: “Manuela era un miraggio. Un imbroglio della mente per sognare un’ultima possibilità, dopo una giovinezza perduta.”.
La vita terrena è solo sconforto e delusione. Il pessimismo dell’autore si fa distruttivo. Niente che appartenga al genere umano, perfino una bella donna, è in grado di fermare la degradazione della specie, ormai destinata allo sgretolamento e alla fine: “Chissà se adesso gli rimaneva la forza per non ammainare bandiera, quella forza che a volte dà l’aver sofferto e il coraggio per non sperare più… Chissà se, nel deserto che avanzava anno dopo anno, gli restava un po’ di tenacia per continuare, nonostante tutto, a sopravvivervi…”.
Solo la Regina può dargli e dare quiete: “Tra poco avrebbero parlato le cose che di giorno rimangono mute. Sembrava che in mezzo al silenzio, dalla quiete dei boschi, dalle spaccature dei grandi tavolati di pietra, o di là dalle creste che nascondevano il mare stessero per giungere echi di parole lontane.”.
In lui, su quella montagna tanto amata, si mette in moto una pulsione catartica che, nel momento in cui riproduce i frammenti di una realtà degradata, li sanifica e lo mette finalmente in pace con se stesso: “Spesso, in passato, le si era rivolto sapendo che di lassù sarebbe venuto un aiuto. Gli aveva dato sempre la forza di resistere nei momenti difficili. L’aveva aiutato a capire che era ancora troppo attaccato alla vita per mettersi a mendicarla.”.
È un romanzo di pensiero, di denuncia e di riflessioni, più che un romanzo di azione. Il lettore è messo di fronte a situazioni di turbamento che necessitano di una chiave di lettura e di uno svolgimento per i quali Dianda lo invita a collaborare.
Il protagonista nell’interrogare se stesso si trasforma in ciascuno di noi e ci trasferisce i pesi e i drammi dell’esistenza dai quali ci si può salvare solo ricercando nella natura gli spazi eterni di quella quiete che non è mai fuggita, ma si è sempre resa disponibile a colui che l’avesse cercata: “Lui, vi si era sempre diretto come a un incantesimo, per trovarvi quella santità da stilita che hanno alcuni alpinisti e i marinai della punta del molo. “; “La neve sembrava portasse sulla terra la melodia di costellazioni invisibili. Una neve meravigliosa e fredda. Un miracolo. Un regalo dal Cielo.”; “Soprattutto gli sarebbe piaciuto finire la vita in montagna. In uno dei grandi valloni della ‘sua’ Regina. Magari, durante una tormenta di neve. Gli sarebbe piaciuto andarsene in un momento così. Da signore. Senza che se ne accorgesse nessuno. Ci aveva pensato più volte. Quella vittoria lo avrebbe riscattato. La neve si sarebbe posata sopra di lui come un sudario, e il suo spirito sarebbe rimasto lassù, nella neve; e poi, d’estate, nell’erba e nei fiori della grande montagna, e di nuovo nella pioggia e nel gelo.”.
Ed è proprio alla “Regina” che consegnerà, infine, la sua vita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart