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E ora gli alfaniani scoprono la “sòla”

14 Dicembre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 14 dicembre 2013)

E la stabilità di Governo? Ed il bene del Paese? Tutto superato, tutto dimenticato. Di fronte al passaggio della riforma elettorale dal Senato alla Camera concordato da Grasso e Boldrini in ossequio alla richiesta di Renzi di accelerare i tempi della riforma sfruttando a Montecitorio il peso dei deputati Pd, il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano ha apertamente minacciato la crisi. Cioè si è comportato come aveva fatto il Pdl quando era ancora unito, al tempo in cui pretendeva che stare insieme con il Pd e Scelta Civica nella maggioranza rendesse impossibile agli alleati di tentare di liquidare per via giudiziaria il loro leader Silvio Berlusconi.

La scissione, per chi lo avesse dimenticato, si è realizzata proprio su questo punto. I lealisti hanno continuato a sostenere che non si può stare in maggioranza con chi ti vuole ammazzare il leader. Gli alfaniani hanno invece stabilito che il bene del Paese inteso come stabilità di Governo è superiore all’interesse di parte rappresentato dalla lealtà verso il proprio leader. Ed hanno formato un nuovo partito che però adesso, ad appena un mese dalla dolorosa scissione, minaccia la crisi di governo se il Pd volesse realizzare alla Camera un blitz sulla legge elettorale puntando su un sistema maggioritario destinato a dare stabilità al bipolarismo ed a togliere spazio politico alle formazioni neo-centriste. Insomma, il bene del Paese valeva per consentire alla sinistra di espellere dal Parlamento Berlusconi.

Ma non vale adesso che il Pd, nella nuova versione renziana, ha deciso di mandare di traverso lo spumante con cui i proporzionalisti centristi hanno brindato alla sentenza della Corte Costituzionale e punta ad una riforma destinata a cancellare ogni vaga speranza di restaurazione della Prima Repubblica. La contraddizione è fin troppo evidente. Ma è anche comprensibile. Perché Angelino Alfano, Gaetano Quagliariello e tutti gli altri scissionisti del Nuovo Centrodestra sono perfettamente consapevoli che sulla partita della legge elettorale si gioca la loro sopravvivenza politica. Un sistema fortemente bipolare, come potrebbe essere un Mattarellum senza la quota proporzionale, li condannerebbe o a rifluire verso Forza Italia o ad entrare a far parte di un grande rassemblement di centrodestra dominato ancora una volta dal Cavaliere.

Non ci sarebbe una terza alternativa. Perché non ci sarebbe spazio politico per le formazioni di stampo centrista. Si capisce, allora, perché dopo aver denunciato i pericoli di crisi quando li agitavano i lealisti berlusconiani, gli alfaniani abbiano reagito all’accelerazione di Renzi minacciando a loro volta la crisi di governo con la stessa motivazione usata dai loro ex amici. Ciò che non si riesce a comprendere, però, è come mai gente esperta come Alfano, Quagliariello e Cicchitto non abbiano messo in conto al momento della scissione che il nuovo segretario del Pd, qualunque fosse stato, avrebbe avuto come obiettivo prioritario quello di liberare il Governo dai condizionamenti delle larghe intese sia pure trasformate in piccole intese.

Ed avrebbe puntato a mettere in difficoltà, usando l’arma della nuova legge elettorale, le formazioni neo-centriste nate dalle spaccature del Pdl e di Scelta Civica. Chi ha assicurato loro che il Pd li avrebbe garantiti con un qualche ritorno al proporzionalismo destinato a renderli intoccabili come i partiti minori di area centrista della Prima Repubblica? È stato Enrico Letta? È stato Giorgio Napolitano? I diretti interessati conoscono la risposta. Ed oggi sanno pure che chiunque sia stato ha dato loro una bella “sòla” (termine romanesco per dire fregatura)!
________________
(Il Paese ha bisogno di milioni e milioni di Artuto Diaconale. Eppure si cerca di tacitare anche questa voce, costringendolo a chiudere, dopo il giornale cartaceo, anche il quotidiano web. E ciò che ci rende TUTTI colpevoli è che nessuno lo aiuti. Diaconale è un gigante rispetto agli Scalfari, ai Valentini, ai Giannini, ai Pierluigi Battista, ai Franco Massimo, agli Antonio Polito, ai Breda, ai Marcello Sorgi, ed altri di una lista che sarebbe lunga e tediosa, i quali quasi mai sono comunicatori di idee proprie, ma prese in prestito. Da chi? Fatti loro, ovviamente, ma i loro articoli mandano una puzza rivoltante.
Diaconale si domanda da chi gli ingenui alfaniani abbiano preso la sòla. Ma dallo stesso che l’ha data, e più di una volta, a Berlusconi, il poco illustre successore dei Savoia alla Scala di Milano (i quali Savoia almeno sposarono, alla fine, pur tra mille goffaggini, l’idea del Risorgimento), contento solo degli applausi e insofferente alle critiche del popolo che soffre la fame.
bdm)


Solo il voto popolare per riavere credibilità
di Titta Sgromo
(da “L’Opinione”, 14 dicembre 2013)

Caro Feltri, il suo mal riposto entusiasmo per la vittoria di Renzi coincide con quello di tante signore (compresa mia moglie) che non vedevano l’ora di andare a votare (loro donne di destra) per il giovane rampante sindaco di Firenze nella speranza del rinnovamento. Senonché in Italia c’è tanta gente ed è la maggioranza, come me, che ogni qualvolta si annuncia una novità nel settore politico di sinistra inizialmente diffida per avere successivamente la prova che aveva ragione.

Quanto sostengo avviene da quando i comunisti, che sono sempre gli stessi, hanno teso la mano ai cosiddetti Democristiani di sinistra, cioè dall’epoca del compromesso storico voluto da Moro. Non sono pertanto più comunisti ma catto-comunisti, che possiedono prestigiose ville in Toscana, da Capalbio a Cetona, a Cortona, meglio che sulle colline del Chianti o su quelle di Fiesole, e che oltre al caviale mangiano bistecche di mucca chianina, il tutto accompagnato da un magnifico Montepulciano o il Chianti, per non parlare del famoso Brunello di Montalcino. A questa razza politica appartiene il giovane Renzi che, cresciuto al pari del chierichetto Alfano in qualche parrocchia, ha pensato bene che nella sua regione rossa affievolita dal Bianco Fiore avrebbe potuto – combattendo l’apparato catto-comunista – convincere la gente che la sinistra è diversa da quella solita per dedicarsi ai giovani ed a quei vecchi stufi da tempo di sentir parlare di D’Alema o della Bindi. In parole povere, un “furbastro”, del tipo di quelli che un celebre giornalista sportivo definiva un tempo “furbetti di tre cotte”.

Occupato il posto di segretario del Pd, ossequiato il monarca Napolitano ed il premier Letta, al Cavaliere si è dato subito da fare, contrariamente a quanto predicava giornalmente assicurando l’appoggio al Governo del nulla o meglio del rinvio, limitandosi ad avvertire il chierichetto Alfano sulla necessità di approvare una legge elettorale utile a consentire al popolo italiano di scegliere da chi essere governati, ma con comodo, giusto il tempo di distruggere definitivamente l’Italia sull’orlo del baratro. Tutto normale, il Governo ha ottenuto la fiducia sul vergognoso Patto di Stabilità e si prepara a consegnare agli italiani un Natale triste, con una sola incognita, la possibilità di una rivolta seria da parte di giovani e vecchi imprenditori che non sopportano le continue prese in giro dei signori della politica che identificano la protesta legittima di gente esasperata con la espressione generica “populismo”, definendola eversiva e pericolosa per le istituzioni democratiche.

Alfano addirittura definisce le manifestazioni di Torino e di Genova frutto di una “deriva ribellistica”. Una volta la lingua italiana era considerata un lingua perfetta, per cui, per essere buoni nei confronti di chi l’ha pronunciata, possiamo dire che ha usato un neologismo, neologismo che non ha alcun fondamento se si ha, con onestà intellettuale, il coraggio di definire legittima non solo la manifestazione ma anche la ribellione contro le istituzioni a condizione che non siano violente. Da quanto riferiscono i giornali e le televisioni non trattasi di manifestazioni sediziose tendenti a turbare l’ordine costituito, ma di manifestazioni con le quali le istituzioni sono chiamate ad adempiere ai doveri per i quali sono state create, nel tentativo di affrontare e risolvere i problemi impellenti della gente. Viceversa tirano a campare, promettendo una ripresa economica che non c’è.

Il ministro Saccomanni, il solito burocrate è il primo responsabile di tutto ciò, così come Letta che, quando dichiara che c’è bisogno di tempo per le riforme, non fa altro che irritare la gente che è già alla disperazione e non crede più alla politica. Altro che populismo, trattasi di un legittimo attacco alla politica ed ai politici proprio nel tentativo di dare, con il cambiamento indispensabile che solo il voto popolare può determinare, credibilità ad un sistema democratico le cui regole ormai sono vecchie e superate. Chi si barrica nel fortino per difendere i propri interessi ed i privilegi acquisiti nel tempo non può più far parte dell’Italia nuova, quella Italia che, grazie a questi signori ha perso ogni credibilità all’estero (marò e tifosi laziali insegnano) e che vorrebbe svegliarsi dal torpore nel quale c’è l’hanno messa Letta, Alfano ed il regista di tutto ciò: Re Giorgio. E per cortesia non si strumentalizzi il gesto dei poliziotti che si sono tolti il casco, avendo quel gesto un’unica interpretazione: “Siamo disperati come voi!”.


Le telefonate tra Esposito e il legale finito in cella per mafia
di Carlo Macrì
(dal “Corriere della Sera”, 14 dicembre 2013)

SCALEA (Cosenza) – Telefonate, sms, cene, confidenze, raccomandazioni, consigli. Si vedevano e si sentivano spesso il giudice Antonio Esposito e l’avvocato Mario Nocito, in carcere per associazione mafiosa e corruzione nell’ambito dell’inchiesta «Plinius» che a luglio scorso ha portato in carcere anche il sindaco di Scalea Pasquale Basile e cinque assessori. Tra il giudice che ha condannato in Cassazione Silvio Berlusconi al processo «Mediaset» e l’avvocato Nocito, indicato dal Riesame come il «deus ex machina» del patto politico-mafioso a Scalea, c’era un’amicizia solida, tant’è che il presidente di sezione della Cassazione non si negava mai al telefono ed era sempre a disposizione di Nocito. L’occasione giusta per vedersi era una tavolata con amici che si passavano gli inviti attraverso un sms. Come quello del 22 ottobre 2010. Parte dal telefonino di un commercialista ed è diretto all’ex sindaco Basile. «Cena al ristorante ci saranno il presidente Esposito e sto per chiamare Mario Nocito».

Qualche giorno dopo un imprenditore chiama Basile e gli comunica che ha telefonato al presidente parlando della possibilità di vederlo a pranzo a Sapri. Il giudice Esposito era sempre prodigo di consigli ogni volta che l’avvocato del boss Pietro Valenti gli chiedeva soluzioni a problemi, fossero personali o di natura politica. Nulla di penalmente rilevante, almeno da quello che si evince dalle 29 mila pagine di trascrizioni telefoniche operate dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza. Al processo contro Nocito, Basile e i componenti dell’amministrazione comunale il giudice Esposito è stato chiamato a deporre come testimone.

A Scalea, comune commissariato per mafia, dopo l’esito dell’inchiesta «Plinius», il giudice Esposito era di casa. Scendeva spesso nei weekend e si incontrava a cena oltre che con l’avvocato Nocito, anche con l’ex sindaco Basile, difeso in questa inchiesta dai legali Vincenzo Adamo e Marina Pasqua. Negli ultimi tempi, però, il giudice ha avuto qualche risentimento nei confronti dell’ex primo cittadino. La trascrizione dell’intercettazione del 9 maggio 2013 lo dimostra. Mario Nocito si trova a Roma e lo fa sapere al giudice con una telefonata. Il giudice gli chiede se lui è in buoni rapporti con il sindaco di Scalea, «che sta facendo una serie di scorrettezze in merito alla gestione dei locali. Mario (Nocito, ndr ) dice che non è in buoni rapporti e che ha saputo dei casini che sta combinando con quei locali in comodato al presidente. Il presidente (Esposito, ndr ) dice che Basile ha fatto una delibera per assegnare i locali a Mingrone e non li ha avvisati di questa cosa ed è uno scostumato. Perché anche se la convenzione era scaduta a marzo lui era andato per rinnovarla e lui si è negato».
In precedenza però il rapporto con l’ex sindaco era stato abbastanza cordiale. Lo dimostra anche in questo caso un’intercettazione.

L’avvocato Nocito chiama Pasquale Basile. «A pranzo con il presidente partecipano anche le famiglie». E Basile: «Non so se mia moglie può venire. Gli farò sapere più tardi al presidente». Addirittura dalla trascrizione della telefonata del 19 gennaio 2011 sembrerebbe che l’ex sindaco Basile avanzi un’esplicita richiesta al giudice: costruire nuovi penitenziari nell’Alto Tirreno cosentino. L’ex sindaco riferisce la risposta di Esposito a un amico: «Il presidente ha detto che neanche Ionta (Franco Ionta, all’epoca direttore del Dap, ndr ) può fare niente e bisogna parlare con Alfano».

Le trascrizioni telefoniche consentono di evidenziare come l’avvocato Nocito avesse tutto l’interesse a tenersi stretta l’amicizia con il giudice Esposito. Tanto che con un amico commenta. «Al presidente abbiamo dato l’Università telematica a Scalea». E scappa anche qualche favore da chiedere al presidente. Come in occasione della bocciatura del figlio Pierpaolo al concorso in magistratura. L’avvocato chiede consigli al presidente telefonandogli in Cassazione. Antonio Esposito gli dice di fare andare suo figlio da lui il giorno dopo. Nella telefonata del 28 luglio 2011 i carabinieri ascoltano quello che Pierpaolo dice al padre, dopo la visita al giudice. «Il presidente mi ha suggerito di aspettare per la discussione del ricorso circa la bocciatura all’esame di magistratura».


Ora Renzi sente aria di urne e il governo inizia a tremare
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 14 dicembre 2013)

Roma – Finalmente, il congresso più lungo del mondo (in realtà dura dalle primarie del 2012, prima tappa della lunga marcia di Matteo Renzi) si è chiuso.
Ieri mattina Gianni Cuperlo ha ceduto al corteggiamento del neo-segretario, e soprattutto alle pressioni che venivano dalla sua area, ansiosa di salire a bordo del vascello renziano, e ha accettato di fare il presidente dell’assemblea Pd. Ruolo di per sé poco impegnativo (la sterminata assemblea viene riunita se va bene due volte l’anno) ma politicamente significativo, come dimostra il precedente Bindi. E che sancisce – come voleva Renzi – la pacificazione interna e il definitivo ricambio di classe dirigente del Pd: via i vecchi, largo ai giovani che si sono sì combattuti alle primarie, ma che condividono la voglia di «lavorare tutti insieme per un nuovo Pd», come dice un altro candidato delle primarie, Gianni Pittella. Lasciandosi alle spalle la vecchia guardia Pci-Dc.

D’altronde conviene a tutti allearsi con Renzi: i primi effetti del cambio di marcia già si manifestano in consenso sonante, sia pur virtuale: Swg segnalava ieri per il Pd un balzo avanti di sei punti in una settimana, dal 29,6% al 35,6%; e un centrosinistra oltre il 40%. Roba che non si vedeva da anni. E che spaventa molti, soprattutto dalle parti del governo. Dove sono in tanti a sospettare che quella forza propulsiva Renzi la voglia investire prima possibile, in barba al totem della «stabilità».

Tra il Pd di Renzi e l’esecutivo Letta-Alfano si è scatenata la competizione, una gara di sgambetti reciproci. Il brusco trasferimento dalla palude di Palazzo Madama a Montecitorio della legge elettorale ha fatto saltare i nervi al Ncd, che – dopo aver minacciato sfracelli e crisi di governo ad horas – accusa il sindaco di Firenze, per bocca di Gaetano Quagliariello, di non volere «alcuna vera riforma», ma di avere solo «la segreta tentazione di varare in fretta una leggina di correzione del Porcellum per precipitarsi a votare». La paura – fondata – è che, nonostante le rassicurazioni di Letta e di Napolitano, il leader del Pd non abbia alcuna intenzione di acconciarsi a estenuanti trattative con gli alfaniani, che hanno tutto l’interesse a tirare più in lungo possibile l’iter delle riforme per allontanare il voto (puntando a tenersi il sistema iper-proporzionale uscito dalla Consulta, l’unico che «ci salverebbe» come ha detto Alfano ai suoi), e sia pronto a forzare i confini della maggioranza per ottenere il famoso «sindaco d’Italia». Che, a sentire Maria Elena Boschi – renziana di ferro con delega alle Riforme – è «il maggioritario a turno unico in vigore nei Comuni sotto i 15mila abitanti, senza ballottaggio se non nei casi di parità assoluta». Sta di fatto che, all’assemblea Pd di domenica Matteo Renzi dirà (probabilmente davanti allo stesso Letta) parole molto chiare su riforme e legge elettorale, nonchè sui tempi celeri da rispettare. E sulla sua relazione chiederà il voto della platea, vincolando l’intero Pd a rispettarle e mettendo sul tavolo del governo il suo peso da azionista di maggioranza.

Difficile non vedere nella mossa a sorpresa di Letta ieri, il decreto per abolire (dal 2017) il finanziamento pubblico, un tentativo di sgambetto a Renzi: anticiparne le mosse (il sindaco aveva annunciato una «sorpresina» a Grillo sul finanziamento pubblico) per attribuirne il merito al governo. «Ma è chiaro a tutti che il merito è di Matteo, e che il governo fino a ieri ha dormito della grossa: se ora si sveglia e inizia a fare qualcosa, tanto di guadagnato per tutti», dice uno dei colonnelli del sindaco. Che già studia la prossima mossa per incalzare il governo e costringerlo alla rincorsa: il Jobs Act per il rilancio dell’occupazione.


Vari articoli sul finanziamento ai partiti
(da “Dagospia”, 14 dicembre 2013)

1. NON È ANCORA UN VERO ADDIO
Mariolina Sesto per “Il Sole 24 Ore”

Nel 2014 i partiti potranno contare su 91 milioni di fondi pubblici: neppure un euro in meno rispetto al 2013. Idem nel 2015. Le risorse cominceranno a calare nel 2016: 77,35 milioni. Dal 2017 in poi le forze politiche avranno a disposizione poco più di 70 milioni. Il decreto sui rimborsi ai partiti varato ieri dal Governo non è un addio ai finanziamenti statali.
Dal 2017, quando spariranno i soldi che lo Stato versa nelle casse dei partiti in base ai voti ricevuti alle politiche, rimarranno in piedi i fondi destinati alla copertura del due per mille e quelli per gli sgravi sulle donazioni dei privati.

IL FINANZIAMENTO INDIRETTO
Cosa cambia allora con questo decreto che riprende pari pari i contenuti del Ddl approvato alla Camera il 16 ottobre? In buona misura si passa da un finanziamento pubblico diretto (quello dei rimborsi elettorali: tanti voti prendo, tanti soldi incasso dallo Stato) a un finanziamento pubblico indiretto: lo Stato finanzia i partiti attraverso il 2 per mille che i cittadini decidono (o non decidono) di versare loro e attraverso le laute detrazioni fiscali concesse a privati e società che vogliano effettuare erogazioni liberali o fidejussioni alle forze politiche.

I RISPARMI RESTANO AI PARTITI
Questo meccanismo potrebbe innescare l’effetto benefico di partiti che per poter sopravvivere si avvicinino di più ai cittadini. Ma, stando al testo del decreto, i partiti si sono costruiti un paracadute assai ampio. Sono infatti stabilite a priori delle “poste” cospicue sia per la copertura delle detrazioni sulle donazioni, sia per quella del due per mille, sia per gli ammortizzatori sociali ai dipendenti dei partiti. Finanziamenti che – dice il testo – anche in caso di mancato utilizzo restano allocate in un fondo che si preserva negli anni. Un espediente quanto meno sospetto che già il servizio studi della Camera censurò quando il Ddl venne presentato in Parlamento il 5 giugno.

«Potrebbe risultare opportuno – scrissero i tecnici di Montecitorio – limitare la conservazione delle risorse residue al solo esercizio successivo». Così non è stato fatto, e se si sommano le “poste” relative a detrazioni, due per mille e ammortizzatori, i partiti cominciano a perdere qualche euro solo dal 2016 e dal 2017 hanno ancora a disposizione oltre 70 milioni di fondi pubblici. Come dire: a prescindere dai fondi che arriveranno (o non arriveranno) dai cittadini, i partiti si sono messi da parte dei fondi che solo nei prossimi anni vedremo come saranno usati.

FONDI DIRETTI ADDIO
Il decreto prevede un regime transitorio con una progressiva riduzione della contribuzione pubblica diretta con un taglio ai rimborsi pari al 25% nel 2014, 50% nel 2015, 75% nel 2016. Dal 2017 il finanziamento pubblico diretto cessa del tutto. Al contempo si prevede un duplice canale di sostegno fondato sulle libere scelte dei cittadini e destinato ai soli partiti politici che rispettino rigorosi requisiti di trasparenza e democrazia interna

DONAZIONI E DUE PER MILLE
Dal 2014 le erogazioni liberali effettuate dai cittadini a favore dei partiti beneficeranno della detrazione del 37% per gli importi compresi tra 30 e 20mila euro annui e del 26% per gli importi compresi 20.001 e 70mila euro. È prevista inoltre una ulteriore detrazione del 75%, fino a un massimo di 750 euro annui, per le spese sostenute per la partecipazione a scuole o corsi di formazione politica. È prevista inoltre la destinazione volontaria del 2 per mille dell’Irpef. Il contribuente può destinare il 2 per mille della “propria” imposta sul reddito a favore delle organizzazioni politiche, indicando il partito cui attribuire tali risorse.

Sono, inoltre, introdotti limiti alla contribuzione privata diretta: per le persone fisiche, la soglia (per erogazioni in denaro o contributi in beni e servizi comunque prestati) è di 300.000 euro annui, nel limite concorrente pari al 15% nel 2014, al 10% nel 2015, al 5% dal 2016, dei proventi iscritti nel conto economico del partito, risultanti in sede di rendicontazione; per la contribuzione diretta da parte di soggetti diversi dalle persone fisiche, la soglia è di 200.000 euro annui. In caso di violazione delle soglie per la contribuzione diretta privata si applica la sanzione amministrativa pari al doppio dell’eccedenza di quanto corrisposto, rispetto alla soglia; la sanzione è inflitta sia all’erogatore sia al partito percettore.

2. TESORIERI CHIAMATI ALL’ULTIMA RESISTENZA
Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera”

I tesorieri dei partiti l’hanno presa male. Già a giugno, lanciarono l’allarme e agitarono lo spettro dei licenziamenti e della cassa integrazione. Sei mesi dopo, l’accelerazione voluta dal capo del governo ha riacceso la preoccupazione per il futuro.

«Non parlo, non dico nulla sul decreto, scriva pure che non me ne importa un bel niente!». Per il senatore Ugo Sposetti non è stata una bella giornata. Lo storico tesoriere dei Ds è convinto che la legge che abolisce i rimborsi sia la morte della politica e non ha alcuna voglia di commentare il blitz del presidente del Consiglio: «Non mi va di fare la parte dell’ultimo giapponese nella giungla… La mia idea è che la politica ha un costo e mi sono anche stancato di ripeterla».

I cassieri dei partiti l’hanno presa male, sin dall’inizio. Già a giugno, quando Letta presentò il disegno di legge, i tesorieri lanciarono l’allarme e agitarono lo spettro dei licenziamenti e della cassa integrazione. Sei mesi dopo, l’accelerazione voluta dal capo del governo ha riacceso la preoccupazione per il futuro. Maurizio Bianconi, segretario amministrativo del Pdl ora in Forza Italia, è così arrabbiato che non riesce a dirlo senza insultare: «Soltanto il turpiloquio può descrivere il comportamento di questo nuncius di sciocchezze che è Enrico Letta, un vero cazzaro». Piano onorevole, sta parlando del presidente del Consiglio.

«Lui e Renzi ci prendono per i fondelli. C’è l’imbroglio, lo Stato non risparmierà un euro». Forza Italia come farà? «Sarà una forza politica senza soldi, una tartaruga itinerante». E i dipendenti? «Ne ho già licenziati un po’, poveretti. Il direttore amministrativo mi ha portato un’altra lista che faceva paura, ma io non ho firmato nulla. I dipendenti non puoi tirarli nelle fogne di Roma e tirare lo sciacquone. Combatteremo e vediamo chi vince».

I berlusconiani sperano di fare asse con Grillo (che è anche tesoriere del M5S), il che però non basterà a fermare il decreto. La nuova maggioranza senza Berlusconi ha i numeri per farlo passare, ma difficilmente il testo arriverà in porto così com’è. Il Pd approva. Per il tesoriere uscente Antonio Misiani «l’impianto è condivisibile» e il decreto sarà convertito senza incidenti. Ma qualche modifica la chiedono anche i democratici: «Il Parlamento avrà tempo e modo di approfondire ulteriormente le norme».

Da lunedì le mani nel forziere del Nazareno potrà metterle solo il renziano Francesco Bonifazi, che domenica prenderà ufficialmente il posto di Misiani. I due deputati si sono incontrati e il passaggio di consegne è stato soft, ma i problemi non mancano. Renzi sa bene che il partito, da qui a tre anni, sarà costretto a una riorganizzazione profonda perché la riduzione delle risorse sarà drastica.

«Chi viene dopo deve tagliare», è andato ripetendo Misiani per settimane. Dove tagliare vuol dire ridurre il soccorso all’Unità – di cui il partito acquista copie e pubblicità – rassegnarsi a mandare in cassa integrazione parte dei quasi 200 dipendenti. E, con calma, traslocare dal Nazareno (che costa 600 mila euro l’anno) in una sede più piccola e meno scenografica. Quanto al quotidiano Europa il direttore, Stefano Menichini, taglia corto: «Noi non siamo in carico al Pd».

Le opposizioni protestano. Nichi Vendola era stato tra i primi a criticare il provvedimento e il tesoriere di Sel, Sergio Boccadutri, ne fa un questione di democrazia. Sostiene che il decreto «è una cosa molto grave», perché i partiti che godono di forti finanziamenti da pochi soggetti potranno spendere molti fondi in campagna elettorale, mentre chi riceve piccoli contributi da molte persone non avrà accesso alla rappresentanza: «Il che lede l’articolo 3 della Costituzione, comma 2. Noi siamo francescani, ma come faremo a contrastare il governo senza risorse? Non possono essere i privati a decidere chi può far politica e chi no».

C’è anche chi è contento. Mario Monti è l’inventore della «sobrietà» in politica e il suo cassiere Gianfranco Librandi esulta, convinto persino che i partiti riusciranno a raccogliere col nuovo sistema quanto hanno preso fino a oggi dallo Stato: «Basta un buon tesoriere e il gioco è fatto. A me il decreto piace, alla Camera però dovremo modificare alcuni punti, mettere un tetto più alto per le aziende e più basso per le persone fisiche». E i debiti di Scelta civica? «Due milioni e quattrocentomila euro, ma li stiamo pagando e il prossimo anno li avremo azzerati. Siamo molto oculati, noi…».

3. L. ELETTORALE: RENZI A SORPRESA IN CONFERENZA CON GIACHETTI
(AGI) – E’ comparso a sorpresa nella sede del Pd di Largo del Nazzareno per portare il suo abbraccio a Roberto Giachetti n el giorno in cui il vicepresidente della Camera annuncia la sospensione dello sciopero della fame iniziato il 7 ottobre per chiedere lo spostamento della legge elettorale alla Camera. Matteo Renzi spiazza cosi cameraman e fotografi e compare nella sala dell’ultimo piano del palazzo in giacca e jeans: “Oggi parla Giachetti”, avverte subito e si siede in prima fila ad ascoltare le ragioni dell’esponente Pd.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart