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Erasmo da Rotterdam

30 Dicembre 2020

Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam

(del 1973, inedito)

Egli non concepì quell’atto che certamente lo avrebbe collocato tra gli uomini più grandi di ogni tempo.

Il nome di Erasmo colpisce l’orecchio dello studioso suggestivamente e suscita rispetto; se andiamo però a leggere le sue opere, riceviamo una grossa delusione sul piano dei contenuti, poiché esse non ci dicono niente che il nostro tempo non abbia già accolto e superato; ammiriamo certamente lo stile e l’arguzia dell’autore, ma tutto sembra restare circoscritto a questo, Diciamo subito che Erasmo è uno di quegli uomini che formano tutt’uno col secolo che li esprime, al quale danno, a mo’ di vivificante fiammata, tutto se stessi. A differenza dei cosiddetti ‘sommi’ uomini, i quali superando il proprio tempo (durante il quale molto spesso non sono compresi) si inastano con la sola purezza del proprio pensiero nel tronco dell’universale, Erasmo brilla di grandezza se raffrontato al tempo in cui visse.
Niente di universale è in lui, che possa cioè ricondurci a ciò, e ritrovarsi in ciò che siamo oggi, ma nel suo secolo egli fu un efficace mortificatore dei pregiudizi, delle vanità, dei nonsensi, che turbavano la vita ed i costumi. Fare ciò nel XVI secolo, in presenza sopratutto di una Chiesa autoritaria e severa, poteva anche significare condurre se stessi al sacrificio, e in questo ci pare debba risiedere in special modo la virtù di Erasmo: di aver messo il suo genio al servizio di una causa difficilissima, e grazie a ciò di aver resi in tutta la loro dimensione i mali del suo tempo, vincendo con l’autorità dell’intelletto le forze che gli si opponevano ostinatamente.

La Chiesa

Da secoli la Chiesa dettava legge sugli uomini e sui loro costumi. Probabilmente fu l’esperienza giovanile nel convento di Steyn e sopratutto di Montaigu a rivelargli l’ipocrisia con la quale essa intendeva dominare il mondo. Dopo i primi sentimentalismi, espressi in specie in alcune lettere all’amico Servazio, che testimoniano di uno spirito disorientato ed in formazione, egli prende partito contro tutto ciò che la Chiesa insegnava e che non trovava riscontro nei testi sacri.
La sua arma è l’ironia e le sue opere maggiori, L’”Elogio della pazzia” e “I colloqui”, ancora oggi sono piacevoli per il garbo con il quale Erasmo seppe lanciare i suoi strali. L’armamentario della Chiesa è messo a ferro e a fuoco.
Contro i preti, i frati e le monache, le pagine di Erasmo si consumano a smascherarne la lussuria, l’attaccamento alla carne, al denaro, il poco conto che facevano della cura delle anime: “questi stolti frati che ti danno la caccia per poter bere meglio”, e poco prima aveva detto: “Non faccio insinuazioni sulla castità dei monasteri, ma non vorrei che ti lasciassi trarre in inganno dalla tua immaginazione. Quando vi avrai vissuta per un po’ di tempo e li conoscerai più da vicino, forse non tutto ti apparirà così bello come prima. E sta’ certa che non sono tutte vergini quelle che hanno il velo.”(Colloqui: La ragazza contraria al matrimonio).
Non approva il dispendio di tempo che i numerosi ordini religiosi causavano: con le loro insulse dispute: “Eppure, per queste sciocchezzuole (sul modo di vestirsi dei vari ordini), …si denigrano tra di loro e, per una cintura un po’ fuori dell’ordinario, pel colore della veste un po’ più cupo, suscitano straordinarie tragedie…’’ (Elogio della pazzia – Einaudi 1967, pag. 99).
Rimprovera tutti: francescani, certosini, domenicani, evangelici… Contro questi ultimi fa dire a Polifemo nel colloquio “Il ciclope”: “noi evangelici perseguiamo con insistenza quattro cose: la soddisfazione del ventre, che nulla manchi a ciò che sta nel basso ventre, avere di che vivere bene, e infine poter fare ciò che si vuole”.
Non è meno aspro con l’ordine dei ‘mendicanti’: “E non pochi ve ne sono (i mendicanti), che strombazzano la propria vita di mendichi…. In tal modo, con la sporcizia, con l’ignoranza, con la rozzezza, con la spudoratezza, pretendono di rappresentare gli apostoli” (Elogio, pag. 98).
Mette in ridicolo le regole di ciascuno: “Ma vi è una minore varietà di piume fra gli uccelli, che di abiti fra voi monaci” (Colloqui: I ricchi mendicanti), l’attacco alla pratica delle indulgenze è addirittura spietata: “Che dire poi di coloro che si assolvono (nella lor fantasia!) dai loro peccati… e con l’orologio alla mano par che misurino il tempo che staranno in Purgatorio e computano matematicamente tutto, secoli, anni, mesi, giorni, ore e minuti?” (Elogio, pag. 67).
Nel colloquio “Confessione di un soldato”, Trasimaco risponde: “Anche se avessi spogliato Cristo in persona, anche se gli avessi troncato il capo: hanno delle indulgenze così efficaci…”
Erasmo non si perita di entrare più addentro con la sua critica e tocca la confessione, nella quale crede a metà: “La certezza di diventare di colpo cittadini del cielo, grazie ad una spruzzatina d’acqua, se fosse reale, darebbe agli uomini…. l’opportunità di soggiacere per tutta la vita alle più tristi passioni e di ricorrere in extremis a una piccola aspersione” (Colloqui: Le esequie serafiche); colpisce la scomunica (“fulmine insensato”, Colloqui: Esame della fede), la canonizzazione (Colloqui: L’assunzione in cielo del grande Giovanni Reuchlin), i voti (Colloqui : Un naufragio), il digiuno: “Quanto poi alla proibizione di quei cibi che Dio ha creati perché noi ci nutrissimo per rendergli grazie, non vedi di quanti sofismi ha bisogno per essere giustificata..” (Colloqui: Del mangiar pesce); tocca anche alle reliquie (Colloqui: Il pellegrinaggio fatto per devozione) e ai santi: “Ci son dei santi che han poteri estesi in parecchi campi, sopratutto la Vergine Madre di Dio, a cui la gente attribuisce quasi più autorità che a suo figlio” (Elogio, pag.68).
La religione desiderata da Erasmo non ha bisogno della costruzione di orpelli, ritenuti inutili, attorno alla verità, che è Dio (“Che altro è la dottrina di Cristo., se non un ritorno alla ben creata natura?” in Opera Omnia, ed. Leida 1703, vol. V pag. 138) e quindi condanna tutti quei formalismi che confondono il credente: “Se tutte queste cose fossero tolte di mezzo, vivremmo in maggior concordia: tralasceremmo i formalismi e gareggeremmo solo nel seguire gli insegnamenti di Cristo” (Colloqui: Del mangiar pesce, ed anche nell’Elogio, pag.114).
Allo stesso modo sono condannati il lusso e lo sfarzo, distolgono da Dio l’attenzione del credente: “spesso anch’io ho pensato seriamente come possano giustificarsi coloro che gettano tanti denari nel costruire chiese e nell’arredarle: hanno superato ogni limite!” (Colloqui: Il pellegrinaggio fatto per devozione; ed anche nell’Elogio, pag. 112).

Il Protestantesimo

Già ne “I colloqui” troviamo le tracce di quella disputa, che oggi ci pare ormai sciolta, sul peso che il pensiero di Erasmo ha avuto sul protestantesimo. Nel colloquio “La predica”, infatti, Ilario racconta: “Egli sbraitava che quell’asino di Erasmo è il capo, l’origine e l’antesignano di tutti i tumulti che ora squassano l’intera cristianità”.
Da quel che abbiamo scritto sin qui, ci pare evidente che la critica portata da Erasmo ai costumi della Chiesa di allora ha acceso il gran fuoco della. Riforma, la quale mirerà proprio a costruire una chiesa diversa, che evitasse i pericoli che opprimevano quella cattolica.
Il 28 marzo 1519 è lo stesso Lutero, allora sconosciuto, a scrivere ad Erasmo: “Io parlo tanto spesso con te e tu con me, o Erasmo, nostro ornamento e nostra speranza, e non ci conosciamo ancora” (Alien, Epistolario di Erasmo, 933).
Ma Erasmo rivela subito le sue intenzioni, allorché si rende conto che il movimento di cui Lutero è l’esponente può assumere dimensioni spaventose, e opera la sua scelta, che contrassegnerà per sempre la sua figura: vale a dire che il suo comportamento di fronte alla Riforma lo colloca dalla parte dei riformatori moderati, in netta e sorprendente contrapposizione ai suoi scritti, che auspicavano e facevano presentire mutamenti radicali.
Risponde alla lettera di Lutero, non riuscendo a nascondere il timore che lo pervade: “Ho dichiarato che tu mi sei del tutto sconosciuto, che non ho letto i tuoi libri e che perciò non approvo e non disapprovo nulla” (Alien, ib.980). Siamo posti brutalmente, quindi, davanti al dubbio se Erasmo, nello scrivere le sue opere, auspicasse davvero una chiesa nuova, rivoluzionata, e se nel momento che questa stava per nascere con Lutero, egli si ritraesse unicamente per il timore di soccombere in una battaglia che si intuiva immane.
Se così stanno le cose – e non abbiamo motivo di credere il contrario, confortati dai suoi scritti – dobbiamo riconoscere che il realizzatore delle idee di riforma religiosa propugnate da Erasmo non fu lui stesso perché ebbe spavento di tradurle in fatti, e Lutero in realtà è il riformatore che Erasmo voleva essere. Ci saranno, sopratutto in seguito, diversità di vedute tra i due, ma certamente gli scritti di Erasmo invocano una riforma che non poteva avvenire se non coi metodi di Lutero di netta contrapposizione alla chiesa tradizionale. Erasmo, infatti, cerca di smantellare con la sua opera tutta quanta l’architettura della chiesa cattolica di allora, ne auspica il ritorno alla semplicità e alla essenzialità; e ciò poteva aversi con un atto rivoluzionario: a meno che non si voglia sostenere l’assurda considerazione che l’intelligenza, pur così sottile ed elevata di Erasmo, non si rendesse conto dei possibili effetti che il suo lavoro poteva provocare in un momento peraltro sin troppo precario per la Chiesa.
Più logico, e coerente anche col debole carattere di Erasmo, è riconoscere che egli vagheggiò in cuor suo quella che doveva diventare la Riforma, ma ne provò sgomento quando fu certo che il suo ideale non solo poteva ma era per realizzarsi. Lo scontro, che sarebbe stato inevitabile, con la potente chiesa cattolica lo paralizzò, sopratutto perché egli era convinto della propria sconfitta.
La Chiesa, che lo aveva sempre guardato con sospetto, sperò tale comportamento e non mancarono ad Erasmo prebende ed offerte della porpora cardinalizia.
Si pensi quale pericolo correva la Chiesa di allora se Erasmo, l’uomo più autorevole del tempo, si fosse schierato coi riformatori!
I quali ultimi continuarono sempre a riconoscerlo come il loro antesignano, invitandolo a sostenerli. Ulrico di Hutten, partigiano di Lutero ed ammiratore di Erasmo, lo esorta più volte a non rinnegarli: “Tu sai come si portino trionfalmente in giro certe tue lettere in cui, per distogliere i sospetti da te, li rigetti in modo assai odioso addosso ad altri. Se hai paura di inimicarti qualcuno per amor mio, fammi almeno il piacere di non lasciarti trascinare a rinnegarmi per timore di un altro.” (Alien, op. cit. 1135).
Ma nel 1528 Erasmo scriverà definitivamente: “Avrei potuto diventare uno dei corifei della Chiesa di Lutero, ma ho preferito attirar su di me l’odio di tutta la Germania piuttosto che uscire dalla comunione della Chiesa” (Alien, 2037. 268).
A distanza di tanti secoli possiamo ormai affermare che la rinuncia di Erasmo alla causa della Riforma non fu un atto coerente coi suoi scritti ed egli ebbe paura di un movimento che aveva largamente contribuito a creare: egli non compì quell’atto che certamente, per la coerenza con il forte pensiero, lo avrebbe collocato tra i più grandi di ogni tempo.
Possiamo giustificarlo? Come artista è sicuramente da condannare per la speranza che ha suscitata negli altri e che si è potuta concretare solo in grazia della presenza concomitante di un Lutero; senza, un .sostegno cosi valido, essa sarebbe di certo naufragata e ad Erasmo oggi il protestantesimo avrebbe potuto indirizzare rimproveri maggiori.
Come uomo possiamo comprenderlo, poiché chiunque di noi potrebbe essere come lui; tuttavia sta di fatto che fu Erasmo a trovarsi di fronte ad una decisione che avrebbe potuto portare ulteriori profondi mutamenti nella società, ed egli non se ne assunse la responsabilità, così come doveva.
Se dal comportamento di Erasmo il mondo ne sia risultato avvantaggiato è impossibile a dirsi; certamente se Erasmo avesse aderito alla Riforma, la società di oggi sarebbe stata – non si può dire se peggiore o migliore – ma sicuramente diversa.
Scrive acutamente lo storico Huizinga: “Volle rimanere nella vecchia Chiesa dopo averla straordinariamente danneggiata, e rinnegò la Riforma, e in certo senso anche l’umanesimo, dopo aver straordinariamente favorito l’una e l’altro” (Huizinga: “Erasmo”).

I costumi del tempo

Nel secolo che vide le nazioni travagliate da guerre anche inutili, la voce di Erasmo si levò contro di esse, spesso provocate dal capriccio dei re o dall’arroganza dei pontefici. Contro il papa Giulio II ha l’ardire di scrivere la satira “Julius exclusus e coelis” in cui finge che il pontefice, presentatosi in gran pompa alla porta del Paradiso, ne sia respinto. Nel 1514, in una lettera all’abate di Saint-Bertin, Antonio di Bergen, illustra i mali della guerra, ma particolarmente significativo per comprendere il pensiero di Erasmo è la sua prefazione della parafrasi al I Vangelo, dedicata all’imperatore Carlo V: “Non dimenticate che ogni guerra, anche quella intrapresa per la più legittima delle cause, e condotta con la massima moderazione, trascina necessariamente con sé un infinito seguito di delitti e di sciagure, e che tali calamità, contro ogni giustizia, colpiscono sopratutto gli innocenti”.
Trasimaco, nel colloquio “Confessione di un soldato”, dice: “In guerra ho visto e commesso più peccati che non in tutto il resto della mia esistenza”. Altri colloqui sono dedicati alla guerra, come “Il soldato e il certosino”, ed anche nell’Elogio Erasmo non manca di porla a bersaglio della sua critica: “la guerra, una cosa sì mostruosa che alle belve si addice” (pag.113).
Ma uno degli aspetti più interessanti della critica di Erasmo ai costumi del tempo è, sopratutto, rappresentato dal modo in cui difende il matrimonio ed invita le ragazze a sposarsi: “Certo che è bella una giovane vergine! ma dal punto di vista della natura una vergine vecchia non è qualcosa di mostruoso?” (Colloqui: Il pretendente e la ragazza).
Le mette in guardia dal riparare in convento: “sconsiglierò sempre le ragazze, e sopratutto quelle d’indole generosa, di gettarsi avventatamente in una pegola donde non potranno mai più liberarsi: tanto più che nei conventi la verginità corre spesso gravi pericoli.” (Colloqui: la ragazza contraria al matrimonio).
La vita coniugale è colma di soddisfazioni ed Erasmo non è avaro di consigli alle spose: “Ci sono delle donne tanto brontolone, che non la smettono, neanche quando fanno all’amore, di litigare e di lamentarsi.” (Colloqui: Un matrimonio) Questo invito insistente di Erasmo al matrimonio e all’amore fisico è così ricco di sensualità da apparire non cònsono al. carattere rigoroso di Erasmo, che era, alla fin fine, un agostiniano. Anche per i preti, auspica il matrimonio: “Io ho sempre sostenuto apertamente non doversi proibire il matrimonio ai futuri sacerdoti se sono incapaci di conservarsi nella continenza, e lo sosterrei anche di fronte al Pontefice” (in: “I Colloqui” ed. Feltrinelli 1967, pag. 431).
Dobbiamo perciò attribuire ad Erasmo il convincimento, caro all’antichità, che nella libertà e spontaneità dei sensi risiede buona parte della felicità umana.
Del resto non mancano espressioni popolaresche nella prosa di Erasmo che confermano la sua simpatia per la grassa sensualità, cara sì agli antichi ma sopratutto ai popoli di ogni tempo (Si veda, nei colloqui: La mal maritata; Locande; La carrozza; Del mangiar pesce; per citare solo qualche esempio).
Né mancano motti arguti, correnti sulla bocca dell’uomo qualunque (Colloqui: I ricchi mendicanti; Del mangiar pesce; Sinodo di grammatici; Il ciclope; L’alba).

La conoscenza dei testi

Ciò che Erasmo ha indiscutibilmente trasmesso ai posteri è una lezione sul dovere che ciascuno ha, prima di accingersi a scrivere su qualcosa, di conoscerne i testi. Confessa al Colet: “Non è prudente, caro Colet, voler cavare acqua dalla pietra pomice (per dirla con Plauto). Come posso essere così sfacciato da insegnare ciò che io stesso non so?”.
Se è necessario, si deve affrontare anche la fatica di studiare la lingua in cui furono scritti: “Non puoi credere -scrive all’amico Batto – come io arda dal desiderio di condurre a termine tutti i miei lavori e di acquistare una sicura padronanza del greco, per potermi poi pienamente dedicare allo studio della teologia”.
Riguardo al metodo che egli seguiva negli studi, possiamo arguirlo dal colloquio “Arte notoria”: “Chi impara le parole, ma non quel che esse significano, se le dimenticherà presto… se non sono zavorrate dal peso delle idee. Prima di tutto dunque cerca di capire queste idee, poi ripensaci e ripetile fra te e te, e fa sì che la tua mente sappia fissarsi su di un pensiero ogni volta che ce n’è bisogno”.
Questa conoscenza dei testi, e in specie dei testi antichi, verso i quali s’indirizzò sin dalla giovinezza l’attenzione di Erasmo come a ricercare, secondo il suo spirito, la fonte genuina della verità, inquinata dalle inevitabili manomissioni avvenute nel corso dei secoli, traspare spesso nei suoi scritti che non riescono a nascondere la vasta erudizione dell’autore. L’Elogio della pazzia trasuda di essa nel tracciare la genealogia della pazzia, ma anche i Colloqui ne portano tracce significative: tutto il colloquio “Giuoco degli astragali” ad esempio o “Il simposio degli astemi” o anche “La predica”.
Tale amore per l’antichità e tale assiduità nello studio dei testi antichi contribuirono non poco alla formazione del suo stile, che ha proprio la compostezza dei classici; anche nei momenti in cui l’autore parrebbe acceso dall’ira è il suo stile che prevale ed attira sopratutto l’attenzione del lettore.
Abbiamo già detto che lo strumento di cui Erasmo si avvale autorevolmente è l’ironia, ma essa è sapientemente dosata e adornata di una conversazione pacata e piacevole.
Ciò emerge sopratutto nei Colloqui, anche se l’Elogio è opera eminentemente ironica, in cui però, stante l’unità del lavoro, non è dato scoprire così minutamente la costruzione stilistica dell’autore. Del resto, dobbiamo considerare sopratutto i Colloqui il capolavoro di Erasmo, perché qui la critica ai costumi e alle idee del tempo è più particolareggiata ed offerta con una ricchezza di personaggi e di situazioni straordinari, i quali non si riscontrano nell’Elogio, opera più lineare e assai meno varia.
In particolare, i Colloqui legano più concretamente l’autore al suo tempo e ne rivelano, tra le molte critiche che egli rivolge ad esso, anche il suo amore.
Parigi è presente ne “La carrozza” con il suo attributo di città del piacere (“Di tutte le donne che laggiù avevo amato…”, dice Poligamo).
Nello stesso Colloquio è tratteggiata la figura dei vetturini, in una conversazione colorita: Uguzio: “Ohi! guercio! dove l’hai pescato ‘sto carico miserabile?”
Enrico: “E tu, ruffiano, dove vai con quel bordello?”
Le locande di allora sono descritte nell’omonimo colloquio (davvero tra i più belli) e tanto efficacemente da sentirne il profumo; vi è immortalata “la stufa”, ovverosia il locale dove sono promiscuamente radunati i viaggiatori: “Nella stufa ti levi gli stivali e ti metti in ciabatte; se vuoi, ti cambi la camicia, stendi vicino alla stufa i vestiti fradici di pioggia, e ti ci accosti anche tu se ti va di asciugarti… Chi si ravvia i capelli, chi si asciuga il sudore, chi pulisce gli stivali o le scarpe, e chi ancora digerisce l’aglio ruttando”.
Il modo di salutare era diverso da paese a paese ed Erasmo lo tramanda nel colloquio ‘L’amante della gloria”.
Gli italiani sono avari: “Gli italiani spendono poco per la gola e preferiscono i soldi ai piaceri” (Colloqui: La ricchezza sordida).
Di solito il colloquio ha inizio con un incontro casuale, in cui i protagonisti si chiedono reciprocamente notizie; infine uno dei due fa mostra di aver qualcosa di interessante da narrare; è l’altro allora a supplicare che lo faccia. Il principio del racconto è sempre lento, tanto che l’interlocutore si mostra impaziente; quindi si ha l’avvio di un colloquio vero e proprio in cui tutti gli interventi assolvono alla funzione di trattare l’argomento alla luce dei vari punti di vista dell’epoca. La storia si fa piacevole sia per la gradualità della narrazione che, sopratutto, per il comparire di situazioni comiche o piccanti o di motti arguti, tanto fugaci quanto efficaci a rendere lo stato del racconto.
L’interlocutore, infine, via via che ci si approssima alla conclusione, diventa acquiescente al modo di pensare del compagno e lo ringrazia per l’aiuto che gli ha arrecato con la storia (i colloqui assolvono sempre ad una funzione didattica). Nel salutarsi, spesso si riallacciano ai complimenti dell’inizio, con l’immancabile invito al pranzo, e si confidano parole all’orecchio.
Sapientemente Erasmo, sfruttando questa tecnica e il suo stile piacevole, mai adirato, mai frettoloso ha distribuito un argomento per ogni colloquio (qualche colloquio, però, continua il precedente), cosicché al termine ne vien fuori un’opera completa sui costumi e sulle idee del tempo, nonché sul pensiero di Erasmo, e di divertente lettura.
L’accurata scelta dei nomi dei personaggi fa parte anch’essa dello stile erasmiano, per cui ogni cosa deve stare al suo posto: e se ironia deve essere, lo sia anche nel nome dei protagonisti! Citiamo, fra tanti: Pamfago, l’ingordo; Eulalia, colei che parla bene; Eusebio, il pio; Pampiro, l’esperto; Poligamo, dalle molte mogli; Antronio, l’asino; Misopone, odiatore del lavoro; Polimito, dai molti racconti; Gelasino, il ridicolo.
Sui Colloqui, conserviamo questo severo commento di Lutero: “Erasmo è un astuto, un uomo pericoloso che si è fatto beffe di Dio e della religione…. Io proibirò ai miei figli di leggere i suoi Colloqui, perché sotto il velo della finzione dice molte cose contro Dio”.

(Questo giudizio, anche se può essere stato dettato dall’astio che un Lutero tradito provava nei confronti di Erasmo, risponde molto bene a coloro che ancora oggi collocano l’opera di Erasmo nel solco della tradizione dei riformatori moderati della Chiesa, o anche “conservatori riformisti”: fra gli ultimi, citiamo Panfilo Gentile, Corriere della sera 8 novembre 1969).


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Bart