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LETTERATURA: FAVOLE: “Massaro Verità” di Laura Gonzenbach #1/2

21 Ottobre 2009

di Nino Campagna
[domani la seconda e ultima parte]

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Parte prima

 Accoccolati intorno alla pedana circolare, con al centro un “braciere “ di rame tra i cui carboni  accesi  solo di rado riusciva a farsi strada una stentata fiammella, pendevamo tutti dalle labbra della nonna quasi cieca, nostra  intrattenitrice nei pomeriggi piovosi e tristi dell’inverno messinese. Così rimanevamo avvinti da quella cantilena più sussurrata che recitata, impregnata di rassegnata passione, con la quale nonna Fulippa riusciva a tenerci buoni per ore, inventando fiabe o rielaborando quelle note, avendo una particolare predilezione per le storie di “Giufà”, in cui riusciva ad inventare meglio date le sue infinite variazioni. Di notte poi eravamo attenti a ogni piccolo rumore, gli occhi sbarrati nel buio con la speranza, ogni volta puntualmente delusa, di intravedere il berrettino rosso e luminoso del “folletto”, una specie di gnomo in miniatura che di sicuro si aggirava imprendibile e beffardo in ogni casa. Sarebbe bastato sorprenderlo per un attimo, prendergli il berrettino rosso ed esprimere un desiderio: avremmo risolto molti problemi di quotidiana ristrettezza, che in quegli anni attanagliavano molte  famiglie. Era il periodo dell’immediato dopoguerra e della Fiaba avevamo tutti particolarmente bisogno, per evocare, dopo tante traversie, un lieto finale. Per noi bambini “u cuntu da nonna” rappresentava l’unico modo per “ammazzare” quei pomeriggi lunghissimi, quando fuori, una pioggia sottile e incessante tanto cara ai contadini – “ a nzuppa viddanu” -, ci impediva di scorrazzare tra i cumuli delle tante macerie di una guerra da poco finita e  non ancora rimosse. Di tanto in tanto si aggregava alla compagnia un nuovo bimbetto, che portava direttamente alla nonna un biglietto in cui, con una grafia, malsicura  resa ancora più illeggibile dalla fretta, la madre di turno implorava di dare al nuovo venuto “nu pocu di trattinitimi” (un poco di intrattenimento). A distanza di anni, ohimè tanti…, mi ritrovo tra le mani una raccolta di fiabe siciliane, “Sicilianische Märchen”, di Laura Gonzenbach, una signora svizzera nata e residente a Messina, che, sensibile alla moda culturale del tempo (si dice che fosse un’eccellente “narratrice”) e incoraggiata da Otto Hartwig, un religioso tedesco affascinato dalla Sicilia, cui ha dedicato saggi, studi e ricerche, si è fatta raccontare da donne del luogo “cunti” popolari e li ha fedelmente trascritti, tradotti in lingua tedesca e pubblicati. Si tratta di novantadue fiabe – le ultime due riportate in dialetto siciliano -, provenienti dalla provincia di Messina e dalle pendici dell’Etna, dove la signora era solita passare le vacanze estive. Il lavoro di raccolta e di traduzione, cui la Gonzenbach si è dedicata con grande entusiasmo e che la impegnerà per alcuni anni, sarebbe stato terminato nel 1868. Due anni dopo le fiabe, dal sottotitolo inequivocabile – “ raccolte dalla voce del popolo”- e corredate da un dotto commentario di Reinhold Koehler, bibliotecario di Weimar ed esperto di fiabe, saranno pubblicate a Lipsia. La Gonzenbach, cui erano certamente noti i criteri rigorosi della demoscopia del tempo, pur cercando di trascrivere fedelmente le fiabe che le venivano raccontate, si doveva presto rendere conto di quanto fosse difficile ridare con una semplice anche se corretta traduzione, la vivacità di un dialetto e soprattutto di quel modo particolarissimo di raccontare, in cui la gestualità diventava parte integrante del racconto. In queste fiabe, infatti, i suoi “narratori”, tutti di estrazione popolare e in maggioranza donne, finivano col diventare dei veri e propri “attori” e, le loro prestazioni, coinvolgenti ed efficaci, erano più vicino ad una recita…Sarà la stessa Gonzenbach a confessarlo in una lettera a Otto Hartwig e da questi citata nella prefazione al volume stesso: “ Le vorrei adesso ancora dire, che ho fatto del mio meglio, per ridare le fiabe il più fedelmente possibile, così come mi sono state raccontate. Tuttavia il fascino particolarissimo, che sta proprio nel modo stesso di raccontare delle siciliane, non l’ho potuto rendere. La maggior parte racconta con infinita vivacità, immedesimandosi nella storia fino a partecipare alla stessa, accompagnando il racconto con una espressiva gestualità delle mani, qualche volta addirittura alzandosi in piedi e se è il caso andando su e giù per la stanza. Mai ricorrono all’espressione: ‘egli dice’, dato che fanno capire il cambio dei personaggi ricorrendo all’intonazione. Ciò tuttavia non esclude che esse intercalino per questo la parola ‘dici’ in continuazione, per esempio, ‘O figghiu, dici, come va, dici, pi sti parti, dici, sulu, dici, ecc.”. Sfogliando il libro, ormai un pezzo raro, mai tradotto e pubblicato in Italia, ho avuto modo di incontrare personaggi familiari alla mia fanciullezza messinese (Giufà, Ciccu) e di rileggere “storie” già note, ricavando quella piacevole e indescrivibile sensazione che si prova, quando, annullate le categorie di spazio e di tempo, si chiudono gli occhi e come d’incanto tornano alla memoria visi noti e voci inconfondibili.
Con questo stato d’animo mi accingo quindi a rivisitare una fiaba della Gonzenbach, “Massaru Verità”, confrontandola con un’altra, pure siciliana, “Lu Zu Viritati”, raccolta a Palermo da Giuseppe Pitrè, un benemerito “medico” di famiglia, che nelle sue frequenti visite a malati, di solito appartenenti ai ceti meno abbienti, si contentava come compenso di qualche gallina e di una dozzina di uova, avendo soprattutto il piacere di farsi raccontare i “cunti” più significativi dagli anziani, i depositari più attendibili di quella cultura popolare patrimonio delle classi poco privilegiate. L’analisi delle due versioni, differenti in alcuni particolari abbastanza espressivi, può aiutare a mettere  a fuoco filosofie “spicciole” di vita che affondano le loro radici in un diverso modo di intendere e di interpretare sentimenti atavici. La fiaba della Gonzenbach, mai sentita prima né da nonna Fulippa, né da mia madre Giuvannina, che a loro modo e con estrema difficoltà hanno spesso cercato di tenermi buono con una fiaba o con leggende per lo più improvvisate e non sempre interpretate in modo impeccabile, costituisce per un siciliano di Messina una gradevole occasione di verifica e può diventare una chiave di lettura per atteggiamenti e comportamenti “tipici” di quella parte della Sicilia orientale. Il tentativo che mi accingo a fare con questa fiaba è di dimostrare quanto gli elementi in essa contenuti, pur inquadrandosi in tematiche già presenti in altre culture, come quella del bergamasco Travaglino, cui fa riferimento lo Straparola nelle sue “Piacevoli Notti” del XVI secolo, mettano in risalto caratteristiche peculiari di una regione, in questo caso la Sicilia, finendo così con lo assurgere, pur nella semplicità e stringatezza del tessuto narrativo,a vera e propria testimonianza letteraria di vizi e virtù di un’intera comunità. La favola “Massaro Verità”, che qui di seguito trascrivo traducendola dal tedesco, costituisce un esempio impareggiabile di motivi che, in seguito ripresi dai vari Verga, Pirandello, Tommasi di Lampedusa, Brancati e Sciascia – per citare solo i più noti -, hanno dato vita a opere che appartengono di diritto alla letteratura mondiale, testimoniando al contempo quella “sicilitudine” tanto cara a Stefano D’Arrigo.

Massaro Verità

C’era una volta un re, che aveva una capra, un agnello, un montone e un crasto. Dato che amava particolarmente questi animali, li volle affidare a qualcuno di sua assoluta fiducia. Egli aveva un Massaro, che soleva chiamare Massaro Verità, perché questi non aveva mai detto una bugia. Il re lo fece venire e gli affidò gli animali. Ogni sabato il Massaro doveva venire in città e relazionare sul loro stato di salute.
E da allora, non appena era davanti al re, il Massaro si toglieva la coppola e diceva:
“ Bon giornu, riali maestà !”
“Bon giornu, massaru verità;
“ Comu è la capra ?”
“Janca e ladra!”
“Comu è l’agneddu?”
“Jancu e beddu!”
“ Comu è lu muntuni?”
“Beddu a vidiri!”
“ Comu è lu crastu?”
“Beddu a guardari!” 

Dopo questo dialogo – riportato in nota in dialetto siciliano anche nel testo tedesco – il Massaro tornava di nuovo sulla sua montagna e il re continuava a credergli ciecamente.
Tra i ministri del re ce n’era però uno che vedeva con occhi invidiosi il favore che il re concedeva al massaro e un giorno gli disse: “Siete veramente convinto che il vecchio Massaro è incapace di raccontare una bugia?” Io vorrei scommettere che sabato prossimo Vi mentirà:” “ E se il mio Massaro mi racconta una bugia” rispose il Re  “io mi gioco la testa:” E così fecero la scommessa e chi perdeva, ci avrebbe rimesso la testa. Il ministro però più ci rifletteva sopra e più gli veniva difficile immaginarsi qualcosa che potesse spingere il Massaro entro sabato – ormai restavano solo tre giorni di tempo – a dire una bugia. Tutto il giorno ci pensò inutilmente e a sera, una volta trascorsa la prima giornata, tornò a casa di malumore. Appena la moglie lo vide di così cattivo umore, gli chiese: “ Cosa Vi turba per essere così nero?” – “Lasciami in pace,” le rispose, “devo venire a raccontarlo proprio a te!” La moglie tuttavia lo pregò così affettuosamente da farsi alla fine confidare tutto.”Oh,”disse, “e non si tratta di nient’altro che di questo? Ci penserò io a sistemare tutto.” Il mattino dopo si mise il vestito più bello, infilò il gioiello più prezioso e si sistemò sulla fronte una stella di diamante. Quindi si mise in carrozza e partì in direzione della montagna, dove Massaro Verità pascolava le sue quattro bestie. Appena fu davanti al Massaro, questi rimase come pietrificato, dato che era bella oltre ogni dire. “Ah”, disse la signora, “ caro Massaro, volete farmi un piacere?” “Nobile signora”, rispose il Massaro, “comandatemi cosa volete, ed io lo farò!” “Vedi,” rispose lei, “io sono in stato interessante e ho una voglia irresistibile di un pezzo di fegato di crasto arrostito e, se non me lo dai, dovrò morire.” “Nobile signora,” rispose il massaro, “ prendete da me ciò che volete, però proprio questo non posso concederlo; perché il crasto appartiene al re ed io non lo posso uccidere.” “Oh me infelice,” disse disperata la signora, “allora devo proprio morire, se tu non soddisfi la mia voglia. Oh, caro Massaro, fallo ti prego. Il re non saprà nulla, tu gli puoi dire che il crasto è precipitato dalla montagna.” “No, questo non glielo posso dire,” rispose il massaro, “ e il fegato di conseguenza non posso darvelo”. Allora la donna cominciò a disperarsi ancora di più e fece come se dovesse morire e, dato che era così bella, il cuore del massaro s’intenerì completamente: ammazzò il crasto, arrostì il fegato e glielo portò. La signora lo mangiò con grande gioia, si congedò e andò via. Il povero massaro rimase col cuore gonfio, non sapendo proprio cosa raccontare al re. Nel suo stato confusionale prese il suo bastone, lo conficcò in terra e gli appese sopra il suo mantello; si allontanò quindi di alcuni passi e cominciò “Bon giornu, Riali Maestà!” E ogni volta, arrivato all’ultima domanda del re sul crasto, si bloccava regolarmente, e non sapeva cosa dire. Cercò di inventare bugie: “Il crasto è stato rubato,” oppure “è precipitato dalla montagna,” ma queste bugie gli rimanevano puntualmente piantate in gola. Fissava il suo bastone da un’altra parte nel terreno, gli appendeva di nuovo il suo mantello ma non gli veniva in mente nulla. Non riuscì a chiudere occhio per tutta la notte,finalmente, al mattino gli balenò una risposta adeguata. “Sì,” pensò, “così andrà bene”; prese il suo bastone e il suo mantello e si mise sulla via per recarsi dal re, dato che era sabato. Per strada di tanto in tanto si fermava, con il suo bastone e il mantello rifaceva il re e, immaginandoselo davanti, si ripeteva il colloquio; la sua risposta gli piaceva ogni volta di più. Una  volta arrivato alla reggia trovò il re sul trono con intorno tutta la corte, perché adesso si doveva decidere sulla scommessa. Allora si tolse la coppola e cominciò come al solito:
“Bon giornu, riali maestà!”
“Bon giornu, massaru verità!”
“Comu è la capra?”
“Janca e ladra!”
“Comu è l’agneddu?”
“Jancu e beddu!”
“Comu è lu muntuni?”
“Beddu a vidiri!”
“Comu è lu crastu?”
“Riali maestà!
Ju ci dicu la verità.
Vinni na donna di autu monti,
Janca e bedda, cu na stidda in frunti
Tantu di sciamma a lu cori mi misi
Chi pri l’amuri soi lu crastu uccisi.”

Allora tutti batterono le mani e il re ricompensò generosamente il suo fedele Massaro. Il ministro però pagò con la testa la sua invidia.
Il motivo di questa fiaba ha, come testimoniano studiosi del settore, illustri predecessori nel mondo latino (“Gesta Romanorum”) e in quello orientale (soprattutto arabo). In Italia è stato per la prima volta immortalato da Straparola nella storia bergamasca di Travaglino. Il “piemontese” Calvino, i cui meriti sono notevoli e sotto certi aspetti paragonabili a quelli dei Fratelli Grimm, si è lasciato per l’occasione fuorviare dalla versione del Pitrè, come egli stesso ammette – “Ho seguito la versione della Gonzenbach arricchendola di qualche passo più vivace della versione palermitana” -. Per l’occasione, e francamente non riusciamo a capirne il motivo, ha operato una strana commistione, rinunciando agli animali di “ Massaro Verità” e barattandoli con il “vitidduzzo” del Pitrè, tra l’altro impropriamente riportato come “manzo”… Non si è reso purtroppo conto che così facendo sacrificava un animale, il crasto, che proprio in Sicilia gode di una vera e propria “sacralità”.
La fiaba, centrata sulla trasparenza di un uomo semplice, incapace di dire bugie, al punto da essere da tutti riconosciuto e chiamato con l’appellativo di “Verità”, esalta il motivo della lealtà, della fedeltà assoluta. Motivo che ha riscontro in altre fiabe italiane e raggiunge la sua massima espressione nella fiaba di apertura della collezione dei Fratelli Grimm, dal titolo “ Il principe ranocchio o Enrico di ferro”.
La figura di “Massaro Verità” della Gonzenbach, incapace di dire una sola bugia, di mentire al suo “padrone” anche in condizioni estremamente difficili, presenta tratti tipicamente siciliani, intrisa com’è di sentimenti profondi e di pulsioni più o meno represse, che ritroviamo sviluppati con un respiro diverso nei più grandi letterati dell’Isola, da Verga a Pirandello, da Brancati a Sciascia. In questa fiaba rispetto a quella del Pitrè, oltre ad esserci quattro animali, una coppia di pecore e una coppia di capre invece del “vitidduzzo” affettuosamente chiamato “ Corna d’oru”, c’è una figura femminile, una signora stupenda, che emana un sottile quanto irresistibile fascino. A questa nobildonna, il Massaro, da buon siciliano, non rimane insensibile, e su questo sofferto, intimo dissidio, viene costruito il “dramma” del personaggio, “vittima” ignara di una scommessa. Nella fiaba del Pitrè, purtroppo, non c’è traccia di figura femminile, dato che i Ministri promotori della “scommessa” con il Re, si guardano bene dal coinvolgere le loro mogli. Sul ruolo secondario delle donne in Sicilia, e non solo in Sicilia, avremo occasione di ritornare. Ci piace a questo proposito citare una fiaba del Pitrè che ha un titolo molto significativo “Sigretu a fimmini nun cunfidari…”.
Dati questi presupposti nessuna meraviglia se i ministri della fiaba palermitana pensano di risolvere da soli la questione, ricorrendo ad un travestimento da donna. In compenso il Pitrè ci regala un dialetto piacevolissimo e particolarmente ricco di frasi idiomatiche, una “parlata” viva,  anche se spesso tutta da interpretare, e che ovviamente una volta “tradotta” perde molta della sua naturale forza espressiva. Il  Calvino s’è dovuto rendere conto di questa difficoltà e, avendo intuito la particolare valenza della versione della Gonzenbach, ha deciso giustamente di includere nella sua raccolta quest’ultima, che si lascia senz’altro preferire per la gamma di sensazioni di cui è ricca e soprattutto per le motivazioni psicologiche in essa contenute. Infatti “Lu Zu Viritati” del Pitrè, ingannato da due Ministri, che ricorrono allo stratagemma di vestirsi da donna per “costringerlo” a sacrificare “Corna d’oru” e spingerlo così a dire una bugia al suo Re, non è vittima di alcun dissidio intimo, anche se dimostra di non essere indifferente a quella che crede una bella “donna in dolce attesa…”. Egli – e il primo aggettivo – “mischinu”, che il Pitrè gli  affibbia, prelude ineluttabilmente alla sua non facile esperienza…- di fronte allo svenimento della “nobildonna”, causato, almeno da quanto asserito dal “compare” travestito anch’egli da dama  di compagnia, da una voglia – “pititto” – , non ha remora alcuna e “sacrifica “ il “vitidduzzo”. Nonostante la devozione che egli ha per il Re e l’affetto di quest’ultimo per quell’animale, a prevalere in lui è immediatamente la preoccupazione per la vita umana: la donna, efficacemente  travestita, tanto da non essere riconoscibile, è per lui soprattutto una futura madre. Quella signora, anche se bella, non ha nulla della tentatrice “Eva”, al cui irresistibile fascino finiscono di norma col soggiacere tutti gli Italiani, dal settentrionale “Travaglino” dello Straparola al meridionale “Massaru” della Gonzenbach… Senz’altro più articolata la vicenda di cui è protagonista il  Massaro della Gonzenbach. Qui abbiamo di fronte un individuo, chiamato riduttivamente  “Bauer” (contadino), che in effetti è più di un contadino. Il Massaro in Sicilia può essere equiparato al fattore, un contadino agiato, che, oltre a possedere una “masseria” – di solito una grande casa colonica o una fattoria – e a curare gli animali, è spesso a diretto contatto con il suo “padrone”. Nel caso specifico il Massaro, contraddistinto da un nomignolo “Verità”, che di certo gli fa onore e lo inorgoglisce, ha il privilegio di godere della massima fiducia del suo padrone, che è il Re. La figura del Massaro siciliano si rivela quindi vicina a quella del “mandriale” Travaglino, definito dallo Straparola “uomo veramente fedele e leale, né per quanto egli aveva cara la vita sua avrebbe detta una bugia”. Il soprannome “Verità” tradisce l’abitudine, piuttosto diffusa, e non solo in Sicilia, di affibbiare nomignoli alle persone, per contraddistinguerle. Non importa se per una peculiare virtù o un particolare vizio. Queste persone finiscono di norma con l’essere riconoscibili solo con i loro nomignoli ed  è con questi che entrano nella memoria collettiva. Comprensibile come il Re, quotidianamente a contatto con cortigiani e ministri, avvezzi all’adulazione ipocrita ed esperti in trame oscure, apprezzi questa dote “rara” che contraddistingue il Massaro e ne vada  sotto certi aspetti fiero. E questa fiducia trova concreta espressione proprio nella decisione del sovrano di affidare a lui, al “Massaro Verità” e non ad altri, i suoi animali più cari, e cioè una capra, un agnello, un montone e un crasto. Questo rapporto di fiducia e lealtà, gratificante per entrambi, trova puntuali momenti di verifica una volta la settimana, quando il Massaro, lasciati gli animali si reca alla reggia per fare una breve relazione sul loro stato di salute. Una relazione scarna ma esauriente. Ovviamente davanti al re, e solo davanti a lui, il Massaro si toglie la “ coppola” e ripete quasi a mo’ di filastrocca la relazione che il sovrano vuole sentire. E già in questa scena si può cogliere un inequivocabile segno della personalità del Massaro. Egli infatti, perfettamente conscio del suo ruolo di “persona di fiducia del re”, non entra al castello con la coppola in mano, perché non è lì per chiedere o mendicare, ma per relazionare. La coppola la toglie solo davanti al sovrano, per corrispondere con deferenza e gratitudine alla fiducia che gli è stata accordata. Massaro Verità, come tutti coloro che trascorrono gran parte della loro vita con gli animali e a contatto diretto con la natura, non è uomo di molte parole. Nelle interminabili ore che cadenzano le sue giornate sempre uguali gli rimane tanto tempo per pensare. E questa condizione privilegiata lo porta a elaborare una propria saggezza di vita, non dissimile da quella di tanti altri contadini, che parlano raramente, ma, quando parlano, condensano in pochissime parole riflessioni di un’intera vita. Come pensare a questo proposito al mio caro, vecchio amico “Cecco”, toscano di “Cirindomini”, o alla suggestiva figura del sicilianissimo “Zi’ Dima” della deliziosa novella pirandelliana  “La Giara”, al quale “per cavargli una parola di bocca ci voleva l’uncino”. Anche in  questo caso abbiamo di fronte uno “Zi” (zio), nomignolo affettuoso attribuito a persone anziane che ispirano rispetto e simpatia e che si vorrebbe in qualche modo “acquisire” come parenti. Il Massaro della Gonzenbach non ha bisogno di lunghi discorsi per farsi capire. Più che le parole parlano i suoi gesti, deferenti e rassicuranti al contempo. Gli bastano tre aggettivi – bianco, bello e ladro – , ripetuti forse con tono diverso, per descrivere lo stato di salute degli animali. E questi aggettivi bastano a rassicurare il re,  che riesce a cogliere dall’inflessione anche l’intimo compiacimento del Massaro. “Bianchi” sono quindi  per Massaro Verità, la capra e l’agnello, con l’unica differenza che la capra è “bianca e ladra”, nell’accezione di furba, scaltra, di animale non facilmente domabile, con caratteristiche selvatiche non sempre riscontrabili negli animali domestici; mentre l’agnello è “bianco e bello”, di una bellezza docile, rassegnata…  Accanto a loro i maschi, tutti e due belli . Il montone bello a vedere, il crasto bello a guardare. Il massaro usa due verbi simili (vedere/guardare) e, seppure inconsciamente, coglie due sfumature diverse. Vedere ha connotati passivi. Di norma si vede tutto quello che cade nel nostro campo visivo, lo si voglia o meno. Per guardare invece c’è bisogno di una precisa volontà. Il montone è sì bello, ma di una bellezza fredda, quasi monumentale, e pertanto viene soltanto visto; mentre il crasto non solo viene visto, ma anche guardato. La sua bellezza diventa godimento per il Massaro, estasiato da quest’animale, che si impone per la sua fierezza. In Sicilia, a dire il vero, il crasto è considerato un animale quasi “sacro” e, nelle ricorrenti feste paesane, è proprio lui a finire di norma negli improvvisati forni di terracotta, a testimonianza di un trattamento privilegiato, dove si ama al punto dal “consumare” l’oggetto di tanta passione. Tra l’altro l’espressione “capro espiatorio”, di animale o di persona che paga per tutti spesso col sacrificio estremo, è entrata nel gergo comune e non si limita solo alla Sicilia. Il capro, sinonimo di crasto, era infatti la bestia sacrificale  per eccellenza, scelta per redimere peccati e peccatori e ingraziarsi gli Dei. E il crasto era di norma preferito al montone, distinguendosi nettamente da esso. Il montone è il capo delle pecore, che già nel nome portano la loro caratteristica. Si tratta di animali mansueti, tranquilli, abituati a trascorrere la loro vita “a testa bassa”, che seguono passivamente chi li precede e proprio per questo simboleggiano persone senza spina dorsale. E il montone non è che poi si distingua dal gregge… Per il pastore esso è sotto certi aspetti un “utile parassita”, che a stento si guadagna la propria esistenza di riproduttore. Definire poi una persona “montone”, facendo riferimento magari alle sue corna, non è affatto un complimento… Tutt’altra cosa il crasto, a sua volta il capo delle capre, animali per loro natura ribelli, difficili da ammansire e addirittura dannosi, da cui il detto “dannificu comu  ‘na capra”… Anche il crasto ha funzioni riproduttive, ma a queste finalità specifiche aggiunge un’espressione fiera e bellicosa, che incute rispetto, per non dire ammirazione. In Sicilia il crasto non solo è bello, ma ha anche occhi furbi, per certi aspetti seducenti…L’espressione gergale siciliana “occhi di crastu”, senz’altro un complimento ambito dai veri maschi, sottintende non solo la bellezza e la furbizia dello sguardo, ma anche la sua irresistibilità. Il Massaro è fiero di questi animali e il Re, che assieme agli animali dispone di un servitore affidabile, di cui non tralascia di magnificare la lealtà, finisce col tradire questa sua preferenza, suscitando invidia nella cerchia dei suoi più stretti collaboratori. In questa fiaba, già contraddistinta da sentimenti “nobili”, quali la lealtà e la devozione, ecco quindi far capolino l’invidia, un sentimento negativo, che turba, rode e fa emergere l’umana cattiveria. Su questi “valori” contrapposti viene costruita la storia. Il ministro, termine che in questo caso definisce un personaggio che lavora a stretto contatto col re e aspira quindi a un rapporto particolare, intuisce dall’affabilità della relazione Re-Massaro che si tratta di qualcosa di diverso. Si tratta di un rapporto affettuoso, che va molto al di là di quello normalmente immaginabile tra suddito e sovrano. Il Massaro con la sua lealtà e semplicità si è conquistato un posto nel cuore del Re, e questo non può assolutamente essere tollerato soprattutto da Ministri che fanno la gara ad entrare nelle grazie del sovrano. In una corte dove tutti tramano per uscire dall’anonimato, impegnati in lotte intestine e sorde per conquistarsi meriti e considerazione agli occhi del re, dà fastidio il solo pensiero che questa figura semplice di Massaro possa essere portata ad esempio. Il “favorito” diventa oggetto di invidia e in questi casi bisogna fare di tutto per distruggerne l’immagine, e convincere il Re di aver preso un abbaglio. Solo così poteva rimanere nel cuore del re quel posto che ciascuno di loro avrebbe voluto colmare. Ma per dimostrare che in fondo quel Massaro prediletto non aveva nulla di eccezionale e, come la maggior parte degli individui, era capace di dire bugie, anche al suo re, bisognava portare una prova inconfutabile. Uno dei ministri non potendo sopportare l’idea che questo rozzo Massaro assurga a simbolo di lealtà, si propone – scommettendo addirittura la testa – di demolirlo.


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Bart