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FAVOLE: Il principe Vladimiro

30 Aprile 2008

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Viveva vicino alla città di Lucca, in un tempo molto, molto lontano, un principe di nome Vladimiro.
Era tale la sua crudeltà che fra i suoi contadini si diceva che il demonio in persona lo avesse tenuto a battesimo. Alto, bello e possente, il principe commetteva nel suo regno misfatti talmente scellerati che veniva meno la parola quando qualcuno tentava di narrarli. Soprattutto le donne facevano le spese della sua perversità, e non c’era padre, fratello o marito che non avesse ricevuto orribili torti. Perché, si domandava la gente, una tale bellezza era stata messa al servizio del demonio?
Al villaggio, abitava una giovane ammirata da tutti per la sua gentilezza e bontà, di nome Esmeralda. Era tanto mai gracile e delicata nella figura quanto i suoi tre fratelli, e specialmente il padre, erano massicci, audaci, e violenti a tal punto che perfino gli uomini più forti badavano ad avercela con loro. Era anche per questo che Esmeralda godeva presso la gente di molto rispetto. Ebbene, il principe non si fermò nemmeno davanti ad Esmeralda. Un giorno bussò alla sua porta e approfittò di lei, e fece uccidere il padre che era accorso dai campi, e poi i tre fratelli giunti subito dopo.
Il popolo non riusciva proprio a capire perché Dio avesse creato un uomo tanto bello e potente per dargli poi un’anima così malvagia. Qualcuno dei nobili confinanti era convinto che il demonio in persona stesse imprigionato nella sua anima nera.
Quando la notte passeggiava nei lunghi corridoi del suo castello, era più d’uno a sostenere che il suo corpo emanava strani bagliori, che si vedevano scintillare dalle finestrelle allorché le oltrepassava. Possedeva un bellissimo cavallo nero, ed anche su di esso erano fiorite strane congetture. Comparso un mattino nella stalla, nemmeno lo stalliere sapeva come fosse capitato lì. Nessuno lo aveva visto arrivare. Il principe raccontava che gli era stato donato da un gran re d’Oriente, ma nessuno riusciva a crederci.
Quel cavallo, certi giorni non lo si poteva trattenere nella stalla; lo si doveva liberare; e allora prendeva il galoppo, saltava il recinto e lo si vedeva scomparire all’orizzonte, dopo che aveva fatto risuonare nell’aria circostante i suoi alti nitriti. Tornava da solo, dopo ore e ore di galoppo; si intuiva dalla bocca schiumante e dal sudore che gli bagnava il lucido pelo che era stato molto, molto lontano.
Quando lo stalliere lo vedeva ritornare e correva a prendergli la briglia, quasi sempre si alzava sulle zampe anteriori, e con rabbiosi nitriti pareva volersi scagliare su di lui. Per fortuna, qualcosa riusciva a trattenerlo, e così si quietava e si lasciava condurre nella stalla. Lo stalliere avrebbe voluto smetterla con quel duro lavoro che poneva a repentaglio la sua vita, ma chi aveva il coraggio di dirlo al principe? Le poche volte che aveva deciso di provarci, aveva poi desistito quando aveva visto il principe comparire nella stalla, e allora non gli era restato altro da fare che aiutarlo a montare la bestia! Stava sempre a contemplarlo mentre lanciava al galoppo l’animale, e in quel momento sentiva perfino la fierezza d’essere suo servitore.
Allorché passava dai campi, anche i contadini volgevano il capo verso di lui pieni di ammirazione, e dovevano ammettere che il loro padrone portava una inimitabile bellezza e malia in tutto ciò che faceva.
Raramente si fermava al villaggio, preferendo la pianura e i boschi della sua sterminata proprietà. Allorché lo faceva, era per sostare alla vecchia locanda, antica quanto il castello.
La conduceva un uomo avanti con gli anni, dall’aspetto sereno, reso tale da una lunga convivenza con gli uomini di ogni specie, avvezzo ad essere testimone di ogni bizzarria, ormai preparato a non meravigliarsi di nulla, nemmeno della fine del mondo se fosse all’improvviso venuta.
Quest’uomo – difficile a credersi – non temeva il principe, e quando lo vedeva arrivare e scendere dal suo cavallo, non interrompeva il servizio che stava compiendo per accorrere subito da lui, e trattava tutti i clienti allo stesso modo, senza distinguere il nobile dal plebeo. Solo quando era il suo turno, il principe veniva servito; e così, se lo si voleva vedere finalmente in atteggiamento remissivo, ecco che bastava trovarsi alla locanda, dove Prospero avrebbe fatto attendere anche Dio in persona.
Nessuno sapeva spiegarsi il perché di un tale comportamento del principe. Gli sarebbe bastato dare un ordine perché tutti gli avventori si facessero da parte, e allora Prospero non avrebbe potuto esimersi dal servirlo all’istante. Eppoi non sarebbe bastato che levasse la voce contro l’oste perché questi s’affrettasse a raccogliere i suoi comandi? Ma il principe non faceva niente di tutto ciò, e davanti a Prospero se ne stava umile e docile come un agnellino.
Che aveva Prospero di tanto speciale per esercitare un tale potere su quell’uomo terribile?

Allora anche su di lui erano sorte leggende. Qualcuno lo supponeva re, eroe di un regno assai lontano, che era venuto al villaggio per compiere qualcosa che nessuno però riusciva ad immaginare. I suoi modi, la sua sensibilità, la sicurezza e la proprietà della sua conversazione non potevano che discendere da un’educazione elevata e speciale, che solo un re riceveva a quel livello. Ma dov’era mai il suo regno? E anche su questo nascevano congetture a non finire. Si domandava ai viaggiatori di passaggio per saperne di più e s’intrecciavano nuove supposizioni dalle rivelazioni di costoro. Si faceva a gara per indovinare.
Alla locanda di Prospero si mangiava e soprattutto si beveva molto bene ma, com’è facile immaginare, non solo per questo gli affari andavano a gonfie vele. La gente si fermava specialmente per curiosare, vedere, scoprire. Quando lui non se ne accorgeva, si spiava ogni suo atteggiamento per riuscire a carpirne il segreto.
Più d’uno sosteneva invece che doveva trattarsi d’un mago, o forse d’un diavolo più potente di quello che stava dentro il principe. Non era forse vero che il diavolo non aveva rispetto che per il male, e non si fermava di certo ad ossequiare la bontà?
Certuni consigliarono perciò di guardare con maggiore prudenza alle cose di Prospero e di stare alla larga dallo stringere un’amicizia troppo confidenziale con lui. Ma vi era anche l’opinione di quelli che dicevano che Prospero era un santuomo venuto da lontano apposta per combattere il principe, e l’aveva mandato a quel villaggio Dio stesso per affermare la supremazia del bene sul male. E il principe, che era il male, non poteva che comportarsi così con Prospero, riconoscendo in lui il superiore potere del bene. Tra i più accaniti sostenitori di quest’ultima ipotesi era anche il prete del villaggio, il quale si era recato spesse volte alla locanda e aveva ricevuto una forte impressione dalle qualità di Prospero. Così aveva concluso che esse non potevano che discendere direttamente da Dio. Da quell’oste sarebbe arrivata l’affermazione del bene e la sconfitta definitiva del principe, che già in quel comportamento di sottomissione avvertiva l’inizio della propria fine. Era solo questione di tempo, e di avere un po’ di pazienza ancora. Non c’era al mondo nessun valido motivo per dubitarne.
Passò un giorno al gran galoppo il principe Vladimiro. Attraversò i primi campi e il cavallo sembrava volare, sollecitato alla corsa dalla frusta. Poi ad un tratto, davanti alla grossa quercia che dominava quella parte di pianura, come fosse stato avvertito da un segnale misterioso, arrestò il cavallo, che si rizzò sulle zampe anteriori. Cambiò direzione e spronò l’animale alla volta del villaggio.
Si fermò davanti alla locanda.
Legato il cavallo all’ingresso, entrò e con la medesima alterigia, ma questa volta con gli occhi pieni di risentimento, si accostò al bancone.
È a questo punto che nessuno sa più riferire che cosa realmente accadde, e nacquero così due versioni della stessa leggenda.
La prima narra che quel principe, avvicinatosi al bancone, al contrario delle altre volte esibì la propria tracotanza e andò su tutte le furie; ruppe fiaschi e bicchieri, sfasciò tavoli e sedie, inveì con insulti e bestemmie contro Prospero, che invece continuava a non battere ciglio e serviva gli avventori come se nulla di insolito stesse accadendo. Infine, completamente fuori di sé, il principe gli si scagliò contro per malmenarlo, e fu a questo punto che un viaggiatore levò il suo archibugio e sparò contro di lui. Qualcuno sostenne di aver visto in quel momento gli occhi del principe spalancarsi, ed accendersi, ed esplodere di attonita meraviglia. Poi il corpo stramazzò al suolo con un grosso boato, come se si fosse schiantata una montagna. Anche sul conto di quel viaggiatore nacquero leggende.
La seconda racconta che il principe Vladimiro entrò come le altre volte alla locanda, e si mise ad attendere come era solito fare. Se ne restò per molto tempo appoggiato al bancone, mentre Prospero prestava servizio ai tavoli pieni di avventori. Quelli che videro la scena ricordavano che l’espressione del viso del principe quel giorno era diversa, quasi fosse stato consapevole di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
E infatti, fu visto stramazzare a terra all’improvviso; come un sacco vuoto afflosciarsi e lentamente la sua figura sciogliersi in acqua: prima le mani, poi le gambe, il busto, il collo e solo per ultimi gli occhi e la bella fronte. Alla fine, quelli che stavano intorno a lui, non videro altro che una piccola pozza d’acqua, che di lì a poco si prosciugò. Del principe non restò più niente. Fuori della locanda non si trovò nemmeno il suo cavallo.


Letto 2765 volte.


2 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 1 Maggio 2008 @ 16:41

    Con la tua consueta limpidezza d’espressione, ci presenti immancabilmente storie avvincenti. C’è spesso nei tuoi lavori la lotta tra il bene ed il male, come, del resto, avviene nella vita, da che mondo è mondo, ma il bene ha sicuramente il sopravvento. E ciò è frutto di un animo squisito, limpido, generoso, che tu possiedi e trasmetti, Bartolomeo.
    Un affettuoso abbraccio
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 1 Maggio 2008 @ 18:33

    Grazie, Gian Gabriele.
    Bart

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Bart