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FAVOLE: Il regno di Sorteranne

31 Ottobre 2007

 di Elisabetta Liquori

[L’ultimo romanzo di Elisabetta Liguori: “Il correttore”, Pequod, 2007]

Non era poi tanto tempo fa. C’era un regno, una volta c’era, che meraviglia, adesso non più, era un piccolo regno nel mezzo di una valle fertile chiamato da tutti “Sorteranne” perché fondato in anni di fortuna e prosperità.

Ci vivevano agricoltori, fattori, artigiani con le loro famiglie e animali di tutti i tipi. E molta altra gente veniva da lontano, richiamata dall’eco chiassosa della felicità. C’era ovunque una grande allegria ed una discreta ricchezza.
I più lieti erano gli animali: producevano latte, formaggio, panna, uova e, da queste, i gelati ed il tutto bastava a sfamare le famiglie ed i numerosi bambini.
Come spesso accade quando di regni si tratta, la fortuna di Sorteranne la si doveva alla politica illuminata del suo sovrano. Era proprio lui, Alcide detto “il verde“, che aveva redatto la Costituzione del regno, editto per editto.
Risaliva a pochi mesi prima l’ultimo che disponeva sanzioni severissime nei confronti di tutti quelli, adulti o bambini, che fossero stati  scoperti a far del male ad un animale, a rincorrerlo, strappargli le piume, fargli dispetti crudeli, tirargli il muso o le zampe.
Per questi violatori era prevista la pena del “pozzo nero“: il condannato veniva calato in fondo ad un pozzo così nero e profondo che non vi arrivavano né luce, né suoni, così freddo da buscarsi un raffreddore.

Un giorno pieno di nuvole un drappello di guardie che faceva la ronda nei pressi della contrada “Ruscello rosso”, notò un bambino in strani atteggiamenti.
Il bimbo rincorreva tre oche nel giardino dicendo: – Questa volta siete arrosto! … Diana, Fiorenza e Gustavina, oggi  finite a frittatina… –
Le guardie non persero un minuto: catturarono il bambino, lo infilarono in un grande sacco e lo portarono al cospetto di Alcide il verde.

  • – Allora guardie, raccontatemi quanto avete visto con i vostri occhi ed udito con le vostre orecchie – disse il sovrano.

I fatti furono riferiti per filo e per segno. Nonostante il pianto del bimbo che tentava di discolparsi, il Sovrano Alcide, disgustato all’idea di una frittata di oca o un arrosto di pennuti, decise di mandare l’accusato alla Corte del giudice Piergigi detto “l’ultima parola” e questi pronunciò la condanna a trenta giorni di pozzo nero. Con nessuna incertezza e nessuna difesa.
La sentenza venne immediatamente eseguita e comunicata agli ignari genitori, che in quel momento si trovavano a piantare spinaci nei campi.
Immaginate la disperazione dei due: – Il nostro unico figlio nel pozzo?? Deve trattarsi di un errore. Corriamo dal Sovrano a chiarire ogni cosa. –
Ma Alcide fu irremovibile.

  • – Vostro figlio aveva parole terribili per quelle povere oche indifese! Le minacciava di morte!-

  • – Era uno scherzo: lui ama gli animali. Quello è il loro modo di giocare, lo fanno da sempre e si divertono tanto. Il nostro piccolo non ha fratelli con cui passare il tempo e gli animali sono i suoi unici veri amici… –

Il sovrano rispose: – Lui si diverte, certo, ma cosa o chi  ci garantisce che anche agli animali piaccia quel gioco? Soltanto se venissero qui le oche a dirmi il contrario potrei cambiare idea, ma visto che loro non possono parlare, io ho il dovere di difenderle. La sentenza, pertanto, non verrà revocata. –
Il padre e la madre del bimbo furono rimandati a casa in una notte buia e dolorosa. Cosa potevano fare quei due poveri vecchi disperati? La donna si mise alla finestra e urlò più forte che poteva contro il destino ingrato e il fatto di essere così poveri in canna da non potersi permettere un buon avvocato.
Ascoltando quelle urla disperate, anche gli animali della fattoria vennero a conoscenza dei fatti.
Scoppiò il caso.

Tutti gli animali cominciarono a protestare tra loro per la sentenza ritenuta ingiusta in una babele di versi, strepiti e grugniti di ogni tipo.
Rivolevano il loro amico, il loro compagno di giochi.
Furono avvisate tutte le bestie del vicinato e la protesta si estese, capeggiata dall’oca anziana Fiorenza, che era una tipa tutta pepe, che non si lasciava di certo volare una mosca sotto il becco.

  • – E’ uno sconcio! Bisogna che qualcuno faccia capire agli umani che a noi piacciano i bambini ed i loro giochi scalmanati, se fatti con fantasia e rispetto; che siamo ben capaci di distinguere una minaccia cattiva da uno scherzo amorevole. – così paperava l’oca piena di passione, ma solo le sue colleghe erano in grado di comprenderla.

Le altre bestie la capivano a stento. Come avrebbero mai potuto farsi ascoltare dal Sovrano, che era sì un animalista, ma non parlava la lingua animale?

  • – Bau, grrr, miao, bee, hiho, quaquà – ed era una gran confusione tra umani ed animali, ugualmente disperati.

Quando ogni speranza sembrava persa, piano, piano, lemme, lemme, in tutto questo cozzare e baciarsi e respingersi dei suoni, i versi emessi da ciascun animale cominciarono a diventare gradualmente familiari a tutti gli altri. Compresi i genitori del bimbo condannato. I versi si andarono umanizzando e le parole animalizzando. Nell’imprevista comunicazione reciproca la protesta prese vigore.
Fu per questo miracolo che l’oca Fiorenza decise di partire alla volta del castello del Sovrano, seguita da tutti gli altri. Dietro di lei si formò un lungo corteo di manifestanti, che cantavano a gran voce “… quella vecchia fattoria…ia..ia.. o“,  e, di chilometro in chilometro molti altri si unirono al coro.
All’ingresso del Palazzo reale, le guardie stupite esitarono a lasciar passare le bestie, ma poi fecero strada.
Fiorenza parlò anche a nome degli altri allungando il collo con fare apparentemente sicuro: – Ci ascolti sovrano e scusi le… papere. I bambini non sono mai stati un pericolo per noi. I loro sono giochi innocenti, carichi d’affetto. Si gioca a Guardie e Ladri con la gazza, a Prendi -Prendi con la volpe, a Mosca Cieca con la talpa. Siamo noi ad insegnare i giochi ai bambini. Secondo le nostre diverse attitudini.
Non privateci di questo piacere. Insieme poi inventiamo mille ricette vegetariane. –
Il discorso fu piuttosto chiaro, con poche esitazioni  lessicali, ed il sovrano Alcide rimase a bocca spalancata.

  • – Voi parlate la nostra lingua? … –

  • – Sono stati i vostri bambini a farcela conoscere: poche parole chiare ed essenziali, utili a comprendere e comunicare. Sono state sufficienti. No, no, qua, qua, ascoltando gli adulti questo miracolo non si sarebbe mai compiuto, qua – qua , no, no qua – qua! Gli adulti parlano una lingua strana, incomprensibile, troppo ingombra. Vogliono dire una cosa, ma affermano il contrario. Usano strani codici. Parlano solo al passato. Bee, bee, troppa fatica e confusione! Qua. –

La storia del regno di Sorteranne da quel momento cambiò del tutto.
Il bambino fu immediatamente restituito alla famiglia ed il giorno dopo il sovrano fece dare pubblica lettura al seguente Editto:
“Agli animali sia consentito di ascoltare i bambini almeno due ore al giorno, dalle ore 10:00 alle ore 12:00, al fine di perfezionare l’uso della lingua. Colui il quale sia sorpreso ad ostacolare l’esecuzione di queste disposizioni sarà condannato alla pena del pozzo nero.”
Si narra che il pozzo nero, da quel momento, non abbia più visto anima viva e che nel giro di qualche anno sia caduto in disuso, si sia riempito di zanzare e ragnatele (infatti i ragni e gli insetti sono sempre stati animali un po’ asociali) ed utilizzato soltanto nelle visite turistiche, a memoria dei tempi bui.


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