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FAVOLE: L’asino di Tonio

1 Agosto 2008

di Bartolomeo Di Monaco 

[Per le sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Nella seconda metà del sesto millennio, pochi secoli prima del suo termine, a Lucca ci fu un grosso fermento di idee, un movimento di pensiero quale non si era più visto dalla fine del terzo millennio. Anche nel resto del pianeta si erano aperti dibattiti, convegni, seminari; ma Lucca batteva tutti e si poteva considerare in questo senso la capitale del mondo.
In via Fillungo non era difficile incontrare crocchi di persone ferme a discutere su ogni cosa, soprattutto davanti alla bella chiesa di San Cristoforo o all’incrocio con la piccola strada di via Sant’Andrea che conduce alla Torre Guinigi, o all’altezza della bella piazza di San Frediano.
Piazza San Michele, addirittura, era sempre colma di gente scatenata. Perfino sotto la bella Loggia del palazzo Pretorio andavano a litigare!
Oggetto dei loro bisticci era il troppo benessere che aveva invaso la città e il mondo intero.
Non era accettabile, dicevano certuni, che l’uomo non avesse in realtà più nessuna seria preoccupazione a cui attendere, non fosse gravato più dai molti problemi che tanto avevano contraddistinto la società umana almeno fino a tutto il terzo millennio. E anche nel quarto, se si andava a spulciare con maggiore attenzione, si poteva trovare qualche piccolo cruccio che ancora pesava sull’uomo.
Poi, le prodigiose scoperte, le esaltanti invenzioni avevano cominciato a dare in pieno i loro attesi frutti.
E così a partire dalla fine del quarto millennio si era visto a poco a poco sopravanzare ed infine dilagare il benessere.
Erano scomparse le malattie di ogni specie, non solo il terribile cancro, l’aids ed altri morbi sciagurati, ma perfino l’emicrania, il mal di denti, l’innocuo raffreddore.
Il corpo sapeva reagire ad ogni infezione grazie a delle microcellule che erano state introdotte nell’organismo, e sapeva farlo così bene che l’uomo del sesto millennio non conosceva le malattie se non dai libri di storia.
Non c’erano più crisi economiche che chiamassero i cittadini a fare grossi sacrifici per risanare il bilancio pubblico. Lo Stato era straricco e ben amministrato da persone che sapevano il fatto loro e si erano messe con umiltà al servizio degli altri. Quando occorreva qualche aiuto straordinario (ma ciò non accadeva quasi mai) lo richiedevano espressamente ai cittadini, che corrispondevano subito con molta generosità. Nessuno pagava le tasse, e ognuno era libero di esercitare il mestiere che più gli piaceva e tenersi per sé l’intero guadagno.
Dei soldi, infatti, non c’era praticamente più bisogno su tutta la Terra. Servivano soltanto ad intrattenere degli scambi commerciali con gli abitanti degli altri pianeti, che molto spesso scendevano da noi per fare compere voluttuarie.
L’uomo, invece, si recava sugli altri pianeti per acquistare soprattutto nuova tecnologia, visto che ancora gli extraterrestri ci sopravanzavano in fatto di scoperte e di invenzioni.
E così era diventata una sofferenza trascorrere i giorni.
La gente non si dava pace.
«Non si può continuare!» gridavano certi tribuni comparsi all’improvviso tra la folla.
E molti applaudivano.
La sera, a casa, tra marito e moglie non si parlava d’altro.
Soprattutto i figli desideravano qualche cambiamento, e lo confidavano ai genitori.
Ma anche tra i grandi erano molti coloro che s’erano stufati di una vita che consideravano priva di autentiche emozioni, senza alcun rischio che mettesse alla prova il coraggio di un uomo.
In questo modo, quei primi tribuni trovarono un terreno assai fertile e raccolsero presto ampie adesioni.
Un giorno capitò a Lucca, in visita a certi amici, un contadino assai burlone, di nome Tonio. Davanti alla chiesa di San Cristoforo vide, in piedi sullo scalino più alto, uno di quei tribuni che gridava.
«Vogliamo cambiare. Non ne possiamo più di quest’assurdo appiattimento! A Roma si devono eleggere uomini nuovi.»
«Ad aprile voteremo per te alle elezioni!» rispondeva la folla.
Il tribuno si gonfiava di soddisfazione.
Tutto il Fillungo era strapieno di gente che ascoltava, e si faceva fatica a transitare.
Gli amici di Tonio dovettero quindi arrestarsi e sostare proprio lì davanti; e così il contadino poté prestare più attenzione a quelle parole.
Tonio, da quando era diventato vecchio, capitava a Lucca molto più di rado.
Gli amici gli avevano confidato che per le strade si sentiva la mancanza delle sue burle.
Era per questo che s’era deciso a ritornare a far loro compagnia.
Gli spiegarono cosa stava accadendo in città da qualche tempo.
Ma Tonio sapeva già tutto.
Anche dalle sue parti, in campagna, si tenevano quelle discussioni. Lui però non vi aveva dato molta importanza. La gente stava bene; era assai improbabile che desiderasse un effettivo cambiamento.
Doveva ammettere, però, che quegli uomini, quegli accaniti oratori, erano spuntati all’improvviso un po’ dappertutto, e stavano riscuotendo un grande successo.
Erano comparsi addirittura in tutto il mondo!
A Lucca, il numero dei loro sostenitori si era ingrandito a dismisura, e sembrava divenuta inarrestabile la loro straripante affermazione.
«Riconosco questa specie» sorrise ad un tratto, e sbirciò gli amici, i quali capirono così che il vecchio burlone ne stava escogitando una delle sue.

Al ritorno, passando da piazza San Michele, la videro stracolma di gente che applaudiva un altro oratore.
«È così ormai dappertutto» si lamentarono gli amici. «Non riusciamo più a liberarcene.»
Allora Tonio svelò che non appena li aveva sentiti parlare, e soprattutto li aveva visti bene in faccia aveva riconosciuto in loro una specie che era sopravvissuta fino a tutto il terzo millennio, poi grazie al progresso era scomparsa.
«So io come metterli a posto. Ci vediamo domani» li salutò. Era tutto felice.
Il mattino dopo gli amici si fecero trovare davanti ad una delle porte della città.
Con loro somma meraviglia, lo videro arrivare in groppa ad un asinello.
Lo seguirono, e da porta San Donato, attraverso via San Paolino, giunsero in piazza San Michele, dove già si stava tenendo un affollatissimo comizio.
«Eccone qua uno!» esclamò Tonio, sfregandosi le mani tutto contento, e scendendo dal somaro.
Pregò gli amici di non allontanarsi, quindi si mise in ascolto a fianco del suo paziente animale.
Ad un tratto, mentre l’oratore metteva sempre più passione nelle sue parole ed era proprio sul punto di strappare l’applauso della folla, ecco che l’asinello si mette a ragliare. Dapprima quasi sottovoce, eppoi sempre più forte, finché il suo raglio divenne veramente insopportabile.
La gente si voltò, lasciando intendere a Tonio che doveva portarsi via il somaro.
Ma Tonio stava con le braccia incrociate e faceva finta di nulla, come se quella bestia non fosse sua, e dentro di sé sorrideva, poiché sapeva bene che la sorpresa non era finita.
L’oratore parve contrariato di dover parlare in presenza di un somaro, ma giacché la bestia ora si era calmata, di nuovo tornò ad alzare il tono della voce.
Ed ecco che l’asino ancora raglia.
E questa volta è spazientito!  
E sembra che parli il suo raglio!
Infatti, proprio in quel momento dalla sua bocca escono parole umane.
«Finiscila, o bischero!» dice.
E subito comincia ad enumerare le bugie dell’oratore.
Ogni tanto fa una pausa e di nuovo raglia. Il tribuno non sa che dire, si confonde, balbetta.
La gente è sbigottita. Guarda il somaro. Stenta a credere.
Ma deve subito convincersi che la ragione sta proprio dalla sua parte.
Allora lo segue, segue Tonio che di nuovo è in groppa alla bestia, e con lui tutti si dirigono in via Fillungo.
Anche qui un altro oratore ha assunto atteggiamenti solenni; le parole sono ben scelte, forbite; il tono della voce è davvero superlativo.
Si compiace di vedere arrivare nuovi ammiratori. Schiarisce la voce. Non vuole avere debolezze ora che il pubblico è tutto rivolto a lui, così numeroso!
Ma ecco che l’asino raglia. Una volta, due volte.
Di nuovo disvela le bugie dell’oratore.
La gente che l’ha seguito da piazza San Michele e che ora sa, ride a crepapelle.
Anche gli altri, dopo un momento di sorpresa, ridono.
L’oratore arrossisce, non sa che dire, e infine confessa la sua imperdonabile vanità. S’inginocchia e chiede perdono.
Va pure davanti all’asino a prostrarsi!

Tonio sale in groppa all’animale e, seguito da una folla strabocchevole, percorre l’intera città. Tutti sono con lui.
Non c’è lucchese che non si diverta.
Piazza Grande, piazza San Martino, piazza Santa Maria Bianca, i baluardi delle Mura, piazza Bernardini, vedono ripetersi, con somma gioia della gente, lo spettacolo già visto nelle altre piazze.
I tribuni, infine, vengono radunati in mezzo alla folla, e tenuti legati dietro l’asino parlante.
«Che ne facciamo?» domanda Tonio.
«Decidi tu.»
«Mi pare che abbiano già ricevuto la giusta punizione, facendo il giro della città prostrati davanti alla coda di un asino!»
«Raccontaci la verità. Dicci come hai fatto!» gridano.
Tonio si decise, così, a rivelare a tutta quella marea di folla che egli era custode di un segreto straordinario, e che ora era giunto il tempo di rivelarlo.
«Quale segreto?»
Svelò che la nostra bella città ha un privilegio su tutte le altre del mondo, ed esso riguarda proprio i suoi asini, tanto pazienti quanto poco stimati. Essi, infatti – ma soltanto gli asini lucchesi, si badi bene – hanno il dono della parola, e non solo, ma possono svelare le menzogne di chicchessia. Ciascuno di noi, sorrise Tonio, dovrebbe custodirne almeno uno in casa propria. E soprattutto nutrono una particolare avversione per le bugie dei tribuni di quella malefica specie che era capitata in città, e che si pensava fosse ormai scomparsa dalla faccia della Terra.
Però non era facile far parlare un asino lucchese.
«Perché?»
Si doveva chiedere la grazia nientemeno che all’arcangelo San Michele.
«In che modo?»
Recandosi sul sagrato della chiesa omonima, e percorrendo inginocchiati la distanza che divide gli scalini della piazza dalla porta centrale, dopo essersi confessati e comunicati, e soprattutto dopo avere disposto la propria anima alla misericordia e all’amore verso il prossimo. Troppo difficile? Qualcuno tentennò la testa, non ci credeva.
Ma alla fine tutti tornarono ad applaudire Tonio per avere salvato la città.
Ci volle un bel po’ di tempo prima che riuscisse a liberarsi da tutta quella folla.
Gli amici furono, ancora una volta, soddisfatti del loro compagno.
Anche le generazioni future, gli confidarono riaccompagnandolo a casa, lo avrebbero ricordato per sempre; e avrebbero nutrito per lui sentimenti imperituri di riconoscenza.


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2 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 2 Agosto 2008 @ 22:58

    Ancora lo scenario meraviglioso di Lucca a contorno felice di questa favola, che, pur moderna, ha il fascino e la sostanza di quelle più rappresentative, che ben conosciamo. Favola che è metafora assai significativa di quanto stiamo vivendo e riscontrando nel tempo attuale: la nostra continua insoddisfazione, la nostra superficialità, la nostra faciloneria e, soprattutto, il “ragliare” di certi vuoti “tribuni”, per ottenere attenzione e privilegi personali. Bravo, Bartolomeo, sempre capace di invenzioni propizie in… quel di Lucca. Ti abbraccio ed alla… prossima
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 3 Agosto 2008 @ 00:51

    Stamani sono stato con i miei fratelli, Giuseppe, il maggiore, e Mario, il minore, in giro per la città. Mio fratello Giuseppe vive a Laives, un grosso paese confinante con Bolzano e si trova in vacanza a Lucca insieme con la moglie, miei ospiti. La città era piena di turisti, che l’hanno scoperta e vengono a visitarla. Ci siamo fermati alla Veneta, la nota gelateria, e, seduti fuori, abbiamo consumato tre mastodontici gelati, sorseggiando uno spumante secco. Condizione felicissima per sentire battere dentro di noi il cuore stesso della città.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart