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Foscolo, Ugo

3 Gennaio 2021

La fortuna nella vita del Foscolo

La fortuna nella vita del Foscolo

(Da: “Sìlarus” – Anno VI – N. 31; Settembre-Ottobre 1970)

La nota del prof. Reina sul Foscolo e M.me De Staël, mi ha riportato alla memoria il turbolento romantico « dal pelo rosso e la testa di fauno », come qualcuno amò descriverlo; e gradirei aggiungere questa mia, che ha l’occhio al periodo successivo, quando, deluso dal Bonaparte, il poeta sveste la divisa di capitano e si reca a Pavia.
Qui, aveva preso alloggio in Borgo Oleario presso la famiglia Buonfico da quando il decreto del 18 Marzo 1808 lo aveva nominato titolare della cattedra di letteratura. «Il professore d’eloquenza in Pavia è a morte: chiedo quella cattedra. Avrei sei mesi di assoluta indipendenza, e nei mesi scolastici molte settimane libere, segnatamente per il Carnevale. Rinuncio a molte belle speranze, ma avrei più tranquillità, vita meno errante… Pendo a diventare professore». Non più battaglie dunque, né ferite (ne aveva ricevute due che gli dolsero per tutta la vita), ma finalmente riposo: «Ho varcato i trent’anni, e bisogna ormai ch’io pensi più alla quiete e alle lettere che alle armi… ho chiesto dunque un impiego più confacente al mio ingegno e alla mia indipendenza individuale».
A Pavia, come aveva fatto con M.me de Staël, rifiuta l’invito del bel mondo e delle belle dame, che lo volevano brillante conversatore nei loro salotti (lo aveva già coronato la gloria con «I Sepolcri» e «Jacopo Ortis»), e si chiude nella sua casa da dove non si stanca di scrivere agli amici.
Ha una mania: vuole scrivere su carta linda, e si rimprovera ogni volta che non riesce a trovarla per le botteghe di Pavia, ed è costretto a scrivere su «questa cartaccia».
La sua vita, le abitudini sono domestiche: «Quanto alla mia vita, io mi sto sempre in casa, esco fuori quasi per forza; ma specialmente la sera io mi sto al mio fuoco con alcuni giovani greci pieni d’amore per le lettere e per la patria». Nella bella casa, ammobiliata e arredata grazie alle cure del Brunetti e della contessa Macazzoli, egli si sente «elegantemente, largamente e caldamente alloggiato». Tiene un registro per le spese di cucina, l’illuminazione, la biancheria, i domestici: ne ha tre, Domenico, il cameriere, Angiolina per il guardaroba e Antonio come cuoco; dei quali dice: «Anche a cercarli con la lanterna del Cinico, non si potevan trovare tre creature né più cordiali, né più diligenti…». Si alza alle sette, per prepararsi il tè. Poi si chiude in camera e attende agli studi fino alle tre. Pranza alle quattro con l’amico Montevecchio, suo compagno di alloggio.
Parlano soprattutto di donne: e il Foscolo ha una gran voglia di prender moglie, ma i due stipendi di capitano e professore arrivano a 6600 lire e non bastano ad uno spendaccione par suo. «Ho in casa letti e assai stanze e posso dire come Cosimo de’ Medici, troppa casa a sì poca famiglia».
Ne ha conosciute due, la Elena Bignami, la donna cui s’era interessato anche Napoleone, e Marzia, la bresciana; ma non può corteggiarle perché è rimasto al verde.
Intanto si avvicina gennaio, e con quello il giorno della sua prolusione (l’argomento è: L’origine e l’ufficio della letteratura) e delle lezioni, che vuole facciano rumore per tutta Pavia. Vi mette caparbietà e ingegno: «Questa prolusione — scrive al Brunetti — è così vasta per l’argomento… e sì incalzante per il tempo, dacché il 15 gennaio mi va sempre più minacciando alle spalle, e sì puntigliosa, attese le circostanze in cui la pubblico, ch’io non trovo ora né da mangiare né da dormire con quiete».
Quelle «circostanze» fanno pensare all’invidia che s’era tirata dietro il poeta dacché, senza concorso, solo con l’appoggio del potentissimo Monti, era salito alla cattedra. Del Monti si sa ch’era uomo di gran peso, al punto che se un principe lo incontrava per strada, si faceva tutt’uno per invitarlo sulla sua carrozza. Egli era lo storiografo di Sua Maestà.
Il Foscolo lavora febbrilmente, intento a fare della prolusione un’opera intelligibile: «(la prolusione)… è sì difficile per lo stile che vuol far facili e corporee le astrazioni recondite della letteratura».
Intanto nel novembre del 1808 arriva l’inaspettato: un decreto vicereale del 15 Novembre sopprime la sua cattedra d’eloquenza e la trasferisce a Milano.
Scosso, scrive al Monti perché faccia di tutto per mantenergliela: che brighi, che scriva, ma la cattedra deve restar in Pavia: «Monti mio, ti scongiuro a mover cielo e terra perché la cattedra d’eloquenza sia conservata a Pavia, ov’è l’università più civile di tutte».
Per l’anno in corso, tuttavia, i professori possono tenere lezione e riscuotere lo stipendio.
Il Foscolo scrive al Brunetti: «Tu puoi immaginarti ch’io farò le lezioni, e con più impegno; e massime la prolusione. Prima d’abolirmi ci penseranno».
Sapeva che il suo nome avrebbe richiamato all’università il fior fiore d’Italia.
La prolusione è completata. Viene letta alle dodici del 22 gennaio: una giornata fredda e nevosa, ma sono venuti ad ascoltarla da Milano, Brescia, Como, Cremona. Il Corpo Accademico è al completo: il Reggente Magnifico, il Bellisomi, il Lotteri, il Nocca, il Giardini, lo Scarpa, il Marabelli, il Gratognini, il Borda, il Mangili, il Configliacchi ed il Volta, che a quel tempo alloggiava in «contrada dell’acqua», vicino a Borgo Oleario.
La presenza del Monti contribuisce ad accrescere il rispetto per l’oratore e tutti sanno quale legame di amicizia li unisce.
È un trionfo. Un fremito percorre l’aula all’apostrofe: «O Italiani, io vi esorto alle storie perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime degne d’essere liberate dall’oblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere e onorare la terra che fu nudrice ai nostri padri e a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri».
Ė il motivo dei «Sepolcri», così vivo e ricorrente nella vita del Foscolo. Durante l’operazione pare avvolto da un Nume: la sua origine di uomo venuto di Grecia trasfigurava il suo volto, tra canino e scimmiesco, in quello di un dio. Per voto unanime la prolusione si deve dare alle stampe. Il Monti è commosso, il Volta gli stringe la mano, poi una interminabile fila di giovani lo accompagna a casa, dove resta fino a mezzanotte a festeggiare col Monti, il Brunetti e gli altri, venuti di fuori apposta per lui.
Forse si riuscirà a conservare la cattedra a Pavia. Il Reggente Magnifico ha già informato il ministro dell’Interno, il conte Vaccari, dell’entusiasmo che suscita il giovane professore e del largo seguito che raccoglie. Anche il Direttore generale della Pubblica Istruzione è informato.
Ma non molto tempo dopo, il Monti gli scrive: «Volevo tacerti una nuova che non deve piacere né a te né ai tuoi amici, ma è meglio che tu la sappia da me. La cattedra d’Eloquenza forense, senza veruna colpa dell’Istruzione Pubblica, anzi contra il suo voto, è stata conferita all’Anelli».
Il Foscolo tenne in tutto cinque lezioni, trattando «Dei principi generali della letteratura», «La lingua italiana storicamente e letterariamente», «Della letteratura rivolta unicamente a lucro», e nei giorni 5 e 6 giugno «Della letteratura rivolta all’esercizio delle facoltà intellettuali e delle passioni».
Amareggiato, pieno di sdegno, ma ancora orgoglioso, risponde al Monti: «Si paragoneranno gli scritti, il carattere e la fama di loro e di me, e il paragone farà parer candide anche le mie macchie. Ti giuro bensì ch’io mi sento crepare il cuore…».
E più tardi, sempre scrivendo al Monti: «Dell’avvenire né spero né temo; onde, poiché avrò fatto ciò che dovrò come uomo libero, devoto alla patria, alle lettere e alle leggi, lascierò che la fortuna si studi di farmi ridere o piangere».
Questo per dire quanto il destino, oltre che l’uomo, abbia voluto metter la mano nella vita turbolenta e inquieta del Foscolo.


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