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FUMETTI: Bibì e Bibò

14 Dicembre 2008

[da: “Enciclopedia dei fumetti”, a cura di Gaetano Strazzulla, Sansoni, 1970] 

L’AUTORE 

RUDOLPH DIRKS – Nato nel 1879, non ancora ventenne incontra Rudolph Block, il comic editor di Hearst, responsabile dell’American Humorist. Dirks, che si è trasferito da poco sulla costa atlantica, accetta immediatamente l’of­ferta di entrare a far parte dello staff dell’American Journal. È lo stesso Block, un intrapren­dente giornalista d’origine tedesca, a suggerir­gli di tentare una versione ammodernata delle perfide storie di Max e Moritz, i discoli ideati da Wilhelm Busch nel 1865. L’impresa riesce parecchio fortunata e nel giro di qualche anno i Katzenjammer Kids divengono popolarissimi, e non soltanto negli Stati Uniti. Il lavoro fila senza intoppi fino al 1912, quando Dirks decide di abbandonare le sue creature (cui, all’inizio, ha collaborato anche Frederick Burr Opper) per compiere un lungo viaggio in Europa. Accor­datosi con l’editore, s’impegna a fornire in an­ticipo il materiale necessario per dodici mesi. Non tiene però fede ai patti e Hearst lo sosti­tuisce allora con Harold Knerr, autore per do­dici anni dei fumetti dell’lnquire di Filadelfia. Al suo ritorno a New York, Dirks è avvicinato da Joseph Pulitzer (il diretto concorrente di Hearst), che gli propone di proseguire sul suo The World le storie di Bibì e Bibò. L’accordo è firmato e due storie analoghe si danno così battaglia sui due più autorevoli quotidiani di New York. Richiesto di un giudizio, il tribu­nale stabilirà salomonicamente che i « doppi » monelli possono coesistere, a patto che Dirks scelga una nuova testata. Nasce allora (1913) la serie di The Captain and the Kids, un ap­puntamento cui Dirks terrà fede fino alla sua morte (20 aprile 1968), aiutato negli ultimi tempi dal figlio John, il quale l’ha quindi ereditata. L’altra serie, proseguita da Knerr fino al 1949 e quindi passata a Doc Winner e poi a Joe Musial, è parsa in genere preferibile per dise­gno (più attento ai particolari) e colore, ma certo meno efficace sul piano dell’invenzione. Il « doppione », tuttavia (al pari di quello di Yellow Kid), è riprova del grandissimo favore ottenuto in settanta anni dai Katzenjammer Kids e della loro incrollabile «tenitura». 

I PERSONAGGI 

BIBÌ E BIBÒ (Hans e Fritz) – II 12 dicembre 1897 le pagine coloratissime dell’American Humorist, il supplemento domenicale del newyorkese American Journal di William Randolph Hearst, presentano ai lettori un nuovo racconto. È in­centrato su tre ragazzini, i quali si vendicano canagliescamente di un giardiniere che li ha innaffiati. La domenica successiva uno di loro scompare dalla scena, sostituito – per così dire – dalla presenza di una segaligna fan­tesca immediatamente coinvolta nelle turbo­lente macchinazioni dei due rimasti. Firmate da Rudolph Dirks e intitolate The Katzenjammer Kids (I monelli del signor Katzenjammer), que­ste mezze tavole, schizzate con tratto som­mario e prive d’ogni ornamento scenografico, avviano una delle più popolari e longeve saghe dei fumetti, quella appunto – per citare la traduzione italiana – di Bibì, Bibò e il capitano Cocoricò.
I terribili eroi (Hans e Fritz nell’edizione ori­ginale) muovono dunque i loro primi passi senza il contorno di quei comprimari che, nel volgere di alcuni mesi, dovranno diventare – nel medesimo tempo – – le vittime e i giusti­zieri di un duetto all’antitesi del galateo. Marna (ossia la nostrana Tordella) si unisce a loro già nella seconda puntata, ma nessun ele­mento della sua caratterizzazione può far pre­sumere il peso che il personaggio dovrà poi assumere. Inizialmente, il suo aspetto, all’op­posto di quella corpacciosa presenza che la renderà popolare e proverbiale tra i giovani, è abbastanza anonimo, incolore, al punto che viene fatto di considerarla un elemento secon­dario, di tutto comodo, assunto in blocco dalla tradizione della narrativa infantile. Il Capitano (The Captain) verrà più tardi, quando l’autore avrà nel frattempo meglio strutturato le sue piccole storie e calibrato il rapporto tra scritte e disegni.
A Dirks, infatti – e ciò deve essere immedia­tamente sottolineato – spetta la paternità del balloon, ossia del fumetto, nella forma che consideriamo tipica. Lo usa per la prima volta nelle tavole d’avvio di Hans e Fritz e lo affina in poco tempo, presto imitato da numerosi suoi colleghi. L’invenzione, se cosi vogliamo chia­marla, non ha però il carattere di una occa­sionale trovata tecnica, ma è conseguenza di una precisa esigenza espressiva. I suoi due ribelli, al pari della massa di adulti che si va accumulando attorno a essi, appartengono a una comunità di immigrati tedeschi, che mal se la dicono con la lingua di adozione. Tutti si esprimono in un curioso impasto, che storpia le consonanti e stravolge i suoni (purtroppo questa curiosa trovata linguistica è assente nella versione italiana). Se Dirks la raffigu­rasse in maniera tradizionale, gran parte dell’humour e del godibile massacro linguistico andrebbe disperso. Gli sarebbe facile rifarsi alle scritte e ai cartelli che popolano le ta­vole di Yellow Kid, ma egli intuisce che, per conseguire gli immediati risultati di intrat­tenimento che si ripromette, gli è necessario innovare il procedimento grafico di Outcault giungendo a una più succosa comunicazione visuale. Deve, in altre parole, sostituire i testi esplicativi con un dialogo « scritto » al mas­simo serrato. Di qui, i suoi progressivi aggiu­stamenti di tiro per ottenere una bruciante e inedita contrapposizione tra parola e immagine. Le avventure di Bibì e Bibò, sarà bene pre­cisarlo, non brillano per particolari virtù di di­segno (anzi, sono un esempio di tecnica sbri­gativa e poco raffinata, che si accontenta di sommar! appunti di ambientazione), né per brillantezza di gags. Il modulo dell’impianto – idea della beffa, sua attuazione, ricerca dei colpevoli e punizione finale – si ripete con puntuale semplicità, senza varianti di qualche rilievo. Quello che conta per il successo di The Katzenjammer Kids, e per una sua obbiettiva valutazione critica, è la gustosità dei dia­loghi che riescono a « rinnovare » situazioni al massimo usurate. È ovvio che queste conside­razioni valgono soltanto per l’edizione origi­nale delle storie, giacché quella conosciuta in Italia (disegnata però da Harold Knerr) ha dra­sticamente voltato in forme caserecce (cioè negli ormai famosi distici rimati del Corriere dei Piccoli lo spirito irriverente, e anche eversivo, dei primi « ragazzi terribili » della comic art. Ancora si deve aggiungere, e giustamente in­quadrare, il primato di Dirks, che le sue tavole sono state le prime a congiuntamente suddi­videre un avvenimento in una successione di immagini, a usare in modo articolato il fumetto e a mantenere fisso il cast dei personaggi. Lo stesso Outcault, che per quanto attiene la sud­divisione del racconto in spazi regolari tra loro collegati ha preceduto Dirks di due mesi (la prima striscia di Yellow Kid porta la data del 24 ottobre 1897), non affrontò con pari convin­zione il problema dell’impianto strutturale del comic.
Rilevati così i caratteri primigeni dell’opera di Dirks, converrà guardare un po’ più da vicino il suo piccolo universo, geograficamente collo­cato in una non precisata colonia tedesca del­l’Africa. Che si tratti di una ben singolare « fa­miglia » non vi è dubbio, che assolutamente imprecisati risultano i vincoli che tengono uniti i protagonisti. Il solo dato certo riguarda la consaguineità di Bibì e Bibò, figli di un mi­sterioso Herr Katzenjammer (cognome abba­stanza allusivo, suonando in italiano come « do­lore di testa cagionato dal troppo bere »), mai apparso nelle tavole. I loro genitori adottivi, la Tordella e il Capitano, per quanto ne sappiamo non sono sposati e sembra lecito supporre che il borbottante lupo di mare sia stato essenzial­mente soggiogato dall’arte gastronomica della manesca virago.
Attorno a questo quartetto stanno comparse d’ogni razza e colore: indiani, esquimesi, cine­sini, califfi e tanti tanti « selvaggi ». Non manca neppure una fornitissima arca che, di volta in volta, fornisce gli opportuni comprimari: oran­ghi, zebre, elefanti, pinguini, orsi, polipi, tigri e dromedari. C’è poi l’Ispettore (The Inspector), privilegiata preda dei due demoniaci fanciulletti.
Insomma nelle tavole di Dirks (e in quelle di Knerr) si aggira un mondo che non si fa scrupolo di rispettare le regole del verosimile e che adot­ta senza esitare la esaltata fantasia della gente di mare. Stravaganti accadimenti, vicende lunari e situazioni oltre l’assurdo s’intrecciano curiosa­mente, offrendo ogni volta lo spunto per un movimento grottesco e quanto mai esagitato. Le zone di calma sono rare e quand’anche riescono a rompere l’indemoniato girotondo vengono immediatamente turbate dalla non re-sistibile irrequietezza di Bibì e Bibò, nipoti in linea diretta dei buschiani Max e Moritz. Gilbert Seldes – primo estimatore e difensore di Krazy Kat – liquida i due celebri monelli di Dirks sostenendo che essi risultano « troppo de­boli nella concezione e nella esecuzione», non­ché molto lontani dalla fine ironia e dalla poesia dell’immortale gatto di George Herriman. L’acco­stamento a Krazy Kat – come osserva giusta­mente Panieri Carano – è senz’altro fuori luogo, poiché « la striscia di Herriman è forse la strip più da adulti apparsa fino ad oggi! ». L’impor­tanza della striscia di Bibì e Bibò – citiamo ancora il Carano – risiede soprattutto in un dato tecnico: « Dirks, dopo aver iniziato con una serie di grandi tavole singole, prese presto e in continuità a disegnare strisce e per la prima volta vi usò con regolarità il fumetto. Il che non è innovazione da poco nella nostra arte, è onesto riconoscerlo, anche senza seguire Coulton Waugh – aedo ufficiale del settore – che pone Dirks, tra ciuffi di rose e punti escla­mativi, sull’altare dei Padri Fondatori»,


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2 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 14 Dicembre 2008 @ 21:51

    Quanta nostalgia mi preme dentro nel ricordare i due terribili ragazzini, Bibì e Bibò, che mi dilettavano, ragazzino al mio paese natio, dalle pagine del “Corriere dei Piccoli”! E mi riportano a quei tempi, immediatamente dopo la guerra, quando la miseria era di casa un po’ per tutti.
    Al paese, in Garfagnana, si trovava un negozietto di frutta e verdura, la cui proprietaria, una minuta figura di donna tutta vestita di nero, invalida a seguito del grande terremoto dei primi anni venti, riceveva e distribuiva anche alcune copie prenotate (poche in verità) di quotidiani, del rotocalco “Grand Hotel” e del “Corriere dei Piccoli”. Il tutto per sporadici fortunati.
    Nella mia famiglia, all’epoca, la disponibilità di fare certi acquisti non c’era: mancava il necessario per vivere degnamente! Ebbene quella minuta e fragile signora, avendomi più volte sorpreso a guardare con occhi di desiderio, a dovuta distanza, la prima pagina multicolore del “Corriere” e ben conoscendo le nostre condizioni economiche, mi consentì, un giorno, di prenderne una copia, di portarla sveltamente a casa (lì vicina), di leggerla e di riportargliela. Dovevo, ovviamente, fare in modo che non si sgualcisse o si sciupasse. Da quel giorno, ogniqualvolta arrivava quel delizioso e affascinante giornalino, io ebbi la fortuna ed il piacere di assaporarne le pagine e le storie con mia immensa gioia. Certamente lo sfogliavo con la massima cura e mi sbrigavo a riportarlo ben ripiegato, prima che l’abbonato venisse a ritirarlo.
    Ancora oggi, a distanza di circa sessantaquattro anni, riassaporo quella gioia quasi furtiva, rivivo quelle letture che mi inebriavano, mi affascinano quelle pagine colorate, attraenti, invitanti, dilettevoli, e soprattutto non mi sono mai dimenticato la bontà di quella signora che, anche a suo rischio, mi aveva offerto generosamente questa felice opportunità.
    Grazie ancora, Angiolina, che mi guardi dal Cielo!
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 14 Dicembre 2008 @ 21:57

    Che bel ricordo, Gian Gabriele.

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Bart