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FUMETTI: Copi. Stare in piedi è scomodo

24 Ottobre 2012

di Oreste del Buono
[da “La Fiera Letteraria”, numero 28, giovedì, 11 luglio 1968]

I primi disegni di Copi erano appena apparsi — su Twenty, poi su Bizarre, infine sul terzo numero di Nouvel Observateur — e già avevano qui da noi un estimatore più che convinto, fervido, rapito, Federico Fellini. Ricordo chiacchiere di anni fa: Fellini, di disegni, soprattutto di disegni a fumetti, ne ha sempre saputo molto, non per nulla appartiene a una generazione — la mia stessa — che ha avuto i fumetti nel bagaglio formativo: ogni generazione ha quel che si merita.

Dunque, dicevo anni fa: una sera nella casa di Fellini a Fregene, e lui era in vena di confessioni — le sue confessioni che non confessano segreti, ma ne propongono di possibili, spetta all’interlocutore svilupparli o no. “L’essenza della comicitĂ  l’ho imparata in Arcibaldo” diceva. Aveva portato giĂą in giardino le collezioni dei vecchi Corriere dei Piccoli gelosamente conservati, apriva i grossi volumi dalle rilegature in pericolo, sfogliava pagine qua e lĂ  sciupate, ma conservanti un poco dell’odore di carta e stampa di allora, un profumo tenace di poesia. “Ecco…” diceva, “ecco…”. Il povero Arcibaldo rientrava da un’evasione notturna con le scarpe in mano, i piedi sbilenchi per l’eccessiva cautela. Invisibile a lui, ma ben visibile a noi, Petronilla era in agguato dietro l’angolo con il suo manganello. La tempesta non poteva non scatenarsi. E, infatti, si scatenava. Ma Fellini non aveva neppure bisogno di sfogliare quelle pagine, citava a memoria episodi su episodi, la meccanica ilare e crudele della striscia: sul serio l’essenza della comicitĂ . Era l’atto di omaggio piĂą completo di un artista di oggi a un artista di ieri. “George McManus… che disegnatori, e che umoristi c’erano un tempo…” disse a un certo punto Fellini, “ma ce ne sono anche di nuovi. Hai visto quello che disegna le donne sulla sedia e i polli? Copi… Ä– straordinario. Lo pubblicano i giornali francesi, ma pare che sia spagnolo, qualcosa del genere. Dovreste assolutamente presentarlo su Linus…”.

Linus — la rivista italiana che ha rinnovato i rapporti tra fumetti e pubblico — era agli inizi, Giovanni Gandini aveva appena cominciato a raccogliere pezzi eccezionali e amici fedeli. Gli riportai il consiglio di Fellini, comunque lui ci aveva giĂ  pensato, aveva giĂ  invitato Copi. Lo vidi appunto per la prima volta a casa di Gandini a Milano. Magro, piĂą che magro affinato, con un ciuffo di capelli neri, gli occhi di velluto, un gran naso pronunciato, vestiva come un signorino inglese. O meglio come un signorino inglese secondo l’immaginazione latina. I veri signorini inglesi, infatti, la maggior parte delle volte sono vestiti malissimo. Stava compitamente seduto, ma pareva sdraiato, quasi rapito da un languore irresistibile. Minuto, fragile, resisteva in qualche modo aggrappandosi al suo bicchiere di whisky, sussurrava in un francese dolce ed esatto, un francese da non francese: “Sono nato a Buenos Aires il venti novembre del trentanove, e… è tutto…”. I suoi disegni li avevamo davanti, se Linus intendeva pubblicarli, mettersi d’accordo non era difficile. E allora di cos’altro si poteva parlare? Un sorriso, di nuovo. “L’origine è italiana. Mi chiamo Raul Damonte Taborda. Copi mi chiamavano da bambino… Il mio bisnonno era di Diano Marina. Tutti a Diano Marina si chiamano Damonte. Pare che si fosse imbarcato a Genova su una nave che portava italiani a combattere in Paraguay. Il guaio è che la maggior parte di quegli italiani imbarcati non ne era al corrente, insomma, ignoravano di essere volontari… Quando il mio bisnonno lo ha saputo è scappato. Si è buttato giĂą dalla nave a ParanĂ , ha nuotato, ha raggiunto la terraferma, e a terra si è fermato… Per un poco, s’intende. Il tempo di sposare una figlia di emigrati spagnoli. Il resto della sua vita, l’ha poi passato a far viaggi. Scompariva, riappariva ogni due anni, partiva tutto solo, tornava con del bestiame… Una volta è partito, e non è piĂą tornato. Un uomo di mare tradito dalla foresta… Mi dispiace di non parlare italiano, ma mi è toccato di impararne giĂ  abbastanza, di lingue…».

 

La seggiola simbolo del potere

 

Un altro whisky. Qualche altra notizia. “Ho vissuto in Argentina sino a sette, otto anni. Poi ho seguito la famiglia in Brasile. Poi in Uruguay. Poi a Parigi. Poi ancora in Uruguay. Poi ancora in Argentina. Poi ancora in Uruguay. E finalmente un bel giorno a ventidue anni, sono partito da solo, ancora per Parigi…” E la sua carriera di disegnatore? “Mio padre faceva il pittore prima di mettersi a far l’esule. Ma io non ho studiato pittura, non ho frequentato scuole o istituti artistici. Certo, da bambino disegnavo, tutti i bambini disegnano. Ma quello che mi ha sempre interessato è il teatro. GiĂ  il teatro…”.

L’educata timidezza iniziale si era sciolta completamente nell’ironia, un’ironia così moderata e appunto per questo piĂą temibile, ma ora l’ironia era tentata da una diversa suggestione, la semplice parola teatro faceva effetto su Copi. “Ho cominciato a scrivere teatro a dodici anni. Malissimo, naturalmente. Ero sotto le peggiori influenze di Tennessee Williams. L’etĂ  in cui sono arrivato a Parigi la prima volta, così ansioso di vedere e sentire teatro. Quando l’ho visto e sentito, ho smesso di scriverne. A parte tutto, sino ad allora avevo scritto e pensato in spagnolo. Ä– solo piĂą tardi che ho cominciato a pensare e a scrivere in francese…”.

Ma il disegno? “Quando ho rimesso piede a Parigi, dapprima mio padre mi mandava dei soldi, ma a un certo punto è finito in prigione per questioni politiche… Tutto un anno sono restato senza aiuti, e ho provato a disegnare, a vendere la mia roba ai caffè. Ä– una delle cose piĂą semplici che vengano in mente per racimolare qualche soldo… Anche a chi non sa disegnare. Vendevo collages, macchie di colore con aggiunta di tratti per equilibrare la composizione. Un giorno al “Flore” ho venduto dei disegni a una signora, e il marito di questa signora stava preparando una nuova rivista. Gli sono piaciuti i miei disegni, me ne ha chiesti per la sua rivista. S’intitolava Twenty. Ä– durata sei mesi… Poi ho fatto qualcosa per Bizarre. E alla fine è arrivato quello di Nouvel Observateur. Mi ha chiesto dei disegni, suggerendomi di inventare un personaggio fisso. Ho detto di no: sarebbe stato meglio buttar giĂą ogni volta quanto capitava. Nei primi due numeri di Nouvel Observateur disegni miei non ne sono apparsi. La maggioranza della redazione non era favorevole, uno solo insisteva, quello che me li aveva chiesti. Ä– riuscito a piazzare la mia prima storia nel terzo numero. E da allora ho continuato…». E il personaggio fisso quando è venuto fuori? “Quale personaggio? La donna seduta? Oh, subito, quando si dice la coerenza… Solo che non era seduta. Era in piedi. Si è seduta dopo tre o quattro numeri. Forse si era stancata, non so… Forse all’inizio era seduta un poco sul bordo della sedia e, ormai, si è afflosciata come un sacco di patate che si vuota..”. La nostra è epoca di antieroi, di antipersonaggi. Ma un antipersonaggio cos’è? La negazione di un’esistenza, quindi nulla. E allora come si fa a narrare senza nulla? Ed ecco il personaggio di Copi. Non è un antipersonaggio, non è un antieroe. Eppure è certo di questi giorni, un personaggio riconoscibilissimo e apertissimo a ogni mutamento e mutazione. Ä– stata in piedi per tre o quattro numeri, poi si è seduta, e non possiamo darle torto, stare in piedi è scomodo: una donna di una certa etĂ , siede e guarda. Nel tempo come nello spazio. PiĂą spesso da sinistra, la nostra sinistra, ma a volte anche da destra, la nostra destra, arrivano a conferire con lei i comprimari piĂą insoliti, a esempio, quel pollo frequentemente identificato come figlio, ma anche come amante o consorte fedifrago o autore — Copi scritto a chiare lettere — in raggelanti agnizioni. Quel pollo nuova generazione che aspira alla successione, aspira alla sedia, le sedie come simbolo del potere, le sedie negate ai polli che appunto, come dice il titolo del libro di Copi edito recentemente in italiano, non hanno sedie.

Da quella volta in casa Gandini, ci siamo visti e rivisti con Copi, eppure non potrei assicurare di saperne molto di più del poco che si era lasciato sfuggire allora. Ha resistito la sua reticenza, il miscuglio di timidezza e ironia, con l’incrinatura di qualche passione scoperta, a esempio il teatro. Riprovo oggi a conoscerlo meglio. Ė di nuovo a casa Gandini, è venuto a riposarsi un poco dei fatti di maggio a Parigi, in cui è restato travolto quasi suo malgrado. Copi è ormai uno dei più affermati disegnatori umoristici francesi, ha raggiunto una notorietà pari a quella di Siné, Topor, Folon, Ylipe, Chaval — il povero perfido Chaval, dopo la cui immatura scomparsa i cretini di tutto il mondo sono vedovi e orfani di un descrittore, cantore, entomologo.

In questi anni, come documentano le raccolte di Nouvel Observateur, Evergreen, Linus, il microcosmo di Copi si è dilatato: donne sedute e polli senz’altro, ma anche bambine, lumache, elefanti, formiche, farfalle, leoni, cani, cavalli, maiali, topi, tartarughe, mosche, fiori, ecc. una vera e propria massa di personaggi, labili e al tempo stesso incisivi, è uscita da sotto la penna di questo straordinario autore non ancora completamente convinto di possedere grandi doti. Almeno come disegnatore.

“In realtà” dice Copi, “io non ho mai abbandonato il teatro. A un certo punto avevo smesso di scriverne, ma ho continuato a disegnarne. Insomma, credo di aver fatto sempre la stessa cosa. Ho disegnato teatro, aspettando che arrivasse il momento di ricominciare a scriverne in modo migliore. E poi il momento è arrivato…”. Ä– arrivato curiosamente con qualche giorno di pioggia a Palermo. Copi ci era andato nell’aprile dell’anno scorso, sperando di trovare il sole. “Invece pioveva, prima di partire per la mia vacanza avevo consegnato a Nouvel Observateur disegni per piĂą d’una settimana. Avevo, dunque, un poco di tempo libero, mi sono messo a riempire un quaderno. Ä– nata così La giornata di una sognatrice… Questa commedia è stata un’esperienza importante per me, oh sì…”.

 

Come i tifosi di calcio

 

Per scalfire la timidezza e l’ironia di Copi, bisogna proprio farlo parlare del teatro, del suo teatro. A un amico di Copi, un altro argentino che vive a Parigi, Jorge Lavelli, un regista, la commedia è piaciuta, e ha deciso di metterla in scena. Naturalmente Copi ha dovuto riscriverla tutta, il teatro che uno scrive per sé è così diverso da quello che uno scrive per interpreti che conosce, interpreti di carne e ossa, in grado di far sentire la propria voce, le proprie pretese. Avendo tradotto per Linus la prima versione di La giornata, m’è toccato tradurre la seconda, e Copi non la finiva mai di fare interpolazione, aggiunte, correzioni, i ritocchi richiesti dagli interpreti, il regista, Lavelli, e la primadonna, Emmanuelle Riva. La commedia è stata presentata nel gennaio di quest’anno al Théâtre de Lutèce. Ha avuto elogi e stroncature.

“Ormai la critica si comporta come i tifosi di una squadra di calcio” dice Copi, “qui che squadre avete? Il Milan e l’Inter? Bene, c’è chi sta per il Milan e chi sta per l’Inter. Il risultato non importa a nessuno. Così c’ò la critica di destra. E la critica di sinistra. Il guaio è esser presi in mezzo senza essere nĂ© il Milan nĂ© l’Inter. Ma è stata un’esperienza importante. Per me è stata una febbre… Ho preso parte a tutte le prove e ho visto nascere un’altra Giornata, in un autentico spazio teatrale. Bravissimo Lavelli. E che grande attrice, la Riva…”.

 

Ho scoperto di colpo la politica

 

Difende gli interpreti — che, invece, pare non abbiano capito granchĂ© e pare abbiano messo in scena, — come capita nel teatro contemporaneo — quasi esclusivamente le velleitĂ  del regista e la retorica della primadonna. S’innervosisce a difenderli, non so se il teatro sia il suo punto debole o il suo punto forte. In questi anni è anche cambiato d’aspetto. Meno soave e meno inappuntabile, non veste piĂą come un signorino inglese, ma come un artista internazionale con giacca a quadroni, camiciola rosa e punte d’eccentricitĂ  da rinnovare di continuo. E che rinnova di continuo.

Da quando è arrivato a Milano, ogni giorno esce a caccia di scarpe. Ogni giorno ne compra un paio. Scarpe decisamente non normali. Con vistosissime mascherine gialle o bianche, colori assurdi rossi, violetti. Ne compra non per sé, ma anche per gli amici di Parigi — deve avere almeno un amico con piedi smisurati.

A Milano avrebbe dovuto venire in maggio, quando Mondadori ha presentato la traduzione di I polli non hanno sedie, l’ultima sua raccolta di strisce. Ma allora sbocciò a Parigi l’insurrezione studentesca. “Il primo giorno, non sapevo nulla”, racconta Copi. “Stavo con due amici che s’interessano di teatro. Non mi avevano mai parlato di politica. D’improvviso li ho visti come impazziti, si sono precipitati per strada, hanno cominciato a tirar pietre contro la polizia. E poi è stato tutta un gran gala. Masse di giovani si sono mosse, si sono affrettate per farsi dare botte in testa e darle. Così di colpo ho scoperto la politica anch’io. Una scoperta sensazionale… C’era d’improvviso un’altra aria. L’uomo del bar, con il quale sino ad allora avevo scambiato al massimo quattro chiacchiere sul tempo, si è messo a rivelarmi la sua vita. Il rapporto con ognuno era cambiato, c’era una maggiore intimitĂ , si viveva insieme. Quello che maggiormente mi stupiva era che, senza che ci fossero ordini precisi, tutti parevano sapere dove andare e cosa fare. Ho cercato anch’io di fare. Avevo scoperto la politica, pensavo di disegnare di politica. Mi sono presentato a Combat ad Action. Mi sono messo a disposizione. Ma non si è combinato nulla…”.

Chiedevano a Copi di vestire da poliziotto la sua eterna donna seduta e di farle schiacciar lumache con il manganello tanto per dar prova di autorietĂ , dispotismo e tirannia. Ma lui, la donna seduta, l’aveva giĂ  ritratta tante volte in sfoghi di autorietĂ , dispotismo, tirannia — e magari giĂ  intenta a schiacciar lumache ribelli senza l’aiuto del manganello, con il semplice pugno nudo. Dunque, farle indossare la divisa da poliziotto non avrebbe cambiato molto. “Poi un giorno ero insieme con Lavelli e Arrabal, e c’è capitato di vedere dei cartelli davanti a un teatro occupato. Ho letto scritte impegnative: Copi, Lavelli, Arrabal parleranno contro il teatro borghese… Siccome noi tre, gli interessati, non ne sapevamo nulla, siamo entrati a sentire quello che avevamo da dire. Abbiamo sentito parlare una quantitĂ  di giovani che ha detto una quantitĂ  di cose. Ero piuttosto a disagio, perchĂ© scoprivo di non aver mai pensato di fare teatro per i borghesi o gli operai, non avevo idee precise in proposito. La scoperta della politica mi portava a un’altra scoperta, a una serie d’altre scoperte su me stesso… Dalla solitudine alla collettivitĂ , dalla collettivitĂ  di nuovo alla solitudine… Quella sera mi sono ammalato, il termometro segnava quaranta, così non sono potuto venire a Milano per la presentazione del mio libro…”.

Fa molto caldo a Milano. Il caldo è arrivato di colpo, e pare voler recuperare il ritardo, il tempo perduto. Copi si affina ogni momento, restano solo a galleggiare sul collo della camiciola rosa il ciuffo nero, gli occhi di velluto, il gran naso pronunciato. Ripartirà appena possibile. O meglio avrebbe voluto ripartire stamani, ma è arrivato a Linate, quando l’aereo stava ormai decollando. Si era dovuto svegliare troppo presto: l’aereo partiva a mezzogiorno, e lui a quell’ora di solito dorme, perché sta tutta la notte in giro, non riesce a mettersi a letto prima di mattina.

 

Il rospo nello scaldino

 

Pazienza, questo giorno in piĂą che passa a Milano lo impiegherĂ  a mandare avanti le sue nuove strisce per Linus. Ä– una svolta che gli è venuta in mente a Parigi nei giorni di passione di maggio, quando era malato. La sua donna seduta ha davanti un’altra donna seduta. Identica per quanto lo consente il disegno. Ma non è piĂą la sorella che la veniva a trovare ogni tanto in passato. Quella con cui scambiava dialoghi del tipo: “Povera mamma!”. “PerchĂ©?”. “Ė morta!”. “La mamma è morta?” “Eh sì…”. “Ti ricordi… quella volta che le abbiamo messo un rospo nello scaldino?” E giĂą risate. Ora la donna seduta ha davanti se stessa, parla con se stessa, si fa una disperata, aggressiva, complice, patetica compagnia. “Io sono qui da molto tempo”. “E io ci sono da prima”. “Sono io la piĂą importante…” e battute del genere di un’atroce solitudine. Copi disegna con leggerezza e precisione, da sotto la sua penna vengono fuori linee, curve, volute e ammiccamenti dolci, eppure il risultato è inquietante. Il tavolo è ingombro di disegni. Tra disegni e disegni di donne e donne sedute, anche qualche foglio scritto. “Oh, una lettera di mia madre…” dice Copi, “Noi ci teniamo poco in contatto, ma quando lei mi scrive, mi accorgo di quanto io sia i miei, la mia famiglia. Vuoi provare a leggere quello che mi scrive mia madre? Capisci lo spagnolo?…”

Provo a leggere. “Non so come tu possa parlare di decadenza” scrive la madre di Copi, da Buenos Aires — dove è tornata dall’Irlanda, dopo esser diventata cattolica a quarant’anni, ora ne ha quarant’otto — “Almeno potessimo aspirare alla decadenza! Con la dietetica e gli antibiotici la nostra generazione avrĂ , invece, trent’anni di piĂą da vivere e, grazie alla psicoanalisi e alla pianificazione tecnica, riusciremo a integrarci nella comunitĂ  per continuare a dar fastidio e a disintegrare gli altri. Non credere, però, che io sia troppo pessimista: con l’aiuto di Dio, pur rendendomi conto di quello che abbiamo fatto, mi rendo conto anche che non potremo far molto di peggio. Dunque, la nuova generazione ha qualche speranza…».

 


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