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FUMETTI: Il western nei fumetti, uno stile narrativo immortale

6 Ottobre 2007

di Giampaolo Giampaoli

Se si va indietro nel tempo ripercorrendo le tappe della storia del fumetto italiano, colpisce la straordinaria longevità del genere western, che interessa da ormai oltre mezzo secolo alcune delle serie più note ai lettori, su cui hanno lavorato i maggiori scrittori e disegnatori. La fortuna dei cow boy, dei ranger e degli indiani nel mondo delle nuvole parlanti contrasta, e per questo appare ancora più interessante e singolare, con la fugacità di altri generi cinematografici e letterari, che nel fumetto hanno potuto godere solo di una breve stagione fortunata.

Hanno avuto questa sorte il noir e il genere fantascientifico: il primo estremamente apprezzato durante il decennio 1965/75 e il secondo apparso solo saltuariamente in alcune serie con il passare degli anni.
La fortuna del western è dovuta alle particolari forme narrative e grafiche con cui il genere è stato trattato in un lungo periodo che ha visto uniti nel loro lavoro vari artisti del fumetto, convinti che l’essenziale era rinnovare costantemente le storie narrate, allo scopo di seguire di volta in volta le tendenze  della letteratura e del cinema. Queste scelte hanno permesso al mitico mondo del Far West di sopravvivere e di continuare ad attirare migliaia e migliaia di lettori, anche  una volta che il genere è risultato totalmente superato sullo schermo.
Quando apparvero nelle edicole i primi fumetti western erano i lontani anni cinquanta; i cow boy in Italia, ancora non pienamente conosciuti dal grande pubblico, furono importati dall’editrice Daim Press, da cui molto più di recente è derivata la Sergio Bonelli Editore.
E proprio in questo periodo, per iniziativa di Gian Luigi Bonelli (tutt’oggi ritenuto uno dei più grandi scrittori di fumetti) nacque la più celebre e amata saga western; il protagonista era il ranger Tex Willer che, insieme ai compagni Kit Carson e Tiger Jack e al suo stesso figlio, difendeva i diritti degli indiani contro i soprusi dei bianchi. La serie continua tutt’oggi con straordinaria longevità, anche se purtroppo papà Bonelli è morto ed è scomparso anche l’ideatore grafico Aurelio Galeppini (in arte Galep), ma al loro posto si sono avvicendate le nuove generazioni di scrittori e disegnatori.
Ricostruendo  la storia del personaggio di Tex e le varie fasi evolutive che ha subìto, si può capire attraverso quali scelte narrative e grafiche è stato possibile permettere la sopravvivenza del genere western nel fumetto.
Al fianco di questa fortunata serie, con il passare degli anni, la casa editrice ha affiancato varie altre testate analoghe, ma molto raramente queste ultime hanno avuto il successo tributato al Ranger del Texas. Andando più indietro si può ricordare “Il piccolo Ranger” e “La storia del West”, mentre di ultima generazione e particolarmente elevata stilisticamente e nei contenuti è la saga scritta da Gianfranco Manfredi “Magico Vento”.
Solo il personaggio ideato dal figlio di Gian Luigi, il famoso editore Sergio Bonelli, ha goduto della stessa longevità  di Tex; si tratta dell’eroe della foresta di Darkwood, Zagor, protagonista di un western avventuroso, che già va al di là dello stile narrativo tradizionale. Quest’ultimo era alla base almeno della prima fase della serie di Tex.
Il capo bianco della tribù degli indiani Navajos assumeva fin dalla sue comparse iniziali le sembianze degli attori dei film americani tanto amati e stimati dal pubblico del tempo; come loro lottava per difendere la giustizie e per punire i cattivi e, tra un’avventura e l’altra, la lunga cavalcata e la dura scazzottata non mancavano mai.
Insomma, Tex era un personaggio più che autorevole del classico e sano genere western, che del resto era assolutamente tutto ciò che i lettori del tempo desideravano. Un eroe sincero, ma anche caratterizzato da una psicologia semplice ed immediata, da cui tutti sapevano già cosa aspettarsi.
Questo genere di buono, che tutt’oggi è ancora possibile apprezzare attraverso le costanti ristampe dei primi numeri della serie puntualmente fatte uscire in edicola dalla Bonelli Editore,  con il passare del tempo è andato ad apparire sempre più un modello limitato e ormai storicamente datato. Per capire cosa è successo è importante ricordare il legame tra cinema e fumetto, ma attenzione: solitamente è sempre il primo ad anticipare il secondo e raramente viceversa.

Negli anni sessanta e settanta sia il cinema internazionale che quello italiano hanno iniziato a trattare nuovi generi narrativi che si sono sostituiti ai vecchi film western: prima il noir e la fantascienza, poi l’horror e più di recente il fantasy. Il vecchio western a pistolettate e cazzotti nel giro di pochi anni è tramontato, essendo ormai  relegato a soddisfare le esigenze di pochi nostalgici, perché inadatto a soddisfare le esigenze delle nuove generazioni di lettori. 
Sul grande schermo il declino dei cow boy è stato quasi inalterato; uno dei pochi tentativi di recuperare il genere è stato l’esperimento durato anche abbastanza a lungo degli “spaghetti western”, a cui appartengono alcuni cult indimenticabili della comicità come “Lo chiamavano trinità“, ma alla fine il tentativo è risultato inutile. Altrettanto inutili sono state le poche pellicole di alto spessore artistico ed espressivo come l’indimenticabile “C’era una volta il west” di Sergio Leone, musicato da Enio Morricone.
Di contro i lettori hanno assistito alla continuazione del genere nel fumetto. Questo inusuale stato di cose, ossia il perdurare in altre forme comunicative di uno stile narrativo nato dal cinema anche dopo che sul grande schermo viene a scomparire, non è certo accaduto per caso; dietro a tutto questo c’è stata la volontà degli autori del fumetto di revisionare costantemente il loro lavoro.
Il processo di ammodernamento del genere western nel fumetto italiano è proseguito si può dire più o meno inalterato per circa trenta/quarant’anni, tanto che parlare di ammodernamento in senso stretto non è proprio esatto; sarebbe più corretto sostenere che il vecchio modello narrativo ideato da G. L. Bonelli sui primi numeri di Tex ha subito nel tempo un costante processo di evoluzione.
Tra i primi western ampliati attraverso componenti tratte da altri generi si impose negli ultimi anni sessanta e nei primi anni settanta la saga del già citato Zagor, l’insuperabile Spirito con la Scure; una serie caratterizzata da esseri malvagi tratti dai grandi classici del cinema di ante guerra, come il “Mostro della laguna nera” o lo scienziato pazzo riproposto nel nemico Hellingen, ma anche da fantasmi e personaggi magici. Sullo sfondo restava, però, costante l’ambientazione western.
Più o meno contemporaneamente anche su Tex apparivano nuovi malvagi che consentivano a G. L. Bonelli di dare una svolta alla sua saga nella direzione narrativa intrapresa dal figlio Sergio su Zagor. Simbolo ormai “storicamente” noto a tutti i lettori nella serie del ranger del Texas dell’horror e del fantastico è la fantomatica e demonica figura del cattivo Mefisto, contro cui Tex e compagni hanno combattuto molte battaglie mortali. Dal romanzo di avventura, invece, sono stati presi i pericolosi Thugs, apparsi ancora una volta inizialmente sulle pagine di Zagor e poi riproposti in Tex e in altre serie come Martin Mystere; l’idea, ancora una volta concepita da Sergio Bonelli e poi sviluppata dal padre Gian Luigi, era presa dai romanzi di Emilio Salgari.
Tutt’oggi Tex e Zagor proseguono ad uscire in edicola regolarmente di mese in mese; non hanno perso la loro ambientazione western e, quindi, si può sostenere che in loro il genere sopravvive ormai a molti anni di distanza dalla sua morte sul grande schermo, ma ormai le componenti prese da altri filoni narrativi sono predominanti. La loro longevità ha permesso l’esistenza anche di alcune testate che per un po’ di tempo hanno addirittura riproposto in modo pressoché assoluto il Far West come si presentava all’origine; il risultato migliore in questo senso è stato raggiunto con la già citata “Storia del west”, presente in edicola fino ad una decina di anni orsono.
Tra le pochissime serie fumettistiche di ultima generazione merita di essere ricordato ancora una volta “Magico Vento”, ideato da Gianfranco Manfredi, dove ai contenuti tratti dai generi horror e fantastico si aggiungono eruditi riferimenti storici e letterari. Basti dire che la spalla del protagonista, l’indiano Magico Vento, è un giornalista dal nome e dalla fattezze di Edgard Allan Poe, mentre nel numero cento (tutto a colori e senz’altro uno dei più entusiasmanti della serie) l’avventura narrata si svolge nel medesimo periodo storico della battaglia di Little Big Horn, lo scontro realmente avvenuto che mise fine alle dispute tra bianchi ed indiani.
Nei primi anni del nuovo millennio, lontano dall’essere uno stile datato da museo, il western continua, quindi, ad essere apprezzato dai lettori. I giovani, nelle storie stilisticamente e concettualmente attualizzate da soggettisti e sceneggiatori di ultima generazione,  sanno ritrovare le emozioni vissute dai loro nonni, quando ancora il Far West era il simbolo assoluto dell’avventura. 


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