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FUMETTI: Martin Mystère e la rivoluzione dell’impossibile nel fumetto italiano

1 Febbraio 2008

di Giampaolo Giampaoli

Con il personaggio di Martin Mystère Alfredo Castelli, oltre venticinque anni or sono, inaugurava una nuova stagione per il fumetto italiano.

Alle innovazione stilistiche e tematiche legate al prodotto ideato dalla mente del vulcanico scrittore, si rifaceva qualche anno dopo Tiziano Sclavi per delineare gli aspetti fisici e caratteriali di Dylan Dog e dare vita alla prima serie di fumetti horror destinata ad un lungo successo. Fin dai primi albi, Martin Mystère  offriva ai lettori un’immagine nuova dell’eroe, che  rompeva totalmente con la tradizione del passato.
L’idea che il protagonista di un fumetto dovesse essere per forza una sorta di superuomo magari privo di attributi intellettuali, ma capace di superare ogni difficoltà materiale, visto da tutte le persone che gli ruotano intorno come una sorta di essere superiore, era per Castelli una concezione ormai totalmente superata. Il suo personaggio, infatti, alle doti fisiche, che nella fattispecie appaiono notevoli ma non superiori alla normalità, assomma elevate qualità intellettuali, che ne fanno un uomo unico nel suo genere più per la sua preparazione culturale, che per la forza nel fare a pugni.
Prima che Castelli portasse a termine il suo nuovo personaggio, la sola forza fisica non era già piaciuta in passato neanche ad altri grandi scrittori tuttora in piena attività: tra questi Guido Nolitta (pseudonimo del noto Sergio Bonelli), che con Mister No offriva ai lettori un eroe da apprezzare più per la simpatia che per la potenza fisica, e Giancarlo Berardi, che con il suo Ken Parker ridisegnò la vecchia immagine dell’uomo del west. Parker, infatti, non risolveva nessuna delle tante situazione in cui si trovava invischiato; altro personaggio accattivante più per la sua simpatia che per il coraggio, passava di luogo in luogo come un comune essere mortale, lasciando agli altri il dovere di vivere la propria vita. In realtà non si trattava di un vero cow boy, ma di uno spettatore passivo del suo tempo.
Con Martin Mystère Castelli, dietro una lunga elaborazione, venticinque anni fa riuscì a portare a termine il lavoro iniziato da Berardi e Nolitta; creare un eroe pieno di doti e non necessariamente fortissimo. Sulla potenza fisica, però, lo scrittore del mistero in realtà scese a patti con la tradizione; infatti, come è già stato sottolineato, Mystère non è uno spettatore passivo come Parker, anzi la sua pistola futuristica a raggi è capace di prestazioni ben superiori rispetto alle semplici pistole che veniva impiegate nel Far West.
Nella serie Castelli lo descrive come un esperto della maggiori materie di studio, dall’antropologia alla storia e alla letteratura, conoscenze che gli consentono di tenere importanti conferenze seguite dai maggiori intellettuali. La sua curiosità e vivacità culturale lo spingono ad interessarsi di grossi misteri irrisolti, con il chiaro obiettivo di andare al di là del consentito, per sapere ciò che ai semplici mortali non è concesso conoscere. Martin Mystère ha quindi la tipica curiosità dello studioso e del ricercatore, che nella sua persona assumono un’immagine nuova e del tutto sconosciuta nel nostro paese; l’immagine di uomo attivo e costantemente a contatto con il pericolo, intelligente e arguto, che necessita anche di notevoli doti fisiche per saziare la sua fame di sapere. Dunque, non uno scrittore da salotto e un topo da biblioteca, ma un intellettuale capace di gareggiare con gli eroi più irriducibili.

Con questa scelta Castelli, fin dalle origine della sua saga, ha probabilmente voluto lanciare un messaggio chiaro alle giovani generazioni, cercando di trasmettere loro una concezione dell’arte, della storia e dell’antropologia nuova per il nostro paese, ma utilissima per avvicinare le persone alla conoscenza. Un’immagine dello studioso e del ricercatore di cui c’era e c’è tutt’oggi bisogno per combattere la superficialità che caratterizza la società moderna.
Detto questo, vediamo di fare un viaggio nel mondo di Martin Mystère. Residente in via Washington Mews a New York, il personaggio di Alfredo Castelli è talmente amato dai suoi lettori da essere considerato un uomo reale e non il frutto dell’immaginazione di un valente scrittore. Non per niente sono molti coloro che si recano in visita nella strada newiorkese in cui abita, come per compiere una sorta di pellegrinaggio, pur sapendo che il numero 3/a del suo palazzo in realtà non esiste; e negli articoli di giornale i recensori ne parlano come di un dective in carne ed ossa. Questo modo di porsi di fronte a Mystère è probabilmente dovuto al fatto che Castelli ha ambientato la sua serie ai nostri giorni, rifacendosi a fatti realmente accaduti negli ultimi anni e, quindi, riproponendo una realtà per niente alterata rispetto al mondo contemporaneo.
Nelle sue avventure il dective dell’impossibile viaggia per tutto il mondo, tanto che nelle sue vignette i lettori possono conoscere anche luoghi di cui non si sente parlare nemmeno nei documentari e apprendere la cultura e le vicende storiche di svariate civiltà. Due sono le componenti sempre presenti nelle storie sceneggiate da Alfredo Castelli: il profondo senso ecologico e pacifista e il mistero, che conduce il suo eroe ad indagare su casi più o meno conosciuti (dal sorriso enigmatico della Gioconda alle oscure cause dell’esplosione che, nel 1908, distrusse una vasta area del bacino della Tunguska). Altrettanto entusiasmanti sono i contatti che il detective dell’impossibile ha con realtà completamente fantastiche e, a tale proposito, ricordiamo il suo storico incontro con re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda.
Il tema centrale che caratterizza la saga di Alfredo Castelli è la certezza che nei secoli passati siano esistite civiltà evolute, con sede nei regni di Atlantide e Mu (identificabili per caratteri tecnologici e sociali rispettivamente con l’Occidente e l’Oriente). Queste due popolazioni avanzate si diedero lotta, fino a distruggersi; da quel momento ricominciò il cammino evolutivo dell’uomo, che ha con il trascorrere dei secoli perso il ricordo del suo splendore passato. Ed è proprio la memoria di Atlantide e Mu che Mystère vuole riportare alla luce, tenendo sempre presente nelle sue avventure, ovunque sia e contro chiunque combatta, una visione delle storia non progressiva, ma ciclica.
Gli antagonisti per eccellenza sono i signori in nero, personaggi malvagi che hanno il compito di nascondere al mondo l’esistenza di ogni mistero, ostacolando costantemente il lavoro svolto dal detective dell’impossibile. In passato anche il padre del nostro eroe faceva parte di questa setta, ma non ne conosceva le finalità; da qui un ulteriore ragione per odiare gli uomini in nero.
La storie, però, si arricchiscono di tanti altri personaggi, di cui alcuni nemici storici come sempre accade nelle serie di fumetti, mentre altri compagni inseparabili con cui condividere le avversità. Tra questi ultimi non possono essere dimenticati l’assistente Java (un uomo di Neanderthal discendente da pochi sopravvissuti) e la fidanzata Diana Lombard, che lo accompagnano in ogni missione.
La saga creata da Alfredo Castelli, dunque, è ricca di risvolti imprevisti e di componenti fantastiche, tanto che consigliamo a chiunque non abbia mai avuto un “contatto” con questo mondo di cercare di rimediare al più presto, per poi giudicare fino a che punto condividere le valutazioni favorevoli della critica fumettistica. Le vicende di Martin Mystère possono apparire più o meno affascinanti, dipende da quanto il lettore apprezza il genere giallo fantascientifico, ma non si può negare che rappresentino uno dei punti di riferimento su cui si stanno sviluppando le produzioni di ultima generazione.


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