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Gallian, Marcello

2 Maggio 2019

Tre generazioni

Tre generazioni, 1936

Fu un personaggio di spicco del fascismo. Di lui si è esaurientemente occupato il mio conterraneo Paolo Buchignani con il libro, uscito nel 1984, “Marcello Gallian. La battaglia antiborghese di un fascista anarchico”.

Significativa la dedica di questo romanzo (il primo di una serie di tre, “tutti i quali vivon da se stessi”) a Galeazzo Ciano: “A Galeazzo Ciano, uomo eroico, questo libro dedico con affetto e con fedeltà”.
“Protagonista e antagonista di se stesso, maestro e discepolo, buono e perfido, dolce e nauseante, politico e apolitico sarà quel Maurizio Raventalli, il quale nasce nel primo romanzo e cerca di morire nell’ultimo.”.

Scrittura non facile, incalzante, a tratti frenetica. Incontriamo Maurizio bambino in crescita, oggetto nelle mani della madre Emilia e delle quattro sorelle Matilde, Teresa, Irene e Cleopatra, che lo usano a mo’ di manichino per provare su di lui abiti, rossetti e ninnoli vari. Il padre Raimondo aspetta che il figlio diventi più grande. Non fa che ammonirlo con paradossi. E lui, il bambino?: “Il mondo non c’è; è ancora affidato agli altri: ma per il solo fatto d’esser nato, Maurizio ne è responsabile.”.

L’influenza dei futuristi è palese nelle atmosfere surreali delle situazioni in cui ci imbattiamo, come quella ove il padre cerca di obbligare il figlio al sonno: “E un ceffone e un altro, e un altro ancora, e come era buio e non vedeva, assicurava al letto, disopra le lenzuola, con una mano le gambe del ragazzo e con l’altra mano batteva: a volte, facendo cilecca, s’abbottava il cuscino, a volte la mano coglieva o una gota, o un naso o una dura fronte.”. Il filo sottile che vi si tesse per costruire la psicologia dei personaggi mette il lettore di fronte ad uno scavo del quale, per scelta dell’autore, non si intravvede o si perde il fondo. A mano a mano che il risultato pare conquistato, esso si allontana in uno smarrimento: “Dai buchi della chiesa sbucano ciuffi di erbe strane: vestigia ristrette d’un passaggio di pianura o di giardino. Sopra un sasso, che sorte di misura dalla parete vecchia, è ritto in bilico sul precipizio un unico fiore: uno di quei fiori solitari, caparbi, prudenti e mal fatti, che occupano l’unico posto disponibile. Concime è stata la calcina bagnata dalla pioggia e certa franatura di parete: qualche polvere. Di quel fiore va in cerca la lucertola il giorno, per avvelenarsi.”. Potrebbe trattarsi del nostro rapporto con la vita. Ma anche del nostro rapporto ancora più vasto con un universo del tutto misterioso: “È come mostrare briciole di natura a briciole enormi. Un dito di carne dinanzi ad un dito fatto pianeta.”.

Maurizio sta crescendo avviluppato e sorpreso da questi pensieri, che ne fanno una sonda libera, inquieta e tremebonda della realtà: “S’è messo indosso una camicia e un paio di lenzuola: ammantato come i selvaggi.”; “Si può dare il caso, insomma, che vivendo nell’avere alle spalle e sulla testa, meglio, sopra i vestiti e dietro i capelli, a qualche chilometro dalle vene e a migliaia di chilometri dagli occhi, mondi e modi diversi, altre plaghe e altri circondari, di questi, diversi, non vi sia un segno di Maurizio?”; “S’addossava sopra una strana costellazione morbida, nebbiosa, che cede, che può essere il cuscino. Siede con le gambe nel vuoto, sopra un asfalto coperto di nuvole basse e strette.”. In qualche modo viene in mente il Perelà di Palazzeschi.

Maurizio è un ragazzo che tende a diventare uomo, e in questo processo ne avverte composizioni e elasticità.

L’autore l’accompagna con l’umidore di descrizioni che paiono uscire all’improvviso; vi sono paragrafi che potrebbero star da soli come fiato di una calura sensuale e sensitiva, pronta ad appiccicarsi ad un movimento o a un’ombra: “Sudati e impiumacciati andavano gli uomini, strozzati nei colletti, sudati, altrettanto cariche camminavano le donne: sì che la sera, nell’ora della passeggiata, si levava nell’aria e raggiungeva il crepuscolo, un fortore di cose e di essenze, di materie e di spurghi, di polvere immane di stoffe e di sete e di mobili gravi e pesanti, sì che il sole stesso morente ne risultava erto e feroce e le colline, perfino, le belle colline e il mare anche, quello del porto, sapevano di casacca e di cavallo, di scarponcino e di mutande.”.

La visionarietà di talune di esse, pur prendendoci alla sprovvista, ci lusinga e ci conquista: “I giardini aggrovigliati fra loro. Le navi staccarono la cavezza, s’imbizzarrirono. Cominciarono le sassate. I semi allo scoperto e le radici degli alberi e le fondamenta come se la natura avesse voluto rivelare finalmente i segreti delle sue viscere, mostrare com’era fatta, sfacciatamente. Ad appostarsi ad un buco o ad una feritoia, si sentiva al fiuto solo l’afrore di quel ventre.”.

Si rivela a questo punto al lettore una scrittura di sommovimenti, refrattaria alla ordinarietà delle regole, fuggitiva, tendente ad una espansione libera e ribelle, con sprazzi di ironia futurista, come nel personaggio tragico di Giuseppe Mir, un vagabondo raccolto per strada dal padre di Maurizio, il quale un giorno fuggirà dal ripostiglio in cui era stato tenuto per andare “verso le stelle”: “Quell’uomo aveva finalmente trovato, dopo lungo vagabondare, cacciato e inseguito, un luogo oltre i confini che non eran sulla terra.”. Leggete qui: “un giorno eran piovuti pesci, ad esempio, quando branchi di merluzzi, di triglie e di pesce minimo di frittura s’eran trovati nell’onda, nel momento in cui questa si vaporizzava nel cielo, immischiati nelle nubi gravide, pesci eran ricaduti in pioggia disciolta, sulla città: triglie s’eran trovate sui tetti e merluzzi e sogliole boccheggianti dentro gli orti o nei giardini.”. E ancora: “Dice che gli alberi nascevano a nave e il lino si faceva subito vela e il tabacco entrava sbriciolato dalle pinne nel naso dei lupi di mare, rotto ogni indugio di cultura e di fatica, la terra e il mare predisposti così ai miracoli.” In guisa che personaggi e luoghi diventano immaginari e allucinanti, allo stesso modo che il terremoto descritto è letterario e “sconclusionato”. In esso si potrebbe intravvedere come metafora lo squasso provocato dalla rivoluzione fascista: “Ma il terremoto ha insegnato loro nulla: nulla è mutato.”. Fa capolino anche Kafka di quando in quando: “Laddove stava il buco della serratura, una grande macchia di mani: le vestigia tenere della serva di cucina, le impronte di un grande animale, non prive di lascivia.”. E in certe descrizioni di dolore e disperazione il ricordo va alla pittura di Lorenzo Viani: “in quelle figure a lutto, meditabonde e stralunate, era la essenza stessa, la ragione, l’esperienza di ciò che voglia dire vivere su questa terra”.

Gallian non manca di tirare frecce contro la classe dei ricchi e prendere le difese dei più miseri: “Si gioca stagioni intere, si va a caccia tutto l’anno e il popolo muore di fame e di nostalgia”; “gente truffata dagli scrivani, seviziata dai gendarmi, presa ad esempio di condanna immancabile quando avveniva un furto nella contrada o si doveva lamentare un omicidio.”. Il punto, di bella descrizione, in cui la folla abbatte l’orinatoio eretto davanti ad un’immagine della Madonna, ribadisce questo accostamento di Gallian all’anima popolare. Lo stesso si può dire quando descrive la macellazione dei buoi. Sarà tra i pochi fascisti della prima ora a mantenere tali sentimenti. Ogni tanto incontriamo un esplicito riferimento al fascismo: “una forza terribile, come quella che fa passare gli arditi tra le file nemiche.”; “Dio degli eserciti e delle squadre”; “la sterminata barbaria degli inglesi.”. E nell’immagine del maestro che è obbligato ad insegnare rigidamente secondo i testi passa una punta di fastidio.

Il gusto per il macabro trova nell’allucinazione che accompagna il terremoto una valenza che si prolungherà nel romanzo: “Tutti i sepolti, quelli che soggiacciono ad un trave solo, quelli che son rimasti vivi, quelle che nude attendono nei sotterranei dove basta un gesto per veder la luce, tutti sentono e ascoltano il pane divorato dai vivi al disopra. Come l’acqua attraverso la terra, così quell’odore tetro li raggiunge e li matura.”. Si legga anche la descrizione del museo delle deformità. Sono pennellate orrifiche, che nello stesso secolo si affacceranno nel cinema. Si pensi a George Andrew Romero.

Si perde la presa, a volte; ci pare di stringere nel pugno il vuoto, il roteare delle parole produce un ronzio frastornante. È il concepimento di un romanzo che nasce da sé, apparentemente senza un ordine ed un progetto, i quali, quando si presentano, sono frammentati. Un vocabolario ricco di parole oggi desuete ma pregnanti depositate nel magma della verbosità sono autentiche gemme: sparutezza, spantanate, loboli, martori, barbozzale, rivendoglioli, affumati, riprensione, bruscata,  sprocchi, ramingare, spippando, sfranti, breloche, abbottato, viscidare, razzamaglia, adusato, straverie, gorgozzule, scrimo, rinnaccio, carnascialarono, grascia, e altre ancora.

In questa frase “individuano il nemico, perché sono molti e lo pedinano, lo travagliano, lo asfissiano, lo muoiono.”, quando arriviamo a ‘lo muoiono’ ci viene da ricordare la celebre battuta di Totò: “e io lo nacqui”, in “Signori si nasce”, di Mario Mattoli, del 1960. Avremo ancora: “rinasci la città, o Signore.”, “che non li abbia morti tutti”, “Il piccolo camaleonte cantellinava l’aria”, “si affidavano la notte”, e così via.

Attraverso il terremoto si sparge nell’aria un afrore di smarrimento, di perdizione e di follia, in cui si agita una umanità ed anche una natura infernali. Gallian ne è trascinato e pare vittima della sua ispirazione disperata, al punto che riesce a trasferire in noi la magmatica fermentazione di una idealità corruttrice. Più avanti troveremo: “I cavalli si sfacevano, il carro imputridiva: certe tarme sembrava che avessero infrollito gli animali e il legno, e nella zona d’ombra rimase un vapore che si estinse a poco a poco.”.

Sotto molti aspetti, il romanzo è sconcertante (il protagonista vero e despota – gli altri sono specchi e ombre – è Gallian stesso: si veda in particolare quell’ampia e fervida invocazione a Dio, in cui, fra l’altro, appare: “Ti chiedo non il conforto né l’aiuto ma ti chiedo soltanto che tu abbia qualche volta a guardarmi.”), e lo resta ancora oggi nel rapporto con il lettore, pur divenuto esperto e smaliziato dalle molte esperienze susseguitesi nel XX secolo.

Tra le migliori pagine quelle che descrivono il vecchio e decrepito maestro di scherma Caroli (“rideva coi denti guasti.”) e le sue due anziane e corrotte accompagnatrici: “la loro testa era ormai povera e deficiente la pelle.”.


Letto 196 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart