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Giallo: Giacomo e Ada #10/10

20 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Giacomo e Ada #10

«Suo marito lascia intendere che lei gli ha rubato la pistola.»
  «Quella pistola la vedo per la prima volta, commissario, e non so nemmeno se davvero è di mio marito. Per quale motivo avrei dovuto rubarla?»
  «Questo me lo deve dire lei.»
  «Eh no, io non posso dirle un bel nulla, se non l’ho rubata.»
  «Cerchi di collaborare, signora. Le conviene. Tanto ci arriveremo alla verità, prima o poi.»
  «Com’è possibile pensare che io sia andata a stare con Alberto, portando con me la pistola per ucciderlo? Ma commissario…»
  «Lei potrebbe aver trovato in casa di suo marito la pistola ed essersene appropriata per difendersi da lui. Lei non sapeva certo che di lì a poco lo avrebbe lasciato. Ma aveva paura delle sue violenze, e quella pistola avrebbe potuto esserle utile. Lei l’ha messa nella borsetta e poi se n’è dimenticata. Così, quando si è trasferita dal signor Magrini, l’ha portata con sé.»
  «Così lei crede che l’abbia ucciso io, Alberto.»
  «È possibile.»
  «E per quale ragione?»
  «Me lo deve dire lei.»
  «Ma non c’è nessuna ragione, e non c’è nessun delitto che io abbia commesso.»
  «Ammettiamo che si sia pentita di aver seguito il Magrini.»
  «Ma non per questo lo avrei ucciso.»
  «Si era pentita?»
  «Avevo dei rimorsi.»
  Jacopetti alzò la testa. Il commissario lo vide. Gli sorrise. Che fosse quella la pista buona?
  «Vede. Anche per lei c’è un movente plausibile.»
  «Ma come devo dirglielo che non si uccide un uomo per dei rimorsi.»
  «Questo lo sostiene lei.»
  «Io non l’ho ucciso.»
  «Avete mai litigato, lei e Alberto?»
  «Qualche volta. Ma per motivi futili.»
  «Per esempio?»
  «Lui era un uomo ordinato. Io sono piuttosto sprecisa. E non gli andava di trovare le mie cose sparse dappertutto.»
  «Solo per questo?»
  «Che io ricordi, sì.»
  «E di suo marito, parlavate mai?»
  «Sì, è evidente. C’erano più occasioni per farlo. Lei saprà di quegli articoli sui giornali, e sul chiasso che fecero. Eppoi dello sputo in faccia all’onorevole. Come si faceva a non parlarne.»
  «E che diceva il signor Alberto?»
  «Che mio marito era un pazzo, e che un giorno o l’altro ne avrebbe combinata una grossa.»
  «E lei che rispondeva?»
  «Niente. Alberto aveva ragione.»
  «Non le prendeva mai le difese di suo marito?»
  «Qualche volta.»
  «A che proposito?»
  «Quando Alberto lo chiamava “lo zoppo”, per deriderlo. Allora io mi risentivo, perché sapevo com’era Giacomo prima della disgrazia. È stato un uomo sfortunato. Il destino si è accanito contro di lui.»
  «Lo ha più rivisto, dopo quella notte che lui ha tentato di inseguirvi?»
  «No.»
  «Dunque, lei sostiene di non aver ucciso il suo amante.»
  «Non l’ho ucciso.»
  «Potrebbe averlo fatto a seguito di un diverbio. Lei si è ricordata della pistola, ed è andata ad attenderlo all’uscita dal lavoro. È salita in macchina. Ha trovato una scusa e vi siete fermati lungo il marciapiede. Ha guardato che nessuno passasse. Forse in quel momento è transitato anche il treno lì vicino, e lei ha fatto fuoco. Ha messo la pistola in mano alla vittima, e se n’è andata. Non le sembra plausibile?»
  «E, secondo lei, nessuno mi ha visto?»
  «Può succedere.»
  «Ma è assurdo. Siamo a due passi dalla città.»
  «A volte gli assassini sono assistiti dalla fortuna.»
  «Non mi parli così, la prego.»
  Ada uscì da quell’interrogatorio distrutta. Arrivò a casa che era già buio. Ammassata lungo i muri, c’era ancora la neve.
  Quando fu alla porta, e aveva appena aperto, sentì un’ombra scivolarle dietro e spingerla all’interno. La porta si richiuse, e quando lei si voltò vide che era Giacomo. Tirò un urlo. Giacomo con un braccio la tenne stretta per la gola, e la trascinava all’interno.
  «Se gridi ancora, ti strozzo.»
  «Che vuoi da me?»
  «Hai ucciso il tuo Alberto con la mia pistola per incastrarmi, bastarda.»
  «Non è vero. Lasciami, mi fai male.»
  «Perché lo hai fatto? Mi odi fino a questo punto?»
  Senza accorgersene, Giacomo aveva allentato la presa. Stava dietro ad Ada e non lasciava però il braccio dal collo di lei. Aveva le scarpe sporche di neve.
  «Non ho ucciso nessuno. Anche il commissario pensa che sia stata io, ma non è vero. Non l’ho ucciso io Alberto.»
  «E invece sei stata tu, sgualdrina. Sei tu che hai preso la mia pistola.»
  «Lasciami andare, Giacomo.»
  «Morta ti lascio andare.» Ricominciò a stringere. Ada cercò di fuggire. Con le mani tentava di liberarsi dalla presa, ma il braccio di Giacomo era serrato come una tenaglia. Mandava lamenti, ma non riusciva più a parlare, ora. Era rossa in viso. Sentiva di non farcela. Soffocava. Con la forza della disperazione diede un calcio alla gamba sciancata di Giacomo. Lui gridò. Allentò per un attimo la presa. Quel tanto che bastava. Ada sgusciò via. Prese fiato, corse in cucina. C’era un coltello sulla tavola. Lo afferrò. Si nascose dietro la porta. Sentì il rumore affrettato della scarpa ortopedica. Appena Giacomo spuntò sulla soglia, lei uscì fuori e lo colpì all’addome. Giacomo si portò le mani sulla ferita. Si riempirono di sangue.
  «Assassina» gridò. Il coltello era caduto a terra, ai piedi di Giacomo. Lo vide. Con le mani insanguinate lo raccolse e si gettò su Ada. Lei era rimasta come imbambolata. Sembrava con la mente lontana mille miglia da quella cucina. La coltellata la colpì al ventre. Si tenne la ferita con le mani, come aveva fatto Giacomo. Ma non gridò. Guardando Giacomo negli occhi, prima di accasciarsi a terra, disse soltanto, con quel filo di voce che le restava: «Non sono stata io. Non sono stata io.»
  Giacomo sbarrò le pupille, la guardò cadere.
  «E allora, se non sei stata tu, chi è stato?» E sembrò mettere in quelle parole tutta la follia della sua disperazione.
  I cadaveri furono scoperti la sera stessa dalla sorella di Alberto. Venne il commissario, insieme con Jacopetti. Non se l’aspettavano quella conclusione. Nel tornare in ufficio, il commissario parlò poco. Anche Jacopetti era diventato taciturno.
  In ufficio, presero il fascicolo.
  «Jacopetti, questo caso è chiuso.»
  «Ma cos’è successo, commissario? Chi era l’assassino?»
  «Quel Giacomo Boldini aveva capito che era stata sua moglie ad uccidere Magrini. Lei soltanto poteva essersi impossessata della pistola. Il suo ragionamento era semplice. Se non sono stato io, allora è stata lei, l’unica che poteva aver preso quella pistola. Deve averla attesa sulle scale, quando è tornata dal commissariato, e una volta entrati in casa, è nata una violenta discussione. Qualcuno deve aver preso il coltello, e così si sono uccisi.»
  «Chi lo avrebbe mai detto. Quella bella donna, un’assassina!»
  «Doveva odiarlo tanto suo marito, se per incastrarlo ha ucciso anche il suo amante.»
  «Il marito sì che aveva la faccia dell’assassino. Mica lei! Si ricorda, commissario, quando la signora diceva che aveva paura di lui? Che era violento? Lei non ci crederà, ma quando lo guardavo seduto lì su quella sedia, ce l’avevo anch’io una paura del diavolo. Sì, lo sapevo che qui non poteva farci nulla di male, ma le confesso che avevo paura ugualmente.»
  «Be’, Jacopetti, ora puoi startene tranquillo, perché quel Giacomo Boldini qui non ci verrà più.»
  «Poveretto.»
  «Povera anche quella donna. Deve averne passate di tutti i colori per arrivare a quel punto.»
  «Quando l’amore si trasforma in odio, può far saltare una montagna.»
  «Ben detto, Jacopetti. Vai a prendermi un caffè, ora, e poi rimettiamoci al lavoro. C’è ancora tanto da sbrigare.»
  «Ma è già tardi, commissario.»
  «La vuoi, sì o no, questa promozione?»
  «Ai suoi ordini» disse subito Jacopetti, al quale il caffè piaceva molto, ma anche la promozione.

  Il caso fu archiviato. Anche se lascia dell’amaro in bocca. Giacché noi sappiamo che quei due disgraziati, prima di morire, si erano detti nient’altro che la pura verità, ed erano infatti innocenti. Colui che aveva mosso le fila di quella triste vicenda, lo aveva fatto tanto bene che aveva costruito un delitto perfetto. Cosa non più rara nel nostro Paese. Aveva orchestrato tutto a meraviglia. Sapeva che uccidendo Alberto, si sarebbe sospettato di Giacomo, e Giacomo, sapendosi innocente, avrebbe sospettato di un intrigo di Ada, e ne sarebbe venuto fuori ciò che poi puntualmente è stato. Così, con la loro morte, anche la possibilità di scoprire la verità era sepolta per sempre. Dentro quel triangolo passionale si sarebbero arrestate le indagini. Nessuno dei tre morti poteva parlare più, nessuno di quei tre era più in grado di accusare chicchessia. Mica una cosa da poco, non è vero? Per mettere in piedi una macchinazione del genere, ci vuole una mente davvero raffinata, ed anche una organizzazione così potente da infischiarsene di tutto, e sfidare con protervia qualunque rischio. Quella ipotesi di Jacopetti, finita così malamente, ve la ricordate?  Pensateci su.

(fine)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart