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Giallo: Giacomo e Ada #2/10

12 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Giacomo e Ada #2

A Londonderry, quando ci si era recato dopo la disgrazia, avrebbe voluto prendere il mitra, una sera, e sparare da tutte le parti. Non c’è mai nessuno che ha ragione quando c’è una guerra. Nei suoi servizi, sprizzava da ogni riga il disprezzo per tutto ciò che andava contro la vita.
  «E chi ti dice che anche questa non sia la vita. Anzi, potrebbe essere quella vera, che restituisce l’uomo al mondo animale dal quale proviene.» Sotto i colpi di mitra, riparati dietro un edificio diroccato, l’amico giustificava ogni cosa compiuta dall’uomo.
  «Ti accontenti di poco» gli rispose Giacomo.
  «Mi accontento di ciò che è possibile. Tu, invece, tratti le idee come fossero giocattoli. Ma fai attenzione, le idee sono peggiori di queste bombe, e se le lasci andare, possono deflagrare e frantumarti.»
  Ne scoppiò una vicino a loro, e fu un miracolo se le schegge si fermarono contro lo spigolo del muro. Giacomo fece capolino.
  «Potessi correre, me ne andrei da qui. C’è pericolo che ci prendano. Ci hanno visti, e sparano anche su di noi, quei bastardi.»
  «La politica è diventata uno sporco affare. Ci sono sempre i soldi a guidare le idee.»
  «Vorrei fargliela vedere a mia moglie da quassù che cos’è la vita per questa gente.»
  «Lasciala in pace tua moglie. Meno uno le conosce queste disgrazie, meglio è.»
  Passava un ragazzo. Aveva delle bombe nella cintura e un mitra in mano. Veniva verso di loro. Fu colpito a metà strada. Cadde, e anche le bombe esplosero, e di lui non restò niente.
  «Andiamo via. Non è più aria per noi.» L’amico lo aiutò ad alzarsi e a muoversi. Giacomo bestemmiava, perché la gamba pesava una tonnellata, e più aveva fretta di allontanarsi, più gli s’ingarbugliava.
  «Lascia fare a me» gli diceva l’amico. «Fai con calma. Ci sono qua io. Non devi temere.»
  L’amico fu preso da una pallottola proprio in mezzo alla fronte e stramazzò al suolo. Giacomo rimase solo in mezzo alla strada, e allora si gettò a terra e strisciò come una serpe. Qualcuno l’aveva visto e cercava di aiutarlo sparando contro il cecchino.
  «Questa volta ci lascio la pelle» brontolò, mentre strisciava con la polvere in bocca. Sbucarono due sconosciuti da dietro un muro e lo presero per le braccia e senza alcun riguardo lo trascinarono al riparo.
  Biascicò qualcosa per ringraziare, ma quelli se n’erano già andati. Non ce la faceva ad alzarsi da solo. Provò e riprovò, finché a forza di tentativi e di accidenti si rimise in piedi. Piano piano, rasente il muro, raggiunse l’albergo. Si buttò sul letto e ci restò fino a notte.
  «Non ci sto più in questo inferno» telefonò al direttore.
  «Resta.»
  «Se resto, la faccio anch’io la guerra. Contro tutti.»
  Ada se lo vide apparire all’improvviso. Sentì quei passi strascicati sulla scala.
  «Eccolo che viene a dannarmi» mormorò. Aprì, e lui non le dette nemmeno un bacio. Sentiva che era tempo perso. Di baci non aveva voglia di darne a nessuno. Sputi, invece, quelli sì, a tutti coloro che gli fossero capitati a tiro. Mancò poco che non sputò anche su Ada.
  «Come stai?»
  «Sono vivo, non lo vedi?»
  «Lo vedo sì che non t’hanno ancora ammazzato. Cosa vuoi che ti dica, non è colpa mia se sei ancora vivo.»
  Si buttò sulla poltrona e chiuse gli occhi.
  «Ti faccio un tè?»
  «Lasciami in pace. Voglio dormire.»
  «Ti preparo il letto.»
  «Fa’ quello che ti pare, ma stai zitta.» Ada era stata sul punto di fargliele, le corna. Una sera aveva incontrato uno che andava per le spicce. Un bell’uomo, di quelli di passaggio, che non richiedono legami, e se ne vanno diritti per la loro strada, una volta avuto ciò che vogliono. Era al caffè, sola. Le accadeva qualche volta di andarsene sola al caffè. L’uomo l’aveva vista e si era avvicinato. Lei era stata al gioco. Aveva pagato lui la consumazione. Erano usciti insieme, e lei già pensava di andarci a letto. L’uomo ci sapeva fare. Era tenero, delicato. Aveva mille attenzioni. Risvegliava i suoi sensi. Si pentì all’ultimo momento e trovò una scusa per piantarlo. Non fece resistenza l’uomo, e anche per questo Ada ci ripensava, a volte, e avrebbe voluto incontrarlo di nuovo per non deluderlo più. Aveva bisogno di tenerezza, come tutte le donne, e Giacomo invece non ne aveva più per nessuno, e s’era riempito di disprezzo per ogni cosa; persino gli oggetti gli davano fastidio e certe volte afferrava un vaso o un soprammobile o un bicchiere e lo sbatteva per terra.
  «Sei matto.»
  «Una volta o l’altra ti ci sbatto te, contro il muro» rispondeva lui.
  Ada lo lasciava sfogare, ma sentiva che era diventato pericoloso viverci insieme. Un amante lo avrebbe desiderato anche per questo, per difenderla, per correre da lui quando ci fosse stato il pericolo.
  Finì che lui la maltrattò peggio del solito, e la mattina dopo Ada era piena di tristezza, mentre aveva una gran voglia di vivere, ma vivere per davvero, spargere dappertutto i profumi e i sapori che aveva dentro di sé.
  «Non ti voglio più vedere» gli disse, prima di uscire. Giacomo era nel bagno e si faceva la barba, brontolava contro sua moglie.
  «Stai tranquilla che una volta o l’altra me ne vado, sparisco, e ti lascio sola a goderti il mondo.»
  Ada era già per le scale, e Giacomo, quando se ne accorse, afferrò lo specchio e lo sbatté per terra.
  Nell’inseguirla, ruzzolò. La sua gamba gli fece il trabocchetto, e s’ingarbugliò ai primi gradini e lui rotolò fino al pianerottolo, e sbatté la schiena dappertutto. Non lo udì nessuno. Si aggrappò al corrimano con tutte le sue forze e s’alzò in fretta, prima che qualcuno potesse sopraggiungere. Tornò in casa e vi rimase rinchiuso per molte ore.
  Ada non rincasava. Cominciò a preoccuparsi.
  «Allora ce l’ha l’amante. Non le importa più nulla di me.»
  Ada era stata fuori per le spese, invece, come al solito. Quando rientrò, lui l’aggredì con male parole.
  «Te lo meriteresti» gli rispose. «E forse è solo questione di tempo.»
  Giacomo s’era messo a sedere e non parlò più.
  Partì per il Sudan, ma venne via dopo pochi giorni. Non ce la faceva più a sopportare. La guerra lo incattiviva. Ada andò su tutte le furie quando lo vide sull’uscio.
  «Non mi sarei mai creduto che ti arrendessi.»
  «Tutto ciò che è accaduto doveva succedere. Lascerò il giornale.» Andò a sedersi sulla vecchia poltrona dello studio. Ada gli si pose davanti, e non staccava gli occhi dal suo viso. Avesse potuto ferirlo con lo sguardo, lo avrebbe fatto in quell’istante. Il destino ciascuno se lo fa con le proprie mani, o meglio con la propria volontà. Non c’è nessun altro in mezzo a spartirsi il merito o la colpa.
  Glielo disse.
  «Sei libera di pensarla come vuoi. La vita è mia e ne faccio ciò che voglio.»
  «Le nostre vite sono legate insieme. Non dimenticarlo.»
  «Puoi slegarle, se vuoi. Saperti legata alla mia vita, mi manca l’aria. È come se anche l’altra gamba fosse ferita.»
  «Che n’è stato dell’amore che c’era tra noi?»
  «È vigliacco, l’amore. È un lusso, per gente come noi.»
  «Ma noi ci siamo amati.»
  «Dimenticalo, Ada.»
  «Non conto proprio nulla per te?»
  «Non so dirti più niente.»
  «Puoi fare altre cose al giornale.»
  «Si è rotto un sogno, Ada. Non lo capisci?»
  «Ad un sogno se ne può sostituire un altro, se si vuole.»
  Giacomo alzò le spalle. Ogni tanto si levava dalla poltrona e si muoveva per la stanza. La scarpa ortopedica mandava un rumore sordo. Ada soffriva a vederlo così inquieto.
  Qualche giorno dopo, Giacomo andò al giornale. Il direttore ce l’aveva con lui.
  «Lascio il lavoro. Non mi faccia delle prediche.»
  «Peccato.»
  Ada lo seppe dopo, che si era licenziato.
  «E ora che cosa farai?»
  «Un po’ di soldi ce li abbiamo per tirare avanti.»
  I primi tempi, girava per casa. Si affacciava alla finestra. Spiava la strada. Poi cominciò ad uscire. Rincasava tardi. A volte non rientrava nemmeno per la cena e stava fuori tutta la notte. Avrebbe voluto sparargli davvero, Ada, essere lei a mettere fine a quella disperazione che la coinvolgeva e la trascinava chissà dove. Giacomo parlava sempre di meno. Gli intervalli duravano ore e anche mezze giornate, e se Ada si arrischiava a fargli qualche domanda, lui rispondeva con violenza.
  Trascorsero dei mesi. Ada pensava di lasciarlo.
  «Ti ho detto che puoi fare quello che vuoi. Ti chiedo solo di lasciarmi in pace.»
  E così Ada si trovò un altro uomo. Lo incontrò al bar del mercato. Non persero tempo. Ora Ada girava per la casa rilassata. Di ciò che faceva Giacomo, non le interessava più nulla. Certi giorni, non si incontravano nemmeno. Stava chiuso nel suo studio, e quando lei rincasava lo trovava sempre lì, anche di sera. Si sentiva felice di non dover parlare con lui. Non la cercava più nemmeno a letto, e questo le dava una piacevole sensazione di intesa, e cioè che lui sapesse già tutto e approvasse. 

  Lo scoprì per caso entrando un giorno in libreria ciò che Giacomo stava facendo. Vide il suo libro in vetrina. Si stupì, lo acquistò e, giunta a casa, lo lesse tutto d’un fiato. Giacomo odiava la società, lei lo sapeva, ma ora lo aveva messo in piazza e lo sapevano tutti. Vi era un tale disprezzo per le cose del mondo, che si aveva paura a ripetere le sue parole, come se potessero esplodere tra le labbra. Si trattava di una storia in cui l’anima di Giacomo mieteva vittime intorno a sé, non con l’omicidio, ma con ciò che stava in mezzo alle parole, e nelle connessioni si avvertiva che l’uomo era capitato in un pianeta che non era il suo, ma nel viaggio si era smarrito e la Terra era stata il suo rifugio. Un rifugio provvisorio, diceva Giacomo, e si doveva sottostare a regole che erano frutto di errori e generavano errori ancora più colossali per questa mancanza di sintonia tra l’uomo e il pianeta. Come se il computer su cui era inserita l’avventura umana leggesse la vita con codici sballati. Continuare così non aveva senso. Bisognava abbandonare tutto e rimettersi in viaggio, oppure distruggere quei codici, e ritrovare ed impiantare sulla Terra quelli giusti. Era diventata questa la ricerca di Giacomo. A casa, non si vedevano più, e quando lui entrava in cucina, sbrigava le cose come se lei non ci fosse. All’ora dei pasti, spesse volte usciva. A dare ragione alle teorie devastanti di Giacomo ci s’erano messe anche le condizioni del nostro Paese. Tutto andava male e si era perduta la misura. Si scopriva che, salvo la povera gente, gli altri avevano arraffato dappertutto. Si era saccheggiata l’Italia, come se fossimo stati governati da nuovi barbari, peggiori di quelli del medioevo, che parevano degli angeli, a confronto. Nuovi libri di Giacomo ebbero successo come il primo. La gente sentiva che, sebbene le cose che scriveva fossero terribili, era dal suo punto di vista che si doveva partire per raccapezzarsi. Ada avrebbe voluto saperne di più, ma si era convinta che nessuno, né la gente né lei stessa, che pure lo aveva amato, sarebbero riuscite a capire che cosa stesse accadendo nell’anima di Giacomo.
  L’amante di Ada era un uomo semplice. La loro relazione si era ormai consolidata e scorreva con parvenze di felicità. S’incontravano tutti i giorni. Era un impiegato scapolo, e aveva molto tempo libero a disposizione. Le dedicava tutte le attenzioni che una donna desidera. Ada ci si era adattata perfettamente nella parte, e qualche volta dimenticava perfino di avere in casa un marito, e Alberto le sembrava l’unico uomo che avesse. Lo trattava come il suo principe azzurro.
  «Vedi, Ada, tu dovresti lasciarlo tuo marito, e venire a stare con me» le disse una sera, mentre erano seduti al caffè.
  «Ma come faccio a lasciarlo?»
  «Una sera non torni a casa, e resti da me.»
  «Ho paura di lui.»
  Si era ai primi dell’estate. Ada e Alberto sedevano nella piazzetta del caffè Loggia dei mercanti. I giovani passeggiavano in su e giù, e Ada non poteva fare a meno di invidiare la loro spensieratezza.
  «Sono gli anni più belli.»
  «Anche i nostri sono belli. Si è sempre giovani, se lo si vuole.»
  «L’ho amato Giacomo. Sapessi che bell’uomo era. Le ragazze se lo mangiavano con gli occhi. Era gentile. Sapeva fare con le donne.»
  «È un debole.»
  «Che ne sai tu?»
  «Non è il primo a cui capiti una disgrazia. C’è chi ne ha avute di peggio, e si è rialzato. Lui, invece, se l’è presa col mondo. Si sente una vittima, e non sa capire che nel marasma generale, lui non conta niente.»
  «In Africa, una volta, era andato per un servizio sulle miniere, se ce n’erano ancora, e che vita facevano i minatori. Capitò in un villaggio di miseria, e allora si mise dalla parte dei neri, e una mattina che organizzarono una manifestazione, quando la polizia caricò, lui non stette a ricevere i colpi, ma li dava anche. E al processo disse che era una vergogna per un uomo vivere in un Paese come quello, e che lui le avrebbe ripetute le sue azioni, lì e in qualunque altro luogo della Terra dove non si fa niente per gli altri. Forse è questa impossibilità a realizzare il suo sogno che lo ha reso così cattivo.»
  «Le scrive, però, queste cose.»
  «Per un uomo come lui, non è sufficiente. Dovunque è stato, si è sempre battuto per chi aveva bisogno. Non si è mai tirato indietro. Non è come molti, che scrivono e sono vigliacchi.»
  «È un idealista.»
  «Ho pena per lui, pensando a ciò che poteva essere.»
  L’aria si era fatta fresca. Ada guardò l’orologio e vide che era più tardi del solito. Doveva tornare a casa in tutta fretta. Aveva ancora qualche scrupolo, e non aveva il coraggio di provare se un suo ritardo fuori degli orari consueti avrebbe irritato Giacomo.
  «Pensa a quel che ti ho detto. Vieni a stare con me.»
  Ada si era già alzata. Anche Alberto si alzò ed entrarono in via Fillungo, si mescolarono alla gente. Ad un certo punto Alberto se ne andò e Ada proseguì da sola. Se lei e Giacomo avessero avuto un figlio, forse ciò che stava succedendo non sarebbe accaduto. Ci pensava spesso al figlio che non era mai nato. Stava da qualche parte lassù nel cielo? La guardava? Che pensava di lei? Perché non era venuto al mondo? Per ogni donna e per ogni uomo c’è sempre un figlio, ed esso può e non può nascere, ma c’è, e se non è su questa Terra, è da qualche altra parte, e conduce una vita che non si conosce, ma lui lo sa, come gli altri sulla Terra, che ha una madre e un padre, e ogni tanto viene a trovarli. Sono quei momenti in cui ci si sente immalinconire e non si sa chi siamo, e ci prendono delle strane sensazioni, e la donna soprattutto si sente sospesa, assorbita da palpiti, da emozioni che appartengono all’aria. Basterebbe poco per vedere il figlio che non è nato, forse anche per abbracciarlo, ma è uno sforzo della volontà che chissà perché nessuno riesce a compiere.
  Ada saliva le scale lentamente. La sua vita sarebbe stata un’altra, se avesse avuto quel figlio. Senza accorgersene, sorrideva, e si capiva che aveva la mente altrove. Quando aprì la porta, trovò Giacomo ad attenderla nell’ingresso. Con quella gamba sciancata le si avvicinò. Senza nemmeno dire una parola, prese a schiaffeggiarla. Infine Ada, non riuscendo a difendersi da quella furia, si accasciò sul pavimento, e solo a questo punto Giacomo si allontanò, mentre lei, distesa a terra, piangeva.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart