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Giallo: Giacomo e Ada #3/10

13 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Giacomo e Ada #3

Il mattino dopo Ada telefonò ad Alberto. Lo fece da casa, incurante della sua presenza. Giacomo girava a vuoto per le stanze e forse poteva sentirla, ma a lei non interessava più.
  «Vieni a prendermi» gli disse.
  Alberto farfugliava qualcosa per la sorpresa, e Ada dovette ripeterglielo.
  «Ti dico di venirmi a prendere. Subito. Ho deciso di venire a vivere con te.»
  «Con chi hai deciso di andare a vivere?» si sentì dire alle spalle. Si voltò e lo guardò bene in faccia. Aveva tanta rabbia e tanta umiliazione dentro di sé che non aveva paura più di nulla.
  «Ho un amante. Me ne vado a stare con lui.»
  «Da qui non ti muovi.»
  «Lo dici tu.» Giacomo si diresse verso la porta. Si affrettava per chiuderla. Saltellava con quella gamba sciancata e sbatteva sul pavimento la scarpa ortopedica. Non aveva il bastone con sé e si vedeva che faceva una gran fatica. Ma correva come poteva. Ada fu pronta. D’un balzo gli fu addosso e lo gettò a terra.
  «Non mi fermerai.»
  Giacomo si rotolava, e cercava di agguantarle le gambe. Ada afferrò una lampada e gliela diede in testa.
  «Ti ucciderò se te ne vai di qui. E ucciderò anche il tuo amante.» Sanguinava dalla fronte, dove si era aperta una piccola ferita. Aveva gli occhi attraversati dal sangue.
  Si sentì suonare il campanello. Ada corse al citofono.
  «Sali. Svelto» gli disse. In un attimo Alberto fu sull’uscio. Ada fu lesta ad aprire e Alberto si trovò davanti a Giacomo, che ancora stava sul pavimento ed imprecava.
  «Ada verrà a stare con me.»
  «Maiale.»
  «Prendi le tue cose, e vieni via. Ci bado io a lui.»
  Ada fece in un baleno. Uscì di camera con una piccola valigetta. Giacomo li guardava tutti e due.
  «Ti lascio per sempre» disse lei, aprendo la porta.
  Quando l’uscio si richiuse, Giacomo non cercò neppure di alzarsi, ormai non serviva più a niente.
  Non dormì quella notte, come non aveva dormito tante altre notti in vita sua, ma quella fu una veglia piena di spine. Al mattino, uscì in strada, era pallido. Camminava senza vedere. Sbatteva contro la gente. Non chiedeva scusa. Pensava e pensava. Non al passato, che non gli interessava più, ma al futuro. C’era qualcosa di storto sulla Terra, e non era sua la colpa di ciò che gli stava accadendo.
  Da un posto pubblico telefonò ai Carabinieri. Rivoleva sua moglie a casa. Gliel’avevano portata via, disse, plagiata.
  «Sporga denuncia.»
  Raggiunse la più vicina stazione. Gli aprì un appuntato. Lo fece accomodare dal maresciallo. Giacomo cominciò a raccontare. Un fiume di parole. Non sapeva nemmeno lui che cosa dicesse. Il maresciallo lo interruppe:
  «Si calmi, e mi dica per filo e per segno quel ch’è successo.»
  «Mi chiede di ripetergli tutto?»
  «Qualcuno è venuto a casa sua e s’è portato via sua moglie. Significa che l’ha rapita?»
  «Non proprio.»
  «Allora?»
  «Allora che?»
  «Lei lo conosce quell’uomo?»
  «Mai visto.»
  «E sua moglie non ha chiesto il suo aiuto?»
  «Se n’è andata con lui.»
  «Vuole dire che non ha fatto resistenza?»
  «Lei lo sa che significa essere plagiati?»
  «Com’erano i rapporti tra lei e sua moglie?»
  «Cioè?»
  «Avevate litigato?»
  «Cose di poco conto.»
  «Penso che sua moglie l’abbia lasciata spontaneamente.»
  «Ha abbandonato il tetto coniugale…»
  «Sì, sì» fece il maresciallo.
  «Lo ha capito, vero? che rivoglio a casa mia moglie.»
  «Mi creda, non è la fine del mondo se la moglie scappa di casa. Se ne vedono di peggio.»
  «Non mi importa di ciò che vede lei.»
  Il maresciallo gli sottopose il verbale di denuncia e Giacomo lo firmò.
  «Ripassi fra qualche giorno» gli disse, salutandolo sulla porta.
  Quando la richiuse, il maresciallo aveva l’appuntato dietro di sé.
  «La signora ha preso il largo, piuttosto che vivere con quello sciancato.»
  «È una bella donna, maresciallo.»
  «Lo so. La conosco anch’io, e me lo immaginavo che prima o poi doveva succedere. Era da qualche tempo che la incontravo con quello scapolo. Stai a vedere, mi dicevo, che il dottore ha le corna.»
  «Che cosa intende fare?»
  «Che cosa vuoi che faccia. Niente. Sono cambiati i tempi, e se una donna dice di no al marito, non c’è da farci nulla.»
  «Quel disgraziato tornerà.»
  «Farò un salto da sua moglie, e sentirò la sua campana. Un viaggio inutile. Si sa come vanno queste cose. Non è la prima né sarà l’ultima.» 

  Alberto aveva casa nella piazzetta dove ha la sua sede principale la Cassa di Risparmio di Lucca, di fronte alla chiesina di San Giusto, che le dà il nome. Perciò non era molto distante da piazza del Suffragio, dove aveva abitato Ada. Anche se, se si sta a Lucca dentro le Mura, le distanze sono tutte piccine. Lucca mantiene un’intimità che manca a molte città dell’Italia e del mondo, anche città antiche. Quelle Mura ne sono il segno evidente, ma anche le strade, le piazzette, sono intime, e tutto è minuto, salvo i palazzi, che sono lì a testimoniare della ricchezza di un tempo, ed hanno pietre squadrate, possenti, ampi portoni, finestre grandi e luminose. Ada era contenta di non essere uscita dalle Mura. Quei giorni aveva il rovello della novità dentro di sé, e il dubbio se aveva fatto bene a lasciare Giacomo in quelle condizioni. Stare perciò dentro le Mura, dentro lo stesso ambiente a lei familiare, l’aiutava a riflettere. Alberto naturalmente cercava di convincerla che quel passo andava fatto, e che non era più vita la sua. Una delle prime sere, avevano discusso fino a tardi, e Alberto era diventato anche cattivo a sentirle ripetere che Giacomo era stato uno sventurato e che la vita non doveva comportarsi così con lui.
  «Giacomo è cattivo dentro, eccola la verità. Altro che vita. Un uomo come lui doveva esplodere a quel modo, prima o poi. La gamba è stata la miccia, se no ci avrebbe pensato qualche altro accidente. Si sa chi siamo solo quando arriviamo in fondo alla vita. Si cambia continuamente, che credi? e ogni tanto c’è il botto grosso, il mutamento più radicale. Tu ti meravigli, e invece è un altro passo che la crisalide dell’uomo fa per liberare la farfalla che è in noi.»
  «Ma tu mi ami?»
  «Fate sempre la stessa domanda, voi donne. Ma mi vuoi dire che significa? Che risposta ti attendi da me?»
  «Come che risposta!»
  «Ma sì, ma sì. È evidente che ti amo. Ma tu ci credi all’amore eterno, se noi si cambia continuamente?»
  «Io non cambio nei sentimenti.»
  «Lo dici tu. Cambi, eccome. Verrà il giorno che anche tu farai il botto.»
  «Lo faccio ora il botto; se continui così mi metto a piangere.»
  «Ti prego, lasciamoli perdere questi discorsi.»
  «Portami fuori. Ho bisogno d’aria.»
  «A quest’ora?»
  «Sì, a quest’ora.» Alberto non aveva voglia di uscire. Era mezzanotte passata. Ma aveva esagerato coi suoi discorsi, se ne rendeva conto.
  Entrarono in via Fillungo. Poi, giunti ai piedi della Torre delle Ore, girarono in Chiasso Barletti, la stretta viuzza antica. Si trovarono in piazza San Michele. Lei alzò gli occhi all’angelo che sta in cima alla facciata della chiesa. Sembrava rivolgergli una preghiera. È l’angelo dei lucchesi, San Michele, e se c’è qualcosa che mette in pericolo la pace della città, la gente dice che ci pensa lui a sistemare le cose. Ada si ricordava in quel momento delle parole che più di una volta, passando di lì, Giacomo le sussurrava, sorridendo, quando ancora aveva la gamba sana.
  «A me pare che l’Angelo si sia addormentato o rimbambito. Non vede più che le cose non vanno bene nella città.» E alludeva alla politica e alle ruberie che si erano scoperte anche a Lucca.
  Non aveva più sorriso all’angelo, quando era tornato sciancato. Di quell’angelo lassù non gliene importava più niente. Chissà che cosa ne pensava ora dentro di sé.
  Alberto teneva le mani in tasca e cercava di parlare poco per non dare ad Ada l’occasione di prolungare quella passeggiata, che lui faceva malvolentieri. Quando arrivarono in piazza Grande, lungo il muro di palazzo Ducale, là in fondo, ad Ada sembrò di scorgere Giacomo. Vide un uomo che camminava sciancato come lui, aveva un trench addosso, anche se la tarda serata era ancora tiepida.
  «Cambiamo strada» disse subito.
  «Sei sicura che sia Giacomo?»
  «È lui.»
  Giacomo, era lui infatti. Stava coi suoi pensieri, arrovellato, ma li aveva visti. Aveva riconosciuto Ada. Ada lo capì. Si voltò e si mise a correre.
  «Fermati» gridava Alberto. «Di che cosa hai paura?»
  «Vieni via, vieni via!» diceva Ada, quasi sottovoce, per paura di essere udita da Giacomo.
  Anche Giacomo si era messo a correre. A modo suo, con quella gamba che ora gli pesava una tonnellata, e si sentiva a distanza, nel silenzio della notte, il tonfo della scarpa ortopedica. Correndo, aveva alzato il bastone e si teneva con la mano al muro del palazzo, però non imprecava. Almeno sembrava così, ma Ada sapeva che in quel momento una furia lo stava devastando e lo scoppio che ci sarebbe stato da lì a poco avrebbe colpito anche loro, se non si fossero messi al riparo.
  «Fermati, ti dico» gridava Alberto. «Non avrai paura di quello sciancato.»
  Ada non si voltava nemmeno più a rispondergli, ed era già arrivata in piazza San Michele. Alberto aveva il fiato grosso, più per la rabbia di scappare che per la fatica.
  «Fermalo tu!» disse Ada all’angelo, sollevando gli occhi. E poi continuò a correre; Alberto la raggiunse e cercò di calmarla.
  «Non può raggiungerci. Calmati.»
  «Non voglio che veda dove abitiamo.»
  «Ma lo verrà a sapere, prima o poi.»
  «Non ora, però. Ho ancora paura di lui. E devi averne anche tu.»
  Alberto continuò a correre con lei, finché non giunsero a casa.
  In quel momento, Giacomo era arrivato anche lui in piazza San Michele, e si era fermato a guardare l’angelo per un momento, e al contrario di Ada non disse nulla con le parole, ma negli occhi aveva il fuoco dell’inferno.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart