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Giallo: Giacomo e Ada #4/10

14 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Giacomo e Ada #4

Due giorni dopo, Ada si trovava sola in casa. Sentì bussare alla porta. Era il maresciallo. Si meravigliò, ma lo fece entrare. Si accomodarono nel piccolo salotto.
  «Non avrei resistito un minuto di più, mi creda, maresciallo. Mi è costato molto, ma dopo quella disgrazia è cambiato, e la vita con lui era diventata impossibile.»
  «Se vuole, può sporgere denuncia.»
  «Non me lo perdonerebbe mai. Sarebbe capace di uccidermi, ed uccidere anche Alberto.»
  «Non le posso credere.»
  «È un uomo violento. Non so rendermi conto di come sia potuto cambiare a tal punto.»
  «Non si può diventare criminali, se non ci si nasce.»
  «È quello che dice anche Alberto, che Giacomo è cattivo dentro, ed ora gli è esplosa la cattiveria, e gli sarebbe esplosa comunque.»
  Ada aveva ancora sul viso, seppure un po’ attutiti, i segni delle percosse, e il maresciallo ogni tanto vi indugiava lo sguardo.
  «Non se la deve prendere per quello che è successo. Nel mio lavoro, vedo casi assai peggiori. Si tiri su e cerchi di rifarsi una vita.»
  Ada scoppiò a piangere.
  «Su, signora. Si faccia coraggio. Passerà. Deve pensare a rifarsi una vita. Se l’uomo che vive ora con lei è quello giusto, dimenticherà ogni cosa.»
  «Lei non sa com’era Giacomo i primi anni. Quando tornava dai suoi viaggi, aveva per me mille attenzioni, e spesso non passava nemmeno dal giornale per stare con me. Si saliva in macchina e si andava fuori, nei luoghi che piacevano ad entrambi: le colline soprattutto, qua intorno. Si stava sotto gli olivi, si stendeva un plaid quand’era la bella stagione e ci si baloccava su ogni cosa. Discorsi senza senso, a volte, ma si stava bene. Si lasciavano andare i pensieri. Lui era sempre allegro, e c’erano dei giorni che si tornava a casa fiacchi e indolenziti per le grandi risate. Sapeva cogliere il lato comico delle cose. E sa che cosa mi diceva spesso? Che per essere scrittori bisogna avere il senso del ridicolo. Guai agli scrittori musoni, diceva, perché è impossibile entrare dentro gli uomini e le cose se prima non ne sappiamo scoprire il lato che ci fa sorridere. Lui era innamorato della capacità delle parole di scavare dentro l’uomo. Nascono dentro l’uomo le parole, diceva, e non c’è strumento migliore della parola per indagare dentro di noi.»
  «Lei lo ama ancora, suo marito. Si sente.»
  «Sono stata bene con lui. Quando lo conobbi, sentii subito che era l’uomo per me. Mi illuminò la vita, rese piene ed emozionanti le mie giornate.»
  «Perché non prova a ritornare da lui?»
  «Non è più il mio Giacomo. È il diavolo, mi creda.»
  Il maresciallo pensò che fosse arrivato il momento di andarsene, perché tra un discorso e l’altro erano passate alcune ore. Si udì invece schiavacciare alla porta. Era Alberto. Tornava dall’ufficio, e non se l’aspettava ovviamente il maresciallo in casa sua.
  «Dica ciò che vuole, maresciallo, ma quel Giacomo è un mascalzone, un violento. Ha visto quel che ha saputo fare a Ada. Lo ha visto, no? E non mi dica che sono azioni da compiersi, se non si è cattivi dentro. Eppoi, io a Ada le voglio bene, e non posso permettere che le succedano cose così terribili.»
  «Capisco.»
  «Non si offenda, maresciallo, ma non si capiscono queste cose, se non ci si è dentro fino al collo. È letteratura, se no.»
  «Leverei l’incomodo, se permettete. Si è fatto tardi.»
  L’accompagnò Ada. La quale sul pianerottolo stava nell’atteggiamento di chi ha ancora qualcosa da dire. Il maresciallo se ne accorse. Indugiò apposta:
  «Mi sembra una brava persona quell’Alberto.»
  «Dica a Giacomo di lasciarmi in pace, in nome dell’amore che c’è stato tra noi. Gli dica proprio così. In nome dell’amore che c’è stato tra noi. Gli dica che non dimenticherò mai i bei giorni che abbiamo passato insieme.»
  Il maresciallo scese le scale lentamente. Posava i piedi sui gradini con gravezza. Ada aspettò che il portone si richiudesse, e solo allora rientrò in casa. 

  Che lo scrittore Giacomo Boldini fosse stato piantato dalla moglie, lo sapevano ormai tutti. In cronaca locale era apparso un trafiletto dal titolo “Dissapori in casa Boldini”, accompagnato da una foto di Giacomo. Era il massimo del riguardo che potevano avere per lui. Il trafiletto però era stato ripreso, e ampliato questa volta, sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nazionali. Giacomo aveva telefonato a destra e a manca per protestare e prendersela con la malvagità dei colleghi. Un’onta per lui. Dal maresciallo non passò più. Non c’erano leggi per accomodare queste cose. Non si mettono insieme i sentimenti in forza della legge.
  Cominciò a pensare che Ada aveva fatto bene a lasciarlo. Lui aveva nella testa cose che non potevano conciliarsi col matrimonio. Della sua irrequietudine non doveva farne le spese nessun altro. Era un uomo con cui non si poteva condividere una vita. Accumulava scontentezza e odio. Era vero che la disgrazia lo aveva mutato, ma il suo dolore aveva acuito in lui la percezione del dolore degli altri, e in ogni circostanza egli ne vedeva i segni attorno a sé, e non poteva sopportarli. Solo se si è toccati dal dolore, ci entra nella carne il dolore degli altri, ed esso diventa nostro, e si trasforma in un grande amore. Quella che per gli altri era la cattiveria di Giacomo, per Giacomo era il patimento di un martirio. Chi lo avrebbe mai capito? Ada lo considerava certamente un cane randagio che avesse preso la rabbia, Giacomo ne era certo. Ma che ne sapeva Ada dell’abisso in cui precipitava a volte? Tutte le guerre e le povertà a cui aveva assistito nei suoi viaggi, non se ne erano andate con le parole che aveva scritte, ma furtivamente si erano annidate dentro di lui, e accumulavano il magma del dolore. Che cos’è mai questo mondo, dove non si riesce a vivere in pace? Che mondo è questo, in cui si vedono nelle strade bambini martoriati dalla cattiveria degli uomini? Sì, era un abisso quello in cui precipitava a volte, una sorta di buco nero, dentro il quale s’inacidiva la sua cattiveria, ed ecco che la sua coscienza si ribellava e si scatenava contro tutti. Anche contro Ada, che avrebbe voluto condividerlo, forse, quel dolore.
  In uno di questi momenti di rabbia, Giacomo mandò una lettera al giornale e due giorni dopo se la vide pubblicata in prima pagina. Criticava la politica e metteva in guardia dal ripetersi dei guasti che già avevano piagato l’Italia, e scriveva che in realtà si era fatto poco o nulla per rimediare, e il cancro di prima era ancora tutto lì a marcire il Paese. Ci fu chi credette invece che le cose si stessero mettendo per il meglio, e che si doveva dare atto alla nuova classe dirigente di uno sforzo di risanamento notevole. Non era forse vero che l’economia aveva ripreso a tirare, e che il deficit pubblico, ancora notevole, aveva comunque preso la direzione giusta di una sua riduzione, anche se lieve? Si doveva avere la forza di crederci, e non mortificare il lavoro di quelli che ce la mettevano tutta per dare al nostro Paese una democrazia sana. Si aprì un dibattito, e a costoro che criticavano Giacomo, risposero altri che plaudivano al suo coraggio. Era la verità, quella che lui scriveva, e lo dovevano sapere tutti che i dati forniti dalle fonti ufficiali sull’andamento dell’economia erano pilotati, e perciò fasulli, e le cose non andavano bene affatto, e c’era ancora chi traeva vantaggio dai debiti dello Stato. Giacomo fece altri interventi, dopo aver letto attentamente tutto ciò che per settimane e settimane era stato scritto. Si domandava perché mancasse in Italia il senso dell’onestà, e nella politica riuscivano ad inserirsi sempre i birboni e i farabutti.
  Gliene dissero di cotte e di crude, alcuni. Ma ancora una volta ci fu chi prese le sue difese e rincarò la dose. Ricevette molte telefonate. Da chi non era d’accordo con lui, e gli domandava perché si fosse messo in quel pasticcio e perché avesse scritto quelle cose, qual era il suo scopo recondito, e furono, questi, soprattutto i politici; e da chi, al contrario, condivideva le sue critiche e lo invitava ad assumere un’iniziativa. Era una persona importante, conosciuta, gli dicevano. Ne avrebbe trascinate molte altre con sé, e la gente l’avrebbe ascoltato e seguito. Non poteva tirarsi indietro ora che aveva gettato il sasso ed era uscito allo scoperto e molti si erano schierati pubblicamente dalla sua parte. Giuravano che non lo avrebbero lasciato solo. Confessava invece di avere un po’ di paura. Forse aveva fatto il passo più lungo della gamba. Non si sentiva preparato. Già gli sembrava che alcune vecchie amicizie venissero meno.
  In certi ambienti ostili, riferendosi a lui, cominciarono a chiamarlo apertamente “lo zoppo”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart