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Giallo: Giacomo e Ada #5/10

15 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Giacomo e Ada #5

Lucca è un po’ la città dell’acqua cheta. Ognuno si fa gli affari suoi, e meno ci s’impiccia degli altri e più si ha salute. Non andava giù a Cosimo dei Medici il carattere dei lucchesi, ma non ci poté far nulla, e i lucchesi son sempre stati così da sempre. Questa riservatezza, qualcuno potrebbe anche scambiarla per mancanza di coraggio, vera e propria vigliaccheria. Ma non è così, ed è una caratteristica peculiare di questa gente, e va presa per quel che è. Si chiama lucchesità, e questo la dice lunga sul suo particolare. Epperò accanto a dei meriti indubbi che sempre ha il coltivare il proprio orticello, qualche difetto lo deve pure avere questo popolo antico, se spesso non si cura neppure dei suoi figli più illustri, e pare che siano nati a mille miglia di distanza, e che a Lucca non ci abbiano mai messo piede. Chi lo sa, per fare un solo esempio, che il grande Puccini è nato non a Torre del Lago, come sembra che quasi tutti sappiano, ma a “Lucca drento”, come dicono da queste parti, ossia a due passi dalla bella chiesa di San Michele? E non c’è nessun monumento nella città che ricordi questo nostro grande, conosciuto in tutto il mondo[1], e forse l’italiano più noto all’estero, anche più di Dante, di Leonardo e Michelangelo. C’è solo quella casa natale a rammentarlo. I lucchesi sembra che si vergognino dei propri figli che sono diventati famosi, e pare loro che abbiano fatto torto a quella loro riservatezza secolare. Preferiscono rintanarsi nelle logge, piuttosto che prendere il sole in San Michele.
  Per queste strade ha camminato anche Mario Tobino, che era nato a Viareggio, dove è sepolto in una bella tomba di marmo bianco, e che amava tanto Lucca da viverci una vita. Gli piaceva la città, e ci camminava, nelle sue viuzze, con gli occhi che frugavano dappertutto, e guardava di qua le torri, di là i palazzi, le piazzette. Saliva sulle Mura. Pochi lucchesi si accorgevano di questo uomo che ha fatto grande l’arte dello scrivere.
  Chi viene a Lucca per restarci, deve lasciare la voce grossa a casa, imparare a parlare sottovoce, a camminare rasentando i muri e non in mezzo alla via, non avere sicumera, ma apparire debitore di ogni cosa agli altri. Solo così se ne diventa figli, sapendo già che se si riceve un po’ di gloria da questo mondo, e si oltrepassano le sue piccole misure, i lucchesi fan finta di non conoscervi più, di non avervi mai visto a spasso nel Fillungo, e vi prestano volentieri a Firenze o a qualsiasi altro posto che non stia nei suoi confini. Non c’è da farci nulla: Lucca è città che si gode per quello che è, e forse è il prezzo che ognuno deve pagare per sentirsi lucchese.
  Giacomo trovava più alleanze fuori di Lucca che tra i suoi pochi amici concittadini.
  Dopo qualche tempo, si tenne al teatro del Giglio un comizio per le elezioni dirette del sindaco. Venne un capoccione da Roma, uno dei più importanti, perché a Lucca c’era il rischio di non farcela a far passare quel candidato, e invece ci si teneva molto che diventasse il sindaco della città. Giacomo andava a tutti i comizi, di ogni colore e razza, e i partiti non era vero che s’erano ridotti. S’eran moltiplicate le idee e non si poteva tenerle dentro un recinto troppo stretto. I confronti di ogni tipo, quindi, si avevano non più solo tra i tradizionali partiti, ma ad essi si erano aggiunte nuove associazioni e nuovi movimenti, e la politica, quella vera, che non muore mai, e che è come un altro sangue dell’uomo, pareva impazzita, e sferrava calci a destra e a sinistra per farsi spazio in mezzo a quella confusione. La gente la seguiva, la politica, ma spesso trovava il similoro al suo posto, e tornava a casa delusa, ma non vinta. E ogni volta ci riprovava e andava a sentire quei capi per scoprire se si dovesse nutrire ancora la speranza. I comizi, perciò, erano tutti affollati, anche se, il più delle volte, chi assisteva se ne tornava a casa con le idee di prima, e non c’era politico che riuscisse a fare chiarezza a chicchessia. Anzi, ci s’ingarbugliava di più a starli a sentire. Quando poi il comizio si teneva al teatro del Giglio, un tempio per i lucchesi, accorrevano perfino dalla campagna, e chi non aveva rape da zappare nell’orto ci faceva una scappata.
  Il comizio si teneva alle cinque. Cominciò un po’ più tardi, per quella scellerata abitudine degli italiani, che non sono mai puntuali. Il teatro era gremitissimo. Dopo le presentazioni di rito, prese la parola l’esponente di Roma. Applausi quando si diresse al microfono. Poi venne il discorso. Infarcito di cose vecchie dette con parole nuove. Applausi lo stesso. Ma non duravano molto. La gente se l’era già sbucciate le mani a protestare gli anni prima. Applaudiva per cortesia, per dovere di ospitalità, ma badava a fare lo stretto necessario. E badava soprattutto alle parole, se c’erano vere novità. Si vedeva sul palco, dietro l’oratore, il solito tavolone con la stenderia dei capetti locali, tutti impettiti. I nuovi padroni, li definiva qualcuno in sala. Ma si sapeva anche che di padroni la gente non ne aveva, se non li voleva.
  Giacomo non riusciva a star fermo sulla poltrona, gli si indolenziva la schiena, eppoi la gamba sciancata gli dava fastidio, anche se s’era messo a sedere sull’ultima poltrona a sinistra dell’ultima fila, e quindi aveva modo di stenderla come voleva, e anche di andar via senza dare incomodo a nessuno. Ma stava sempre ad ascoltare fino in fondo, perché le voleva sentire tutte quelle parole inutili, e capire se in politica qualcuno di onesto si potesse finalmente trovare. Per ora l’attesa era andata delusa, e si stava convincendo che ancora una volta erano i birboni a farsi avanti, e ad occupare i posti dai quali si poteva comandare il Paese e farsi tondi tondi, panciuti e riveriti, con il denaro della povera gente.
  Applausi ancora alla fine della riunione e il pubblico cominciò a sfilare verso l’uscita. Nel foyer si trattennero alcuni politicanti. Arrivò anche l’onorevole, che appariva soddisfatto e stringeva mani e spargeva sorrisi dappertutto. Qualcuno vide Giacomo e lo salutò.
  «Sono felice di vederla. Vogliamo fare grandi cose nella nostra città. Venga, venga che la presento all’onorevole.»
  Non ebbe modo di rifiutare, Giacomo.
  «Onorevole, mi permetta di presentarle Giacomo Boldini, lo scrittore. Ne avrà sentito parlare.»
  L’onorevole si voltò a guardarlo. Aveva gli occhi della faina. Lasciò gli altri. Non gli importò nemmeno del compagno che aveva condotto lì Giacomo.
  «Venga con me. Dobbiamo parlarci, noi due.» Lo prese sottobraccio; si appartarono vicino alla parete, dal lato del bar.
  «Ho pensato molto a lei. Lei potrebbe fare cose egregie. Stia dalla nostra parte. Uomini come lei non devono sprecarsi.» Fece nomi di intellettuali importanti. «Sono con noi» disse. Invece di rispondergli, Giacomo gli sputò in faccia. Con tutta la forza che gli fu possibile. L’onorevole rimase di stucco, non si asciugò nemmeno il viso. Stava con le braccia aperte, bianco come un morto. La gente si raccolse intorno ai due. Fu l’amico che glielo aveva presentato a gridare contro Giacomo: «Lei è un mascalzone, un farabutto. Si vergogni.» Se avesse avuto tutte e due le gambe sane come una volta, Giacomo lo avrebbe preso a calci nel culo. 

  La sera stessa ci fu del movimento nella sede del partito, ma poi si convenne che era opportuno lasciar perdere i tribunali e di chiudere la questione con un breve comunicato stampa.
  Il giorno dopo, tornando a casa, Alberto aprì il giornale sul tavolo e chiamò Ada.
  «Hai visto che ha combinato quel pazzo di tuo marito? Leggi, leggi qua» e mostrò ad Ada il trafiletto che riportava il resoconto del comizio, in cui si faceva anche il nome di Giacomo.
  «È veramente impazzito» rincarò, quando vide che Ada non riusciva a parlare.
  «Non li ha mai amati i politici.»
  «Sì, non li amo neanch’io, ma arrivare fino a questo punto. Eppoi, davanti a tutta quella gente. Gli è andata bene, sai, che non lo hanno denunciato. Chissà se la cosa finisce qui.»
  «A che pensi.»
  «Mi pare troppo grossa. Un onorevole, e di quel calibro.»
  «Lo vuoi sapere veramente? Per me, ha fatto bene. Quella gente se lo merita.»
  «Ma oh, sei impazzita anche te?»
  «Non avresti voglia di sputargli in faccia anche tu, a quella gente?»
  «Sono cose che si dicono, ma non si fanno.»
  «Perché la gente onesta non si mette lei a far politica? Così si finirebbe di penare.»
  Si erano messi a sedere in cucina. Ada conservava intatta la passione per i fatti della società, nata dalle discussioni con Giacomo. Un po’ le sue idee gli somigliavano, e pure lei glielo avrebbe dato sì, se non proprio uno sputo, un bello schiaffo, a quel ciccione.

[1] Solo nel novembre 1994, in piazza Cittadella, a due passi dalla sua casa natale, è stata collocata una statua che raffigura il grande compositore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart