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Giallo: Giacomo e Ada #6/10

16 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Giacomo e Ada #6

 

II

 

  Una sera, Alberto lo trovarono morto. Nella sua auto. Il capo reclinato sul volante. Un colpo alla tempia. La pistola giaceva sul pavimento.
  Arrivò subito la polizia. L’auto era stata trovata su di una stradetta della periferia, non lontano dalla circonvallazione, lungo il tragitto tra casa e posto di lavoro che Alberto faceva abitualmente. Erano le sette del pomeriggio. La morte risaliva a un’ora prima, disse il medico legale. Al commissario Luciano Renzi parve incredibile che a quell’ora di giorno uno si fosse suicidato, e nessuno avesse visto niente. Suonò al portone di tutti i palazzi circostanti. Inutile. In qualche caso, suonò anche a vuoto.
  Finalmente s’affacciò uno alla finestra.
  «Ha visto o sentito nulla, lei?»
  «Da quassù? Si figuri, con questo chiasso del traffico. Ci hanno rotto i timpani, e non solo quelli.»
  «Sa niente di questa macchina? L’ha vista parcheggiare? C’è mai stata qui? È la prima volta che la vede? Venga giù, la prego.»
  Una donnina, ina ina, magra e appuntita come uno spillo, per farsi ascoltare, toccava il gomito del commissario, che aveva la testa all’insù, rivolta all’inquilino, e ne aspettava la risposta.
  «Allora?» fece di nuovo.
  Quell’uomo si sporse dalla finestra quel tanto che bastava per sbirciare meglio la macchina.
  «Ce n’è tante qui, uguali a quella. Che vuole che le dica, commissario. A me, mi pare di non averla mai vista. Ma sicuro, non sono sicuro.» Gridava per farsi sentire.
  «Va bene, va bene.»
  La donnina tocchicchiava ancora il gomito del commissario, e si vedeva che aveva voglia di dire anche lei.
  «Ha visto qualcosa?» le ingiunse il commissario.
  «È vero che lei è il commissario?»
  «Sono io. Mi dica.»
  «Allora, deve sapere che qui la notte vengono sempre a far chiasso. È un inferno, non si può dormire. Dei maleducati. Dei drogati. Io ho fatto la denuncia tante volte, come mi avete detto voialtri della polizia, ma non s’è visto ancora nessuno. Ora che finalmente c’è lei qui, badi di fare qualcosa.» Non se ne andava di lì, e aveva attaccato anche un altro discorso.
  «Sa, ho fatto domanda per la pensione d’invalidità. Lo vede come sono ridotta? Ci metta lei una parolina, commissario, e la Madonna gliene darà del bene quaggiù.»
  «Pensaci tu, Jacopetti, per piacere» disse il commissario, senza più guardare la donna. Alessandro Jacopetti, l’appuntato, le si avvicinò e la prese sottobraccio.
  «Venga con me, signora. Vedrà che sistemerò ogni cosa. Mi aspetti qui.» E la mise accostata al muro, e la donnina era tutta contenta, e guardava la gente e si sentiva fortunata di quella occasione. Quando vide avvicinarsi un’amica, le fece cenno con la mano di accostarsi di più, poi le bisbigliò all’orecchio: «Sai chi è quello? È il commissario. Ha detto che mi farà avere la pensione.»
  «Davvero?» esclamò l’altra sbigottita, spalancando la bocca.
  «Sì, sì. Me l’ha promesso. Vedi quello là;» e indicò l’appuntato «è lui che si occuperà della faccenda. È così un brav’uomo.»
  «Allora, che ne dici, ci parlo anch’io?»
  «Sì sì, andiamo. Vengo con te.»
  Andarono dall’appuntato.
  «Questa mia amica…» Gli toccava il gomito come al commissario, la vecchina.
  «Mettetevi là tutt’e due e non vi muovete» ingiunse Jacopetti, e gli veniva voglia di ridere, mentre faceva la faccia seria.
  «Pensate anche a lei, non è vero?»
  «E come no. Vi sistemiamo tutt’e due. Non vi preoccupate. Ma ora mettetevi qua buone buone.»
  Le accompagnò al muro e fece loro la stessa raccomandazione: «Non vi muovete di qua o la pensione va in fumo.»
  «No, no. Noi da qui non ci muoviamo. Dio la ricompensi, brav’uomo.»
  «Hai finito, Jacopetti?» fece brusco il commissario.
  «Mi pare di sì.»
  «Allora saliamo in macchina. Torniamo al commissariato.»
  L’ambulanza aveva già caricato il corpo di Alberto e si era avviata alla volta dell’ospedale. Il commissario non aveva cavato un ragno dal buco, e sembrava davvero che nessuno avesse visto niente.
  «Com’è possibile che uno si spari un colpo alla testa, praticamente in mezzo alla strada, e nessuno s’accorga di nulla.»
  «Son cose che capitano, commissario. Lei lo sa bene. Non è la prima volta.»
  «Non è la prima volta no. Ma mi ci incavolo lo stesso. Perché non sta né in cielo né in Terra. Siamo diventati vigliacchi, questa è la verità, caro Jacopetti.»
  Al commissariato appresero che Alberto stava con Ada in piazza San Giusto.
  «Bisognerà avvertire quella poveretta. Jacopetti, lascia stare il caffè e andiamocene.»
  Lasciarono l’auto in piazza Grande per non dare nell’occhio. Suonarono. Il portone si aprì senza che nessuno si affacciasse alla finestra o parlasse nel citofono. Ada lo faceva spesso. Era una cattiva abitudine. Spalancò la porta davanti al commissario. Stava in pensiero per Alberto.
  «È morto, purtroppo. L’abbiamo trovato nella sua macchina. Pensiamo si sia ucciso.»
  Ada si gettò sul divano e cominciò a piangere.
  «Era tutta la mia vita. Non posso credere che si sia ucciso.»
  «Eppure, così sembrerebbe.»
  Il commissario sentì che poteva interrogarla.
  «Stava bene il signor Alberto?»
  «Di salute, vuol dire? Sì.»
  «Aveva notato qualcosa di strano negli ultimi giorni?»
  «No.»
  «Ci potrebbe essere un motivo per supporre che si sia suicidato?»
  «Non riesco a credere che lo abbia fatto. Era molto tranquillo.»
  «Com’erano i vostri rapporti ultimamente? Mi deve scusare, ma è importante, lei mi capisce.»
  «Capisco.»
  Continuava a singhiozzare.
  «Non è mio marito. Forse questo voi lo sapete già. Sto con lui da qualche mese. Gli volevo bene. Era buono con me.»
  «È divorziata da suo marito?»
  «No. L’ho lasciato.»
  «E lui?»
  «E lui non è stato contento. Sembrava impazzito.»
  «L’ha più visto da quel giorno?»
  «Una sera, stavo con Alberto, e lo vidi da lontano. Anche lui ci vide, e cominciò a inseguirci. Fuggimmo. Io ero impaurita, correvo e non guardavo nemmeno dove mettevo i piedi. Alberto mi diceva che non c’era da aver paura e che mio marito non ci avrebbe mai raggiunti.»
  «Perché?»
  «Mio marito è zoppo.»
  «Come si chiama suo marito?»
  «Giacomo Boldini.»
  «Lo scrittore?»
  «Sì.»
  «Secondo lei, suo marito sarebbe stato capace di ucciderlo?»
  «Credo di sì.»
  «Lei dov’era  intorno alle sei di questo pomeriggio.»
  «In casa, come sempre a quest’ora, in attesa di Alberto. Lui usciva alle cinque, cinque e mezza, dall’ufficio ed era quasi sempre puntuale. Stavo in pensiero, non vedendolo rientrare come al solito.»
  «C’era qualcuno con lei a casa, a quell’ora?»
  «Ha dei sospetti su di me, non è vero, commissario?»
  «Si sospetta di tutti, in principio.»
  Jacopetti prendeva diligentemente nota di tutto. Non gli sfuggiva una parola. Era magro, alto, aveva gli occhi vispi. Nero di capelli, che portava lisci con la riga sulla destra.
  «Aveva nemici, il signor Alberto, concorrenti sul lavoro, antipatie?»
  «Gli volevano bene tutti.»
  «E i rapporti con suo marito?»
  «I rapporti di chi? Di Alberto. Non si conoscevano, e credo che Giacomo non sappia nemmeno il nostro indirizzo.»
  «Che opinione aveva il signor Alberto di suo marito?»
  «Pessima.»
  «Perché?»
  «Lo considerava un violento.»
  «E lei?»
  «Io lo conosco bene, Giacomo. Ce l’ha col mondo, perché vede che le cose non vanno come dovrebbero. Lui dà la colpa a tutti per questo. Ce l’ha un po’ con tutti.»
  Jacopetti si avvicinò al commissario e gli ricordò il fatto degli articoli sul giornale e dello sputo in faccia all’onorevole.
  «Certo che suo marito ce n’ha di coraggio.»
  «Lui fa sempre ciò che pensa.»
  «Ma non è pericoloso, coi tempi che corrono?»
  «È fatto così.»
  «Lei gli vuole bene?»
  «Sì.»
  «Sì!? E allora perché l’ha lasciato?»
  «Era diventato troppo violento, e un giorno o l’altro mi avrebbe uccisa. Ma lui non si rendeva conto di quel che gli succedeva. In realtà, non è cattivo, ma stare con lui era diventato impossibile. Non credo, tuttavia, che mio marito c’entri in questa faccenda.»
  «Lo spero anch’io. Potrebbe davvero trattarsi di suicidio.»
  «Quando si potrà sapere?»
  «Presto, molto presto. Ora devo lasciarla, signora. Se avrà bisogno di me, sa dove trovarmi.»
  «La ringrazio, commissario.»
  «Buonanotte, signora» disse Jacopetti, chiudendo la porta.
  Scesero le scale. Traversarono la piazzetta San Giusto.
  «Che ne pensa, commissario?»
  «È troppo presto, troppo presto, Jacopetti.»
  «È una gran bella donna, la signora, non c’è che dire, se vuol sapere la verità.»
  «Tu, Jacopetti, questa specie di verità ce l’hai sempre in testa. Ecco perché non fai carriera.»
  «Mi perdoni, commissario. Ma quelle cose lì io dalla zucca non riesco proprio a levarmele. Ma lei, come ha fatto?»
  «Fatto che?»
  «A levarsele dalla testa.»
  «Ci vuole carattere. Carattere, Jacopetti. Sai quante se ne vedono nel nostro mestiere?»
  «Di che?»
  «Di donne belle, Jacopetti. Su, non fare lo scemo. E ce ne sono di quelle che non ci penserebbero due volte a venire a letto con te, pur di essere lasciate in pace. Ti si spoglierebbero davanti, e ti servirebbero tutto in quattro e quattr’otto su di un vassoio d’argento.»
  «A me basterebbe anche di alluminio» rise Jacopetti.
  «Finiscila, e torniamo al commissariato.»
  Salirono in auto e raggiunsero l’ufficio.
  Jacopetti si fermò davanti alla macchina del caffè, che era situata nel corridoio, e vi mise una moneta. Si sentì calare il bicchiere e un attimo dopo fuoriuscire il caffè.
  «Ne vuole, commissario?» Jacopetti, lasciato il corridoio, fece capolino nella stanza. Ma il commissario stava già leggendo gli appunti presi da Jacopetti, e non lo sentì nemmeno.
 

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart