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Giallo: Giacomo e Ada #7/10

17 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Giacomo e Ada #7

 Per primi, furono i familiari di Alberto a non credere al suicidio. Arrivarono dal commissario all’indomani, di buon’ora.
  «Ho visto Alberto, ieri, poco prima che venisse ucciso. Sono stata nel suo ufficio» disse la sorella.
  «Per quale motivo?» chiese Renzi.
  La sorella di Alberto era una grassona, più vecchia dell’età che aveva. Era tutta agitata. Ogni tanto si alzava dalla sedia e guardava il marito, che era un mingherlino.
  «Diglielo tu.»
  «Avevamo bisogno di soldi» disse il marito «e Alberto ci aiutava sempre. Abbiamo tre figlioli, e il mio lavoro non basta.»
  «Che mestiere fa.»
  «Sono imbianchino.»
  «E lei, perché non lavora?»
  «Faccio qualche servizio qua e là. Ma un lavoro fisso non l’ho mai avuto.»
  «Perché crede che suo fratello sia stato ucciso?»
  «Per una semplice ragione. Che mio fratello non lo avrebbe mai fatto. Si figuri, uccidersi lui, che aveva paura perfino di ammazzare una mosca. Eppoi ieri, quando sono andata da lui, me ne sarei dovuta accorgere, non le pare?, che qualcosa non andava. Invece niente. Era tranquillo; si mise anche a ridere e a scherzare con me. Lo faceva spesso; ero simpatica, secondo lui, con tutto questo grasso che c’ho addosso; e quando andavo a trovarlo, mi piaceva che mi prendesse in giro. Rammentavamo i tempi che si era ragazzi. Una volta eravamo sul baluardo di Santa Croce coi nostri compagni. Si aveva sì e no dieci, undici anni, e io ero già piuttosto grassa rispetto alle mie amiche. Non ricordo come successe, si doveva fare una corsa e mi misi a gareggiare anch’io, insieme con gli altri. Stavo accanto ad Alberto. Lui prima del via, mi strizzò l’occhio, per divertimento, come faceva sempre quando mi vedeva impegnata in cose che per me non stavano né in cielo né in Terra. Come mettermi a correre, appunto. Qualcuno dette il via. Alberto schizzò come una saetta, ma anche gli altri non furono da meno. Le mie amiche si arrangiavano alla meglio contro quei maschiacci, e ce n’era una che poteva anche battere qualcuno di loro, tanto era veloce. Invece io ruzzolai a terra. Non feci che pochi passi, e goffamente ruzzolai a terra. Vede qui, sotto il mento? Ci ho sempre la cicatrice, perché mi feci una brutta ferita. Alberto, mi venne a rialzare lui. Avevo le sottane sulla testa, e i gomiti tutti sbucciati. Piangevo, ma non volevo farlo, per via dei compagni, che s’erano radunati tutti intorno a me, e stavano a guardarmi. Si misero a prendermi in giro: cicciona, cicciona, finché non si accorsero che avevo quella brutta ferita. Alberto mi accompagnò a casa, e ne buscai dai genitori, che se la presero anche con Alberto, che è, anzi era, poverino, più grande di me, e doveva badare a quel che facevo. Ricordo mio padre che prese la cintola e gliela diede sul sedere. Così si mise a piangere anche lui. Ieri, commissario, Alberto rise con me tutto il tempo, perché rammentavamo questa storia.»
  «E i soldi li avete avuti?»
  «Certo. Non mi ha mai rifiutato niente. Era buono, non come tanti che se li scordano i parenti, e se son poveri, fan finta di non conoscerli, e se l’incontrano per strada si girano dall’altra parte.»
  Il marito annuiva col capo. Aggiunse: «Glielo posso giurare, commissario, che uno buono come lui, non ce n’è a questo mondo. E se c’è, non può essere migliore di Alberto.»
  Fece loro ancora alcune domande, poi li congedò, ringraziandoli.
  «Si figuri. Era mio fratello. Non ha nessun altro, oltre noi, e vogliamo che lei lo trovi l’assassino. Non si ammazza uno così, come un cane.»
  «Farò tutto il possibile.»
  «Hai sentito, Jacopetti?» disse quando se ne furono andati. «Se non si è ucciso, chi può averlo fatto?»
  «Bisognerà andare a fare una visita a quel Boldini, lo scrittore.»
  «Già. Ma prima passiamo dalla Scientifica, e sentiamo che cosa hanno da dirci.»
  La Scientifica aveva già risolto i quesiti di sua competenza. Non si trattava di suicidio.
  Il dottore era un cicciotto di piccola statura, occhialuto, che faceva quel mestiere da un pezzo.
  «È sicuro, dottore?»
  «Che fa, commissario, vuole prendermi in giro? Non s’è sparato lui. Qualcun altro lo ha fatto.»
  «Allora ci saranno le impronte dell’assassino sulla pistola.»
  «Ci sono quelle della vittima.»
  «Ma lui non portava pistole. Non sapeva nemmeno sparare.»
  «È evidente che qualcuno, dopo averlo ucciso, gli ha messo in mano la pistola.»
  «Già. È andata senz’altro così.»
  «La pistola poi è caduta per terra.»
  «Sì sì.»
  «È morto all’istante.»
  Uscendo, il commissario era pensoso.
  «Sarà un osso duro, quel Boldini. È sempre difficile avere a che fare con degli intellettuali.»
  «A volte succede che sono più cretini degli altri» disse Jacopetti.
  «Speriamo che sia il nostro caso.»
  «Uhm, non ci credo, commissario.»
  «Ma allora che le dici a fare queste stronzate?»
  «Sa, ce l’ho con gli intellettuali. Quando ci sono dei pasticci, ci si trova sempre in mezzo qualche intellettuale. Non ricorda quello che è successo con Boldini al teatro del Giglio, e tutta quella polemica sui giornali? Deve essere un tipo che non si accontenta di chiacchiere, il Boldini.»
  «Non ha tutti i torti. A te piace come vanno le cose nel nostro Paese?»
  «Lo sa bene che ce l’ho a morte con certi politici. Fanno le leggi e non si capisce mai come interpretarle. A noi poliziotti poi, ci legano sempre le mani.»
  «E pretendono che si faccia filar lisce le cose, e quando mettono le bombe, sono a noi che vengono a cercare, e si paga sempre noi per le birbonate degli altri.»
  «Sa, commissario, ai politici corrotti, ai mafiosi, ma anche a tutti i delinquenti, io taglierei il dito, come fanno non mi ricordo in quale Paese. Gli prendono la mano sinistra e gli tagliano la prima falange del mignolo.»
  «Io gli taglierei tutto il dito, e anche tutta la mano. Così si vivrebbe meglio, stai sicuro.»
  «Lei non pensa che quell’Alberto potrebbe essere stato ucciso da qualche birbone per fare un dispetto al Boldini?»
  Erano già arrivati in ufficio. Jacopetti diceva queste cose davanti alla macchina del caffè.
  «Ne vuole, commissario?»
  «No. Ma fai presto. Vieni dentro.»
  Appena il caffè fu versato, Jacopetti afferrò il bicchiere e affrettò il passo. Sentiva che aveva detto finalmente qualcosa d’interessante, e il commissario non l’aveva mai guardato in quel modo da quando stavano insieme. Segno che lui un cervello che funziona ce l’aveva, e il commissario ne avrebbe tenuto conto questa volta per la sua carriera. Il suo sogno, non lo nascondeva, era di diventare commissario come lui, anche se continuavano a piacergli le donne, e riconosceva che di fronte ad un bel paio di gambe il cervello gli si poteva arruffare, e anche far cilecca. Ma questo lo sapevano solo loro due, e il commissario glielo avrebbe fatto questo piacere della carriera, se la pista era buona.
  Entrò che sembrava un pavone.
  «Siediti, » gli disse il commissario «e metti in fila il tuo discorso.»
  Jacopetti faceva il difficile, e calava le parole come se fuoriuscissero in conseguenza di un lungo e profondo ragionamento. Glielo voleva far vedere, al commissario, che gli funzionava, eccome, il cervello.
  «Giacomo Boldini è un uomo famoso» cominciò a dire lentamente. «Uno scrittore di successo.»
  «Questo lo so da me. Vai avanti.»
  «È stato un inviato speciale di primo piano.»
  «Jacopetti, le so queste cose, diamine. Va’ avanti, senza prenderla tanto alla larga.»
  Ma Jacopetti era montato sull’accelerato, e sbuffava anche lui come il treno.
  «E ultimamente s’è messo anche a scrivere di nuovo sui giornali. Se lo ricorda il pandemonio che è riuscito a combinare qualche mese fa?»
  «Non mi crederai mica un rimbambito.»
  «Per carità, non mi permetterei mai. Anzi devo riconoscere che lei è il commissario più intelligente con cui abbia mai lavorato. Mi ci trovo bene con lei. Anzi, benissimo.» Pensava alla carriera in quel momento.
  «Vai avanti.» Il commissario si stava rassegnando.
  «E dello sputo in faccia all’onorevole? Se lo ricorda? Certo che è stato un gran gesto.»
  «Che vuoi dire con quel gran gesto.»
  «Lei lo avrebbe mai fatto?»
  «Certo che no. Nella mia posizione, come potrei fare una cosa simile?»
  «Giusto. Ma l’avrebbe fatta, se fosse stato un cittadino come Boldini?»
  «Be’, anche lui non è un cittadino qualsiasi.»
  «L’avrebbe fatta?»
  «No.»
  «È un gran gesto, perché è un gesto di grande coraggio.»
  «Direi piuttosto una mascalzonata.»
  «Con quel tipo di politici? Lo crede veramente?»
  «Non mettermi in bocca cose che non voglio dire.»
  «Allora le pensi pure, se non vuole dirle. Io gliele dico, invece. Con quei politici lì, è stato un gran gesto. Ci voleva uno come lui a metterli a posto a quel modo.»
  «Ha rischiato molto, però.»
  «Non in quel momento, commissario. È ora che sta rischiando. Quei politici sono furbi. Che effetto avrebbe fatto una denuncia? Pubblicità a Boldini. Perché la gente è scontenta, e tutti sarebbero stati dalla sua parte.»
  «Ma i giudici l’avrebbero certamente condannato.»
  «Gli avrebbero concesso la condizionale. Ma anche se gli avessero dato un anno, due, tre, dieci, in un momento come questo, avrebbe sempre vinto lui, Boldini, perché la gente sarebbe stata sempre con lui, anche se fosse stato messo in galera.»
  «E allora?»
  «Qui sta la raffinatezza, mi permetta. Quella gente sa lavorare di fino, quando ci si mette. E noi lo sappiamo che ci sa fare, anche a metter le bombe, mi lasci dire. Magari con l’aiuto della mafia.»
  «Ma che dici mai, Jacopetti. Controllati. Noi non le sappiamo queste cose.» Jacopetti pensò alla carriera e si rese conto di averla sparata troppo grossa. Si morse la lingua.
  «Mi perdoni, commissario, ma è che con lei ci parlo così bene, come se fossi a casa mia, a discorrere con mia moglie.» Ne aveva detta un’altra di quelle grosse, ma lì per lì non ci fece caso. Lo intuì dal sorriso del commissario, al quale quella confessione era piaciuta. Gli mostrava il lato umano e tenerissimo del suo collaboratore.
  «Continua, Jacopetti.»
  «Grazie, commissario.» Capì che l’aveva fatta franca. «La gente sta dalla parte di Boldini, che si è schierato contro di loro. Ma se si scoprisse che è un assassino? E si mettessero allo scoperto le sue magagne?»
  «Per esempio?»
  «Per esempio che è un violento, che picchiava la moglie. Tutte queste cose vengono fuori in un processo. Lui diventa un mostro, così. Ed ecco che è liquidato per sempre.»
  «È un’ipotesi interessante.»
  «Grazie, commissario.»
  In quel momento, una guardia bussò alla porta dell’ufficio, e fu fatta entrare.
  «Signor commissario, c’è un signore di là che ha chiesto di parlare con lei.»
  «Ha detto come si chiama?»
  «Giacomo Boldini.»
  Il commissario fu sorpreso, ma contento. Quando la guardia si fu allontanata, si rivolse a Jacopetti.
  «Non deve avere la coscienza pulita, questo Boldini.»
  «Si ricordi quel che le ho detto, commissario.»
  «Ma stai attento anche tu, quattro orecchie sentono meglio di due, e prendi nota di tutto, mi raccomando.»
  «Si fidi di me.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart