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Giallo: Giacomo e Ada: #9/10

19 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Giacomo e Ada #9

Nevicò ancora, in quei giorni che Ada andava in giro per la città in cerca dei suoi fantasmi. Se avesse potuto conoscere già ora il momento della sua morte, tutto sarebbe stato diverso. Dava una innaturale lentezza ai suoi passi, e anche ai suoi pensieri, per abituarsi ad un ritmo che sapeva già le avrebbe contrassegnato nell’avvenire i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni. Lei avrebbe accettato di conoscerla, l’ora estrema, e non ne avrebbe avuto paura, come accade ai più. Le avrebbe dato anzi quel coraggio ad osare che ora le mancava. Che cosa poteva fare per modificare il corso degli eventi? La città la vedeva con occhi tali che ogni persona le pareva il ritratto della morte. Anche i giovani erano delle giovani morti, e i vecchi portavano addosso la sofferenza e il mistero della loro nascita, quasi che, sullo spengersi della vita, si disegnasse sul loro volto, sulle loro membra, il ghigno beffardo del mostro che stava per divorarli.
  Anche Giacomo passeggiava più spesso per le strade della città, e pareva più rilassato. È difficile dire se dipendesse dal fatto che la morte di Alberto apriva ad Ada la possibilità di ritornare sui suoi passi, e forse di accettarlo finalmente così com’era.
  Il pensiero di Ada affiorava sempre più spesso nella sua mente, e non poteva dire che non soffrisse ancora per quella vecchia ferita.
  Quell’inverno era rigido. Ancora era caduta la neve. Lucca era tutta bianca: le strade, i tetti, i campanili, le Mura. Giacomo uscì di casa. Era mattino. Gli spalatori stavano ancora ammucchiando la neve fresca caduta nella notte. All’altezza di piazza San Frediano, gli parve di scorgere Ada. Si trovava sul lato opposto, davanti alla chiesa, mentre lui usciva proprio allora da via Fillungo. Accelerò il passo. Voleva chiamarla. Ma lo vinceva un inspiegabile riserbo. Ada andava lentamente. Aveva quei suoi pensieri. Nemmeno s’era accorta di passare davanti alla bella chiesa. Chissà perché, Giacomo la pensò invece uscita da lì, ed ebbe un moto istintivo di compassione. Doveva sentirsi disperata, ora che era rimasta sola e aveva potuto misurare tutta l’ampiezza della crudeltà dell’esistenza.
  L’asfalto era scivoloso, aveva fretta di raggiungerla, ma rischiò due volte di cadere. Si avvicinò al muro. Vi si appoggiò. Maledisse la sua disgrazia, che ancora una volta si metteva in mezzo a provocargli dolore. Ada scomparve alla sua vista e Giacomo rinunciò a proseguire. Come se fosse stato umiliato, stanco, ritornò sulla via Fillungo e s’incamminò alla volta dell’antico Anfiteatro. 

  «Jacopetti, prendi una guardia, e occupatene direttamente. Io resto qua in ufficio ad aspettarti. Vai da quel Boldini, trovalo e conducilo da me.»
  Jacopetti rimase a bocca aperta. Erano settimane che l’indagine non faceva un passo avanti. Il commissario era arrivato da poco in ufficio, si era levati il cappotto e la sciarpa, li aveva appesi come al solito all’attaccapanni, in cima ci aveva messo il cappello, e la prima cosa che aveva fatto, era stata di chiamar lui. Mai successo. Di solito apriva prima le sue scartoffie, e si metteva a riflettere. Ci voleva una mezzoretta prima che lo chiamasse.
  «Lo so, lo so, Jacopetti, quello che pensi. Ci sono novità. Te lo dico subito, così non stai in pensiero. Novità importanti. Ma le saprai al tuo ritorno. Portami quel Giacomo Boldini. Su, ora vai di corsa, e torna presto.»
  Sentiva che sarebbe stata una giornata importante, Jacopetti, e corse via come un fulmine, portando con sé la prima guardia libera che incontrò nel corridoio. Ritornò in men che non si dica. Giacomo era furioso. Il commissario lo fece accomodare, ascoltò le sue proteste, e quando Giacomo non seppe più con chi prendersela e ammutolì, aprì il cassetto e tirò fuori la rivoltella, chiusa in una busta di cellofan.
  «La riconosce questa pistola?»
  Giacomo si chinò a guardare.
  «Certo, è mia.»
  Jacopetti quasi cadde a terra per l’emozione. Renzi se ne accorse e sorrise sotto i baffi. Gli fece un cenno quasi impercettibile d’intesa, come a dire: ci siamo.
  «E perché non l’ha mai denunciata?»
  «Non era mia. Apparteneva a mio nonno, e poi è stata di mio padre. È morto all’inizio dell’anno, mio padre, e la pistola l’ho trovata per caso in soffitta, rovistando tra le sue cose. Era mia intenzione verificare se fosse tutto in regola, ma non ne ho avuto il tempo. Eppoi, me n’ero anche scordato. Non mi intendo di armi, non ne ho mai posseduta una, e desidero disfarmi anche di questa.»
  «Lo ha già fatto, mi pare.»
  «Che cosa intende dire?»
  «È l’arma del delitto. Con questa ci hanno ammazzato Alberto Magrini.»
  Jacopetti non stava più nella pelle. Il commissario gli mandava quei cenni d’intesa. È alle corde. Ora confessa, ora confessa. Parevano pensarla allo stesso modo, Jacopetti e il commissario.
  «Ma che bestialità è questa, commissario! Che cosa significa?»
  «Se la pistola è sua, lei potrebbe essere proprio l’assassino che cerchiamo.»
  «Eh no, commissario. Non ci si metta anche lei. Che cosa gli passa per la testa. Io non so nemmeno usarla quella pistola.»
  «Premere il grilletto non è difficile, e prendere il bersaglio da quella distanza saprebbe farlo anche un bambino.»
  «Lei cerca l’assassino ad ogni costo, ed ora ha trovato il pretesto per accanirsi su di me.»
  «Capirà che tutto congiura contro di lei.»
  Gli domandò ancora una volta dove si trovasse quel pomeriggio alle sei, e le risposte di Giacomo furono le stesse del primo interrogatorio.
  «Vede, lei non ha nemmeno un alibi che possa scagionarla.»
  «Ma io non ho bisogno di alcun alibi, perché sono innocente.»
  «Tutti i colpevoli si dicono innocenti, finché non confessano.»
  Jacopetti era convinto che da un momento all’altro i nervi dello scrittore crollassero. Scriveva alla macchina con un’esaltazione che non aveva mai avvertito in precedenza. Sentiva, come non gli era accaduto che raramente, che si era sulla strada della verità. Solo però che qui di verità ce n’erano in ballo due, quella del commissario che trasudava di sicurezza, e quella di Giacomo Boldini che straripava di rabbia.
  «Io non ho che le mie parole per difendermi. Il resto tocca alla sua coscienza.»
  «Lei odiava Alberto per via di sua moglie, e aveva maturato il proposito di ucciderlo per metterla alla disperazione.»
  «Sono scemenze. Lei commissario è malato del suo mestiere. Alberto io non l’ho mai conosciuto, e non sapevo nemmeno dove lavorasse né dove stesse di casa.»
  «E quella notte?»
  «Non pensavo certo a ucciderli. Volevo parlare a mia moglie. Questa è la verità. Chiederle scusa. Non c’è mai stata pace nella mia vita dopo quella disgrazia. Ada ha sofferto molto per colpa mia.»
  Il commissario chiuse bruscamente:
  «Le consiglio di prendersi un avvocato. Per il momento può andare. Non lasci la città.»
  Giacomo aveva la furia negli occhi.
  «Lo voglio proprio vedere, commissario, se mi metterà in carcere. Sono innocente. E non c’è giustizia beffarda che possa incastrarmi. Lei è figlio del demonio, ma con me non ce la farà mai. Io me ne rido delle sue chiacchiere, delle sue ipotesi, dei suoi lambiccamenti maniacali. Lei è libero di pensarla come vuole, ma Giacomo Boldini, se lo ficchi bene in testa, è innocente. Capisce quello che dico? Innocente. E in carcere sarà più facile vedere lei che il sottoscritto. La saluto.»
  Se ne andò come l’altra volta, strascicando rumorosamente la gamba sciancata, e sbattendo la porta.
  «È lui, commissario? È lui l’assassino?»
  «La pistola è sua. C’è il movente.»
  «E se l’avesse presa sua moglie, la pistola, quando ancora stava con lui?»
  «Jacopetti, Jacopetti.»
  «Mi perdoni, commissario. Ma prove sicure contro quel Boldini non ce ne sono. Lei non può mica farlo arrestare perché non ha un alibi?»
  «Non mettermi in croce, Jacopetti.»
  «Io penso che sia innocente.»
  «E io invece che sia colpevole. Ha troppo odio dentro di sé per non scaricarlo anche su di un omicidio.»
  «Vuole che vada a prendere la moglie?»
  «Portala subito qui.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart