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Giallo: Gigolò/A detective story: Gigolo (Trad. Helen Askham) #22/22

1 Settembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Gigolò #22

Come nel resto del mondo, anche a Lucca non si viveva più in pace, assediati dall’inquietudine. Riprendevano le proteste. Gli operai, anziché veder crescere il lavoro, erano mandati a casa. I richiami fatti alla FIAT perché evitasse la Cassa integrazione, andavano delusi. Le ragioni di un’azienda rispondono sempre a regole che non conoscono il sentimento. Si aveva voglia di avviare una nuova Resistenza.
Giorgio scese le scale, si mescolò alla folla dei manifestanti. Tra loro Marcello e Santino, Fiorello e Lucia, che teneva per mano la piccola Valeria. La polizia stava ad attenderli, armata di scudi e di manganelli, in piazza Grande. Gli animi erano accesi, si voleva salire dal Prefetto. La polizia lo impediva, il Prefetto non dava notizie di sé. Era già accaduto che avesse fatto delle promesse, rivelatesi mendaci. Ora non osava comparire dinanzi a quella furia di popolo. Si sparò. La gente spaventata si disperse. Alcuni invece restarono, moltiplicando le resistenze e le grida. Renzi imprecava, ordinava di non sparare, ma non gli si ubbidiva più. Alcuni poliziotti s’erano dati ad inseguire la folla per le strade cittadine. Giorgio si trovò davanti a Renzi.
«Eviti questa carneficina» gli disse. «Questa gente ha ragione.»
«Mi aiuti anche lei, professore.» Non seppe rispondergli altro. Giorgio lo prese in parola, inseguì i poliziotti, li esortava a fermarsi. Nessuno gli dava ascolto, ovviamente.
Vicino a via Pelleria, davanti al bar, alcuni manifestanti giacevano distesi a terra, colpiti. Vide Pino, morto; guardò tra gli altri e riconobbe Ada. Era ferita, sanguinava dalla fronte. La prese in braccio.
«Ti porto a casa mia.»
«Lasciami qui.»
«Ti porto a casa mia.» Ada non replicò. Con lei in braccio, salì le scale. Nessuno si affacciò, nemmeno Adele, che forse non era in casa, ma tra la folla, curiosa com’era. Aprì la porta e di corsa si diresse in camera, la distese sul letto. Andò a prendere delle bende e dei medicamenti.
«Guarirai. Starai qui per qualche giorno, e io ti guarirò.» Dopo qualche ora, verso sera, Ada avvertì un forte mal di testa, non lo sopportava. Giorgio capì che le manganellate le avevano fratturato il cranio e forse prodotto all’interno un ematoma.
«Chiamo il dottore» disse. Andò al telefono. «Venga subito.»
Invece non venne subito, e la situazione andò precipitando.
«Muoio» disse Ada.
«Chiamo l’ambulanza» disse Giorgio.
«Voglio confessarmi» disse Ada.
«Chiamo il prete.»
«No. Confessami tu.»
«Io?»
«Sì, tu.»
«Non sono un prete.»
«Puoi farlo.»
«Che devo dire.»
«Nulla. Ascoltarmi.»
«Parla.»
«Chiedo perdono a Dio di tutti i miei peccati. Non volevo essere quella che sono. Dio mi perdoni.»
«Ti perdonerà.»
«Pino ha ucciso Alberto, ed io sono stata sua complice.»
«Che dici!»
«È così.»
«Non è possibile. Farnetichi.»
«È stato il marito di Giulia a combinare il piano. Ci ha dato molti soldi, tanti, tanti. Io dovevo solo introdurre il portaritratti in camera di mio cugino per sviare le indagini. È stato facile. Pino ha fatto il resto.»
«Quel portaritratti l’ho regalato io ad Alessandra. È lei l’assassina.»
«C’è andata di mezzo la povera Giulia. Anche la sua morte è sulla mia coscienza. Dio non mi perdonerà.»
Giorgio avrebbe voluto farle altre domande, incalzarla sul perché aveva accettato del denaro per uccidere un uomo, ma Ada chiuse gli occhi come per dormire. Quando l’ambulanza arrivò, il medico di turno disse che era caduta in coma. A sirena spiegata, fu portata in ospedale. Il mattino dopo era già morta. 

La lebbra della povertà contagiava il mondo. Gli stessi disordini scoppiati a Lucca si manifestavano in tutta Europa. Anche Rosy e William avevano perso il posto di lavoro. Cercava di aiutarli il padre di William, ma anche lui era stato lambito dalla povertà.
Dopo alcuni mesi in cui avevano sperato, cominciarono a diventare cattivi. Il loro bambino ne risentiva, era diventato triste.
«Non dobbiamo fare così» disse un giorno William.
«Andiamo a vivere altrove» disse Rosy.
«Dove? Non cambierà nulla.»
«Mettiamo in gioco la nostra vita» disse Rosy.
«E come?»
«Non lo so, ma dobbiamo farlo» disse Rosy. 

Un anno dopo, Giorgio trovò i loro nomi in un giornale missionario. Erano felici, davano la loro vita in aiuto dei più bisognosi. Come Maria. Non si conoscevano, vivevano lontani, ma avevano ricevuto lo stesso messaggio. Da chi?
Giorgio non era più quello di prima, la malattia che lo stava consumando ora si manifestava. Alessandra se n’era accorta, lui voleva lasciarla, ma la ragazza cercò di confortarlo come poteva finché Giorgio non la scacciò. Giorgio si chiuse in casa. Con il segreto che in punto di morte gli aveva rivelato Ada, si sentiva simile a Into, che aveva conosciuto solo nei suoi pensieri, come se un identico incantesimo fosse dentro di loro. Anche Into portava dentro di sé la macerazione di un segreto terribile. Era giusto così. Ma se Into lo tollerava, egli non era forte abbastanza.
Scrisse una lettera al commissario Renzi, che la ricevette una mattina di ritorno da una delle sue passeggiate in città. Corse subito nella stanza di Jacopetti.
«Leggi, leggi qui.»
«Povera signora Giulia» disse Jacopetti.
«Non è colpa nostra. È stata una fatalità.»[1]

(Fine)

[1] Sulla sofferenza presente nel mondo, è stato scritto un libro dal missionario comboniano Alex Zanotelli: Inno alla vita – il grido dei poveri contro il vitello d’oro (Editrice Missionaria Italiana, Bologna, 1998), dal quale riproduco questo lungo brano significativo: “Il dramma dell’infanzia, il dramma dei bambini, è per me espresso in un episodio che ho vissuto personalmente qui a Korogocho, la grande baraccopoli alla periferia della capitale del Kenya, Nairobi. È il dramma di due bimbi: Kimeo e Kasui. Kasui era una ragazzina di 7 o 8 anni, Kimeo un bimbo di 3 o 4, figli di mamma Minoo, una mamma dolcissima che era vissuta di prostituzione per racimolare qualcosa per i suoi figli. Poi l’amaro verdetto: Aids. Lunghi anni di lotta contro la malattia…
Mi ricordo che l’ho invitata nella mia baracca il giorno di Natale, il nostro ultimo Natale, nel 1994.
Abbiamo spezzato il pane insieme, abbiamo mangiato quello che c’era: un po’ di polenta e di intingolo.
Un momento molto bello per dire a mamma Minoo e ai suoi figli che eravamo loro vicini in quel momento di tragedia. Poi – nel gennaio 1995 – il crollo finale e la morte di mamma Minoo.
I bimbi sono rimasti soli, non avevano nessuno. La sorella maggiore, di soli 14 o 15 anni, li tenne con sé, ma anche lei era malata di Aids. Nel marzo 1995 fu travolta dal male. Morì, lasciando i bambini in balia di se stessi.
Varie volte ho tentato di vedere, insieme con la piccola Comunità, cosa si poteva fare con questi bimbi.
Poi… Korogocho è talmente tumultuosa, e le tragedie talmente tante, che non ce l’ho più fatta e li ho persi di vista.
Li ho incontrati nuovamente
Un giorno Kasui, la bimba più grande, decise di prendere con sé Kimeo, trascinandoselo dietro, e si portò sul ciglio del dirupo che sovrasta il laghetto – la pozzanghera, chiamiamola così – che divide Korogocho dalla grande discarica di Nairobi. Si portò lì con la precisa intenzione di suicidarsi, lei col suo fratellino. Varie volte tentò di trascinarlo dentro, però il fratellino resisteva, non voleva. Per fortuna una donna che li osservava da lontano si avvicinò lentamente alle loro spalle finché riuscì a prendere per le vesti Kasui.
Me li portò a casa. Quando udii la storia mi sentii come un pugno nello stomaco: mi sentivo responsabile, mi sentivo male, un verme… Chiesi loro il perché, soprattutto a Kasui. Da parte sua c’era solo silenzio in un volto spento. Allora decisi di non aspettare oltre. Li presi ambedue per mano e dissi: «Andiamo».
Lentamente mi incamminai… Un lungo viaggio a piedi per portarli in un’altra parte della città, dalle suore di Madre Teresa.
Mentre li tenevo per mano li guardavo spesso in volto e mi domandavo: «Ma cosa c’è di così mostruoso, di così demoniaco, di così abominevole in questo mondo da spingere due ragazzini – di 7 e 4 anni! – al suicidio, un gesto folle, proprio nel momento in cui si aprono alla bellezza della vita (perché la vita è bella!)?… Due bimbi!…». Tentai lungo la strada di chiedere loro il perché, ma non ci furono risposte: solo il silenzio e quel gesto.
È da qui che vorrei partire per riflettere su di una situazione che trovo insostenibile. Kimeo e Kasui sono l’emblema di milioni di bambini immolati al Moloch del denaro. L’emblema di un’esperienza che faccio quotidianamente qui a Korogocho. Quanti volti di bimbi, quanta sofferenza!…
Ricordo Akembo, figlio di mamma Njeri, rimasto da solo a 5 anni, senza la mamma, morta alcoolizzata, senza papà, senza nessuno. Veniva spesso da noi a mangiare un boccone, a farsi coccolare… In questi giorni non lo vedo più, sparito anche lui fra i ragazzi della discarica, migliaia di ragazzi che vivono raccogliendo rifiuti, camminando sulla strada, senza sentirsi amati e benvoluti. Nairobi, capitale del turismo, ne è piena. Trentamila è la cifra dichiarata ufficialmente, ma è una cifra al ribasso.
Kimeo, Kasui, Akembo… Questi trentamila ragazzi di strada di Nairobi sono l’emblema di tutta una serie di situazioni assurde, emblema di 140 milioni di bambini che ogni anno sono condannati a morte in questo mondo dove c’è così tanto cibo che non sappiamo più dove buttarlo; lo buttiamo persino in mare!” Nello stesso libro è riportato un pensiero straordinario di Leonardo Boff: “è la povertà, uno stile di vita semplice, che sconfiggerà la povertà.

 

Gigolo #22

As in the rest of the world, Lucca was no longer a peaceful place to live and people were anxious. Demonstrations began again. Workers, despite seeing the work increase, were laid off. The appeals made to Fiat because they weren’t making redundancy payments went unheard. A company’s reasons are always based on rules that have nothing to do with sentiment. There were people who wanted to set up a new Resistance.
Giorgio went downstairs and mingled with crowd of demonstrators. Amongst them were Marcello and Santino, Fiorello and Lucia, holding little Valeria’s hand. Policemen, armed with shields and batons, were waiting for them in Piazza Grande. Feelings were running high and there were people who wanted to go and see the Prefect. The police blocked their way and the Prefect sent no word. He’d already made promises that had turned out to be lies and now he didn’t dare appear in front of the angry crowd. Shots were fired and the frightened crowd dispersed. Some people stayed, however, doubling their resistance and shouting. Renzi ordered, begged, his men not to shoot but they were no longer obeying him. Some of them had followed the crowd through the streets. Giorgio found himself standing in front of Renzi.
“You must stop this carnage,” he said. “These people are in the right.”
“You must help me,” said Renzi. It was the only answer he could think of.
Giorgio took him at his word and followed the policemen, shouting to them to stop. No one paid any attention, of course. Near Via Pelleria, outside the bar, lay some demonstrators, injured. He saw Pino, dead. He looked amongst the others and recognised Ada. She was bleeding from her forehead. He lifted her up.
“I’ll take you to my house.”
“Leave me here.”
“I’m taking you to my house.”
Ada didn’t answer. He climbed the stairs carrying her in his arms. He met no one, not even Adele. Perhaps she wasn’t in but amongst the crowd, curious as usual. He opened the door, went quickly to the bedroom and laid her on the bed. Then he got bandages and ointment.
“You’ll be all right,” he told her. “Stay here for a few days and I’ll make you better.”
After a few hours, Ada developed a terrible, unbearable headache. Giorgio realised that the blows from a baton had fractured her skull and perhaps caused internal swelling.
“I’ll call the doctor,” he said and went to the phone. “He’s coming at once,” he told her.
But the doctor didn’t come at once and Ada’s condition deteriorated.
“I’m dying,” she said.
“I’ll call an ambulance.”
“I want to make my confession.”
“I’ll call a priest.”
“No. I want you to hear it.”
“Me?”
“Yes, you.”
“But I’m not a priest.”
“You can be one.”
“What do I have to say?”
“Nothing. Just listen.”
“Go on.”
“I ask God’s pardon for all my sins. I didn’t want to be what I am. May God forgive me.”
“He will.” 
“It was Pino who killed Alberto and I helped him.”
“Do you know what you’re saying?”
“It’s true.”
“It can’t be. You’re delirious.”
“It was Giulia’s husband who planned it. He gave us a lot of money, lots and lots. All I had to do was put the picture frame in my cousin’s bedroom to put the police on the wrong track. It was easy. Pino did the rest.”
“I gave that frame to Alessandra,” said Giorgio. She’s the murderer.”
“Poor Giulia got involved. Her death is on my conscience too. God won’t forgive me.”
Giorgio would have liked to ask her more questions, to get her to tell him why she had accepted money for killing a man, but Ada closed her eyes as if she was going to sleep. When the ambulance arrived, the doctor said she had fallen into a coma. She was taken to hospital, the siren wailing. By the morning, she was dead. 

The leprosy of poverty was infecting the world. The disorder that had broken out in Lucca was occurring all over Europe. Rosie and William had also lost their jobs. William’s father tried to help them but he too had little money. For some months they had hoped but then they began to become bad-tempered. Their little boy was aware of this and had become unhappy.
“We can’t go on like this,” said William one day.
“Let’s go and live somewhere else,” Rosie said.
“Where? That wouldn’t change anything.”
“Let’s take a risk.”
“How?”
“I don’t know,” she said, “but we have to do it.” 

A year later, Giorgio saw their names in a missionary newspaper. They were happy, they were devoting their lives to the most needy. Like Maria. They didn’t know each other, they lived far apart but they had received the same message. Who from?
Giorgio was not what he had been and the illness that was consuming him now showed itself. Alessandra had seen this. He wanted to let her go but the girl tried to comfort him as best she could for as long as Giorgio didn’t send her away. He was housebound. With the secret Ada had told him when she was dying, he felt like Into whom he had known only in his thoughts, as if the same enchantment was within both of them. Into too carried the weeping sore of a terrible secret. It was right that this was so. Into bore his secret but Giorgio was not strong enough to do that.
 He wrote a letter to Detective Superintendent Renzi who received it one morning when he came back from one of his walks in Lucca. He went immediately to Jacopetti’s office.
“Read this, read what it says.”
“Poor Giulia,” said Jacopetti.
“It wasn’t our fault. It was fate.”[1]

(The End)

[1] Inno alla vita – il grido dei poveri contro il vitello d’oro (Hymn to Life – The Cry of the Poor against the Golden Calf) published by Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1998, is a book about the suffering in the world and was written by Combonian missionary Alex Zanotelli, from which this long, eloquent extract comes.
“For me, the drama of infancy, the drama of children, is expressed in an episode that I personally experienced here in Korogocho, the shantytown on the outskirts of Nairobi, the capital of Kenya. It is the dramatic story of two children, Kimeo and Kasui. Kasui was a little girl of seven or eight, Kimeo a boy of three or four, children of Minoo, their very sweet-natured mother who had lived by prostitution in order to scrape some money together for her children. Then came the bitter diagnosis – Aids. Long years spent struggling against this disease…
“I remember I invited her to my shack on Christmas Day, our last Christmas, in 1994. We broke bread together, we ate what there was – some polenta and gravy. It was a very good moment to tell mother Minoo and her children that we were their neighbours at that time of tragedy. Then, in January 1995, the final collapse and death of Minoo.
“The children were left on their own. They had no one. Their older sister, only fourteen or fifteen, kept them with her but she too had Aids. In March 1995, she succumbed to the disease and died, leaving the children all on their own.
“Various times I tried, with our little community, to see what could be done for these children. But Korogocho is so tumultuous and tragedy so frequent, that I didn’t do this anymore and I lost sight of them.
“Then I met them again. One day, Kasui, the older one, decided to take Kimeo with her, dragging him along behind her, to the edge of the cliff above the little lake – you could call it a big puddle – that separates Korogocho from Nairobi’s rubbish dump. She went there with the intention of committing suicide, she and her little brother. She tried a number of times to drag him in but he resisted, he didn’t want to. By chance, a woman was watching them from a distance and she crept up behind them and caught hold of Kasui by her clothes.
“She took me to them in her house. When I heard their story, it was like a punch to my stomach. I felt responsible, I felt bad, a worm… I asked them why, I especially asked Kasui. But there was only silence from her and her worn face. So I decided not to wait. I took them both by the hand and said, ‘Let’s go.'”
“I set off slowly on the long walk to take them to another part of the city, to the Sisters of Mother Theresa. While I held their hands, I often looked at their faces and wondered, ‘What monstrous, demonic abominable thing can there be in this world that would drive two children – seven and four! – to suicide, an act of madness, at the very time when they were opening up the beauty of life (because life is beautiful)? Two babies…’ On the way I tried to ask them why but there was no response, only their silence and that act.
“Here I would like to take moment to reflect on a situation that I find indefensible. Kimeo and Kasui are symbols of the millions of children sacrificed to the Moloch of money. Symbols of an experience that I have daily here in Korogocho. How many children’s faces, so much suffering!
“I remember Akembo, son of mother Njeri, left on his own when he was only five, without his mother who died an alcoholic, without his father, without anyone. He often came to us for something to eat, to be cuddled… I don’t see him any more, he’s disappeared amongst the children who live on the rubbish dump, who live by collecting rubbish, walking the streets without feeling loved or valued. Nairobi, capital of tourism, is full of them. Thirty thousand is the officially reported figure, but this is less than the true figure.
“Kimeo, Kasui, Akembo… These three thousand children on the streets of Nairobi are symbols of a whole series of absurd situations, symbols of 140 million little children who are condemned to death in a world where there is so much food we don’t know where to put it – so we throw it in the sea!”
This book also quotes an extraordinary thought from Leonardo Boff – “It is poverty, a simple life style, that will defeat poverty.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart