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Giallo: I coniugi Materazzo #1/13

31 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #1

Il commissario Luciano Renzi aveva comprato un’automobile nuova. Non perché avesse fatto quattrini, che nel suo lavoro non c’era nemmeno da sognarselo, ma semplicemente perché la sua vecchia auto un giorno lo aveva lasciato per strada mentre era in vacanza con la moglie.
  «Sarebbe questa la gita che mi avevi promesso? Dopo tanti anni… Me l’hai fatta proprio sudare. Ed ora eccoci al capolavoro. Siamo qui in mezzo alla strada.» La moglie Maria era scesa di macchina e stava a guardarlo mentre lui, chinato sul motore, cercava di capire che cosa fosse successo. «Quando ti decidi a cambiarla questa vecchia carcassa arrugginita. Bella figura che ci fai coi tuoi colleghi, che hanno tutti auto migliori della tua. È un ferro vecchio e lo devi buttare, o va a finire che io con te in macchina non ci salgo più.» Il commissario stava attento a non sporcarsi i baffi mentre rovistava con le mani nel motore. Lo spinterogeno? La dinamo? Le candele? Chi ci capiva qualcosa. Tutto sembrava a posto. I suoi piedi larghi come barche lo tenevano saldamente ancorato alla terra. Era un po’ invecchiato. Anche dimagrito, e ora non lo si poteva dire un uomo tarchiato. Quasi tutti i capelli si erano ingrigiti, mentre prima ce ne aveva solo qua e là qualche ciuffetto.
  «Non capisco che cosa le sia accaduto.»
  «Non ce la fa più. Ecco che è successo.»
  «Chetati, Maria. Se no va a finire che oggi di qui non si riparte più.» Infatti, le macchine passavano, ma non ce n’era uno di automobilisti che si fermasse per sentire se poteva dargli una mano. Non era cambiato niente in Italia, e nemmeno su questo punto si era fatto un passo avanti. Anzi, si era diventati sempre di più bestie. Ricordate “La morale del branco” di Cassola? Peggio. Tutto era avvenuto con i toni più scuri, da tragedia, e davvero non ci si poteva contare sugli altri. Ti avrebbero fatto fuori senza pensarci su due volte, se ci fosse stata l’occasione, e tu avessi tentato di invadere il loro piccolo quadratino di potere.
  «Lasciala qui e torniamo a casa.»
  «E come ci torniamo a casa?» Si erano messi a fare l’autostop. Niente. Sua moglie non ce le aveva proprio le gambe da autostop, perché un automobilista facesse inchiodare la macchina. E lui era così goffo con quel pollice che chiedeva e non chiedeva il passaggio. Attraversarono la strada, infine, e si misero sul lato del ritorno. Anche da questa parte, però, non cambiava la musica. Le auto continuavano a sfrecciare davanti al suo pollice. Era il primo pomeriggio di una bella giornata di primavera. Se tutto fosse andato per il verso giusto, lui l’avrebbe portata al mare, a Viareggio o a Forte dei Marmi. Avrebbero passeggiato, si sarebbero seduti al caffè, eppoi la sera sarebbero andati a consumare una cenetta al lume di candela, in uno di quegli ottimi ristoranti che si trovano lungo tutta la Versilia. A base di pesce, perché ne andava matto e sua moglie non sapeva cucinarlo come piaceva a lui. Faceva sempre carne, in tutte le salse, ma sempre ciccia era, e lui sopportava, gonfiava. Quante volte glielo aveva detto alla sua Maria che mangiare carne tutti i giorni aumentava gli acidi urici e faceva male ad un sacco di altre cose. Dopo qualche giorno di intervallo, in cui gli cucinava del coniglio o del pollo, ecco che poi ritornava sulla tavola la carne di manzo o di maiale, e di nuovo ne aveva per giorni e giorni, finché non ripeteva la sua protesta. Era domenica. Vedendo che nessuno si arrestava, si misero a camminare a piedi. Trovarono una fermata del pullman. L’orario esposto diceva che di domenica ne sarebbe passato uno diretto a Lucca fra una mezzoretta.
  «Che si fa, Maria?»
  «Che si deve fare, che si deve fare. Si aspetta il pullman, diamine! e ce ne torniamo a casa. La macchina l’abbiamo chiusa. Eppoi anche se ce la rubassero, figurati…»
  «Mi dispiace.»
  «Dispiace più a me. Ma quella macchina non la voglio più vedere.»
  I due figli, un maschio ed una femmina sui vent’anni, se li videro comparire sull’uscio.
  «E voi due, da dove spuntate?» dissero sorpresi, ma videro che la faccia della mamma non esprimeva niente di buono. Maria entrò a muso duro, e non salutò nemmeno i figli, e s’avviò in camera sua taccheggiando con le sue scarpette a punta. Sul pullman aveva aperto bocca sì e no tre, quattro volte, ma sempre per domandare l’ora. Non lo portava l’orologio al polso, infatti, perché il bravo maritino non gliene aveva mai comprato uno come si deve. Le poche volte che era venuto in casa con un orologio, le aveva portato un oggetto da quattro soldi.
  «Dove l’hai trovato? Da un vù cumprà, certamente. O te l’ha regalato qualche farabutto perché hai chiuso un occhio.» Questa era l’espressione più cattiva che usava quando voleva ferirlo. E lui, di rimando: «A me, non mi compra nessuno.» C’erano stati scandali nella polizia, come ce n’erano stati tra i politici e perfino tra i militari. Ripeto, non era cambiato niente in Italia. Ma lui si piccava di essere uno dei pochi onesti rimasti. «Se tutti fossero come me, non saremmo andati a picco, e ora non ci sarebbe da penare per i nostri figli.» I suoi figli, infatti, ma anche tutti i figli che c’erano in Italia, non trovavano lavoro. Solo qualche raccomandato o figlio di gente corrotta e marcia fino al midollo, trovava lavoro.
  «Ma che è successo?» continuava a domandare il figlio Alberto rivolgendosi al padre. Lui indugiava. Si vergognava un po’. Quella della macchina da cambiare era una vecchia storia, e anche i figli glielo avevano detto che la mamma aveva ragione a pretendere che ne comprasse una nuova.
  Anche Manuela gli si avvicinò quando si accorse che non rispondeva. Forse si preoccupava che al padre fosse accaduta una disgrazia. Maria era andata in cucina. Aveva udito quelle domande.
  «Diglielo, diglielo quel ch’è successo.»
  «Allora, che è successo?» ripeterono insieme i figli.
  «È successo… è successo che la macchina si è fermata, e non mi è riuscito di farla ripartire. Tutto qui.»
  Era comparsa sulla porta del salotto, Maria. «Tutto qui!? Che figura che abbiamo fatto! Se ci ha visto qualcuno che sa chi sei, ci ha proprio presi per straccioni. E la colpa me l’avranno data a me, perché la colpa di come va una famiglia, è sempre sulle spalle della donna.» Aveva ancora al collo una bella collana d’oro, che si metteva raramente e che conservava con la cura, e finanche pignoleria, di chi sa che un’altra simile non l’avrebbe potuta mai più comprare. Non se l’era ancora tolta. Se la sfilò. Il commissario diede a quell’oggetto un’occhiata piena di concupiscenza. Maria lo capì al volo quel che voleva significare quell’occhiata.
  «Questa non me la vendo. Me l’hai comprata tu, ma coi risparmi e i sacrifici che ho fatto io. Questa, te la devi scordare.» La teneva in mano, ora, e la mostrava anche ai figli. «E la macchina nuova la compri col prestito in banca, come fanno i disgraziati come noi.»
  «Ma come si fa a fare un prestito, che poi bisogna pagarlo, mese dopo mese. Le banche non scherzano se non paghi puntualmente. Ci si rovina col prestito.» Lavorava solo lui in casa, e i figli andavano all’università. Meglio che studiassero, piuttosto che rimanere sulla strada senza far niente. Che poi, stando sulla strada, non è vero che non si fa niente, qualcosa si trova sempre da fare, prima o poi, e nemmeno una volta capita che sia qualcosa di buono. Andava avanti da decenni che la scuola era diventata un grosso e duraturo parcheggio di disoccupati, che ancora si illudevano di non essere tali. Qualche anno di respiro, insomma, prima di naufragare nell’agitato oceano che era diventata la società.
  «A quest’ora si doveva passeggiare sul lungomare a Viareggio, a goderci questa bella giornata. E invece rieccomi qui a lavorare come tutti gli altri giorni.» Si era messa il grembiule davanti e, come succede alle donne che hanno condotto la maggior parte della loro vita chiuse in casa, aveva cominciato a sfaccendare. Sbuffava, però. «E tutto per colpa di quella macchina che non hai voluto cambiare.» Il commissario non sapeva che rispondere, e c’era rimasto male più di Maria per ciò che era successo. I figlioli dopo un poco uscirono, ciascuno per la sua strada. Restarono soli.
  «Mi dispiace veramente, Maria.»     «Non ci credo. Perché se ti dispiacesse veramente mi diresti altre parole.»
  «Quali?»
  «Lo sai bene. E da tanto che te lo chiedo.»
  «Vuoi che compri una macchina nuova?»
  «Lo sai che lo voglio. Ma non per farci belli di fronte alla gente. A me non importa granché. Ma perché è una necessità, e non si può tirare troppo la corda. Non ce la meritiamo una vita da straccioni.» Lui ci credeva in questo che diceva Maria. Faceva una vita che non l’augurava ai figli. E con quale risultato, poi? Non aveva mai un soldo in tasca per levarsi uno straccio di sfizio. Nemmeno dei più piccoli. È vero, i figli avrebbero avuto bisogno di lavorare anche loro, ma guai se avessero scelto la sua strada. Avrebbe fatto di tutto per scoraggiarli. Con quel che lavorava, senza orario, senza dormire come fa la maggior parte della gente – ma anzi, certe notti non rientrava nemmeno a casa e faceva anche quarantott’ore senza toccare il letto – il suo stipendio era così miserabile che ora per comprare la macchina nuova, di cui aveva assolutamente bisogno, doveva contrarre un debito con la banca. A che tassi, poi! Da strozzini. E nessuno del governo ci metteva mano. Le banche erano le uniche istituzioni che non sentivano né caldo né freddo di fronte a qualunque cavolo di crisi, e sopravvivevano a tutti i cataclismi. Guai a dover bussare alla loro porta. Eppoi volevano le garanzie. E lui aveva solo il suo lavoro e la sua onestà. Perché una casa tutta sua non se l’era nemmeno mai sognato di possederla. Viveva in affitto, e anche qui che affitti! Quel poco che restava serviva per mangiare e per comprare qualche abito ai figli, che erano sempre figli di un commissario, e non potevano andare per strada vestiti come pezzenti, e lui ce lo aveva l’orgoglio della sua professione. Commissario si sentiva di esserci nato, anche se non aveva risolto che casi elementari, e qualche volta era stata la fortuna a dargli una mano. Ora, in queste disgraziate condizioni, se lo poteva permettere un debito, di mettersi in casa cioè una scadenza fissa tutti i mesi per cinque lunghissimi anni?
  «Ce la facciamo. Ce la facciamo anche noi, come ce la fanno gli altri» disse risoluta Maria, che sulla vecchia macchina era intenzionata a non salirci più.
  «E va bene. Domani allora ci vado. La vecchia macchina la faccio ritirare direttamente dalla concessionaria. Non la voglio vedere più.» Si meravigliava che fosse lui a parlare a questo modo.
  «Bravo Luciano. Così mi piaci. Lasciala stare quella carcassa, e che se la vadano a prendere loro col carro attrezzi. Per me, me la sono già scordata.» Aveva il sorriso a fior di labbra, Maria, e non si lasciava trascinare dalla gioia che sentiva dentro, solo perché ancora non ci credeva a quel miracolo.
  «Domattina, la prima cosa che faccio, passo dalla concessionaria.»
  «È una promessa?»
  «Non me la rimangio questa volta.»
  La sera, Maria andò a letto tutta felice, e ci fece anche all’amore col suo Lucianino.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart