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Giallo: I coniugi Materazzo #12/13

11 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #12

Sul principio il magistrato fece qualche obiezione, ma era un magistrato giovane, e forse anche a lui non piaceva come stavano andando le cose. Così quando ebbe ascoltato tutte le spiegazioni del commissario e constatato che le sue supposizioni avevano un qualche fondamento, firmò le autorizzazioni necessarie.
  «Credo che abbia bisogno di tanta fortuna, commissario.»
  «Basterà la fortuna?»
  «Gliel’auguro.»
  «La ringrazio tanto del suo aiuto» disse Renzi.
  «Spero di avere fatto il meglio per lei.»
  «Lo ha fatto.»
  Tornato in ufficio, chiamò Jacopetti. Quando lui si affacciò, gli mostrò il mandato.
  «Con questo, non c’è porta che resterà chiusa.»
  «Ne è proprio convinto?»
  «Convinto no. Ma senza il mandato, quelli ci farebbero fuori in un boccone.»
  «Ha in testa qualcosa di preciso, commissario?»
  «Certo. Ora andiamo tutti e due a casa e ci prepariamo a partire, e staremo fuori qualche giorno.»
  «Fuori!?»
  «Sì, caro Jacopetti. Ci facciamo una bella vacanza.»
  «Ma che, è ammattito, commissario?»
  «Andiamo a Roma, Jacopetti. Non mi dici sempre che è una bella città? Dài ordine che sia preparata la macchina di servizio. E poi andiamocene a fare le valigie.»
  A casa, il commissario se le sentì dire di tutti i colori da sua moglie.
  «Ma è una pazzia. Che ti sei messo in testa. Ma chi credi di essere per farcela con quelli là. È una cosa pericolosa. Ricordati che hai una famiglia, dei figli.»
  I figli erano rimasti a bocca aperta quando aveva raccontato loro le ultime novità. Alberto gli ricordava di avere sempre sospettato che c’era di mezzo un complotto, ed ora era contento che suo padre si trovasse impegnato in un’impresa così straordinaria.
  «Sono fiero di te, babbo. I miei amici hanno fiducia in te. C’è una grande attesa. Non li deludere, babbo.»
  «Ma siete diventati tutti matti» gridava Maria. «Vostro padre rischia la vita. Non si tratta mica di un film, lo capite o no?»
  «Tu, mamma, hai sempre paura del peggio.» Era Manuela. «Ma perché poi nostro padre deve necessariamente morire? Non potrebbe essere lui a mettere fine a questi imbrogli?»
  «Allora siete tutti dei cretini, vostro padre compreso. Qui finisce che la più saggia sono io. Sono io, e non voi, che conosco il mondo, io che sto quasi sempre chiusa in casa. E voi che uscite e vedete gente e dite di conoscere le cose meglio di me, voi vivete invece sulla luna. Tu non ci devi andare a Roma.» Aveva gli occhi di una tigre, pronta a saltargli addosso.
  «Cara Maria, io te l’ho sempre detto che il mio mestiere è il più brutto del mondo. E me lo pagano anche male, anzi malissimo. Io fra un’ora sono già sulla strada per Roma. Devi fartene una ragione. Porto Jacopetti con me.»
  «Tu mi farai morire prima del tempo.»
  «Su su, che non mi accadrà niente.»
  «Questa volta non è come le altre volte. Vai a Roma, e là sappiamo tutti che è un nido di serpenti.»
  «Ma guarda che sono un bel serpente anch’io, e il mio morso è velenoso quanto quello degli altri.»
  «Tu scherzi sempre, ma ce l’ho io nel cuore la paura.» Ce l’aveva anche il commissario, ma non glielo disse.
  Si salutarono sull’uscio tutti e quattro, e solo i figli avevano negli occhi quella bella luce che nasce dalla speranza. 

  Al Questore fece un accenno fugace, alla larga, di ciò che aveva intenzione di fare.
  «Non condivido l’idea di questo viaggio, ma sia prudente.»
  «Sono piccole cose quelle che devo sbrigare, vedrà che tornerò prima del previsto.»
  «Stia attento alla strada.» Aveva piovuto quella mattina.
  «Guida Jacopetti, e lei lo sa che va piano come una lumaca, ed è molto prudente.»
  A Roma si presentarono nel primissimo pomeriggio presso la sede dei servizi segreti. Un bel palazzo a più piani, un intrigo di uffici. Li fermarono all’ingresso. Mille formalità. Infine, li accompagnarono addirittura nell’ufficio del direttore, che li accolse con molta cordialità. Renzi gli mostrò il mandato. Lo lesse. Sorrise, come se non fosse sorpreso di quella visita. Mise a loro disposizione gli incartamenti necessari e li lasciò soli.
  «Se avete bisogno di me, mandatemi a chiamare.»
  «È proprio un nido di serpenti, Jacopetti.»
  «E me lo viene a dire a me, commissario, che i serpenti li vedo anche a Lucca?»
  «Questi sapevano del nostro arrivo.»
  «Li hanno avvertiti da Lucca. Ma chi?»
  Dai fascicoli non appresero nulla di particolare, salvo che i coniugi Materazzo – non solo la signora ma anche il marito – erano entrati nei servizi segreti da molti anni, ed erano giudicati degli ottimi agenti. Allora perché li avevano fatti fuori?
  All’improvviso qualcuno entrò nella stanza. Lo chiamavano al telefono. Da Lucca.
  «Chi può cercarmi qui?» Era il Questore. Gli dava una brutta notizia. Il figlio aveva avuto un incidente con l’auto. Per fortuna nulla di irreparabile. Si trovava all’ospedale con alcune fratture, ma non era in pericolo di vita. Che ritornasse subito a casa. 

  Durante il viaggio cercò di mettersi in contatto con i suoi. Non rispondeva nessuno. Evidentemente erano tutti all’ospedale. Provò più volte, a distanza di tempo. Telefonò anche al commissariato, lasciando l’ordine che niente fosse toccato sul luogo dell’incidente. Dovevano aspettare il suo arrivo prima di rimuovere ogni cosa. Anche l’auto doveva rimanere lì.
  «Ti ritengo responsabile. Bada che nulla sia rimosso.»
  Jacopetti guidava con un po’ di trepidazione. Sapeva che doveva far presto ad arrivare, ma lui non c’era abituato alla velocità e non ci sapeva proprio fare con l’acceleratore. Non era il caso di lasciar guidare il commissario, nelle condizioni in cui si trovava. Eppoi non era certo un guidatore migliore.
  «Poteva essere una tragedia, commissario. Si tranquillizzi, ora. Alberto è giovane e si riprenderà presto. Ha le ossa buone, lui, non come le nostre che ci riempiono di dolori.» Mentre guidava, cercava di farlo sorridere. Il commissario era taciturno, invece.
  «Lei sospetta qualcosa, commissario, dica la verità.»
  «Sospetto sì, Jacopetti. Ma che cosa vuoi che ti dica? È una brutta faccenda e basta.»
  All’ospedale trovò il suo Alberto bell’e sistemato sul lettino, in una cameretta a quattro letti. Era già ingessato alla gamba e alla spalla sinistre.
  «Ha sbattuto contro un albero, dall’altra parte della strada.» Alberto era ancora sotto choc. Guardava il babbo e non sapeva che dire.
  «Ti poteva andare peggio, figliolo» brontolò il commissario, sforzandosi di sorridere. «Hai la pelle dura, e fra qualche giorno tornerai a casa.»
  «È stato un vero miracolo» disse Maria, che non aveva ancora i sospetti del marito.
  «Ma come sarà successo? Alberto la sa guidare bene la macchina.» Era Manuela.
  «Gliel’ho sempre detto che prima o poi se lo sarebbe rotto l’osso del collo. Ecco, ci siamo arrivati.» Parlavano nel corridoio, ora, perché era arrivato il medico a controllare, insieme con due infermiere. Uscendo, salutò il commissario.
  «Deve stare tranquillo, commissario. Sono fratture semplici e se la caverà in poco più di un mese, e tutto questo resterà solo un brutto ricordo.»
  «La ringrazio tanto, dottore.»
  Disse alla moglie che ora doveva andarsene dall’ospedale, poiché voleva recarsi sul luogo dell’incidente.
  «Voglio rendermi conto di come sia potuto accadere.»
  «Stasera cerca di non fare tardi. Non è serata da lasciarci soli.»
  «Va bene, Maria.» Le dette un bacio, lì davanti a tutti.
  Sul luogo dell’incidente, c’erano ancora gli agenti a vigilare. Lo salutarono. Non poté fare a meno di allungare lo sguardo sulla sua macchina nuova di zecca e di valutare i danni subiti. Sarebbero usciti dalle sue tasche i soldi della riparazione. Quattro o cinque milioni sicuramente, se il carrozziere era in vena di fargli un favore.
  «Si sono rotti i freni» disse un agente.
  «Come lo sai?»
  «Abbiamo fatto venire un nostro meccanico.»
  «Non avrà mica toccato qualcosa?»
  «No. L’abbiamo mandato via non appena è giunto il suo ordine di lasciare tutto così.»
  «Bravi. Avete fatto bene.»
  «Vuole che lo mandiamo a chiamare, ora che lei è arrivato?»
  «No. Ci parlerò dopo con lui. Ora chiamatemi invece il perito. Che venga subito.»
  Dalla macchina diramarono l’ordine. Un quarto d’ora dopo il perito era già sul posto.
  «Veda di che si tratta.»
  «È una bella botta. È stata una vera fortuna essersela cavata con delle fratture.» Il perito stava già effettuando i controlli.
  «Di che si tratta?»
  «Hanno ceduto i freni.»
  «Ma è una macchina nuova. Ha appena un mese di vita.»
  «Succede. Un caso su un milione.»
  «Non potrebbero essere stati manomessi?»
  «Da questo primo controllo lo escluderei. È stato sfortunato, commissario. Tutto qui. Potrà sporgere reclamo presso la concessionaria dove l’ha comprata. Questo, molto probabilmente, è un difetto di costruzione.»
  «Quando potrò avere una sua risposta definitiva?»
  «Stasera stessa. Manderò subito a prelevare la macchina e la farò portare nella nostra officina.»
  «Bene. A stasera allora.»
  Ce l’avrebbe fatta a tornare a casa in tempo per fare contenta sua moglie? Non ne era più così sicuro.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart