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Giallo: I coniugi Materazzo #13/13

12 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #13

Infatti non andò a cena. O meglio ci andò, ma con molto ritardo. Li aveva avvertiti per telefono, scusandosi.
  «Arrivo fra un’ora. Voi cominciate pure.»
  Si sedette a tavola. La moglie gli aveva tenuto in caldo la cena. Mentre mangiava, venne a sedersi accanto a lui. Arrivò anche Manuela.
  «Allora?»
  «Allora che?» Aveva poca voglia di parlare.
  «Ti sei fatta un’idea dell’incidente?» Maria aveva capito che lui sospettava il dolo. C’era arrivata anche lei.
  «Se li hanno manomessi, i freni, l’hanno saputo fare molto bene. Il perito dice che non ci sono prove.»
  «Ci si può fidare di quel perito?»
  «Ha vent’anni di servizio, Maria. Ne ha viste di auto sfasciate.»
  «Non potrebbe essersi sbagliato?»
  «Dice che è sicuro.»
  «Io non ci credo. Alberto sostiene che non andava poi così forte.»
  «Alberto, Alberto. Io gliel’ho sempre detto che prima o poi sarebbe successo. Lui ci va pesante con l’acceleratore. Io questo lo so. Andava almeno a 90, hanno detto gli agenti. E lì non si può andare a più di 50. Gli faranno anche la contravvenzione.»
  «Ma come! A tuo figlio?»
  «Già. Che credi, che i figli dei commissari hanno un trattamento speciale?» Non gli andava giù che, oltre al danno, dovesse pagare anche la contravvenzione.
  «Se il perito afferma così, non posso farci niente. Ho le mani legate.»
  «Cerca di uscirne prima che puoi, Luciano, dài retta a me. Questa è gente che non ci pensa due volte ad ammazzare.» Maria tornava alla carica.
  «Mi basterebbe uno straccio di prova.»
  «Ma tu non le troverai, le prove. Non l’hai ancora capito, babbo?» Era Manuela, a cui saliva la collera.
  «Sono tutti contro di te. Ti vogliono mettere con le spalle al muro. E se non ti arrendi, dopo questo primo avviso, uccideranno qualcuno di noi.» Rincarò la dose, Maria.
  «E allora che dovrei fare?»
  «Archivia il caso. Non sarà la fine del mondo. Ce ne sono già tanti di casi archiviati. Uno più, uno meno, che differenza fa.» Maria cercava di convincerlo.
  «Sì, ma peserebbe sulla mia coscienza.»
  «E se tuo figlio moriva, non ce l’avevi tu sulla coscienza?» Era vero anche questo. Maria era furente.
  La mattina dopo andò all’ospedale. Alberto era tutto un dolore. Soffriva.
  «Dicono che si sono rotti i freni. Raccontami come ti è successo.»
  «È una cosa incredibile. Io andavo tutto tranquillo…»
  «Tranquillo un corno… Andavi sui 90, invece che a 50, come dovevi.»
  «Sarà, ma non me ne sono accorto. A me sembrava di andare piano.»
  «E dunque, che ti è successo.»
  «A un certo punto, giunto all’incrocio, ho sterzato a sinistra. Da destra veniva una macchina che non avevo visto. Allora ho cercato di fermarmi per lasciarla passare, ma niente. Il pedale del freno è andato giù facile, come premere acqua. Non funzionava. Ho avuto paura, e allora ho accelerato per traversare prima che la macchina sopraggiungesse. L’ho scansata appena in tempo, ma sono finito contro l’albero.»
  «Ma prima di quel punto, l’avevi già usati i freni? Funzionavano?»
  «Sì. Era tutto a posto.»
  Di ritorno dall’ospedale andò dal Questore, che l’aveva fatto cercare.
  «Come sta suo figlio?»
  «È stato fortunato. Poteva anche morire.»
  «Che cosa ha trovato a Roma?» Per via dell’incidente al figlio, non si erano ancora visti. Gli raccontò tutto.
  «Però questo non prova un bel niente. Sappiamo che i coniugi Materazzo erano agenti segreti, ma non se ne può dedurre che abbiano ucciso l’onorevole, se non ci sono altre prove.»
  Il commissario lo capiva da sé, questo. Sapeva di conoscere la verità, e cioè che era stata la signora Materazzo ad eseguire la condanna a morte dell’onorevole, decretata dai servizi segreti, ma non riusciva a mettere insieme un briciolo di prova. Avevano lavorato bene a Roma. Li sapevano fare questi lavoretti. Poi, per non rischiare, avevano fatto terra bruciata e, mascherandolo come delitto passionale, avevano eliminato anche i coniugi Materazzo. Il Prefetto ne era stato lo strumento inconsapevole. Così, nessuno avrebbe potuto più parlare. La messinscena del delitto passionale era stata così bene architettata che tutto combinava per renderla verosimile. Loro, la signora Materazzo l’avevano fatta sempre muovere come una marionetta, sfruttando la voglia di amanti che aveva e l’ambizione del marito, e sapevano che queste loro debolezze li avrebbero aiutati se un giorno, come infatti era accaduto, avessero deciso di eliminarli.
  «Mi creda, commissario, glielo dico con piena convinzione, libero lei di pensarla diversamente. L’incidente a suo figlio è una pura coincidenza. Io sono certo, le dico, certo, che i coniugi Materazzo non c’entrano niente con la morte dell’onorevole. E anche la loro morte non ha nulla a che vedere con l’assassinio dell’onorevole. È stato un delitto passionale. Punto e basta. Quel povero Prefetto ha perso la testa. Non me l’aspettavo, ma non è la prima volta che succedono di queste cose. Ha perso la testa per quella bella gentildonna. Perché bella lo era da far impazzire un po’ tutti, nevvero, commissario?»
  «Altroché.»
  «Vede, un pensierino ce l’avrebbe fatto anche lei, dica la verità. Se quella donna avesse rivolto le sue attenzioni a lei, ho paura che a quest’ora la signora Maria non sarebbe così tranquilla. O mi sbaglio.»
  «Forse sarebbe stato così come lei dice.»
  «Guardi che io, se questo può aiutarla, ci sarei andato a letto senza pensarci su due volte con la bella signora, e con buona pace di mia moglie. Perciò lo capisco il Prefetto. Ma dev’essere successo qualcosa d’imprevisto. Secondo lei, il dottor Materazzo lo sapeva o non lo sapeva degli adulteri della moglie? Io penso che lo sapesse.»
  «Per forza che lo sapeva.» Scattò su, il commissario. «Dovunque sono stati, in qualunque città, era questo il loro sistema di lavoro.» Renzi aveva in mente oramai l’idea del complotto, e che quella strana coppia fosse stata usata dai servizi segreti per preparare un delitto perfetto.
  «Io non ne sarei così tanto sicuro. Se lo levi dalla testa il complotto.» Aveva capito benissimo, il Questore. «Si tratta di un delitto passionale. Come ce ne sono stati tanti. Anche se questo ci tocca da vicino. Comunque, mi consenta di fare delle ipotesi, secondo il mio punto di vista. Ammettendo come prima ipotesi che il dottor Materazzo non lo sapesse che la moglie aveva un amante, lo deve aver scoperto in qualche modo, ed è andato su tutte le furie. Ha voluto vedere il Prefetto. E nel Prefetto è scattato qualcosa di incontrollabile. Lo sa bene che i sentimenti possono essere anche spietati, a volte. E ha pensato che se doveva perdere l’amante, morisse lui con tutti i filistei. Così ha ucciso i due, e poi si è tolto la vita. E ora facciamo la seconda ipotesi. E cioè che il marito, ambizioso, fosse in combutta con la moglie. Allora il giocattolo si dev’essere rotto per qualcosa che nessuno potrà mai sapere, perché il segreto se n’è andato nella tomba con loro. Forse, chissà, un torto subito dal dottor Materazzo, che avrebbe così ricattato il Prefetto, minacciandolo di rivelare la sua relazione con la moglie. Ne è sorta una lite che ha causato la tragedia. Questa mi sembra l’ipotesi più attendibile, perché, che s’incontrassero in quell’appartamentino lo sapevano un po’ tutti, ormai. Sì, il dottor Materazzo lo sapeva delle corna. Ne sono convinto sempre di più. E ciò che è successo ha tutti i crismi del delitto passionale. Glielo ripeto. Non ci possono essere dubbi, commissario. E se poi erano anche agenti segreti, che vuol dire? Ci vogliono delle prove per collegarli al delitto dell’onorevole, e le prove mi pare che, almeno fino a questo momento, non ci siano. Capisco che se le cose si mettono a questo modo non sarà facile trovare l’assassino dell’onorevole. Il caso ritorna ad essere ciò che a mio avviso è sempre stato, uno dei tanti omicidi, forse politici e forse no, chi lo sa?, che rimangono impuniti. E lei non se la prenda se sarà costretto dalle circostanze ad archiviarlo. Io, le assicuro, non la considererò una sua sconfitta personale; anzi, le posso già anticipare che ha tutta la mia stima e apprezzerò nel dovuto modo il bel lavoro che sta svolgendo. Lei fa anche più di quanto è necessario. Ed io non mancherò di tenere conto al momento opportuno della sua lealtà verso le Istituzioni.» Il commissario lo stava a sentire con la mente altrove. Aveva il pensiero rivolto ai suoi, alla sua famiglia, a casa sua, e aveva voglia di rinchiudersi tra quelle quattro mura, dove avvertiva che poteva esserci, soltanto lì, quel poco di felicità possibile a questo mondo.
  «Mi ascolta, commissario?»
  «Vedrò se si può fare ancora qualcosa.»
  «Tornerà a Roma?»
  «No.»
  «Chiuda il caso, allora, dia retta a me.»
  La sera ricevette una telefonata. Stava per andare a letto. Era quasi mezzanotte. Maria lo aveva preceduto, ma ancora non si era addormentata.
  «Chi sarà a quest’ora?» La sentì inquietarsi.
  «Vado io. Resta lì.»
  «Che brutto mestiere che fai.»
  «Che credi, che non voglia andarci anch’io in pensione? Vedrai che prima o poi mi decido.»
  «Ah, no. Ora abbiamo da pagare la macchina nuova, e anche i danni dell’incidente.»
  «Quelli me li farò pagare dalla casa produttrice. È un difetto di costruzione, sostiene il perito. C’è tanto di verbale.» Il telefono squillava ancora.
  «Vengo, vengo.» Alzò il ricevitore.
  «Allora, commissario, che ha deciso?»
  «Deciso che.»
  «Come, non mi riconosce?»
  «Sì che la riconosco. Ma lei deve dirmi di più se vuole che sbrogli questa matassa. Non ho uno straccio di prova per incastrarli.»
  «Deve lasciar perdere, commissario.»
  «Come!? È proprio lei a dirmelo! Ma allora da che parte sta?»
  «Sto dalla parte dei miei interessi. Esattamente come l’altra volta, commissario. E ora i miei interessi mi dicono che è tempo perso il suo. Non ce la farà mai. Si metta l’anima in pace.»
  «Ma se lei potesse darmi una traccia, una minima traccia…»
  «Sono troppo forti per lei. Lasci perdere, le dico. Ha visto che fine ha fatto l’onorevole? Io ci contavo che lei potesse incastrarli. Ma sono troppo forti. Io mi ritiro.»
  «Lei non può farlo.»
  «E chi me lo impedisce. Lei?» Sapeva camuffarla bene, la voce. Aveva sempre quell’accento forestiero, ma chissà da dove telefonava. Da Roma? Da Lucca? Avrebbe potuto far mettere il proprio telefono sotto controllo, a tempo debito naturalmente, e ora gli sarebbe stato facile verificare. Ma non l’aveva mai voluta prendere in considerazione questa possibilità. Una questione di principio, per sentirsi libero almeno a casa sua.
  «Allora lei è un vigliacco come tutti gli altri.»
  «Vigliacco? No, io sono furbo, commissario. E se è furbo anche lei, lasci perdere. Ha visto che cosa può succedere se lei ficca il naso in queste faccende? Scottano. Fanno male. Era un avviso, l’incidente di suo figlio. Un piccolo, piccolissimo avviso rispetto a quello che sanno fare. Lei è solo, commissario, questo è il punto, e non c’è nessuno disposto a darle una mano.» C’era Jacopetti, invece; ma che cosa contava di fronte agli ostacoli che si frapponevano: enormi, invisibili, possenti?
  «Ma lei, chi è?» Provò a domandare, scioccamente.
  «Sono uno che ha perso» si sentì rispondere. «Proprio come lei. Soltanto che io sono furbo e ci faccio la mia fortuna con questa sconfitta.»
  «Lei è un opportunista, allora.»
  «No, io sono uno uguale a quattro miliardi di uomini, e forse di più. La saluto, commissario.» Abbassò il ricevitore, e lo lasciò con in gola tutte le altre mille cose che avrebbe voluto chiedergli.
  «Chi era?» Si udì Maria che domandava dalla sua camera.
  «Il solito Jacopetti, che aveva un’altra delle sue sciocchezze da dirmi.» Si ricordava di averle risposto allo stesso modo anche l’altra volta.
  «Ma proprio a quest’ora?»
  «Lo sai che lui è fatto così. È un buon ragazzo.» Gli scappò detto ragazzo, ma Jacopetti aveva solo dieci anni meno di lui.
  La mattina dopo si confidò con Jacopetti.
  «Che si fa?»
  «E lo chiede a me, commissario? Io non saprei da che parte ricominciare.»
  «Io non me la sento di tornare a Roma.»
  «È un viaggio inutile.»
  «Lasceremo aperto il fascicolo ancora per qualche tempo. In attesa di un miracolo, poi lo archivieremo.»
  «È un vero peccato, se lei è convinto che c’è il complotto dietro questo delitto.»
  «Ma tu che cavolo vuoi da me, Jacopetti.» Si sentiva disperato.
  «Forse ha ragione lei. Non ci si può ammazzare per questo dannato lavoro, che nemmeno ci pagano bene.»
  «Chiudi la bocca, e lasciami in pace.»
  I confidenti non erano di alcun aiuto. Dicevano che tutto si era chiuso come accade quando si getta un sasso in uno stagno. Il delitto, tutti volevano rimuoverlo dalla mente. Restavano solo gli studenti e gli operai a reclamare giustizia. Ma a loro chi dava retta? Erano sempre pronti a vedere il diavolo dietro l’angolo, loro, e se gli si dava udienza si rischiava di perdere solo tempo.
  Andò a trovare il figlio. Aveva voglia di parlare con lui. Quell’incidente li aveva avvicinati ancora di più.
  Alberto protestò quando seppe che il babbo era ormai per arrendersi.
  «Non lo devi fare.»
  «E chi sei tu per non permettermi di fare quello che voglio? Io sono padrone della mia vita.» Ma sapeva che non era così.
  «Lo devi fare per me, e per quelli come me, che non possono lasciar cadere la speranza.»
  «Ma che devo fare? Che pretendete da me. Io sono uno come tutti voi, che mi si può schiacciare come un verme.»
  «Non lasciarla cadere la nostra speranza.»
  Se ne andò da Alberto più arrabbiato di quando era entrato.
  Due giorni dopo, senza nemmeno avvertire il Questore, indisse una conferenza stampa. Avvertì i giornalisti locali. Era fissata per le undici. Questi sparsero la voce anche fuori della città. Il Questore fu informato.
  «Lei è pazzo. Non deve tenerla questa conferenza. Ma che cavolo vuole dire a quei giornalisti? Quelli faranno nascere una gran confusione per nulla. Torni in sé.»
  «So quel che faccio.»
  «La considererò una insubordinazione, la sua. Con tutte le conseguenze. Ci pensi bene, Renzi.»
  «Io faccio nient’altro che il mio dovere, secondo la mia coscienza.»
  Sapeva però che la conferenza si sarebbe rivolta poi contro di lui. Lui non aveva le prove. Che cosa avrebbero scritto i giornali? Gli avrebbero creduto? Jacopetti cercò di scoraggiarlo. Non era stato avvertito nemmeno lui. Poi disse che sì, il commissario aveva ragione.
  Li ricevette nella saletta dove erano state sedute quelle prostitute. Ebbe un po’ di paura quando se li trovò davanti e qualche fotografo scattò il flash. Ma poi si fece coraggio. Il Questore non c’era. Volutamente non c’era. C’era Jacopetti, invece, seduto accanto a lui. Il commissario non ce lo avrebbe voluto. Gli aveva ordinato di non venire, ma Jacopetti sapete che gli aveva risposto? Gli aveva risposto che anche lui ce l’aveva la sua coscienza, e ci doveva fare i conti anche lui, come il commissario. E che in fatto di coscienza non si sentiva secondo a nessuno.
  I giornalisti stettero ad ascoltarlo a bocca aperta, in principio. Poi qualcuno cominciò a domandare: prove ce ne sono? Non ce ne sono. Allora lo sa che rischia molto? Non me n’importa. Non lo sa che i nuovi servizi segreti non sono come quelli del passato, non sono più corrotti? È una balla, sono corrotti eccome, non è cambiato nulla.
  Il giorno dopo solo qualche giornale ebbe il coraggio di sbattere in prima pagina la notizia. Non tutti se la sentirono, e qualcuno, anzi, la relegò in quinta o sesta pagina, liquidandola con poche righe.
  Il Questore dispose per la sospensione dal servizio. Di lui e di Jacopetti.
  «Lei non mi ha lasciato scelta. Proprio una bella trovata questa dei servizi segreti. Lei è ammattito, glielo dico io. Ha visto che fine hanno fatto le sue chiacchiere? Solo qualche giornale le ha prese sul serio.» Renzi non rispondeva. Avrebbe voluto prenderlo a schiaffi, però. Ma della sospensione non se ne fece nulla. Arrivò un ordine dall’alto – da Roma? – che fermava ogni cosa. Possibile che avessero paura di lui? O paura forse degli operai e degli studenti? Paura che si rivoltassero, che nascessero dei disordini? Meglio quindi lasciar perdere. Far finta di nulla. La gente avrebbe fatto presto a dimenticare.
  Quando ritornò all’ospedale, Alberto era sorridente.
  «Vedrai che farò più presto del previsto a guarire.»
  «Tu sei giovane. I giovani sono forti, figliolo.»
  «Ma anche i vecchi come te, babbo.» Aveva saputo.
  Il commissario si chinò su di lui e si abbracciarono.

(fine)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart