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Giallo: I coniugi Materazzo #3/13

2 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #3

«Jacopetti, non passare da me, stamani. Non è necessario.»
  «Ma commissario… È successo qualcosa?»
  «Non preoccuparti. Poi ti spiego.» In quei giorni il commissario gli aveva detto dell’auto nuova, e Jacopetti aveva spalancato tanto di bocca. Sembrava rimasto senza fiato, e dovette battergli la mano sulle spalle, il commissario.
  «Che ti prende, Jacopetti.» Ci mise un bel po’ prima di ricominciare a parlare.
  «Questa sì che è una sorpresa. Lo sanno gli altri?» riuscì a dire.
  «No. Perché glielo dirai tu agli altri.» A Jacopetti piaceva portare lui le novità, e questa era una novità che superava tutte quelle che potevano accadere in quell’ufficio. Aveva dovuto pagare da bere, il commissario, e lo avrebbe dovuto ripagare quando avesse ritirato l’auto nuova. Ed era appunto questo il motivo della telefonata mattutina a Jacopetti. Ma non glielo voleva dire che andava a ritirare l’auto nuova. Se lo capiva da sé, bene, ma dalla sua bocca non lo avrebbe saputo. Voleva fare un’altra sorpresa ai suoi colleghi, che non erano proprio abituati a riceverne da lui.
  «Non andrà mica a ritirare l’auto nuova?» invece si sentì dire dall’altra parte del telefono. Ahi, ahi, allora Jacopetti era proprio un furbacchione.
  «Poi ti dirò» rispose il commissario, rimasto a corto di parole. Chiuse la conversazione senza nemmeno un po’ di contentezza.
  «Dove vai, Luciano?» domandò sorniona la moglie, che infatti sapeva bene dove andava. Voleva venirci anche lei dal concessionario a ritirare la macchina nuova. Alla fine, tutto ciò che stava succedendo era anche merito suo. Era già vestita, bell’e pronta, e accampava, ma con molto impaccio, la scusa che quella mattina doveva andare presto al mercato.
  «Guarda che dopo non posso riportarti a casa. Devo andare subito in ufficio.»
  «Sta bene anche a me» disse pronta lei. «Mi accompagni con l’auto nuova al mercato, e poi vai in ufficio.» Voleva salirci subito sull’auto nuova, e magari sperare che la vedesse qualche amica.
  «Allora sbrigati.» Non ce n’era bisogno, perché era già lì con la borsa in mano. Uscirono e fecero in silenzio le tre rampe di scale. Non prendeva mai l’ascensore, il commissario, perché aveva sperimentato che incontrava meno gente se scendeva le scale a piedi, e a volte non vedeva addirittura nessuno, salvo che nell’androne, quando bastava un rapido cenno di saluto per sbrigarsela. Ma in quei giorni straordinari per lui, più non voleva farsi vedere e più lo vedevano.
  «Esce con sua moglie, stamani?» Era un’inquilina.
  «Eh già» fece, tirando corto.
  «Che mogliettina, eh? Ha tutti i riguardi per lei, commissario. È fortunato.» Sì, fortunato… Lui andava sì a ritirare l’auto nuova, ma si metteva addosso anche quel bel debituccio. Se non fosse stato di far contenta la moglie, quell’auto vecchia sarebbe andata in pensione con lui, che ancora ci aveva da lavorare almeno una decina di anni.
  L’auto era pronta sul piazzale. Bollo, libretto. Il commerciante gli aveva fatto omaggio anche di un pieno di benzina.
  «Un riguardo a lei, commissario.»
  Ringraziò senza sorridere. Un po’ in fretta. Non ci teneva a tante smancerie.
  Mise le chiavi nella fessurina dell’avviamento. Si sentiva odore di nuovo dappertutto. Sua moglie si era accomodata al suo fianco.
  «Ci si sta proprio bene» commentò.
  Lui girò la chiave e il motore si accese all’istante. Il commerciante era sempre lì vicino.
  «È un portento questa macchina. Auguri e buon viaggio, commissario.» Si congedò alzando la mano e portandosela all’altezza della fronte, come per accennare ad un saluto. Era davvero silenzioso il motore. Non c’era abituato e provò sollievo.
  «Abbiamo fatto bene a comprarla. Senti che differenza. Non sembra nemmeno di stare in macchina.» Era la moglie a parlare. Lui lentamente staccò la frizione e accelerò. Si mosse dolcemente l’auto. Si diresse all’uscita, varcò il cancello, badò alla precedenza, e si trovò in strada.
  «Fammi fare un giro» disse Maria.
  «Guarda che ho fretta» ma aveva anche lui voglia di accontentarla. Non c’erano molte altre occasioni per farla felice. Il lavoro gli consumava tutte le ore del giorno, e quando ritornava a casa, non ce le aveva le parole per lei. Stava quasi sempre sola, Maria, e faceva e rifaceva le pulizie in quella casa che sarebbe stata pulita e ordinata come una reggia, se non ci fossero stati i due figli a mettere un po’ di confusione.
  «Passa di qui.» Maria voleva farsi vedere in giro. Aveva indosso il vestito bello della domenica, e aveva messo anche la collana d’oro e il braccialetto.
  «Ma come ti sei conciata?» Si pentì subito, il commissario. Lei non rispose, era così contenta che il marito avrebbe potuto insultarla non una ma centomila volte.
  «Ti scendo al mercato. Ma non sarà pericoloso con tutto quell’oro addosso? Non potrei più ricomprartelo, lo sai.» Era infatti frutto di sacrifici di lunghi anni.
  «Stamani ci voglio andare così al mercato.» Per lei quel giorno era una festa, come Natale, come Pasqua.
  La scese al mercato. Lei prima si girò a prendere la borsa che stava sul sedile posteriore.
  «Fai attenzione, mi raccomando» disse prima di lasciarlo.
  «Faccio attenzione sì. È tutta da pagare. Ci mancherebbe che mi succedesse anche qualcosa.» Maria stette a guardarlo mentre ripartiva. Lui se ne accorse dallo specchietto che non si muoveva da lì. Poi curvò e non la vide più. Si diresse all’ufficio. Quando vi giunse, sentì esplodere un gran boato. Che era? Scese e vide i colleghi che stavano affacciati alla finestra. Qualcuno, evidentemente, si era messo di piantone, e aveva dato il segnale. Arriva! Arriva! Con la macchina nuova! Li sentì strillare. Si vergognava, giacché in strada c’era altra gente, e tutti si erano fermati, anche le auto, a vedere che cosa stesse accadendo.
  «Non è niente, non è niente» brontolò lui, e con la mano pregò le auto che si erano fermate di proseguire, e alla gente che stava affollata sugli scalini del portone fece cenno di allontanarsi.
  «Bella macchina, commissario» disse il piantone, salutandolo.
  «Grazie, grazie anche a te» e entrò a passo svelto. Salì – cosa rarissima – a due a due gli scalini che lo portavano al piano superiore, dove stava il suo ufficio. La porta era spalancata, e vide che sul suo tavolo era già pronta una bella bottiglia di spumante, con intorno una decina di bicchieri. I suoi colleghi erano radunati tutti lì, nella sua stanza. Jacopetti gli corse incontro.
  «Eh, commissario, voleva farci un’improvvisata, e invece gliel’abbiamo fatta noi.»
  «Tu sei un furbacchione, Jacopetti.» Sapeva che non era del tutto vero, ma lo disse tanto per fargli piacere.
  Lui ci credette; si passò la mano sui capelli. Aveva la riga sulla destra, come sempre, bella diritta, tra quei capelli lisci e neri.
  «Lo sa che a me non la fa, commissario.» Pensava che potesse essergli utile per la promozione il complimento del commissario. Andò lui a stappare la bottiglia, mentre gli altri stringevano la mano di Renzi. Finché si sentì il botto dello spumante, e di nuovo si levò un grido che parve un boato.
  Il commissario si affacciò alla finestra e guardò per un attimo senza parlare la sua bella auto di color marrone scuro metallizzato.
  «È proprio una bella macchina.» Jacopetti gli si era avvicinato.
  «Sì, sono contento.» Le diede un’ultima occhiata, poi chiuse la finestra.
  «Ma ora mettiamoci al lavoro.»
  Tutti se ne andarono e rimase solo con Jacopetti.
  L’ufficio del commissario Renzi si occupava di più questioni. Lucca era una città che rispetto alle altre in Italia si manteneva tranquilla, dopo gli anni ruggenti in cui proprio qui a Lucca la protesta della gente aveva assunto forme anche violente. Perciò il personale di polizia era stato ridotto ai minimi termini e un funzionario doveva occuparsi di più cose. Questo non dispiaceva al commissario Renzi, giacché si sentiva portato all’indagine, qualunque fosse la natura; così trattava con la stessa passione i casi di omicidio, di spaccio di droga e di rapine, che erano i più importanti attribuiti al suo ufficio. Vi era un altro commissario che si occupava soprattutto di prostituzione, e un commissario capo coordinava il tutto. Renzi godeva di molto rispetto, poiché sapeva fare bene il suo lavoro, e salvo qualche rara eccezione, i casi di sua competenza li aveva risolti brillantemente, così almeno sembrava.
  «Si ricordi che stasera abbiamo la cena con il commissario capo.»
  «L’avevo dimenticato. Con la storia della macchina sono andato in tilt. C’è qualcos’altro?»
  «Stamani abbiamo arrestato uno spacciatore.» Ce l’aveva con gli spacciatori. Non lo fece finire. Aveva visto giovani perbene rovinarsi la vita a causa della droga.
  «Quando si decideranno a sbatterli in galera per sempre.»
  «Ma la colpa, commissario, non è tutta degli spacciatori.» Abbassò la voce, Jacopetti. «È chi comanda che ha colpa. Noi li mettiamo in carcere, e la legge li ricaccia fuori. E i delinquenti scambiano il carcere per un albergo, e ci vanno per prendere fiato, riflettere, fare nuovi programmi di lavoro, stringere amicizie.»
  «Ci abbiamo provato a cambiare, non lo ricordi, Jacopetti? E che cosa ne è venuto fuori? Non si potrà mai cambiare questo Paese.»
  «C’è scappato anche più d’un tentativo di golpe, se lo rammenta?»
  «Lo rammento sì.»
  «Ma lei davvero crede che non si possa cambiare?»
  «In peggio sì, tutte le volte che vuoi, Jacopetti. Ma in meglio, ce lo dobbiamo scordare. Di che ci occupiamo noi da almeno trent’anni? Di droga, rapine, omicidi. Ti pare che siano diminuiti? No. E noi da qui ce l’abbiamo sul serio il polso della situazione. Non son balle quelle che diciamo. Non abbiamo bisogno che ce lo mandino a dire da Roma. Il nostro è un osservatorio di prim’ordine. E allora ascolta ciò che ti dico: finché prospera la delinquenza, significa che non abbiamo buone leggi, e se non abbiamo buone leggi, significa che non abbiamo buoni governanti. Non si scappa. Il ragionamento non fa una grinza.» Si era infervorato, Renzi, e Jacopetti si sentì autorizzato a lanciarsi a vele spiegate.
  «E allora, se non abbiamo buoni governanti, significa che non abbiamo nemmeno il popolo che funziona. Non è così? Poiché è il popolo che li elegge, o mi sbaglio.» Jacopetti non ci credeva alle chiacchiere che sentiva sul popolo sovrano. Sovrano di che? Della propria miseria e della propria eterna umiliazione. Questo sì.
  «Sai che ti dico, invece: che il popolo gonfia. Zitto zitto gonfia, e non lo devi sottovalutare. È un pachiderma che ha movimenti lenti, ma dài dài ci arriva a ciò che vuole. Lo tira giù l’albero prima o poi. Tutto ciò che è successo in questi anni è stato come uno shock salutare, che ha aperto gli occhi alla gente. Ha lasciato il segno, anche se non sembra.»
  «Allora lei ce l’ha, una speranza?»
  «Quando succederà tutto questo, non ci saremo più né tu né io. E allora a che serve la speranza quando è solo per gli altri?»
  «Se la godranno i suoi figli una società migliore. Non le pare abbastanza?» Jacopetti non aveva figli, invece. Era sposato con una donna che era la metà di lui, piccoletta, graziosa però, tutta pepe, ma non gli aveva dato figli. Si mormorava che la colpa non fosse sua, ma di Jacopetti, che non aveva forti spermatozoi. Un cruccio per lui, ma era riuscito a navigarci, in quelle brutte acque, senza andare a picco.
  «Dov’è quello spacciatore?» domandò Renzi.
  «Lo vuol vedere? È di là per il verbale.» Jacopetti si alzò prontamente e gli andò ad aprire la porta. Il commissario si avviò nel corridoio. Due porte più in là si affacciò nella stanza. Aveva vent’anni sì e no lo spacciatore che avevano arrestato. Poteva essere suo figlio. Capelli lunghi, atteggiamento strafottente.
  «Non ti ho mai visto qua dentro.»
  «È la prima volta infatti che lo peschiamo, commissario.»
  «Da dove viene.»
  «E tutto nostro, di Lucca. Ce lo siamo fatto in casa.»
  «Ti diverte spacciare droga?»
  «Son cavoli miei, commissario.»
  «Non mi rispondere così.»
  «E come le devo rispondere. Io ci campo con la droga. Me lo dà lei un lavoro onesto?» Sorrise con l’aria di chi non ha più speranze.
  «Ma che fai del male agli altri, ci pensi?»
  «Gli altri, la droga la cercano. E io gliela do. Se non la prendono da me, c’è qualcun altro a dargliela. Non lo sa che così va il mondo?» La dava lui al commissario la lezione sull’esistenza.
  «Ora ti fai un po’ di galera. Sei contento?»
  «Almeno mi darete da mangiare e da bere, e per qualche giorno starò in pace.»
  «Lo ha sentito, commissario?» Era Jacopetti.
  Il commissario lo diceva anche lui, però, che le galere erano come degli alberghi. Bisognava incrudirle, invece, farle detestare. I delinquenti dovevano avere paura della galera.
  «Quanti anni hai?»
  «Ventidue.»
  «Hai cominciato presto.»
  «Potevo cominciare anche prima.»
  «E perché non lo hai fatto?»
  «Non si piglia volentieri questa strada.»
  «Hai studiato?» Lo sapeva già che non serviva a niente l’istruzione.
  «Sì. Sono stato all’università per un po’.» L’università era diventata il rifugio dei disoccupati, come si è già detto.
  «Non era meglio se continuavi a studiare?»
  «E per che cosa studiavo, se non c’è lavoro per nessuno.»
  Voleva domandargli altre cose, e pensava ai suoi figli mentre lo guardava, ma sentiva che stava diventando una predica la sua. Uscì e chiuse la porta dietro di sé.
  «Non se la prenda, commissario. Lo so che fa male. Ma ci si deve fare il callo, e lei ne ha già visti tanti di casi come questi.»
  «Ma mi fanno sempre male, Jacopetti.» Tutte le volte provava rabbia per come non si riusciva a cambiare il mondo.
  «Sono sicuro che prima o poi le cose si raddrizzeranno. Ci vorranno decenni. Forse secoli, ma non può durare così, Jacopetti. Il desiderio di giustizia ce l’abbiamo dentro, e non si può restare vigliacchi per sempre.»
  «Guardi che il popolo è una strana bestia. È capace di sopportare fino alla fine del mondo.»
  «Se fosse come dici tu, il nostro lavoro non avrebbe senso.»
  «Invece ce l’ha, commissario, ci pensi bene. Il nostro lavoro serve. Serve, eccome. A mantenere le cose così come stanno. Ci pensi bene. Che cosa significa mantenere l’ordine in una società come questa? Significa che non ci devono essere colpi di testa da parte di nessuno, e che tutto deve scorrere senza minacciare chi comanda. Non è così? Noi, caro commissario, siamo i lacchè di questo potere. Siamo i vigilantes di questa società. Se ci sono aspirazioni nuove, forse siamo proprio noi, noi che vogliamo far rispettare le leggi, che le soffochiamo. Non dico bene, commissario?» Voleva farlo parlare.
  Il commissario, invece, era talmente amareggiato che non si rammentava nemmeno più che quel giorno aveva ritirato l’auto nuova.
  Venne suo figlio a ricordarglielo.
  «Mi dài le chiavi, babbo?»
  «Dove vai?»
  «Faccio un salto all’università. Vado a vedere in che giorno mi hanno messo l’esame.» I suoi figli studiavano bene. Alberto frequentava giurisprudenza e Manuela economia. Li immaginava, fra qualche anno, impegnati nel lavoro, scrupolosi, attenti, come lui aveva loro insegnato. Si frugò nella tasca della giacca e trovò le chiavi.
  «Mi raccomando, è nuova. Stacci attento.»
  «Non devi preoccuparti, babbo.» Era un figlio giudizioso, anche se con la macchina si lasciava prendere un po’ la mano. Proprio guardando i suoi figli nutriva qualche speranza sull’avvenire.
  «Ciao, babbo. Ci si vede a pranzo.»
  «Se non dovessi venire, diglielo tu alla mamma che stasera sono a cena fuori, col Capo.»
  «Occhei.» A passo svelto lasciò il corridoio.
  Il commissario entrò nel suo ufficio e andò subito alla finestra. Vide il figlio che inseriva la chiave nella serratura dello sportello, lo apriva, si metteva a sedere, aggiustava il sedile, richiudeva lo sportello, metteva in moto. Marcia indietro e via con la bella auto nuova.
  Jacopetti stette lì a guardare accanto a lui.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart